lunedì 22 febbraio 2010

sabato 20 febbraio 2010

Un campo di battaglia nella prima guerra mondiale


Un campo di battaglia nella prima guerra mondiale

giovedì 18 febbraio 2010

Marinai. L'Homo sapiens navigatore esperto l'arrivo a Creta già 130 mila anni fa

La Repubblica 18.2.10
L´uomo presente sull'isola prima di quanto ipotizzato finora. Lo provano alcuni reperti Una scoperta che riscrive la teoria delle migrazioni: l´arrivo in Europa non avvenne solo via terra
Marinai. L'Homo sapiens navigatore esperto l'arrivo a Creta già 130 mila anni fa
di Luigi Bignami

Duemila utensili e alcune punte di lance ritrovati da una spedizione archeologica
E spunta un´ipotesi affascinante: che a conquistare il Mediterraneo sia stato l´Erectus

Duemila oggetti di pietra trovati sull´isola di Creta potrebbero rivoluzionare la nostra storia più antica. I reperti, infatti, raccontano che i primi esseri umani e forse addirittura chi li precedette navigarono per i mari del Mediterraneo conquistando varie isole più di 100.000 anni prima di quanto ipotizzato finora. Secondo un gruppo internazionale di archeologi gli utensili venuti alla luce vicino al villaggio di Plakias hanno un´età di 130.000 anni: l´isola, dunque, era abitata già a quel tempo.
Poiché Creta è isolata dal resto delle terre che circondano il Mediterraneo da oltre 5 milioni di anni, significa che chi costruì quegli attrezzi deve averceli portati fin lì per mezzo di imbarcazioni e quindi devono aver sfidato le acque del mare. Fino a oggi gli oggetti costruiti dall´uomo trovati su isole del Mediterraneo non sono più vecchi di 10-12 mila anni. E per questo motivo si era sempre ipotizzato che le capacità nautiche dell´Homo sapiens si fossero sviluppate in quel periodo. Testimonianze di viaggi importanti per mare ci raccontano che l´Homo sapiens aveva raggiunto l´Australia 60.000 anni fa. Sull´isola indonesiana di Flores, poi, vi sono reperti e scheletri ancora più antichi, che dimostrano l´intraprendenza che il sapiens ebbe in tempi così lontani. Ma mai si era ipotizzato che anche nel Mediterraneo fossero stati intrapresi viaggi per mare oltre 100.000 anni fa.
Le ipotesi che si aprono con questa scoperta sono state avanzate da un gruppo di archeologi guidati da Thomas F. Strasser e Eleni Panagopoulou, del Providence College nel Rhode Island. I ritrovamenti sono stati descritti durante un simposio all´Archeological Institute of America e pubblicato sulla rivista Hesperia, dell´American School of Classical Studies di Atene.
«Le prove di tutto ciò sono scritte nei livelli di suolo dove sono stati trovati i reperti, e che abbiamo analizzato. Il terreno è stato studiato a fondo dai geologi per ricostruire la nascita dell´isola di Creta e le vicissitudini geologiche dei periodi glaciali e interglaciali», spiega Curtis Runnels, della Boston University, che ha partecipato alle ricerche. La datazione degli strumenti, infatti, è resa possibile proprio grazie a quanto si conosce dello strato di suolo in cui essi sono venuti alla luce.
Ma c´è qualcosa di ancor più affascinante. Secondo gli archeologi che hanno scoperto i reperti lo stile con cui sono state intagliate le punte farebbe pensare che esse siano vecchie addirittura di 700.000 anni. Potrebbero avere, dunque, un´età doppia rispetto ai livelli di suolo in cui sono stati trovati. Se così fosse, anche se i dubbi sono molti, chi attraversò il Mediterraneo per primo fu l´Homo erectus (e non il Sapiens), che produsse oggetti riconducibili alla cultura Acheulana. Essa produceva manufatti litici lavorati su due lati in modo simmetrico e a forma di mandorla. In Italia si hanno esempi di utensili simili a Monte Poggiolo, ai piedi dell´Appennino romagnolo.
Sia in un caso sia nell´altro l´arrivo in Europa da parte dei nostri avi è sempre stato ipotizzato attraverso il Medio Oriente e la Turchia, mai per mare. Ma senza arrivare all´ipotesi più estrema (l´Erectus alla conquista del Mediterraneo), cosa cambia sul passato dell´Homo sapiens di fronte a questi ritrovamenti? «Innanzitutto dobbiamo riconoscere che le capacità di navigare dell´Homo sapiens erano più elevate di quel che abbiamo sempre pensato e questo ci fa ipotizzare l´arrivo in Europa non solo dall´Oriente, di cui si hanno testimonianze certe, ma anche da Occidente, forse attraverso lo Stretto di Gibilterra», afferma Strasser. In tal caso l´Europa potrebbe essere stata raggiunta molto tempo prima di 50-60.000 anni fa e dunque si apre una nuova sfida: trovare un Sapiens europeo vecchio di almeno 100.000 anni.

mercoledì 17 febbraio 2010

Il mito di Ovidio e Frazer: la scoperta a Nemi

La Repubblica 17.2.10
"In questo vaso cresceva l'albero con il ramo d'oro"
Il mito di Ovidio e Frazer: la scoperta a Nemi
di Francesco Erbani

NEMI È un recinto quadrato, un vaso incassato nella terra. Sul fondo un reticolo di piccoli mattoni porosi, lungo il bordo un canale sottile dove scorreva l'acqua. Siamo a Nemi, castelli romani, sulla riva settentrionale del lago che la leggenda vuole fosse lo specchio di Diana, la dea della caccia e dei giovani che si affacciavano all'età adulta. Quel vaso, sostiene l'archeologo Filippo Coarelli, potrebbe essere l'alloggiamento dell'albero frai cui rami ce n'era uno che un'altra leggenda racconta fosse d'oro e avesse un potere speciale: la sua storia viene narrata da autori greci e latini e poi giunge finoa James Frazer, l'antropologoe storico delle religioni che intitolò Il ramo d'oro la monumentale opera, scritta fra il 1890 e il 1915, in cui si ragionava di magia, di scienza e dell'origine sacrale della regalità. «Nel santuario di Nemi», scrive Frazer, «cresceva un albero da cui non era lecito spezzare alcun ramo. Soltanto uno schiavo fuggitivo, se ci fosse riuscito, poteva spezzarne uno. In questo caso egli aveva il diritto di battersi col sacerdote e, se l'uccideva, regnava in sua vece col titolo di re del bosco, rex nemorensis ».
Frazer racconta culture primitive e rintraccia il ripetersi di alcune costanti negli usi e nei riti di diversi popoli. Il punto di partenza della sua indagine è questo lago di struggente bellezza, al centro di una conca rivestita dai colori duri e intensi di un vulcano spento.
Qui Frazer ha soggiornato e ha letto le storie, narrate da Strabone, Pausania, Ovidio e altri ancora, di quel rituale, sanguinario e magico, che affidava a un duello mortale l'investitura del rex nemorensis, sacerdote di Diana e sovrano della comunità (ma un ramo d'oro figura anche nell' Eneide: serve a Enea per scendere nell'Ade). I candidati al duello, per sfidare il possessore del titolo, dovevano impadronirsi del ramo d'oro strappandolo da un albero sacro alla dea. Spiega Coarelli, fino allo scorso anno professore a Perugia, una vastissima bibliografia e scavi in tutto il mondo: «In questo rituale si riconosce una struttura primitiva che richiedeva al re, capo militare oltre che politico e religioso, straordinaria efficienza fisica. Il duello serviva a confermarla e qualora questa fosse venuta meno, il re era destinato a decadere e morire». Una specie di ordalia, dunque: questo luogo sarebbe poi diventato il centro federale della lega latina, dove i rappresentanti delle comunità si riunivano per le grandi occasioni civili e religiose, e da dove scaturiva la stessa originaria identità latina. Al recinto che avrebbe ospitato il ramo d'oro si arriva inerpicandosi su una scarpata che le piogge hanno ridotto a una poltiglia di fango. Coarelli, con Giuseppina Ghini e Francesca Diosono, scava qui da alcuni anni per riportare alla luce quel che resta del santuario dedicato a Diana, circa quattromila metri quadrati di estensione, il più grande del Lazio e, ora si può dire, il più antico. A settembre ha individuato il tempio principale all'interno del santuario.E poi siè spinto in alto, attraverso un varco che interrompe la cinta di possenti mura, percorse da grandi nicchie. Lì ha rinvenuto ambienti con fontane, terrazzamenti, una cisterna e un ninfeo.
Ma fra questi reperti e le mura si estendeva un'area dove in epoca medievale c'era stato un crollo. «Abbiamo scavato per mesi, dovevamo togliere enormi blocchi di lava», racconta Coarelli. «La posizione ci diceva che doveva esserci un edificio sacro. Ma venivano fuori solo tantissimi cocci di ceramica, di natura rituale e votiva».
Sembrava un buco nell'acqua. Ma l'archeologia è la scienza delle sorprese. Intanto i cocci risalivano alla mediae tarda età del bronzo, fra il XIII e il XII secolo a. C., (i resti più antichi del santuario sono databili al III). E questo contatto con un passato tanto remoto era come mettere le mani in un mondo mitologico: il culto di Diana è anche un culto infernale. Ma poi il vuoto faceva pensare a un luogo lasciato intatto, nel quale vigesse un divieto a costruire per ragioni sacre, per rispetto misto a timore. L'area sembrava avesse contenuto un bosco e l'impressione veniva confermata dalla scoperta del recinto e dal fatto che questo fosse orientato in maniera da essere il punto più eminente di quel fazzoletto di verde. Il raffronto fra l'evidenza archeologica e le fonti letterarie, fino a Frazer, ha spinto Coarelli a formulare un'ipotesi: questo è il bosco in cui si svolgeva il rituale del rex nemorensis e il recinto è l'invaso in cui sorgeva l'albero ritenuto sacro a Diana, l'albero del ramo d'oro. Ora lo scavo è sospeso e l'area è recintata: ma questo non scoraggia strani incursori notturni che su una pietra hanno lasciato una mela circondata da ricci di castagne sistemati a corona, quasi un'offerta votiva. Il culto di Diana in qualche modo sopravvive in curiosi riti fra il magico e il satanico, racconta Coarelli. «I carabinieri sono avvisati», spiega l'archeologo, «ma non è questo il pericolo più grave, piuttosto il fatto che la nostra ricerca è appesa a un filo: se non riusciamo a recuperare finanziamenti non sappiamo davvero come continuare. Qui si tocca con mano l'assoluto disinteresse nel quale affonda il nostro patrimonio».

martedì 16 febbraio 2010

domenica 7 febbraio 2010

venerdì 5 febbraio 2010