mercoledì 31 dicembre 2008

Federazione Pagana: Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani

Federazione Pagana: Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani: "Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani
Esce oggi (anche se la data impressa sul documento è quella di domani, ma siamo riusciti ad accelerare le cose) lo Standard del Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani riutilizzati per chiese cristiane (ex Censimento dei templi pagani riutilizzati in o come chiese cristiane), con il primo documento che è il manuale dell'operatore, a cura del Giorno Pagano Europeo della Memoria. Un testo un po' tecnico in certi passaggi, ma sicuramente pieno di informazioni utili anche per chi aspetta solo di poter utilizzare la nuova edizione che seguirà questa pubblicazione dello standard, indicativamente a metà del 2009. Nel manuale infatti trovate una descrizione del progetto, com'è nato e come si svilupperà. Sul sito invece potete seguire l'avanzamento dei lavori.
Ufficializziamo anche il logo del progetto, che è quello sottostante:
Il montaggio coinvolge un tempio e una chiesa non compresi nel censimento: il tempio è quello di Segesta, mentre la chiesa si trova a Trequanda. Tuttavia rende bene, a nostro parere, l'idea di come, sotto a diverse chiese cristiane, si possano trovare i resti di siti sacri precristiani o pagani che dir si voglia."

domenica 28 dicembre 2008

La tomba di un guerriero nell'area dell'inceneritore

La tomba di un guerriero nell'area dell'inceneritore
Corriere del Mezzogiorno - SALERNO - 2008-12-27 num: - pag: 7

Nava: «Qui allestiremo un museo»

Le tombe ritrovate in località Boscariello- Cupa Siglia, nell'area dove sorgerà il termovalorizzatore di Salerno, sono l'ennesima conferma dell'esistenza di numerosi insediamenti di popolazioni locali prima del periodo romano. A rivelarlo è la Soprintendente di Salerno, Maria Luisa Nava, al lavoro da tempo sui rinvenimenti effettuati nella zona periferica della città. «Le tombe trovate sono la testimonianza di un insediamento che non sarà stato molto esteso ma che si colloca in una posizione importante per la penetrazione verso l'interno della Campania — precisa la Soprintendente — non sono proprio etruschi, ma si tratta di popolazioni locali da collocare tra il IV e il primo secolo avanti Cristo, quasi al confine con la romanizzazione. Tuttavia, questi insediamenti testimoniano la presenza di un ceto guerriero anche piuttosto elevato. Nella tomba abbiamo trovato, infatti, un individuo che indossa il cinturone, mentre ne ha un altro accanto che lo indica come capo guerriero. Quel secondo cinturone, conservato nel corredo funerario, testimonia che il condottiero l'ha sottratto ad un nemico sconfitto.

In fondo si tratterebbe di una piccola tribù locale con attività guerriere e agricole ». I materiali ritrovati sono piuttosto importanti: tra questi ci sono anche i reperti di una tomba femminile ritrovata accanto al guerriero. Potrebbe trattarsi di un nucleo familiare, che faceva parte di una piccola fattoria situata su questa direttrice di penetrazione dal mare lungo il tragitto del fiume Picentino. Precisamente, ci sarebbe questa piccola fattoria i cui abitanti avrebbero utilizzato un'area sepolcrale non molto distante dalla fattoria stessa. Si tratta sicuramente di un nucleo familiare allargato, che aveva anche una funzione di salvaguardia e di controllo di questa via di penetrazione verso l'interno. Sono stati propri i recenti ritrovamenti a Cupa Siglia a favorire i rapporti e l'intesa con il sindaco De Luca. «Apparteniamo a pubbliche amministrazioni e dobbiamo lavorare per quanto è di nostra competenza nell'interesse dei cittadini — insiste la Nava — il nostro fine è quello di realizzare delle opere nell'interesse della comunità. Poi chiaramente bisogna tener ferme le proprie competenze e difendere ciò che siamo tenuti a tutelare, senza frapporre inutili ostacoli. Come progetto futuro credo che si deve puntare sulla stessa città di Salerno: ne ho già parlato col sindaco e mi è parso che lui abbia ben accolto la mia proposta. Si tratta di valorizzare gli aspetti della Salerno antica che ben si possono coniugare con interventi di riqualificazione urbana».


Tra l'efficienza della Soprintendenza e il frenetico attivismo di Vincenzo De Luca ormai regna una perfetta armonia. Non così a Paestum dove tra una strada sbagliata che offende le mura antiche e la pista che deturpa la vista del Tempio di Nettuno, la Nava avrà molto da fare.

«Sono tutte le realizzazioni che ho trovato già fatte al mio arrivo— conclude l'archeologa — per la strada procederò come lord Brummel, aspetterò che si invecchi e si consumi. Se il risultato non cambierà possiamo anche rifarla. In fondo non è stato costruito un palazzo. Per la pista intorno al tempio di Nettuno, dovrò trovare un'intesa col sindaco per cancellarla. Vi è forse la necessità di un regolamento più aggiornato e più specifico per la tutela delle aree archeologiche. Con l'edilizia d'accatto, che porta solo miseria, avremo sempre visitatori e turisti fagottari ».
Ugo Di Pace

lunedì 22 dicembre 2008

Nefertiti. Riparte la caccia alla regina più bella

La Repubblica 22.12.08
Un team tedesco al lavoro nella Valle dei Re il sito archeologico può svelare altri segreti
Nefertiti. Riparte la caccia alla regina più bella
Gli scavi si svolgono sotto tombe individuate decenni fa
di Andrea Tarquini

BERLINO. Si risveglia, alla vigilia delle feste, la leggenda della bellissima Nefertiti. In riserbo, ma solo fino a ieri quando lo ha rivelato l´edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine, un team internazionale di archeologi, guidato da Otto Schaden, ha ripreso da novembre a scavare tra i siti tombali della mitica Valle dei Re a Luxor, in Egitto. Schaden e gli altri ricercatori non si sbilanciano, ma speculazioni, rumors e speranze segrete rilanciano la possibilità di trovare infine il sarcofago o la mummia della splendida regina, moglie del faraone Achenaton. O di altri membri della famiglia che, regnando, introdusse brevemente il monoteismo. Come in un romanzo d´avventure, o in un film di Indiana Jones, ma con pieno rigore scientifico, rinasce la grande ambizione dei contemporanei di ritrovare i resti di quei Grandi di millenni e millenni or sono.
«Io non mi abbandono a speculazioni, noi scaviamo e basta. Speriamo però che la prossima stagione di scavi ci porti a nuove informazioni», dice Otto Schaden. Non si presta alle voci sulla speranza di trovare Nefertiti. All´inizio di gennaio egli tornerà in Egitto per la ripresa dei lavori. Quel che conta è che ha l´appoggio del potentissimo Zahi Hawass, il direttore del Supreme council of antiquities, cioè l´authority egiziana per il patrimonio artistico dell´antichità. E´ a Schaden stesso che si deve la scoperta, nel 2006, del sito tombale KV 63. Individuato per caso, come molti altri. Gli scavi ora ripresi si svolgono sotto tombe già individuate decenni fa.
La valle dei re è sempre stata piena di sorprese sensazionali. Nel 1912, Theodore Davis disse «ho la sensazione che ormai abbiamo trovato tutto scavando nella valle», ma appena dieci anni dopo l´archeologo britannico Howard Carter lo smentì, trovando la famosa tomba del faraone Tutankhamon. Il colpo di scena si ripeterà oggi? «E´ ragionevole aspettarsi nuove scoperte», afferma Otto Schaden.
E´ da millenni che la Valle dei Re appassiona, affascina e incuriosisce. Invano i faraoni la progettarono, sperando di riposare in pace nelle loro misteriose tombe sotterranee. Già nel 25 avanti Cristo lo storico e geografo Strabone descrisse la Valle come «un luogo con almeno quaranta cripte reali scavate nelle rocce, che vale la pena visitare». Le tombe erano undici-tredici secoli più vecchie di lui, molti ladri, i tombaroli dell´epoca, ne avevano già saccheggiate alcune.
La leggenda più affascinante resta quella di Nefertiti. Della splendida regina ci resta oggi solo il famoso busto, custodito nel Museo di Berlino. Una delle più belle immagini femminili nell´arte, da quando il genere umano esiste. La meravigliosa Nefertiti era moglie di Akhenaton, il faraone che decise di abolire il mondo politeista dell´antica religione egiziana e impose d´autorità il primo culto monoteista, quello del dio solare Aton. La scelta non piacque a molti. Tutankhamon, considerato probabile figlio di Akhenaton, salì sul trono ad appena nove anni, qualche tempo dopo la morte di Akhenaton, e sotto il suo regno il politeismo fu restaurato.
Ma dove sono oggi i resti di Nefertiti, o di Ankesenpaaton, la figlia di Akhenaton? La caccia è in corso da secoli. Nel 1827 il britannico John G. Wilkinson catalogò i siti tombali, enumerandoli come "KV" (dalle iniziali di Kings´Valley, valle dei re, appunto) più un numero. Nel 1922, Carter scoprì Tutankhamon. Nel 1995 un team guidato da Kent Weeks trovò le presunte mummie di figli di Ramsete II: La scoperta del sito KV 63 è cominciata scavando e trovando i resti di umili capanne degli operai o schiavi che costruirono le tombe. Poi, sotto, sono stati trovati i sarcofagi vuoti. Forse, si pensa da tempo, le sepolture di Akhenaton e della sua famiglia furono traslate altrove dopo il ripristino del politeismo. Il potente Zahi Hawass, che in un primo tempo non ne voleva sapere di nuovi scavi, ha infine dato il suo accordo. E la rincorsa della leggenda ricomincia, laggiù nella Valle dei Re.

giovedì 18 dicembre 2008

Un tesoro nel laghetto vicino casa

Un tesoro nel laghetto vicino casa
Francesco Pellegrino Lise
Il Tempo 18/12/2008

Li aveva «scoperti» nel giardino di casa sua, vicino al «Laghetto del Monsignore», nella località di Campoverde di Aprilia (Lt), e pertanto aveva deciso di tenerli come oggettini per abbellire la sua abitazione.
Solo che dalla perquisizione della casa del signor G. P. sono stati rinvenuti e sequestrati ben 500 reperti «miniaturistici» integri del valore di almeno 300mila euro. È proprio con la casa del fattore G.P. che si è conclusa l'operazione «Satricum», condotta dal reparto dei Carabinieri per la Tutela patrimonio culturale in stretta collaborazione con la soprintendenza archeologica del Lazio, dal generale Giovanni Nistri, dal sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro e dal direttore ai Beni archeologici Stefano De Caro. Insieme alla «Satricum», Nistri ha anche illustrato altre due operazioni nell'ambito della tutela archeologica: «Feno» e «Domitilla».
«Nel caso di Satricum - ha spiegato il generale - abbiamo rinvenuto importanti reperti su segnalazione della soprintendenza archeologica. Gli archeologi si erano accorti di alcuni cumuli di terreno ricavati dalla pulitura del fondale del laghetto vicino. L'intervento dei carabinieri ha, poi, affiancato il ritrovamento di un gran numero di reperti».
«Si tratta di una stipe votiva pertinente a un santuario ancora sconosciuto che probabilmente rimane nel laghetto - ha sottolineato De Caro -. I pezzi rinvenuti testimoniano il valore di questo luogo di culto dedicato probabilmente alle acque. Un luogo databile almeno al VII sec. a. C. Abitato da Latini etruschizzati. I materiali sono di importazione corinzia ma anche etruschi d'imitazione corinzia».
L'operazione «Feno» riguarda invece il recupero di due «teste» in marmo, una di «Hecates» di epoca ottoniana del IX secolo, e una di «trombetto» proveniente dalla Porta di Capua costruita nel XII secolo su ordine di Federico II. «Le due opere - ha affermato Nistri - provengono da una rapina effettuata nel 2007 a casa di un collezionista della capitale, le opere sarebbero poi state reintrodotte illegalmente nel circuito del mercato dell'antiquariato».
La terza operazione, «Domitilla», è frutto dei continui controlli sui siti Internet che vendono beni culturali. «Dall'indagine - ha concluso Nistri - è stato rintracciato un mosaico delle catacombe di Santa Domitilla, ritoccato e rivenduto in un secondo momento on line per 55mila euro».

mercoledì 17 dicembre 2008

Viaggio tra nuraghi e dolmen la rete dei siti archeologici

Viaggio tra nuraghi e dolmen la rete dei siti archeologici
Antonio Bassu
La Nuova Sardegna 16/12/2008

NUORO. È pronto a decollare operativamente il progetto sulla valorizzazione e gestione dei 16 siti archeologici del comprensorio del Nuorese, messo a punto dall’ex Comunità montana, e che ora passa la mano alla Provincia. La rete, nata nella logica del distretto culturale e del turismo integrato, coinvolge i comuni del territorio. I poli del sistema saranno gestiti dagli enti locali. Ogni unità operativa disporrà di un punto di informazione, consultazione e approfonmdimento sull’archeologia locale e regionale. Le stesse unità operative, collegate tra loro, interagiranno attraverso un comune sito web chiamato “Sinnu”. I poli, con le relative unità operative, sono dislocati nei comuni, nell’ottica di un capillare sviluppo a rete dell’offerta turistica, con la valorizzazione dei diversi siti archeologici. Hanno illustrato l’articolazione del nuovo programma l’ex presidente della Comunità montana Peppino Mureddu e l’assessore ai beni culturali e archeologici di allora Gianfranca Salis, insieme all’assessore provinciale alla cultura Peppino Paffi. La responsabile del settore beni archeologici della Soprintendenza Maria Ausilia Fadda, ha invece presentato il compendio del lavoro scientifico relativo alla pubblicazione del volume “Una Comunità montana per la valorizzazione del patrimonio archeologico del Nuorese”, curato dalla stessa. Al quale farà seguito, in fase di ultimazione, l’itinerario e i circuiti individuati mediante connessione tra i diversi beni culturali e ambientali, tramite il sito internet. Il tutto ponendosi in una prospettiva di integrazione e complementarietà rispetto ad altre iniziative. Come hanno sottolineato Mureddu, Salis e Paffi. La Comunità montana, che ha avviato il progetto nel 2001, ha speso circa 2 milioni e mezzo di euro per rendere completamente fruibili i 16 siti archeologici, compreso il consolidamento degli scavi, la loro messa in sicurezza e l’acquisizione di una parte delle aree su cui insistono i monumenti. Nella maggioranza dei casi raggiungibili dalle strade di grande traffico. «Si tratta - ha detto l’archeologa Gianfranca Salis - di un progetto innovativo di grande valore scientifico, oltre che una risorsa strategica per lo sviluppo sostenibile del territorio, capace di renderlo appettibile ai flussi del turismo culturale, soprattutto nelle zone interne». L’ex presidente Peppino Mureddu ha tenuto a ribadire che tutti gli atti tecnico-amministrativi sono stati già perfezionati, per cui a breve è possibile attivare la rete archeologico-naturalistica “Sinnu”. Non appena definite le regole di gestione che saranno adottate dai singoli poli». -

Scoperti i tesori dell'antica Turris

Scoperti i tesori dell'antica Turris
Emanuele Fancellu
La Nuova Sardegna 16/12/2008

PORTO TORRES. L’area di scavi archeologici nei pressi della vecchia stazione «La Piccola», coordinati da Antonella Pandolfi ed eseguiti sotto la direzione scientifica di Antonietta Boninu, continua a rivelarsi un autentico scrigno ricco di tesori. Niente ori o gioielli, ma tantissimi ritrovamenti che permetteranno di avere nuove rilevanti acquisizioni riguardanti questo settore dell’antica città romana destinato ad area cimiteriale e prima ancora importante crocevia tra i vari assi di percorrenza urbana ed extraurbana. Nonostante le piogge torrenziali rendano improbo il lavoro dell’équipe di giovani archeologi, i ritrovamenti continuano ad aggiungere nuovi particolari al puzzle della storia di Turris. Asportata la fase più superficiale delle sepolture monumentali appartenenti al VI e VII secolo, sotto la necropoli affiorano le strutture di epoca classica. Sono stati scavati strati con fortissimi segni di cenere, indice di un continuato riutilizzo umano nel corso dei secoli e una quantità sbalorditiva di ceramiche. In alcuni casi si possono ipotizzare strutture relative ad attività artigianali che si innestano sulle strutture più antiche. C’è poi una fase di passaggio dove la necropoli si è sovrapposta a fasi di riutilizzo e spoliazione con asportazione di blocchi utilizzati per altre strutture, e porzioni di edilizia pubblica di età classica legata al porto. «Ci stiamo avvicinando alle fasi di abbandono e ancor prima asportazione e riutilizzo - afferma Antonella Pandolfi -: quando scenderemo alle fasi di fondazione potremo datare il tutto con maggiori certezze». Dato da sottolineare è la scoperta di porzioni di strutture molto imponenti risalenti all’età classica. «Contemporaneamente si continua a scavare la necropoli documentando tutto e valutando l’insediamento antropico, lavorando sulle datazioni nelle aree in cui era previsto lo scavo» continua la coordinatrice. Il particolare più interessante è per la scoperta in una trincea di una platea di fondazione in blocchi di calcare di notevoli dimensioni da ricondurre a strutture di carattere pubblico di grandi dimensioni ed eccezionale interesse. I lavori termineranno, salvo variazioni al progetto originario che prevede verde pubblico e parcheggi, prima di Natale, ma lasciare che l’area sia vittima di una nuova violenza dopo quella degli anni ’20-’30 relativi alla costruzione della ferrovia, sarebbe un’ulteriore imperdonabile atto di masochismo.

Sorpresa a Malagrotta, oltre alla discarica una fattoria di 3.500 anni fa

Sorpresa a Malagrotta, oltre alla discarica una fattoria di 3.500 anni fa
CARLO ALBERTO BUCCI
MERCOLEDÌ, 17 DICEMBRE 2008 LA REPUBBLICA - Roma

Un set completo di pentole ritrovato in una cava con tanto di leccornie ancora dentro, ma mummificate perché cucinate da una massaia di 3.500 anni fa. Oppure una capanna giunta sino a noi "sigillata", ossia con tanto di tetto e travi, «uno di molti insediamenti agricoli rinvenuti al confine tra il territorio di Veio e Roma», dice l´archeologa della soprintendenza statale Daniela Rossi. Che cita anche le decine di resti di ville e di necropoli romane sull´Aurelia. A Malagrotta, insomma, non solo abusivismo e "monnezza". Ma, nonostante la montagna della discarica, una storia antica sopravvissuta al degrado.

lunedì 15 dicembre 2008

La Sfinge. L'ultima ricerca di una équipe inglese la testa fu rimodellata nel corso dei secoli

La Repubblica 15.12.08
La Sfinge. L'ultima ricerca di una équipe inglese la testa fu rimodellata nel corso dei secoli
Da leone a uomo così cambiò volto
Ma secondo l'archeologia ufficiale le nuove ipotesi non sono ancora suffragate da evidenze incontestabili
di Luigi Bignami

Due nuove ipotesi rilanciano il mistero della Sfinge di Giza. Nota da sempre per il suo volto umano e il corpo leonino e per essere stata costruita circa 4.500 anni fa, in realtà potrebbe essere stata modellata nella roccia almeno qualche secolo se non addirittura 1.500 anni prima, e il volto originario sarebbe stato quello di un leone. Questo sostiene un gruppo di ricercatori dopo aver eseguito accurati rilievi, durati diversi anni, sul corpo della più enigmatica delle sculture. Colin Reader della Manchester Ancient Egypt Society, uno dei geologi leader nella ricerca, sostiene che solo ipotizzando un´età di almeno un paio di secoli superiore si può spiegare l´erosione visibile sul corpo della Sfinge. In sostanza essa non fu realizzata subito dopo la costruzione delle Piramidi, ma prima, molto prima. «A sostegno della mia ipotesi vi è il fatto che nell´area di Giza sono stati trovati resti di palazzi che dimostrerebbero che vi era un´intensa attività umana di molto antecedente alla costruzione delle Piramidi», sostiene Reader.
L´ipotesi va a dar man forte a quella già proposta alcuni anni fa dal geologo Robert Schochdel College of General Studies di Boston, il quale però aveva ipotizzato che il monumento fosse molto più antico di quel che si pensava. Tesi avvalorata dal fatto che alcune forme di erosione presenti sul corpo del monumento potrebbero essere state prodotte solo da prolungati periodi di pioggia. E poiché l´ultimo periodo di forti precipitazioni in Egitto terminò tra il tardo quarto millennio avanti Cristo e l´inizio del terzo millennio a. C. secondo Schoch questo significava che la data di costruzione della Sfinge era da collocarsi tra il quinto e il quarto millennio a. C.. Tradotto: circa 1.500 anni prima della data considerata reale.
Accanto a Schoch e Reader un altro studioso, il geologo David Coxill, dipendente dal dipartimento nazionale britannico, è giunto recentemente a sostenere che la Sfinge è più vecchia di quanto ritenuto, anche se la sua ipotesi è più conservativa rispetto a quella di Schoch, in quanto spinge indietro nel tempo la nascita della Sfinge di soli due o tre secoli.
Reader comunque sostiene anche un´altra tesi controcorrente e cioè il fatto che il volto originario della Sfinge non fosse quello che possiamo osservare ai nostri giorni. «Esso - sostiene Reader - doveva essere quello di un leone». In realtà altri ricercatori sostengono l´ipotesi di Reader perché il corpo della Sfinge e la testa sono enormemente sproporzionati e questo non sarebbe stato di gradimento per un faraone. «Non ci sono dubbi che la testa originaria doveva essere del tutto diversa rispetto a quella che si osserva e questo per una questione di proporzioni», ha spiegato lo storico d´arte Jonathan Foyle che ha seguito i lavori di Reader. La statua è lunga 73 metri, mentre l´altezza massima della testa si aggira intorno ai 20 m. Fu Cheope, secondo Reader, a rimodellare il volto trasformandolo da leonino a sua immagine o come vogliono alcuni storici, il figlio di questi, Djedefra, a lui succeduto.
Il motivo per cui i più antichi egizi si impegnarono nel realizzare una simile opera scultorea stava nel fatto che il leone possedeva un simbolo di potenza superiore a quello del volto umano. E la possibilità di incontrare leoni nella piana di Giza era notevole, perché circa 5.000 anni fa il loro numero in quella località era certamente imponente.
Queste ipotesi comunque, pur suffragate da alcuni dati di valore, non sono, al momento, ritenute sufficientemente corpose da far cambiare l´età della Sfinge da parte dell´archeologia ufficiale. Quel che è certo è il fatto che una volta che la necropoli cui apparteneva fu abbandonata la Sfinge venne ricoperta dalla sabbia fino alle spalle. Venne completamente strappata al deserto solo nel 1886, grazie al lavoro finale di Gaston Maspero, e fu interamente visibile al pubblico a partire dal 1925.

giovedì 11 dicembre 2008

Un pozzo, presumibilmente risalente ad età medioevale, scoperto nell'area Castello

Un pozzo, presumibilmente risalente ad età medioevale, scoperto nell'area Castello
La Provincia Como, 9-XII-2008

LURAGO MARINONE (m. cl.) Un pozzo, presumibilmente risalente ad età medioevale, scoperto nell'area Castello. Un rinvenimento del tutto casuale, nel corso dei sondaggi eseguiti in otto punti del parco che circonda il municipio, per verificare eventuali presenze di interesse archeologico. Il Castello - a suo tempo ristrutturato e attualmente sede degli uffici comunali - risale all'Ottocento. In prospettiva dei lavori di riqualificazione dell'area - su richiesta della Soprintendenza per i beni
archeologici - scavando, sono stati trovati reperti a dir poco sorprendenti.
Il più significativo: una cisterna lunga sette metri e larga due metri. «È un pozzo in mattoni, con il soffitto con volte a botte, pieno d'acqua e perfettamente funzionante - spiega il sindaco Alessandro Vesco -.
Apparentemente è di ottima fattura, presumibilmente risalente al 1500 circa. Sicuramente un reperto del genere a Lurago Marinone era impensabile da scoprire, senza l'occasione degli scavi in vista della riqualificazione dell'area Castello». Una così importante testimonianza del passato sarà
valorizzata: «L'idea è di rendere il pozzo visibile al pubblico, con una struttura di vetro che permetta di apprezzarne la fattura. In considerazione poi del fatto che è funzionante, all'occorrenza potrebbe essere anche utilizzato in caso di emergenza o per irrigare il parco dell'area Castello».
La cisterna non è l'unico reperto rinvenuto: «Sono stati trovati una specie di colonna probabilmente di epoca medioevale, un tratto di muratura presumibilmente risalente ad età medioevale-post medioevale e, nei pressi dell'entrata sud, un tratto di muro riferibile a una recinzione della
proprietà precedente l'attuale ottocentesca - aggiunge il sindaco - Tale muratura, che documenta la presenza di un sagrato più ampio di quello esistente, anche se ridotto rispetto a quello in progetto, dovrà essere conservata. In fase di progetto definitivo terremo conto della conservazione e valorizzazione dei reperti rinvenuti nell'area Castello».


09/12/2008

sabato 6 dicembre 2008

Tra le città morte - I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?

A.C. Grayling
Tra le città morte - I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?
Longanesi, 2006, Milano. Formato 21 xl 4cm, 432 pagine più 16 pagine di eventuali foto o notegrafie b/n.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, le forze aeree di Stati Uniti e Gran Bretagna attuarono massicci bombardamenti sulle città di Germania e Giappone, culminati nella distruzione di Amburgo, Dresda, Hiroshima, Nagasaki e Tokyo. L’autore, filosofo inglese di grande fama, si pone un quesito importante: tale offensiva fu realmente giustificata dalle necessità belliche o fu invece un crimine contro l’umanità?
Oggi, a distanza di settant’anni da quei tragici eventi, queste domande caratterizzano una delle ultime controversie legate a quel conflitto, sebbene esse si fossero affacciate già allora nella mente di molti, in relazione ad una strategia che ebbe come obiettivo quello di colpire città e popolazioni civili nemiche con ordigni incendiari e bombe atomiche.
I discendenti di coloro che morirono sotto gli attacchi chiedono ragione del perché ditali azioni ai discendenti di coloro che si resero responsabili ditale scelta, ed è doverosa una risposta perché, come dice l’autore, “la storia deve essere raccontata correttamente prima che si tramuti in leggenda e finisca in un eccesso di semplificazione” con il passare degli anni.
Questo libro, che è insieme una documentatissima ricerca storica e un’incalzante analisi etico-giuridica, cerca di dare alcune risposte definitive, in qualche caso scomode, ma utili per capire il mondo di ieri e di oggi.
Buona la dotazione fotografica, con immagini d’epoca significative e sconvolgenti.
LL
Da “Rid- Rivista Italia Difesa”, febbraio 2007, pagina 8

venerdì 5 dicembre 2008

L'AQUILA - Gli scavi fanno tornare alla luce strada di epoca normanna

L'AQUILA - Gli scavi fanno tornare alla luce strada di epoca normanna
m.c.
Il Centro 04/12/2008

L’AQUILA. Risale a prima della fondazione della città e potrebbe essere la testimonianza di un insediamento urbano di origine normanna nel territorio aquilano. Si tratta della strada “inghiaiata” rinvenuta all’esterno, lungo il lato nord del complesso di San Domenico, e il suo ritrovamento permette agli esperti di avanzare l’ipotesi che il capoluogo abruzzese fosse abitato già tra l’XI e il XII secolo. Il ritrovamento è venuto alla luce durante lo scavo condotto dalla cattedra di Archeologia medievale dell’università, appena fuori il perimetro dell’ex carcere. «Si tratta di una via con ampia carreggiata, di età normanna, precedente alla fondazione della città (1254)» spiega Fabio Redi , direttore dei lavori. «E’ una delle pochissime testimonianze di un insediamento nella zona risalenti a questo periodo». Al margine della strada è stata rinvenuta anche una buca granaria: una sorta di dispensa che probabilmente apparteneva ad un’abitazione normanna e che testimonierebbe, per l’appunto, la presenza di uno stanziamento urbano. «Già lo scorso anno abbiamo trovato resti di questo periodo nel complesso del convento di San Basilio (sede ora di un centro congressi dell’università): è dunque ipotizzabile che la città fosse abitata ancor prima della sua costruzione e che prima di quello federiciano esistesse un altro insediamento, probabilmente costituito da un insieme di villaggi» continua ancora Redi. «Questo spiegherebbe anche la straordinaria estensione delle mura della città. Queste, con molta probabilità, servivano a unire i vari insediamenti, oltre che a proteggerli».

martedì 25 novembre 2008

Le violenze perpetrate dai soldati dell’Armata Rossa taciute e rimosse per 60 anni

l’Unità 25.11.08
Nelle sale tedesche «Anonyma» tratto dal diario dell’epoca d’una giornalista
Le violenze perpetrate dai soldati dell’Armata Rossa taciute e rimosse per 60 anni
1945, i due milioni di stupri che misero fine alla guerra
di Gherardo Ugolini

Un gioco di veti incrociati ha coperto la tragedia di massa di cui, alla sconfitta, furono protagoniste in Prussia orientale le cittadine del Reich. Ora il film di Max Färberböck l’ha imposta all’attenzione di tutti.

BERLINO. Quante furono le donne tedesche violentate dai russi negli ultimi mesi di guerra? Secondo gli storici, se si considera l’intero territorio della Prussia orientale, la regione di confine dove l’Armata Russa sfondò già nel dicembre del 1944, le donne vittime di stupro furono circa 2 milioni, gran parte delle quali ammazzate direttamente dai soldati che le violentarono o morte per le conseguenze della violenza (spesso compiendo suicido). Un dramma collettivo dalle proporzioni mostruose, sul quale per decenni è caduto un muro di silenzio. Nella Ddr il tema è stato esorcizzato fino all’ultimo per ovvie ragioni di opportunità politica: non si poteva parlare dei soldati sovietici se non in termini apologetici di liberatori. Allusioni agli stupri di guerra erano ammesse ma solo sottolineando che si era trattato di pochi episodi isolati dovuti al cattivo comportamento di qualche soldato ubriaco che aveva disatteso le consegne delle autorità militari. Ed era d’obbligo ricordare che i tedeschi della Wehrmacht pochi mesi prima avevano violentato le russe in misura incomparabilmente superiore. Ma anche all’Ovest si è preferito per decenni far cadere il silenzio su quella tragedia, in parte per un senso di vergogna che coinvolge la biografia dell’intera nazione, in parte per un principio di «colpa collettiva» introiettato in misura più o meno consapevole da molti, e in parte anche per non danneggiare i rapporti politici con l’Urss e poi con la Russia.
Ora questa rimozione sembra essere finita. A riproporre la vicenda delle violenze dei russi sulle donne tedesche è arrivato un film uscito sugli schermi tedeschi a fine ottobre. Si intitola Anonyma. Eine Frau in Berlin e l’ha girato Max Färberböck basandosi sul diario di una giovane giornalista tedesca trovatasi a vivere a Berlino nelle settimane tra il 20 aprile e il 22 giugno del 1945. L’attrice Nina Hoss interpreta il ruolo della protagonista sullo sfondo degli ultimi giorni di guerra: l’assedio sovietico della capitale, la resistenza a oltranza ordinata dal Führer, l’arrivo dei carri armati dell’Armata Rossa fino alla capitolazione del Reich. La pellicola illustra la pena di sopravvivere in una città distrutta, la difficoltà di trovare cibo, la vita nascosta negli scantinati. Rievoca anche la grande paura che serpeggiava a Berlino nei confronti dei Russi, descritti dalla propaganda nazista come mostri crudeli e selvaggi. E racconta naturalmente anche degli stupri di massa compiuti dai soldati vincitori.
PERSONA O BOTTINO?
Finché la protagonista, che anche nel film non ha nome, per puro spirito di sopravvivenza decide di lasciarsi prendere come bottino di guerra da un ufficiale dell’esercito nemico (Evgeny Sidikhin) così da garantirsi la sussistenza materiale ed un minimo di protezione. Tra i due nasce un sentimento che potrebbe essere definito d’amore, se non ci fosse a dividerli la barriera dei diversi schieramenti: lui uno dei colpevoli, lei una delle vittime. Il film di Färberböck racconta tutto questo in modo sobrio e disincantato, senza rabbia, vittimismi e neppure moralismi. Questo film è un’ennesima testimonianza di quella tendenza che da un po’ di tempo si è fatta avanti nella storiografia tedesca e con essa anche nella percezione comune della gente. La parola d’ordine è: indagare a tutto campo su eventi considerati fino agli anni Novanta un tabù, in particolare sulle sofferenze patite dalla popolazione civile tedesca durante la seconda guerra mondiale. Un tempo parlare dei tedeschi come «vittime» piuttosto che come «carnefici» poteva costare l’accusa di nostalgia verso il passato nazista o di revisionismo destrorso. Adesso non più. Così abbiamo visto il dolore dei cittadini di Dresda, caduti sotto le bombe alleate nel febbraio 1945, così come il dramma dei profughi tedeschi costretti dopo la guerra a lasciare i paesi di residenza (Sudeti, Slesia, Pomerania). Sovente è stato il cinema il veicolo più efficace nel raccontare queste pagine dolorose della storia. E in questa serie rientra anche la questione degli stupri di massa compiuti dai soldati dell’Armata Rossa.

domenica 23 novembre 2008

CAMAIORE. Salgono a 45 gli scheletri sotto la piazza

CAMAIORE. Salgono a 45 gli scheletri sotto la piazza
Marco Pomella
SABATO, 22 NOVEMBRE 2008 IL TIRRENO - Viareggio

A giorni il responso degli esami per la datazione dei reperti

Per gli archeologi che stanno rinvenendo tutti i giorni reperti è quasi una corsa contro il tempo. La prossima settimana - dieci giorni al massimo - i lavori per il piastrellamento di piazza Diaz si sposteranno e riguarderanno la sezione oggi al vaglio degli esperti e, a quel punto, gli scavi saranno ricoperti. E con loro quello che, forse, poteva essere portato alla luce.
Gli esperti sono la dottoressa Francesca Anichini, la direttrice del museo Stefania Campetti, gli archeologi Elisa Bertelli, Luca Parodi e Alessandra Del Freo e l’antropologa Giuliana Pagni.
Gli ultimi due “ritrovamenti”, mercoledì pomeriggio. Due scheletri, perfettamente conservati. Due maschi adulti, uno di venti anni, l’altro di una cinquantina, alti un po’ più di un metro e settanta. Due scheletri, che portano a 45 il numero complessivo di cadaveri rinvenuti lì sotto dalla prima “scoperta”, a fine estate. Uomini, donne e anche molti bambini. Datarli è difficile. Sicuramente, sono di epoca medievale. Tra una quindicina di giorni arriveranno i risultati delle analisi al carbonio dei campioni di osso. Per una datazione precisa. E’ quasi certo, però, che i 45 scheletri risalgono ad epoche diverse tra loro. Erano, infatti, disposti su più livelli. Impossibile dire a che strato sociale appartenessero: con loro, nelle tombe scavate direttamente nel terreno e ricoperte da terra senza alcuna bara, non è stato rinvenuto, né una ceramica, né un documento. Solo, in un caso, alcuni bottoni. Che, però, non sono d’aiuto per capirne molto di più.
Sotto piazza Diaz c’è, però, anche dell’altro. Mercoledì, insieme ai due scheletri, sono emersi anche due pilastri. E una parte di un muro, su cui poggia il primo scalino della chiesa di San Michele (che risale ad un’epoca vicina all’anno 1.000; il primo documento che la cita è del 1.180).
«Non possiamo dire - spiegano i ricercatori impegnati negli scavi - se e in che modo la struttura sia legata, sia alla chiesa, che alla sepoltura di quella gente».
Per capirlo bisognerebbe trovare qualcos’altro. Ma ormai di tempo ne rimane poco.
La prossima settimana, infatti, i lavori per la riqualificazione della piazza si sposteranno nell’area degli scavi.
«A meno che - dice l’assessore ai lavori pubblici Mauro Santini - qui sotto non si trovi qualcosa di clamorosamente importante. Purtroppo, questi scheletri senza altri reperti d’intorno sono di scarsa importanza».
Gli archeologi sperano allora di poter trovare qualcosa che riesca meglio a spiegare anche la nascita della chiesa di San Michele nell’altro lato della piazza, quello ancora non interessato dai lavori.
«Se, dopo la bonifica della zona, si scoprisse qualcosa di importante - afferma Santini - potremmo, da quella parte, garantire anche più tempo per gli scavi. Perché lì non ci sarà piastrellato, ma sarà realizzata un’aiuola. Ma non perderemmo tempo, se si trattasse solo di scheletri».

giovedì 20 novembre 2008

Sulle tracce di Erode

La Repubblica 20.11.08
Sulle tracce di Erode
Nuove scoperte: ritrovati la tomba e il sarcofago a colloquio con lo studioso Ehud Netzer
Tra archeologia e politica

National Geographic Magazine pubblicherà un servizio sulle ricerche dell´archeologo Ehud Netzer: la rivista sarà in edicola a partire dal 29 novembre. In programma anche un documentario su National Geographic Channel (il 7 dicembre alle 22, canale 402 di Sky).

È molto probabile che la strage degli innocenti sia una leggenda senza basi storiche
"I Palestinesi negano l´esistenza dell´antico tempio di Gerusalemme e vietano gli scavi"

ROMA. Erode, al suo nome non c´è chi non inorridisca: da Giotto a Beato Angelico, Guido Reni o Poussin hanno immaginato in molti modi diversi la sua "Strage degli innocenti" narrata nel Vangelo di Matteo, l´omicidio di tutti i bambini appena nati ordinato dal despota quando seppe che i Re Magi stavano cercando un neonato davvero speciale, il futuro Re dei Giudei. Eppure non c´è evidenza storica di quegli assassinii. Nessuna cronaca ne parla. E Erode (73 - 4 a. C.), prima Governatore e poi, dal 37 a. C., re della Giudea per incarico dei Romani, emerge dalle ricerche sì come un tiranno spietato e sanguinario (fece uccidere una delle sue numerose mogli, la più amata, Marianne, il cui ricordo continuò a tormentarlo tutta la vita, e tre figli che pensava stessero tramando contro di lui), ma soprattutto come un geniale costruttore, l´ideatore di opere ambiziose e estreme che cambiarono il paesaggio di Israele.
Parliamo dell´ardita reggia di Masada alzata su tre spericolate terrazze sotto cui si apre l´abisso del deserto e del Mar Morto, teatro di una delle ultime difese degli ebrei che infine si suicidarono pur di non consegnarsi ai romani, o dell´ammodernamento del porto di Cesarea per il quale fu progettata una inedita barriera di cemento subacqueo su cui innalzò maestosi colonnati. Suo fu anche l´ampliamento del Tempio di Gerusalemme, eretto da Salomone nel X secolo a. C., poi distrutto dai babilonesi nel 586 a. C. e ricostruito circa 50 anni più tardi: lavoro grandioso, iniziato fra il 20 e il 19 a. C., per il quale fece imparare l´arte muraria a mille sacerdoti, gli unici a poter entrare nelle parti più sacre del complesso circondato dalla cinta esterna (ne faceva parte il famoso Muro del Pianto dei nostri giorni), un´opera dovuta anche al desiderio di essere accettato dai sudditi che non lo consideravano uno di loro sia perché aveva una madre non ebrea, ma soprattutto perché si era alleato con Roma.
Ma se oggi descriviamo questa figura storica di cui Giuseppe Flavio ha tanto narrato nelle Antichità giudaiche, è perché tra le sue creazioni monumentali, ce n´è una particolare, l´Herodion, rimasta a lungo quasi misteriosa, una cittadella che porta il nome del suo costruttore eretta sulla cima di una collina fatta come un cono spezzato a 13 km da Gerusalemme, nel mezzo del deserto: sui suoi resti si accanisce da 36 anni un archeologo israeliano con una forte base di studi architettonici, Ehud Netzer, che proprio ieri ha annunciato nella capitale israeliana le ultime scoperte.
Innanzitutto il perfezionamento di ciò che ha cercato a lungo: l´individuazione della tomba e il ritrovamento del sarcofago rosa finemente istoriato del Re (ritrovato nel 2007 e ora ricostruito per circa il 35 per cento), pietre ridotte in centinaia di frammenti dagli ebrei che, durante la prima rivolta contro Roma, nel 66 d. C., lo distrussero per risentimento contro l´alleato del nemico. Accanto c´erano altre due tombe, bianche (una ornata e l´altra no) ricomposte adesso all´80 per cento, semplicemente buttate di sotto da quella che si è rivelata la base del mausoleo. Sono emersi resti ossei? No. Iscrizioni? «Non ce ne sono, ma nelle tombe ebraiche di allora è la norma. La tomba rosa, ne sono sicuro al 98 per cento, è di Erode; le altre due, databili allo stesso periodo, possono appartenere a una delle sue mogli, forse alla madre di Archelao e Antippa, Malthace. Forse alla prima amatissima congiunta, Marianne. Forse, alla seconda sposa di Archelao, Glaphyria», spiega Netzer anticipandoci i contenuti della conferenza stampa a Gerusalemme: settantaquattrenne imponente, due giorni fa era di passaggio in Italia.
«Ora che ne ho intuito gli assi e i singoli monumenti, capisco che la concezione di Herodion è eccezionale: basta pensare che il magazzino per il cibo è grande quasi come tutta Masada. L´intera struttura, di 20 ettari, fu voluta e pensata quale scenografia dei propri funerali, con mausoleo, giardini, cittadella monumentale e palazzo annesso», prosegue. «Tutto cominciò quando alla base della collina, alcuni anni dopo la Guerra dei Sei Giorni, trovai una grande vasca, un colonnato, dei giardini. Il terreno fu trasformato in un parco nazionale. Continuai gli scavi. C´era una grande piattaforma lunga 365 metri: poteva essere un ippodromo, ma era larga solo 30 metri. Non era chiaro di cosa si trattasse. Proseguivo, cercavo il mausoleo e la tomba, perché Giuseppe Flavio aveva descritto per filo e per segno le faraoniche esequie di quel re». Niente da fare: ogni volta Netzer si sentiva sul punto di arrivo, ma non era vero. Come le tre volte che vennero alla luce delle grandi pietre istoriate che si dimostrarono sì di periodo erodiano, ma riutilizzate per tre chiese bizantine.
I lavori, per di più, dovevano interrompersi spesso e a lungo, con la Prima Intifada e il terrorismo, dall´87 al ´97, e poi con la seconda, dal 2000 al 2005. Lavorare era troppo pericoloso. Chiediamo a Netzer se i palestinesi contestassero gli scavi, ma «no» risponde lui, «sul fatto che Erode sia storia, non hanno niente da dire visto che era di madre nabatea, non ebrea. Ma il periodo era poco propizio per scavare così isolati nel deserto come eravamo. Sono invece molto preoccupato del fatto che i palestinesi neghino l´esistenza dell´antico Tempio di Gerusalemme: è incredibile, non c´è archeologo, di qualsiasi religione o provenienza egli sia, che abbia dei dubbi a proposito. Eppure dal 2000 sostengono questa assurda teoria, che sotto la Spianata delle moschee non ci sia mai stato il Tempio, un´affermazione tutta politica, volta a degiudaizzare Gerusalemme, a non riconoscerne il profondissimo legame con gli ebrei e, alla fine dei fatti, la legittimità di Israele. Non ci fanno studiare il sottosuolo della Spianata, mentre loro ci lavorano, e sembra che gettino quella terra così preziosa per capire il passato».
Andiamo avanti con l´Herodium. Netzer trovò un mikveh, un bagno rituale, un ambiente che spesso si trova vicino anche alle tombe ebraiche, perché dopo una visita ai morti bisogna purificarsi. Fu individuato anche un Triclinium, un grande luogo dove sostare, come c´è a Petra. «Nel 2007, capimmo che la collina era artificiale solo in parte, in quella superiore: prima la costruzione rotonda in vetta, il palazzo, era visibile in tutta la sua altezza da Gerusalemme. Poi, solo 2 o 3 anni prima della morte, Erode decise di alzare la terra intorno, e farne un monumento interrato fino ad un certo punto, un´idea simile a quella di Augusto o di Adriano».
C´è anche la lunga scala, citata da Flavio Giuseppe. Stretta nella parte alta, verso la cittadella, ma larga tra lo slargo e il mausoleo a metà collina, adatta insomma a farci passare una processione: «Quello che all´inizio mi era sembrato un ippodromo non era altro che il luogo di raduno delle truppe e delle genti che avrebbero dovuto formare il corteo funebre salendo fino alla tomba». Una scenografia degna di un kolossal, che terminava nel mausoleo non enorme ma di tutto rispetto di cui vennero infine trovate le basi: le pietre indicano che fosse alto 25 metri, istoriato, un quadrato con lati di 8,7 metri, con al centro un colonnato rotondo e una cupoletta conica in cima. Del complesso erodiano fa parte anche un teatro per 750 persone venuto alla luce proprio negli ultimi mesi: in alto sulla platea, una loggia di circa 7 metri per 8, ornata di dipinti e stucchi murali di tipo pompeiano, ricchi di colori, arancioni, celesti, verdi, con fregi, alberi e animali (ma il restauro non è ancora visibile): «un fatto inedito nelle costruzioni ebraiche, che non ammettono arte figurativa. Sono certo che Erode fece venire la mano d´opera dall´Italia. E sono anche sicuro che sia del 15 a. C. circa, e ciò dimostra come allora l´Herodion fosse pieno di vita: forse gli spettacoli del teatro furono organizzati proprio per la visita di Marco Agrippa».
Resta un interrogativo di fondo. Bisogna capire perché Erode volle un complesso tanto imponente in pieno deserto. «Perché nel 40 a. C. era stato il luogo di una battaglia per lui decisiva. Gerusalemme stava per essere conquistata dai Parti: di notte Erode riuscì a fuggire nel silenzio verso Masada portandosi dietro ben 5000 uomini. Inseguito non si sa bene se dai Parti o dagli ebrei o da tutti e due, mentre marciava vide sua madre cadere da un carro, la prese per morta. Voleva uccidersi, ma sopraggiunsero i nemici. Si batté, vinse, ricoverò la madre poi sopravvissuta e i suoi uomini a Masada. Poi fece una scelta fondamentale, andò a Roma dove ottenne la protezione del Triumvirato. Dopo tre anni sarà Re della Giudea».
Una vita dedicata a Erode. Netzer è più che soddisfatto di avere tra le mani quel sarcofago rosa, la tomba del Re, di aver capito il disegno sontuoso di Herodium con il palazzo e l´assetto monumentale per il corteo funebre e il riposo eterno. Qualcosa che doveva continuare a portare il nome di Erode dopo la sua morte. «Ma non ho una passione per lui. Lo ammiro per le sue realizzazioni. Ha fatto cose eccelse, come un architetto moderno: con una logica ferrea, dove ogni elemento ha una funzione».

lunedì 17 novembre 2008

L’antica Kroton in mostra

L’antica Kroton in mostra
15-11-2008 - IL GIORNALE DI CALABRIA

I tesori dell’antica città magno greca alla XI edizione della Borsa Mediterranea del turismo di Paestum

I tesori dell’antica Kroton sono in mostra all’XI edizione internazionale della Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum. Fino al 16 novembre la città di Crotone, per iniziativa dell’assessorato comunale ai Beni culturali, è presente con un proprio stand all’esposizione più autorevole ed internazionale, carica di valenze importanti per un settore strategico del nostro Paese, ed in particolare dell’area crotonese, come il turismo archeologico e culturale. “Il Comune di Crotone - è scritto in una nota - si presenta, all’interno di una vetrina così importante, con l’intento di divulgare e far conoscere ad un numero sempre maggiori di visitatori il suo immenso patrimonio artistico, archeologico, culturale. La Borsa di Paestum, in questo senso, con i suoi 16 mila metri quadri di area espositiva e 8500 visitatori, rappresenta un’opportunità davvero unica per promuovere il territorio di Crotone”. “Per Crotone - ha spiegato Stefania Mancuso, archeologa, docente di Metodologia per la valorizzazione dei Beni archeologici all’Unical, e coordinatrice del centro Heracles, struttura operativa dell’Unical - pensare alle opportunità di sviluppare le proprie risorse archeologiche è un percorso naturale. Tutto quello che bisogna fare adesso è promuovere il patrimonio archeologico crotonese esistente. È un sito in cui si è scavato molto ma che si conosce ancora poco”. L’assessore comunale ai Beni culturali, Giovanni Capocasale, si è mosso da tempo per valorizzare i tesori archeologici della città. “Abbiamo attivato una collaborazione con il centro Heracles, la cui responsabile scientifica è Giovanna De Sensi - ha spiegato Capocasale - proprio per valorizzare il patrimonio storico archeologico di Crotone. La partecipazione alla Borsa mediterranea del turismo archeologico rientra tra queste attività avviate”. Ieri pomeriggio la Borsa è stata ufficialmente inaugurata dal governatore della Regione Campania, Antonio Bassolino. Lo stand di Crotone è stato letteralmente preso d’assalto - riferisce l’amministrazione - dai visitatori che hanno apprezzato tutto il materiale messo in mostra. “Abbiamo puntato - ha ricordato Capocasale - a sottolineare la forte identità tra la città e la figura di Pitagora, presentando un prodotto multimediale sul filosofo di Samo che ha riscosso grande apprezzamento tra il pubblico per la sua valenza culturale e tecnologica”. “Siamo molto soddisfatti dell’iniziativa - ha osservato Vincenzo Scalera, dirigente del settore Beni culturali del Comune di Crotone - che serve a rilanciare la nostra città. Della Calabria siamo presenti alla Borsa solo noi di Crotone con uno stand ed i comuni di Squillace e Soverato”. La Borsa mediterranea del turismo archeologico è un’iniziativa promossa e coordinata dalla Provincia di Salerno e dall’Assessorato Turismo e ai Beni Culturali della Regione Campania con il sostegno del Mibac e dell’Iccrom Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali, ideata e organizzata dalla Leader sas, quest’anno potrà vantare anche la prestigiosa collaborazione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo. Paese Ospite ufficiale, quest’anno, è il Perù, con il sito di Machu Picchu. Gli espositori che partecipano alla Borsa sono in tutto 200.

Al Colosseo, storie di statue rubate e rientrate in Italia

Al Colosseo, storie di statue rubate e rientrate in Italia
Lauretta Colonnelli
Corriere della Sera (Roma) 16/11/2008

C`è una vicenda rocambolesca dietro la maggior parte delle sessanta
opere esposte al Colosseo fino al 15 febbraio nella mostra «Rovine
e rinascite dell`arte in Italia», promossa dal Comitato nazionale
per le celebrazioni dei centenario del primo regolamento di tutela, varato nel 1909.
I progressi compiuti in difesa del patrimonio artistico vengono illustrati attraverso statue, anfore, bassorilievi, dipinti. Come la splendida tela che raffigura il ritratto di «Antea» e che fu dipinta dal Parmigianino nel 1535. Oggi si trova nel Museo di Capodimonte a Napoli, dove è tornata nel dopoguerra. Era tra le opere che dal deposito di Montecassino furono inviate a Berlino dai paracadutisti della Divisione Goering, poi confluite nel rifugio della miniera di sale di Alt-Aussée dove furono trovate dagli americani che le radunarono infine a Monaco di Baviera. Tra queste c`era anche la statua dell`Apollo Citarista, un bronzo a grandezza naturale, copia del I secolo a.C. da un originale greco attribuito da alcuni a
Hegias, maestro di Fidia.
Ma ci sono statue che testimoniano di razzie più antiche, come quella
della Venere de` Medici, ritrovata nel '500 a Roma e trasferita agli Uffizi di Firenze. Piaceva tanto a Napoleone e venne nascosta a Palermo per salvarla dalle bramosie dei francesi.
Questi riuscirono comunque a impossessarsene per via diplomatica e la trasferirono al Louvre. A Firenze, per colmare il vuoto lasciato
dalla dalla statua, si incaricò inizialmente Canova di eseguirne una copia, ma poi si preferì acquistare una sua creazione, la Venere Italica, e visto che la Toscana era stata trasformata in un dipartimento dell`Impero francese fu poprio Napoleone a pagare allo scultore 24mila franchi. Finalmente, nel 1815, la Venere de` Medici tornò agli Uffizi.
Quello delle copie eseguite per sostituire gli originali o per ingannare i collezionisti è un altro capitolo avvincente, di cui la mostra offre episodi notevoli. Se Foscolo definì la Venere antica (quella dei Medici) «una bellissima dea» e quella di Canova «una bellissima donna», per celebrare il lavoro dello scultore ottocentesco, non meno stupefatti si rimane davanti a certe opere di artigiani falsari. A questo proposito, per chi volesse destreggiarsi tra i falsi nell`arte e nell`antiquariato, consiglio il bel libro uscito in questi giorni, intitolato «Falsi. Come riconoscerli» (ed.Bracciali). L`autore è Marco Cerbella, artista ed ex falsario
(uno dei più abili dei nostri giorni). Un esempio eclatante di quanto
si può essere bravi in questo campo è quello della statua della
cosiddetta «Artemide Marciante». Al Colosseo ne sono epsoste due copie, una a fianco dell`altra. La prima, originale, fu ritrovata nel 1994 nel corso di scavi clandestini presso Caserta, ceduta a trafficanti svizzeri che cercarono di venderla in Giappone e negli Stati Uniti. Dopo un incredibile numero di passaggi di dogana, possibili evidentemente grazie alla copertura di organizzazioni
criminali, i malviventi, messi alle strette dai Carabinieri, fecero
trovare ad Avellino una copia quasi perfetta della statua eseguita da un artigiano romano di arte funeraria. Non essendo riusciti ad ingannare gli esperti, furono infine costretti a far rientrae in Italia l`originale. Resta tuttavia da ammirare la maestria con la quale il marmista è riuscito a rendere i panneggi della tunica,
il movimento del corpo (solo un po` più rigido), l`acconciatura, il
sorriso della dea (solo un po` meno espressivo). A maggior ragione se
si considera che per fare la sua statua l`artigiano ebbe a disposizione solo una fotografia dell`originale.

venerdì 14 novembre 2008

A Pompei rivive un´antica tintoria

A Pompei rivive un´antica tintoria
VENERDÌ, 14 NOVEMBRE 2008 LA REPUBBLICA - Napoli

Nella regio V un gruppo di studiosi tenterà di ripetere il procedimento usato dalle antiche fulloniche

Archeologia viva a Pompei. Dopo aver provato a vinificare con vitigni venuti dal passato, dopo i profumi e le spezie che assaporavano gli abitanti estinti dall´eruzione, sabato si tenta un nuovo esperimento. Nella quinta Regio riapre una "fullonica", l´antica tintoria-lavanderia. A Pompei ce n´erano quattro, in quella più famosa, del tintore Stephanus, si approfittava per fare propaganda a un candidato politico del tempo. Per l´esperimento andrà in funzione una caldaia ricostruita dal Centro studi Jean Berard sul modello di quelle originali che sono arrivate fin qui intatte in alcune tintorie della città antica. L´esperimento si svolgerà sotto gli occhi dei visitatori del sito archeologico: sotto un bacino di piombo verrà acceso un fuoco per riscaldare l´acqua mescolata con allume, coloranti e fibre tessili. La dimostrazione pratica verificherà se la ricostruzione del procedimento a opera degli studiosi funziona.
Non solo archeologia spettacolare: la tintura delle stoffe vuole essere l´evento di chiusura del III Simposio Purpureae Vestes dedicato ai tessuti e alle tinture del Mediterraneo Antico. Il convegno organizzato da Universitat de València, dalla Federico II, Centre Camille Jullian, Centre Jean Bérard, cominciato ieri, prosegue oggi all´ Istituto francese Grenoble. Protagonista la città di Pompei che, prima che il Vesuvio entrasse in azione, era un importante centro di produzione di tessuti, dotata di più di trenta officine destinate alla lavorazione dei prodotti tessili.
Il Centre Camille Jullian che ha sede a Aix-en-Provence, associato al Centre Jean Bérard di Napoli, in collaborazione con la Soprintendenza di Napoli e Pompei, sostiene da diversi anni un programma di ricerca per lo studio di questa particolare attività. Alcune tintorie sono state identificate come "officinae infectoriae": veri e propri laboratori che avevano sviluppato processi tecnicamente evoluti, unendo l´uso di tinture vegetali a quello di mordenti (soluzioni fissanti) di origine minerale, tra i quali soprattutto l´allume estratto dalle miniere dell´arcipelago delle Eolie.
(s. cer.)

lunedì 10 novembre 2008

La leggenda di Giovanna d’Arco

La leggenda di Giovanna d’Arco

La leggenda di Giovanna d’Arco comincia nel momento stesso in cui termina la sua storia, a mezzogiorno del 30 maggio 1431. Alla sua origine non c’è soltanto il soldato inglese che aveva visto l’anima della Pulzella salire in cielo tra volute di fumo e vorticare di faville, oppure l’aiutante del balivo di Rouen, Jean Fleury, che aveva invece sentito dire che in mezzo alla cenere che gli inglesi avevano prudentemente fatto disperdere nella Senna era stato trovato il suo cuore intatto, ancora palpitante di sangue, ma ci sono anche tutti gli ingenui, i visionari, gli increduli, i nemici giurati di ogni evidenza che, quando ancora l’afrore dell’incendio gravava sulla piazza del Vieux-Marché, si erano sforzati di convincere i popolani impietositi che quella a cui avevano assistito era soltanto una terrificante messinscena: fossero accorsi in suo aiuto gli angeli del Signore o gli abili emissari di Carlo di Valois, si fosse liberata dai lacci dietro la spessa cortina di fumo oppure avesse accettato di mandare sul rogo un’innocente sostituta, adesso Giovanna correva libera e salva per le sue campagne di Francia e presto avrebbe fatto riparlare di sé.
E come se, alla prova decisiva della morte, il nodo di contraddizioni che Giovanna aveva rappresentato per tutto il corso della sua breve e straordinaria avventura terrena si sciogliesse e desse vita nella memoria e nell’immaginario popolare a due figure contrapposte e ugualmente eccezionali: quella della santa, che molti francesi avevano cominciato a venerare ancora in vita e che Jean Fleury e il soldato inglese erano pronti a giurare di aver visto morire, e quella della strega, che Merlino aveva annunciato e che gli inglesi non avrebbero mai finito di temere. La prima, malgrado qualche voce di dissenso e qualche pausa d’oblio, non ha fatto che crescere ed ha avuto una sua definitiva consacrazione: dopo essere stata dichiarata venerabile da Leone XIII nel 1894, nel 1909 Giovanna è stata proclamata beata da Pio X e infine santa e patrona della Francia da Benedetto XV nel 1920. La seconda, resistendo alla forza dei fatti e alla perentorietà di inconfutabili smentite, ha avuto momenti di fulgore e continua ad avere periodiche risorgenze.
Giovanni Bogliolo, Giovanna D'Arco, Fabbri Editori, Milano, 2000.
pagine 231-232

giovedì 6 novembre 2008

CAMPOMARINO : ritrovamento di 18 tombe bizantine a Marinelle Vecchie

CAMPOMARINO : ritrovamento di 18 tombe bizantine a Marinelle Vecchie
06/11/2008 il Tempo

CAMPOMARINO «Il ritrovamento delle 18 tombe bizantine nell'area di Marinelle Vecchie riempie d'orgoglio il mondo dell'archeologia regionale». L'Assessore regionale ai Beni Culturali, Sandro Arco, non nasconde la soddisfazione per i risultati della campagna di scavi finanziata dalla Regione Molise, che ha portato alla luce parte di una necropoli bizantina e che potrebbe determinare una nuova «lettura» della storia del Molise.
Il ritrovamento è infatti il primo nella nostra regione a dare testimonianza dell'influenza bizantina nell'area e ad avallare l'immagine dei nostri antenati come popolazioni aperte ai traffici via mare con l'Oriente mediterraneo. «Questa scoperta si attesta tra le più importanti avvenute negli ultimi anni nella nostra Regione», tiene infatti a sottolineare l'assessore, rimarcando un altro dato significativo. «È fondamentale sottolineare che quanto scoperto potrebbe essere soltanto una piccola parte di un ampio insediamento». I dati raccolti dagli archeologi andrebbero infatti a dimostrare rapporti che fino ad oggi erano ipotizzati, ma non confermati. Tra gli oggetti ritrovati, oltre anfore e marmi che testimoniano legami con Palestina, Tunisia, Egitto e con la sponda slava, ce n'è uno davvero interessante. Un'iscrizione cristiana, databile al VI secolo dopo Cristo. «È la terza iscrizione di questo tipo rinvenuta in Molise (le altre sono però del IV-V secolo d.C.), ma rappresenta una rarità in Italia: la maggior parte di esse sono infatti presenti a Roma e non ve ne sono molte altrove», ha spiegato l'archeologo De Benedittis.
Dani.Lo.

martedì 4 novembre 2008

«La necropoli di Chiavari è la più ricca, estesa e antica in Liguria»

«La necropoli di Chiavari è la più ricca, estesa e antica in Liguria»
GIORGIO GETTO VIARENGO*
Il Secolo XIX (Levante) 03/11/2008

CHIAVARI. La prima foto della scoperta della necropoli protostorica che - è notizia di ieri - il Comune vuole "riportare a casa" a Palazzo Rocca apparve sul Secolo XIX nel marzo 1959. L`immagine ritraeva un operaio che prelevava dallo scavo un`urna cineraria, la foto è caratterizzata da colori sbiaditi ed è senza dubbio una delle iconografie più significative della cronaca di quei giorni. Il professor Nino Lamboglia, della Soprintendenza Archeologica della Liguria, diresse le operazioni di scavo e nel 1960 pubblicava un primo studio preliminare. Nell`opera, apparsa nella Rivista di Studi Liguri, esordiva con una frase di grande valore storico e culturale: «L`anno 1959 segna una data memorabile nella conoscenza della protostoria ligure. In pieno centro della città di Chiavari, e in una zona finora vergine e non sospetta di ritrovamenti e di stanziamenti anteriori al Medioevo, è venuta in luce, per un felice caso, la più ricca ed estesa necropoli della prima età del Ferro che finora si conosca nelle Riviere Liguri, ed anche la più antica. E` stato possibile scavarla con assoluto rigore, rilevarne tutte le caratteristiche e ricuperarla per intero». Il lavoro di Nino Lamboglia proseguì sino al 1969 restituendo puntuali relazioni e dati dalle diverse campagne di ricerca. La necropoli di Chiavari venne scoperta durante gli scavi di fondazione di alcuni edifici in corso Millo: più precisamente nell`area compresa tra Rupinaro, la sede degli Artigianelli e salita Levaggi. In questo rettangolo vennero alla luce più di cento tombe articolate in recinti, le tombe erano state costruite utilizzando delle lastre litiche a comporre delle "cassette" dove venivano deposte le urne cinerarie ed i corredi. La ricca documentazione lasciata dal professor Lamboglia comprende: relazioni, rilievi grafici articolati in piante e sezioni di scavo, fotografie delle fasi di scavo e delle aree messe in luce, primi studi sistematici dei materiali e loro collocazione nell`impianto generale della necropoli. In occasione delle manifestazioni per Genova 2004, capitale europea della cultura, si è tenuta una grande mostra alla Commenda di Prè. Qui si poteva osservare il lungo e fondamentale percorso dei Liguri, "un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo". Il titolo della grande mostra illustrava con precisione e fondamentali reperti la presenza e l`evoluzione della cultura Ligure. Uno dei nodi cruciali del percorso della mostra era rappresentato dalla ricostruzione di parte della necropoli di Chiavari. Diversi curatori e studiosi specialisti non hanno mancato di sottolineare quanto il valore archeologico di Chiavari sia determinante per comprendere le problematiche specifiche della protostoria; il professor Raffaele de Marinis ribadiva che «Chiavari rimane l`unica fonte importante per questo periodo». Altro passaggio determinante nel saggio di Giovanni Leonardi e Silvia Paltineri: "La necropoli di Chiavari è un contesto indispensabile per lo studio dellaprima età del Ferro».

*studioso di storia locale

mercoledì 29 ottobre 2008

Cadorna, il fucilatore di soldati

Cadorna, il fucilatore di soldati

di Maria R. Calderoni

Liberazione del 28/10/2008

Il IV Novembre? Va bene, si potrebbe anche chiamarla, egregio ministro La Russa, la Festa del Decimato Ignoto. Il capitolo fucilazioni sommarie, nel corso di quei tre maledetti anni 1915-1918, non è mai rimasto chiuso, anzi si è andato arricchendo, via via che la durezza della guerra si inaspriva e le terroristiche circolari di quel generale cui sono intitolate tante strade e piazze d'Italia, il comandante in capo dell'esercito italiano Luigi Cadorna, trovavano pronta esecuzione sul campo. Un capitolo tuttavia su cui la retorica patriottarda, i libri di scuola e gli stessi storici (tranne lodevoli eccezioni) preferiscono sorvolare. Ma il capitolo è lì, qualcosa di molto prossimo all'assassinio.
Nel 1917, dopo la catastrofe di Caporetto, viene istituito in Parlamento un Comitato segreto sulla condotta della guerra (i cui lavori vennero però resi noti solo nel 1919); ecco alcuni flash dai verbali di quelle sedute. 29 giugno, intervento del deputato Giuseppe Emanuele Modigliani (socialista): «Il gen. Cadorna è in arretrato di un secolo, anche nel modo con il quale s'intende da lui mantenere la disciplina militare, cioè col terrorismo e le fucilazioni per sorteggio e le decimazioni». 1 dicembre 1917, dall'intervento del deputato Michele Gortani (cattolico): «Perché si è permesso che il gen. Cadorna instaurasse e mantenesse per due anni e mezzo nell'esercito il regime del terrore?». 17 dicembre 1917, dall'intervento del deputato Marcello Soleri (liberale giolittiano): «...Quando si è punito con la decimazione chi non ha peccato, nessuna impunità può concedersi».
Ma nessuno, né il Parlamento né il governo, riuscirono a fermare la mano di quel Comando supremo con a capo Cadorna che, secondo il giudizio lapidario che ne ebbe a dare Vittorio Emanuele Orlando, «ammazza troppi soldati e troppo in fretta».
La lugubre statistica dei soldati uccisi per decimazione o per giustizia sommaria sul posto o durante il combattimento, non è precisa, sfuma e si disperde «in quell'immensa schiera di processati e condannati, un esercito nell'esercito» che la militar giustizia causò nei ranghi dei nostri soldati al fronte. Nel loro libro Plotone di esecuzione (Laterza), Enzo Forcella e Alberto Monticone riescono a darne solo una valutazione per difetto. Se in totale «durante la guerra furono più di quattromila le condanne a morte emesse dai tribunali militari», da tale computo resta escluso quello «delle fucilazioni sommarie, che, senza giudizio, vennero eseguite nell'esercito operante nei tre anni e mezzo di guerra». Un computo che forse non si saprà mai, «tanto più che lo stesso ufficio giustizia militare del comando supremo ammise nel 1919 che non sempre erano pervenuti i rapporti sulle esecuzioni sommarie ordinate dai comandi subordinati». Fucilati e cancellati, senza nome e cognome, caduti per la patria, nel mucchio. Se infatti, per i soldati fucilati "in contraddittorio", cioè con un processo, si conoscevano le generalità, e quindi le tombe (una rozza croce, con incisi alla bell'e meglio nome cognome e giorno della morte) i fucilati sommariamente finivano in una fossa anonima e venivano dati per dispersi in combattimento. Spesso, anzi, persino gli ufficiali che ordinavano l'esecuzione ignoravano il nome delle vittime.
Comunque, uno più uno meno, la conta esiste, stilata di pugno dall'autorità militare medesima: 107 uccisioni sommarie "ufficiali". Ma una noticina a margine avverte, vedi caso, che in tale contabilità «non erano comprese le 34 fucilazioni ordinate dal generale Graziani». Per esempio.
Alberto Monticone nel libro citato offre una sua accurata, personale "conta", molto precisa e circoscritta al solo maggio 1917, mese nel quale la cifra ufficiale era di 5 (cinque) fucilazioni sommarie. Invece, denuncia Monticone, «possediamo i seguenti dati: 1 fucilato per simulazione di infermità in faccia al nemico nel 139mo fanteria; 1 fucilato nel 262mo fanteria per mutilazione in faccia al nemico; 11 fucilati nel 117mo fanteria prima della decima battaglia sull'Isonzo; 2 fucilati per ammutinamento nel 4 bersaglieri; 10 fucilati nel 74mo fanteria; 2 fucilati nella brigata Mantova perché sorpresi a sparare in aria». Fa un totale di 28. Per esempio. Un resoconto che nessuno potrà mai fare, un sangue senza prezzo in vista degli "Orizzonti di gloria"...
Ed ecco come nel suo Iibro - L'Isonzo mormorava (Mursia), Cesare De Simone riporta le gesta del "fucilatore" Andrea Graziani, il generale nominato da Cadorna come Ispettore generale del movimento di "sgombro" dopo la rotta di Caporetto. L'episodio viene reso noto da un articolo molto circostanziato pubblicato dall' Avanti il 29 luglio 1919. Ecco. «Il generale Graziani, di passaggio per Noventa di Padova il 3 novembre 1917, alle ore 16,30 circa, vede sfilare una colonna di artiglieri da montagna. Un soldato, certo Ruffini, di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un uomo interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: «Dei soldati io faccio quello che mi piace», e per provarlo fa buttare contro il muricciolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente. Poi ordina al tenente colonnello Folezzani (del 28mo artiglieria campale) di farlo sotterrare: «E' un uomo morto d'asfissia» e, salito sull'automobile, riparte. Il tenente colonnello nel rapporto non ha voluto porre la causa della morte. Tutti gli ufficiali del 28mo artiglieria campale possono testimoniare il fatto».
L' Avanti ne fece uno scandalo e a Roma venne organizzata una manifestazione "contro le fucilazioni sommarie e le decimazioni dei generali di Cadorna".
IV Novembre. Quell'esercito di operai e contadini in gran parte analfabeti, quella carne da cannone mandata al macello con larga abbondanza. E con i regi carabinieri alle spalle, a fucile carico.
IV Novembre. Per esempio, come è morto il soldato Clerici Giovanni, secondo sentenza del Tribunale militare straordinario emessa alle ore 10 del giorno 16 luglio 1916: «...Considerato che, pur non essendo provato che egli sia l'autore dei due bigliettini incitanti alla rivolta, risulta però da prove testimoniali che egli abbia ripetutamente pronunciato frasi in cui l'incitamento alla rivolta è esplicito... Sentito il Pm che ha richiesto per l'imputato la pena di morte previa degradazione, il Tribunale all'unanimità lo condanna alla pena di morte da eseguirsi immediatamente sul posto».

martedì 21 ottobre 2008

Storia dell'inquisizione cattolica; del prof. Biagio Catalan

Storia dell'inquisizione cattolica; del prof. Biagio Catalan

lunedì 20 ottobre 2008

Conferenza: I catari

Affiora la Curtis regia longobarda. Ritrovamento in piazza S. Giusto. I reperti nel museo della città

Affiora la Curtis regia longobarda. Ritrovamento in piazza S. Giusto. I reperti nel museo della città
Nadia Davini
VENERDÌ, 17 OTTOBRE 2008 IL TIRRENO - Lucca

LUCCA. Cambi la tubatura e trovi resti longobardi. È esattamente quello che è successo l’altra settimana in piazza San Giusto, a due passi dal palazzo Gigli, sede della Cassa di Risparmio di Lucca. Mentre venivano effettuati i lavori per rafforzare l’acquedotto sono saltati fuori dei reperti archeologici molto importanti, tra cui molto probabilmente la Curtis Regia longobarda, sede anche della Zecca che coniò il Tremisse d’oro, moneta lucchese. Si capisce quindi che il ritrovamento non è di rilevanza secondaria.

«Piazza San Giusto - dice il sindaco, Mauro Favilla - era il punto più importante della città durante il periodo longobardo. Questi resti potrebbero corrispondere al palazzo della Curtis Regia o alla Zecca, ma per saperlo saranno necessari altri lavori. Tuttavia nel giro di pochi giorni chiuderemo lo scavo per permettere lo svolgimento dei banchetti per la fiera e dei Comics, per riaprirlo poi successivamente e continuare l’opera di ritrovamento».

Un pool di archeologhe, Elisabetta Abela, Maila Franceschini, Sara Alberigi e Susanna Bianchini, coordinate dal dott. Giulio Ciampoltrini, ispettore della Sovrintendenza dei lavori archeologici, sta lavorando assiduamente.

«Ci sono dei documenti - spiega Elisabetta Abela -, che attestano che questa era la zona dove sorgeva il centro della città longobarda, proprio perché piazza San Giusto si trova in una posizione centrale, all’incrocio tra il Cardine massimo e il primo Decumano minore. Fino ad oggi, però, non avevamo elementi concreti per testimoniarlo. Ora sì: ci troviamo di fronte a dei resti con caratteristiche proprie dell’età longobarda. L’ipotesi più accreditata è che si tratti proprio della Curtis regia, costituita da più edifici che insieme andavano a costituire il nucleo principale della città. Le murature più alte della parete scavata si riferiscono al XIII secolo, per arrivare al livello longobardo occorre scendere di un metro e settanta. Ci auguriamo, appena terminati i Comics, di proseguire gli scavi per capire a cosa corrispondano e quanto siano estesi».
La scoperta è sicuramente importante anche perché del periodo longobardo i ritrovamenti non sono molti a Lucca.
Questo va ad aggiungersi alla chiesa di San Bartolomeo in Silice, sepolta sotto piazza San Ponziano, al Palazzo del Marchese ritrovato all’interno del nuovo hotel in via San Paolino e ad una serie di tombe, scoperte in via Fillungo.
«Con la costruzione del Museo della Città - dice l’assessore Donatella Buonriposi - vorremmo riportare questi ritrovamenti alla conoscenza dei turisti e degli studenti, attraverso un percorso multimediale e informatico»

ricerca su resti pomepiani e dna

ricerca su resti pomepiani e dna
Carlo Avvisati
18/10/2008 IL MATTINO

Dei dodici individui i cui scheletri furono rinvenuti sotto alcuni metri di cenere e lapilli nella Casa di Polibio, a Pompei, sei appartenevano a un unico ceppo familiare. Ovvero potevano essere sia fratelli e sorelle, perché figli della stessa madre, sia cugini in quanto partoriti da due donne, sorelle tre loro. Il dato, importante per lo studio sul Dna «antico», è uno dei risultati raggiunto dal gruppo di ricerca partenopeo guidato da Marilena Cipollaro, impegnata da un decennio con Antonino Cascino (da poco scomparso) in indagini sugli scheletri dei pompeiani vittime dell’eruzione del 79 dopo Cristo. La scoperta è uno degli argomenti attorno al quale ruoterà il nono Convegno internazionale sul Dna antico e le biomolecole associate, che appunto ad Antonino Cascino è dedicato.

Il summit di scienziati si svilupperà da domani al 22 ottobre tra Napoli e Pompei e si aprirà nel capoluogo campano, domani alle 17, nell’aula di presidenza della facoltà di Medicina della Seconda Università. Ad accogliere i ricercatori italiani e stranieri saranno il rettore della Seconda Università Francesco Rossi e il preside di Medicina Giovanni Delrio. Quindi, lunedì, nell’Auditorium degli scavi, gli interventi e la presentazione delle scoperte da parte dei gruppi di ricerca, dopo il benvenuto del soprintendente Pietro Giovanni Guzzo. E sono appunto i risultati raggiunti dall’équipe Cipollaro -Cascino a fare la parte del leone in questa giornata. «Oltre ad aver accertato che gli individui della Casa di Polibio erano imparentati per via materna - dice Marilena Cipollaro - stiamo studiando il loro cromosoma Y per vedere se esiste anche una parentela di tipo paterno. In più presentiamo i risultati su un aspetto particolare di un gene del nucleo cellulare e sulla sua mutazione nel corso di tutti questi secoli». L’analisi degli scheletri trovati nella Casa di Polibio è stata effettuata sui loro femori sinistri e si rivelata particolarmente laboriosa, sia per la fragilità del materiale sia per la difficoltà a reperire cellule con Dna integro, considerato che quest’ultimo si degrada per il forte calore e il tempo trascorso.

Altro studio interessante sui pompeiani antichi è quello effettuato dall’antropologo australiano Maciej Henneberg, che ha puntato a ricavare dati sulle malattie genetiche - tra cui la «spina bifida» - esistenti all’epoca e sulle loro eventuali mutazioni. Ancora, di Pompei e delle caratteristiche presentate dal territorio al 79 dopo Cristo, diranno Maria Rosaria Senatore (ha individuato l’area su cui erano impiantate le saline pompeiane e il tracciato seguito da un corso d’acqua a nord della città) e Annamaria Ciarallo che presenta gli studi sulla flora e le colture dell’area vesuviana. Di particolare interesse i risultati del gruppo vulcanologico formato da Giuseppe Luongo, Annamaria Perrotta Claudio Scarpati, che ha individuato una differente tipologia di ricolonizzazione (tempi e modi di ritorno sul territorio) dell’area Sud e Nord del Vesuvio, tra le eruzioni che le colpirono, rispettivamente, nel 79 dopo Cristo e nel 472 dopo Cristo.

Battaglia delle anfore tra Roma e Londra

Battaglia delle anfore tra Roma e Londra
Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore 20/10/2008

File reperti antichi pubblicati su internet, con tanto di fotografie, per evitare che si disperdano per il mondo. È la soluzione a cui ricorrerà nei prossimi giorni il ministero dei Beni culturali per allertare i frequentatori delle case d`asta e renderli consapevoli che potrebbero imbattersi in pezzi provenienti dall`imponente collezione del trafficante inglese Robin Symes (stimata in 17mila opere) e di cui l`Italia pretende la restituzione.
Gli appassionati di antichità sappiano che quel migliaio di reperti è, infatti, oggetto di inchiesta da parte della magistratura
italiana e, nel caso decidessero di acquistarli all`incanto, un bel giorno potrebbero trovarsi nella condizione di doverli restituire al nostro Paese.
La mossa dei Beni culturali è conseguenza del fallimento della trattativa con i liquidatori della collezione Symes, trattativa preparata da contatti nati nel 2007 fra il nostro ministro (allora era Francesco Rutelli) e il collega inglese.
L`intento italiano era ditrovare una via stragiudiziale alla questione. Dal 2001 è, infatti, in corso, da parte della procura di
Roma, un`inchiesta per accertare se una parte dei pezzi della collezione Symes sia frutto di scavi non autorizzati sul nostro territorio e di esportazioni clandestine.
Per il podi di esperti ministeriali che si occupa di recuperare le parti di patrimonio che ci sono state trafugate, non ci sono dubbi. I riscontri scientifici, sulla parte della collezione Symes che i liquidatori hanno messo a loro disposizione, dicono che circa mille reperti provengono dal nostro sottosuolo, portati alla luce dai tombaroli.
Per ridarceli, però, gli inglesi vogliono i soldi. A inizio settembre, quando i liquidatori si sono incontrati a Roma coni nostri rappresentanti, sono stati perentori: se vogliamo quelle opere, dobbiamo acquistarle. Richiesta che ha chiuso ogni porta al dialogo.
Rimane la via giudiziaria, che l`Italia continua a percorrere, ma che ha tempi lunghi. Nel frattempo, niente vieta ai liquidatori di vendere le opere contese. Stava per accadere mercoledì scorso, quando la casa d`aste Bonhams aveva in catalogo un pezzo della collezione Symes rivendicato dall`Italia. L`intervento del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, li ha fatti recedere. E ora ci si affida a internet.

Un tesoro archeologico nelle acque di Lipari

Un tesoro archeologico nelle acque di Lipari
LUNEDÌ, 20 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA

La scoperta

A Lipari, nella zona marina in cui doveva sorgere un mega-porto turistico privato, si nasconde un´autentica miniera archeologica. Un immenso patrimonio storico risalente all´età romana imperiale costituito da templi, strade, pavimenti decorati e mura di cinta, individuati nella baia che da Marina Lunga si snoda fino al Pignataro. La conferma della straordinaria scoperta è stata data nei giorni scorsi dai responsabili della Sovrintendenza del mare di Palermo che, ad appena 9 metri di profondità, hanno individuato altri nove basamenti di colonne sacre adagiate su quel che resta di un enorme salone, un ampio muro perimetrale e un ben conservato lungo selciato rotabile. «Tutto il resto è completamente sommerso da sabbia e pomici - dice il professor Sebastiano Tusa, responsabile della Sovrintendenza del mare -. Quindi il lavoro di recupero sarà lungo e capillare e le sorprese, vedrete, non finiranno». Insomma a Lipari sta lentamente venendo alla luce quanto si credeva fosse una leggenda. Si racconta infatti che attorno al 200 d. C. a causa di un violento bradisismo, un´ampia zona marina finì sepolta dalle acque. «È evidente - ribadisce Tusa - che, di fronte a queste ulteriori scoperte, quel porto turistico non dovrà essere realizzato». E in tal senso sono molteplici i comitati isolani che stanno inviando petizioni al ministro dei Beni Culturali e allo stesso assessore competente della Regione Sicilia affinché quella struttura non venga realizzata. «Sarebbe delittuoso tornare a seppellire parte della storia eoliana, in questo caso tra cemento e bitte d´ogni genere», si legge in una delle petizioni.
Luigi Barrica

sabato 11 ottobre 2008

A nord di Berlino una scoperta archeologica getta luce su eventi di 1300 anni prima di Cristo

La Repubblica 11.10.08
A nord di Berlino una scoperta archeologica getta luce su eventi di 1300 anni prima di Cristo
Trovate le tracce della strage in un villaggio, con donne e bambini, distrutto da un esercito di invasori
di Luigi Bignami

Clan in guerra nell´età del bronzo la battaglia più antica d´Europa
Nello scontro morirono almeno 50 persone, tante per un´ Europa poco abitata

Erano un centinaio di persone, forse ancora di più. Con sé avevano lance, asce e grossi bastoni. Cercando di fare il meno rumore possibile si introdussero nel villaggio rivale e colpirono chiunque venisse a tiro, senza risparmiare nessuno. Uccisero uomini, donne e anche bambini. Poi, così come erano venuti, gli aggressori ritornarono nella foresta e al loro villaggio. Ma di quella "guerra" sono rimaste le testimonianze fino ai nostri giorni e stando a quanto ha scoperto l´archeologo di Stato tedesco Detlef Jantzen risulta essere la battaglia più antica di cui si abbiano testimonianze mai combattuta in Europa, proprio vicino alle Alpi. Gli eventi narrati, infatti, si svolsero circa 1.300 anni prima di Cristo. Dalle ossa rimaste nel luogo della battaglia risulta che morirono almeno 50 persone, un gran numero se si pensa che a quei tempi l´Europa era per lo più disabitata. L´area ove si svolse la battaglia è presso la città di Demmin, che si trova poco a nord dell´attuale Berlino.
«Stando ad alcuni reperti è possibile affermare che lo scontro fu particolarmente cruento», ha spiegato l´archeologo. A conferma di ciò vi è un teschio che testimonia la ferocia dell´aggressione: presenta un buco grande come una moneta da un euro che venne aperto da un colpo probabilmente portato con una mazza di legno. Quel teschio apparteneva ad un giovane di 20-30 anni. Secondo le analisi, la ferita gli provocò un´agonia di diverse ore. Altre ossa testimoniano che anche le donne e i bambini furono colpiti a morte. I resti sono giunti fino a noi perché l´area del combattimento all´epoca era paludosa e il fango, che presto ricoprì i corpi dei morti, li ha preservati nei millenni. Poiché è ancora possibile estrarre il Dna di quelle persone ora si pensa di capire se tra i combattenti ci furono degli avi di tedeschi o comunque nordeuropei dei nostri giorni. Le ricerche non sono terminate, perché si vorrebbe capire quali furono le cause che portarono i due clan a scontrarsi con tanta ferocia in un ambiente per lo più disabitato.
Fu quella la prima guerra dell´umanità? Certamente sono gli indizi della battaglia più antica di cui si abbia testimonianza in Europa, ma vi sono almeno due "guerre" ancora più antiche. Una fu combattuta tra 1.500 e 2.000 anni prima di Cristo a Hamoukar, una località a nord est della Siria. In questo caso le testimonianze archeologiche dicono che la città fu sottoposta a un vero assedio che durò mesi e che fu anche "bombardata" da palle di argilla frammista a materiale incendiario. L´altra battaglia che si perde nella notte dei tempi si combatté tra le città di Umma e Lagash in Mesopotamia e risale a circa 2.700 anni prima di Cristo. Non è da escludere che combattimenti tra gruppi appartenenti ai più antichi Homo Sapiens e Neanderthal siano avvenuti anche qualche decina di migliaia di anni fa, tant´è che schegge trovate in alcuni scheletri fanno ipotizzare tali scontri. Ma al momento non si hanno certezze.

domenica 5 ottobre 2008

ARCHEOLOGIA: ATENE, SCOPERTA UNA TOMBA DI UN PRINCIPE GUERRIERO DEI MICENEI

ARCHEOLOGIA: ATENE, SCOPERTA UNA TOMBA DI UN PRINCIPE GUERRIERO DEI MICENEI
Atene, 4 ott. - (Adnkronos) - Una spada di un principe guerriero dei Micenei, arricchita di una rarissima impugnatura ricoperta d'oro, e' stata scoperta in una tomba in Grecia. Secondo gli esperti, la spada confermerebbe che i Micenei commerciavano con la penisola italiana gia' oltre 3.200 anni fa. Il ritrovamento si deve a un'equipe di archeologi greci che ha scavato la tomba di un aristocratico miceneo nel sito di Kouvara Phyteion, ad ovest di Atene. La spada, che e' stata esaminata in un laboratorio scientifico in Austria, fu fusa in bronzo nel XII secolo a.C. in una fucina della penisola italiana, probabilmente delle regioni meridionali.

La spada e' lunga 94 centimetri ed e' una rarita' nel panorama archeologico dell'epoca, hanno spiegato gli autori della scoperta, in ragione della copertura in oro dell'impugnatura. Nello stesso sito archeologico di Kouvara Phyteion gli archeologi hanno scoperto, scavando sempre nella tomba del guerriero aristocratico, anche una spada in bronzo con un'impugnatura in osso, due staffe per cavalli, un paio di gambali in bronzo, una freccia, una lancia, una coppa da vino in oro e un paiolo a tre piedi in bronzo.

Gli studiosi che stanno esaminando i reperti tornati alla luce nella tomba del guerriero sono del parere che i Micenei intrattenessero intense relazioni con le altre civilta' del basso Mediterraneo fin dal XIII secolo a.C. I Micenei dominarono gran parte della Grecia tra il XVII e il XII secolo a.C., stabilendo colonie in Asia Minore e a Cipro.

Quando le case e i fortini si costruivano con l´argilla

SICILIA - Quando le case e i fortini si costruivano con l´argilla
MARIA LUISA GERMANÀ
DOMENICA, 05 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Un convegno ha fatto il punto sulle antiche tecniche edilizie per studiarne il restauro


L´utilizzazione della terra cruda si è diffusa per secoli in tutta l´area mediterranea Oggi viene messa al bando dalle leggi urbanistiche

La terra, così come immediatamente disponibile e non soggetta a lavorazioni che ne prevedono la cottura, è un materiale che ha trovato largo impiego nelle costruzioni, sin da epoche remote e nelle più disparate latitudini. Nonostante la globale diffusione di materiali e tecniche costruttive profondamente diversi, ancora oggi una consistente quota della popolazione mondiale utilizza edifici realizzati in terra cruda. Nelle applicazioni più varie, tale materiale è stato ed è ancora impiegato per costruire sia opere murarie sia elementi di finitura: nei diversi usi, la terra - inumidita ed impastata con l´aggiunta di stabilizzanti ed aggreganti di origine vegetale o minerale - viene fatta indurire senza processi di cottura. Sono circa una ventina i procedimenti costruttivi a base di terra cruda; per quanto riguarda le opere murarie, ciascuno di essi può essere riferito a tre tipologie-base: quelle riconducibili al pisé (l´impasto viene costipato entro casseforme e, essiccando, forma un insieme monolitico); quelle riconducibili all´adobe (l´impasto, sagomato in elementi modulari come mattoni, viene fatto essiccare prima della posa in opera); quelli riconducibili al torchis (l´impasto riempie gli spazi all´interno di graticci in legno o canne ancorati alla struttura portante).
L´interesse per le costruzioni tradizionali realizzate in terra cruda si è sviluppato negli ultimi quarant´anni, a partire dalle testimonianze monumentali custodite in Medio Oriente. Non a caso la prima importante occasione di confronto ed approfondimento è stata una conferenza internazionale Icomos tenuta a Yazd, in Iran, nel novembre del 1972. Negli stessi anni, l´architetto Hassan Fathy pubblicava l´appassionato resoconto di una sua esperienza professionale, avviata subito dopo la seconda guerra mondiale in Egitto: la progettazione e la realizzazione di Gourna, un villaggio operaio per settemila persone nelle vicinanze di Luxor. In tale occasione, la ristrettezza delle risorse e, non secondariamente, la repulsione ad utilizzare materiali e strutture di importazione, gli avevano suggerito di utilizzare l´antica tecnica dei mattoni crudi. Da allora, l´architettura in terra cruda ha continuato ad essere studiata seguendo due filoni di indagine: da un lato viene approfondito lo studio di testimonianze architettoniche del passato, dall´altro si tende a verificare potenzialità e limiti dell´impiego attuale di tale materiale costruttivo, aggiungendo alle ancor valide motivazioni di Fathy (ridotti costi e affermazione dei valori locali del costruire) la sua sostenibilità, incontestabile specialmente a confronto con altri processi produttivi: basti pensare alla diffusa disponibilità del materiale ed al conseguente abbattimento dei trasporti. Vanno sottolineate, comunque, molteplici difficoltà per una realistica diffusione del crudo nell´attuale scenario: la totale assenza di normative nel nostro Paese ne esclude l´impiego nelle strutture murarie e la scomparsa del tradizionale contesto produttivo.
Su queste tematiche si è svolto nei giorni scorsi a Palermo un convegno, organizzato nell´ambito delle attività del dottorato di ricerca in Recupero e fruizione dei contesti antichi coordinato da Alberto Sposito, a cui ha preso parte Eugenio Galdieri, il più autorevole conoscitore di terra cruda in Italia. La Sicilia, a confronto con altre regioni italiane, non possiede un significativo patrimonio architettonico in crudo, se si esclude l´ambito archeologico. Per quanto riguarda gli impieghi più remoti della terra cruda, invece, la Sicilia offre un campo di osservazione privilegiato, innanzitutto perché custodisce numerosi reperti, risalenti ad epoche che vanno dalla preistoria all´età romana: dagli edifici residenziali ed artigianali con relativi annessi alle fortificazioni; dagli edifici religiosi alle sepolture.
La ricerca, sviluppata nel corso di un progetto di rilevanza nazionale finanziato dal Miur, ha sortito l´esito di promuovere l´interesse per queste testimonianze archeologiche, iniziando a censirle per ottenere una conoscenza strutturata, finalizzata soprattutto a evidenziare le numerose condizioni di pericolo che derivano dalla loro vulnerabilità. Il coinvolgimento di studiosi quotidianamente e concretamente impegnati sul campo della tutela e gestione dei siti archeologici siciliani (come Rosalba Panvini, Francesca Spatafora, Sebastiano Tusa) ha già fornito avanzamenti assai significativi; nel prossimo futuro ci si propone di proseguire il processo conoscitivo avviato.

giovedì 2 ottobre 2008

USTICA - scoperta officina per i metalli

USTICA - scoperta officina per i metalli
GIOVEDÌ, 02 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Emergono nuovi tasselli della storia antica di Ustica. Una nuova ricerca appena conclusa del servizio archeologico della Soprintendenza di Palermo, ha infatti riportato alla luce altre testimonianze relative al villaggio preistorico dei Faraglioni riferibili all´età del Bronzo, a un periodo cioè compreso tra il 1400 e il 1200 avanti Cristo. Il villaggio, cinto da una possente fortificazione, è caratterizzato all´esterno da torrioni semicircolari ed è costituito da capanne e recinti realizzati con blocchi di pietra lavica. Tra i reperti più significativi ci sono le numerose piastre di terracotta, usate come focolari, le grandi coppe su alto piede a tromba, le scodelle, gli attingitoi, orci e orcioli per contenere liquidi e derrate alimentari, le teglie a fondo piano. In particolare si segnala il ritrovamento di un piccolo vano, probabilmente utilizzato come officina per la lavorazione dei metalli, un´attività questa documentata dal ritrovamento di numerose matrici di fusione per la realizzazione di attrezzi e utensili di bronzo. E di grande interesse si è rivelato anche lo scavo della parte interna della fortificazione: un lungo camminamento, infatti, correva lungo tutto il tratto interno del muro di cinta, a sua volta disimpegnato dall´abitato grazie a un percorso viario largo circa un metro che lo separava dalle capanne.
l.n.

venerdì 26 settembre 2008

Minatori

Rilievo con figurazioni di minatori, rinvenuto a Linares, l'antica Castulo nella penisola Iberica. Epoca Romana.

Scomparso lo scudo di un Bronzo di Riace

Scomparso lo scudo di un Bronzo di Riace
Giovedì 25 Settembre 2008 L'ARENA

ARCHEOLOGIA. LO STRUMENTO DI DIFESA IN UNA FOTO SCATTATA IL GIORNO DEL RECUPERO

Diventa sempre più intricata e misteriosa la vicenda del ritrovamento dei Bronzi di Riace. Una fotografia, scattata il giorno del recupero delle statue, dimostrerebbe, secondo il ricercatore vibonese, Giuseppe Braghò, l’esistenza di uno scudo che però non è stato mai trovato. La foto amatoriale è stata esposta durante una mostra svoltasi quest’estate a Riace e organizzata dalla Pro Loco. Nel visionare le foto Braghò, autore di una ricerca e di un libro in cui si sostiene il furto di uno scudo e di una lancia appartenuti ai Bronzi, ha notato che dalla mano della statua cosiddetta «Giovane» c’era un maniglione dello scudo che non è stato mai trovato. «Dalle foto», sostiene Braghò, «si vede un oggetto che fuoriesce dalla mano sinistra del bronzo. È intuibile che si tratta del maniglione dello scudo appartenuto alla statua che non è stato mai ritrovato. Dopo aver visto le foto della Pro Loco di Riace, scattate al momento del recupero delle statue, mi sono recato al Museo di Reggio Calabria e tra gli oggetti esposti, trovati con i bronzi, non c’è traccia di quell’oggetto che si vede nella foto». Braghò, autore di due libri nei quali si sostiene il furto di oggetti appartenuti ai Bronzi, sostiene anche che le statue erano tre e non due. A suffragare questa tesi, secondo il ricercatore, c’è una relazione fatta durante il ritrovamento delle statue al largo delle acque di Riace. «Nella relazione», dice, «si fa riferimento a un gruppo di statue. Se fossero state due avrebbero sicuramente indicato il numero preciso. E sempre nella stessa relazione vengono descritti i due Bronzi e viene scritto che c’era uno scudo sul braccio sinistro di una delle due statue. A supportare la tesi del furto degli oggetti appartenuti ai bronzi c’è anche la testimonianza di una donna, di cui parlo nel mio ultimo libro». Sulla vicenda è stata avviata un’indagine dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico.

Moneta Cabiri

Rovescio di una moneta di Eumene II, re di Pergamo, con la raffigurazione dei Cabiri

Tharros, il porto emerge dallo stagno

SARDEGNA - Tharros, il porto emerge dallo stagno
NICOLA PINNA
L'Unione Sarda 26/09/2008

Mistras: scoperto lo scalo punico sommerso dalla laguna
Lo scalo era scavato nella roccia: le ricerche si sono concentrate a Mistras grazie a una foto che ha svelato una grande struttura sommersa. Le navi che partivano da Cartagine e arrivavano a Tharros attraccavano su una banchina lunga oltre duecento metri, in un angolo del Golfo di Oristano protetto da un grande molo frangiflutti. Il porto dell'antica città del Sinis era stato realizzato (anzi, scavato) in un tratto di costa riparato dai venti, in uno specchio di mare che nel corso dei secoli è stato intrappolato da una striscia di terra. E che quindi si è trasformato in una grande palude, la pescosissima laguna di Mistras. GLI STUDI I resti dell'antico porto di Tharros gli archeologi li hanno ritrovati al centro dello stagno, dove prima arrivavano le onde spinte dal maestrale. Per due secoli gli studiosi hanno creduto all'ipotesi che il grande molo si trovasse nella zona della spiaggia di Mare Morto, ma i ricercatori dell'Università di Cagliari e quelli dell'ateneo di Sassari (che per caso si sono trovati a curare la stesso studio) hanno recuperato in un'altra zona della costa ciò che rimane del grande scalo. La scoperta è importante ed è il frutto delle indagini curate contemporaneamente dai responsabili del museo civico di Cabras, dai tecnici della cooperativa Penisola del Sinis e dagli studenti della facoltà di Archeologia subacquea di Oristano. Supportati dai militari del Nucleo sommozzatori della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto di Oristano. Tutti coordinati dalla Sovrintendenza archeologica, che è riuscita ad affiancare gli studiosi dell'ateneo cagliaritano e di quello sassarese. IL GRANDE PORTO Mettendo insieme i risultati delle due ricerche si scopre dunque che i punici avevano scavato nell'arenaria il grande porto di Tharros e realizzato la banchina a ridosso della sponda occidentale della laguna di Mistras. «Il primo indizio lo abbiamo avuto grazie a una foto aerea molto dettagliata che ci ha permesso di notare la presenza di una struttura monumentale sott'acqua - ha spiegato il direttore del museo archeologico di Cabras, Carla Del Vais - Con la ricerca, inziata nel 2003, abbiamo scoperto un grande muro che quasi certamente è la banchina del porto». LE VECCHIE SCOPERTE E a Mare Morto cosa è rimasto? «Da tempo si credeva che il porto fosse proprio da quelle parti, in realtà le strutture individuate ci sembrano semplici blocchi squadrati che non c'entrano nulla con lo scalo: l'unico porto di Tharros si trovava nella zona occidentale dell'attuale laguna di Mistras - ha precisato Raimondo Zucca, archeologo e docente dell'Università di Sassari - Nella zona di Murru Mannu l'archeologo israeliano Elisha Linder, tra il 1984 e il 1987, aveva ritrovato un molo che credeva fosse la banchina del porto, in realtà era una struttura creata per bloccare la potenza delle onde che si infrangevano sulla città». I NUOVI SCAVI Per scoprire il resto dei segreti che da millenni sono nascosti sotto le acque di Mistras sarà necessario uno scavo subacqueo approfondito che gli archeologi stanno già organizzando. «Le ricerche su questo angolo del Sinis ci hanno permesso anche di accertare che il porto punico di Tharros è stato dismesso nell'età tardo-bizantina, quando le esigenze difensive erano cambiate - ha aggiunto Piergiorgio Spanu, docente della facoltà di Archeologia subacquea - Un altro scalo, successivamente, era stato realizzato nella zona di Torregrande, anche se ancora non lo abbiamo localizzato».

Statere d'oro

Statere d'oro di una popolazione Gallica, probabilmente dei Galli Parisii.