mercoledì 30 dicembre 2009

giovedì 24 dicembre 2009

E’ a Cipro e risale al 2000 a. C. la più antica fabbrica di profumi

E’ a Cipro e risale al 2000 a. C. la più antica fabbrica di profumi
Barbara Cilenti
Corriere della Sera, 15/11/2005

Una missione di ricercatori indaga il sito archeologico di Pyrgos/Mavroraki (Cipro), a circa 90 km a sudovest della capitale Nicosia. di un edificio industriale preistorico e scopre una fabbrica per produrre profumi. «Stiamo lavorando a un raro complesso polindustriale distrutto da un terremoto nel 1900 a. C. circa — afferma Maria Rosaria Belgiorno. capo del team della missione archeologica condotta dall'Istituto di tecnologia applicata ai Beni culturali del Cnr di Roma — ma gli scavi in corso stanno riportando alla luce un mondo sofisticato che ruotava intorno alla produzione dell'olio d'oliva e al riciclaggio degli scarti di lavorazione, come la sansa utilizzata per la lavorazione del rame. In 14 fossette colme di carbone abbiamo, invece, ritrovato altrettante brocche per l'estrazione dei profumi che contenevano olio d'oliva ed essenze. La profumeria di Pyrgos. risalente al 2000 a. C, è per ora la più antica trovata nel mondo, con il suo corredo di quasi 50 oggetti». La scoperta non riguarda solo i profumi, ma anche la produzione di altri generi di lusso come oggetti di rame, tessuti variopinti e cosmetici. In base alle testimonianze epigrafiche e iconografiche dell'epoca, queste attività produttive erano molto comuni ed erano oggetto di un mercato fiorente. «Le prove materiali che potevano dare una concreta testimonianza delle tecnologie dell'epoca erano molto scarse, se non quasi mille — continua Belgiorno —. Con il ritrovamento effettuato a Pyrgos si ha invece evidenza di veri poli industriali che producevano anche profumi, quando sino a ora le prove tangibili erano testimoniate solo dalle ampolle contenenti profumi, ritrovate nelle tombe». Le iscrizioni micenee e i geroglifici egiziani riportano nomi di svariale essenze, ma bisogna arrivare alla fine dell'età classica e al periodo romano per trovare esempi di fabbriche per profumi, come quella famosa di Pompei e quella di Cleopatra vicino ad Alessandria d'Egitto, più recenti di quasi 20 secoli rispetto a quella di Pyrgos. Al gruppo di archeologi, diretti dalla Belgiorno. le essenze ritrovate hanno ricordato quelle ancora oggi in uso. Odorando alcune essenze, riprodotte in laboratorio, si possono riconoscere aromi comunemente utilizzati anche oggi. Come dire che i gusti, anche a distanza di 4000 anni, non sono cambiati. Tra le 18 essenze individuate si trovano gli aromi di resina di pino, rosmarino, alloro, mirto, anice e bergamotto, piante tipiche di Cipro e del Mediterraneo.
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nostra nota, nel disegno, dal nostro archivio: Afrodite e Ares

martedì 22 dicembre 2009

Trovato il tesoro del guerriero piceno

Trovato il tesoro del guerriero piceno
21 DICEMBRE 2009, CORRIERE ADRIATICO

Sequestrati dalla Finanza reperti dell’VIII secolo A.C., denunciati un imprenditore edile e un geometra

Ancona Il corredo funerario di un guerriero piceno, raccolto in una teca, viaggiava nel furgone guidato da un imprenditore edile. Accanto a lui anche un geometra, appassionato di antichità. Potrebbero essere “tombaroli” da cantiere, predatori di reperti trovati durante scavi e sbancamenti per costruzioni. Per la Guardia di finanza, che li ha fermati venerdì pomeriggio durante un controllo stradale a Senigallia, stavano provando a piazzare sul mercato clandestino reperti archeologici giudicati dalla Sovrintendenza di “grandissimo interesse”, testimonianze picene della prima età del ferro, tra il IX e l’VIII secolo avanti Cristo. Nella teca c’erano una spada di bronzo con l’impugnatura ad antenne, un rasoio lunato, uno spillone da mantello, un puntale, borchie, fibule e altri frammenti di accessori in bronzo, tutti dello stesso periodo e appartenenti a un’unica sepoltura.

Da dove spuntano? “Ho ereditato quei reperti da mio nonno”, ha provato a giustificarsi l’imprenditore edile, proprietario del furgone, senza convincere gli investigatori. In casa del geometra sono stati sequestrati altri oggetti antichi, di età romana e medievale, lucerne, piccoli vasi raffigurati, una fiaschetta, un pestello in pietra e arnesi in osso e metallo, punte di frecce e normali utensili di uso domestico. Sia l’imprenditore che il geometra - entrambi sui cinquant’anni, di Mondolfo, provincia di Pesaro - sono stati denunciati per ricettazione e illecita detenzione di reperti archeologici, un reato punito con l’arresto da uno a tre anni e ammende fino a quattromila euro.

“E’ importante che questi reperti siano restituiti alla collettività, il sequestro è frutto del costante impegno della Guardia di finanza nel controllo del territorio e dell’economia, attività svolta anche contro il mercato illecito delle opere d’arte e dei beni archeologici”, ha detto in conferenza stampa il generale Giovambattista Urso, comandante provinciale delle Fiamme Gialle, illustrando l’operazione insieme al colonnello Gaetano Scazzeri, comandante del nucleo di Polizia tributaria, e al colonnello Guido Pieri, comandante del Gruppo tutela dell’economia.

Tutto il materiale recuperato, da restaurare, sarà affidato in custodia alla Sovrintendenza per i beni archeologici delle Marche, che dopo la catalogazione deciderà a quale museo assegnare i pezzi pregiati di epoca picena. Potrebbero andare al Museo archeologico nazionale di Ancona, ma anche l’Antiquarium di Numana, sede di una collezione sui Piceni, potrebbe candidarsi. Il valore dei reperti non è stimabile. “Da noi in Sovrintendenza sarà inventariato per svariate migliaia di euro - ha detto ieri l’archeologa Maria Cecilia Profumo, presente nella caserma Vanvitelli della Finanza -, ma non posso dire quanto potevano fruttare, perché l’unico mercato dei beni archeologici posseduti illegalmente è quello nero, dove i prezzi sono superiori alle stime da inventario”.
Lorenzo Sconocchini,

sabato 19 dicembre 2009

Mura etrusche di FAESULAE - Fiesole

Mura etrusche di FAESULAE - Fiesole

Scheletro del 1500 scoperto a Chiaia nel cantiere del metrò

Scheletro del 1500 scoperto a Chiaia nel cantiere del metrò
ANTONIO TRICOMI
SABATO, 19 DICEMBRE 2009 LA REPUBBLICA - Napoli

Era sepolto a due metri di profondità Nei prossimi giorni le indagini della Sovrintendenza

Come nella scena iniziale di un thriller, la ruspa s´inceppa in un ostacolo inatteso, producendo un suono secco. Dieci di mattina, Riviera di Chiaia, cantiere di scavo della stazione del metro di piazza San Pasquale, Linea 6. A meno di due metri di profondità emerge uno scheletro umano, databile intorno al 1500. Le ossa, ben conservate, biancheggiano nella giornata di sole. La testa verso Villa Pignatelli, i piedi verso il mare, lo sconosciuto (o la sconosciuta) giace sotto le fondamenta di un´edificio della stessa epoca, all´altezza della Cassa armonica, in posizione supina e obliqua rispetto all´asse della strada, adagiato su un fondo sabbioso: appena qualche secolo fa la Riviera di Chiaia era una spiaggia, in catalano "playa", da cui l´attuale denominazione.
Stupore tra gli operai, che interrompono i lavori per avvertire la Soprintendenza archeologica. Stupore, assicurano i responsabili del cantiere, ma non paura. «Sono cose da mettere in conto, quando si scava a una certa profondità e in luoghi così ricchi di storia: fino a sei metri lavoriamo infatti sotto la tutela della Soprintendenza». Liberato dalla sabbia, il misterioso ospite del cantiere viene coperto con un telo bianco, mentre i lavori proseguono. Gli archeologici lo circondano, fanno i loro rilievi, tracciano qualche schizzo. Nel pomeriggio lo scheletro viene rimosso e portato in Soprintendenza. Nei prossimi giorni, dopo accurate indagini, si potrà stabilire con esattezza l´epoca in cui è vissuto, il sesso, l´età e le modalità della morte. Ma già le condizioni del suo ritrovamento suggeriscono un possibile identikit. È stato trovato sotto le fondamenta di un´edificio dall´importanza storica relativa, risalente al 1500: dunque lo sconosciuto deve avere al massimo la stessa età. Dovrebbe, date le proporzioni, trattarsi di un uomo. Lo scheletro è in discrete condizioni, il che farebbe pensare a una morte per cause naturali.
Non c´è napoletano che non vi sia passato sopra, in auto o in carrozza, secondo le epoche. Lo sconosciuto era lì, a meno di due metri di profondità. Risalgono al 1697 i lavori di sistemazione dell´area, ordinati dal vicerè il Duca di Medinaceli, che fece installare un doppio filare di alberi e tredici fontane, il primo nucleo della Villa Comunale, sul lato sud della strada litoranea che già si chiamava come si chiama oggi. Nel 1818, all´altezza del Rione Sirignano, visse la scrittrice Mary Shelley, che nel suo fortunato romanzo "Frankenstein" collocherà nella Riviera di Chiaia il luogo di nascita del suo eroe, destinato a diventare il più famoso personaggio della letteratura e del cinema horror. E c´è chi dice che Virgilio, poeta e mago, sia in realtà stato sepolto proprio in quell´area e non nel luogo che da secoli viene chiamato Tomba di Virgilio. Il mistero insomma è di casa, oggi come ieri, in quella parte della città.

giovedì 17 dicembre 2009

mercoledì 16 dicembre 2009

II mistero del bronzetto di Tharros

II mistero del bronzetto di Tharros
Claudio Zoccheddu
Nuova Sardegna

CABRAS. Finalmente, ieri mattina, si è offerta a fotografi e telecamere. Non si tratta dell'ultima diva di Hollywood ma di una statuetta romana in bronzo, presumibilmente di età repubblicana, che è stata il fulcro di uno dei più misteriosi ritrovamenti degli ultimi anni targati Sinis.
Intendiamoci, l'archeologia d'elite non c'entra proprio niente e il piccolo monile bronzeo (appena 13 centimetri di altezza per un peso di poco inferiore ai 300 grammi, valutata a 50mila euro) non è certo un nuovo bronzo di Riace. Eppure il ritrovamento di quella che parrebbe la rappresentazione della "dea Minerva" è avvolto da uno strano riserbo. Infatti, gli uomini della Guardia di finanza hanno ritrovato il piccolo bronzetto a seguito di una segnalazione telefonica.
Un cittadino, intorno alle 9 di mercoledì, avrebbe notato movimenti sospetti nella zona di Capo San Marco (a due passi dalle rovine di Tharros) e, dopo aver controllato di persona incappando nella statuetta, avrebbe segnalato il fatto alle Fiamme gialle, limitandosi a indicare il reperto con un segnale. Una storia che fila come una bicicletta con le ruote quadrate.
Versioni ufficiose raccontano invece di un grosso ritrovamento di cui la statua sarebbe solo una piccola e trascurabile parte. Ma queste sono solo voci anche se il colonnello Domenico Luppino, comandante provinciale della Guardia di finanza, ieri mattina, durante una conferenza stampa, si è lasciato sfuggire qualche frase sibillina: «Siamo in possesso di fotografie di alcune targhe sospette scattate nella zona di Capo San Marco. Non posso dire altro perché le indagini sono ancora in corso».
In ogni caso, appurato che per risolvere il mistero del ritrovamento ci vorrebbe chissà quale investigatore, non resta che la cronaca dei fatti certi, come il disappunto del sindaco lagunare, Efisio Trincas. Infatti, il primo cittadino è stato informato del ritrovamento con un pesante ritardo, quando la statuetta era già custodita a Oristano. Ciò nonostante Trincas ha comunque richiesto l'affidamento del reperto al museo civico e, se in un primo momento pareva cosa fattibile, la statuetta ha soggiornato in laguna solo il tempo necessario per le fotografie di rito. La sorte della piccola Minerva sarà decisa dalla Soprintendenza. Tutto fa pensare che anche l'ultimo reperto recuperato a Tharros sia destinato a essere esposto lontano da Cabras.

domenica 13 dicembre 2009

Mappa della Svizzera ai tempi di Giulio Cesare

Mappa della Svizzera ai tempi di Giulio Cesare

lunedì 7 dicembre 2009

Le scoperte di La Grave. Carbonara. II rito dei neolitici

Le scoperte di La Grave. Carbonara. II rito dei neolitici
Cristina Iule
La Gazzetta del Mezzogiorno, 2 dicembre 2006

Vasi, macine e statuette: in un centinaio di reperti laprova di un insediamentodi 5 mila anni fa

La preistoria rivive al quartiere barese di Carbonara. Di notevole interesse storico-culturale è la scoperta archeologica di un nutrito corredo dell'età neolitica avvenuta in località «La Grave», accanto alla masseria Stevanato. Un centinaio di pezzi, fra vasi, coppette, macine e statuette, risalenti all'età della pietra hanno documentato che il territorio di Carbonara, appunto, era abitato già cinquemila anni fa.
Gli scavi, avvenuti a gennaio del 2004 nel corso di alcuni lavori dell'Acquedotto Pugliese, sono stati condotti dall'archeologo barese Michele Sicolo sotto la guida della archeologa Francesca Radìna, funzionario della Soprintendenza dei Beni Archeologici della. Puglia. Un patrimonio di inestimabile valore è venuto alla luce in una Circoscrizione che si riconferma, per l'ennesima volta, territorio assai fertile per l'archeologia pugliese. Risale, infatti, al 1988 la prima scoperta, nella zona dell'ex mulino «Elia» a Ceglie del Campo, di una necropoli composta da ventisette tombe risalenti al III-IV secolo a. C. Qualche tempo dopo, sempre nelle vicinanze, fu individuata un'altra necropoli: ventuno tombe del VII-VIII secolo a. C. e ancora, nella zona adiacente a via Vaccarella trentatré tombe del IV-VI secolo a. C. vennero alla luce insieme ad una medaglia di bronzo risalente al II secolo a. C.
L'ultima scoperta è stata soltanto il culmine di una serie di interessanti ritrovamenti. È quanto hanno sottolineato durante l'incontro con gli archeologici Radina e Sicolo, nella chiesa di Sant'Agostino di Carbonara, l'assessore al Patrimonio della Provincia di Bari Nicola Acquaviva, il presidente della IV Circoscrizione Carbonara-Cerglie-Loseto-Santa Rita Rocco De Adessìs ed il presidente della commissione circoscrizionale Cultura Carlo Mazza.
«Dobbiamo ringraziare anche l'Acquedotto Pugliese -ha dichiarato Francesca Radina - che ci ha consentito di intralciare in qualche modo i lavori di posa in opera delle tubature, per consentirci di effettuare gli scavi. Non è sempre facile ottenere una collaborazione di questo tipo. Inoltre, dobbiamo ringraziare la caparbietà dell'archeologo Sicolo se questo patrimonio è venuto alla luce».
E, infatti, proprio Sicolo accortosi di alcune fosse di varie dimensioni ha voluto vederci chiaro. «A prima vista - ha spiegato l'archeologo - potevano sembrare silos agricoli, ma la loro struttura mi fatto pensare al periodo neolitico».
Il corredo, ritrovato in un silos alto un metro e settanta centimetri, è stato interamente restaurato nei labo-ratori della Soprintendenza. Migliaia di frammenti ricomposti con pazienza certosina, hanno confermato che in quella fossa cinquemila anni fa era stato compiuto un rito con ossa umane e di un bue, teschi umani e macine per il grano. Forse un rito propiziatorio.
Il più interessante dei reperti ritrovati è una statuetta di argilla di quattro centi-metri raffigurante la testa di un animale a metà fra un ariete ed un maiale. Per esporre i reperti al pubblico bisognerà aspettare la conclusione dei restauri del materiale - preziosissimo dal punto vista storico e tuttavia senza mercato - del quale non è ancora deciso chi sarà l'affidatario, ha precisato Francesca Radina.

Riapre il tempio dei Fenici

Riapre il tempio dei Fenici
Stefania Aoi
06/01/2006, Il Giornale di Sardegna

Dopo trentatré lunghi anni torna in vita il museo fenicio punico di Sant'Antioco, considerato tra i più importanti di tutto il bacino Mediterraneo.

Gli studiosi lo definiscono uno dei “templi” della cultura fenicio punica del Mediterraneo. Dopo trentatré anni di attesa, riapre finalmente il museo archeologico di Sant'Antioco. Saranno i due splendidi leoni a grandezza naturale, un tempo custodi della città, oggi piazzati nell'atrio dell'edificio, a “salutare”, lunedì prossimo a mezzogiorno, gli invitati all'inaugurazione. I visitatori invece dovranno aspettare il pomeriggio. L'orario ufficiale di apertura è infatti previsto per le 15. IL MUSEO è stato dedicato al lungimirante e generoso archeologo Ferruccio Barreca. Che, per primo, ha voluto e ottenuto, che i reperti ritrovati nel territorio non venissero portati altrove. Fu proprio l'archeologo a scoprire molti di quei manufatti, durante gli scavi iniziati nel 1956, della necropoli punica. Un'area sacra per quelle genti, e ora di straordinario interesse, nella quale venivano sepolti con particolari riti i bambini nati morti o deceduti in tenera età. O, forse - è una teoria che ha perso consensi - i neonati sacrificati alle divinità. Lo stesso Barreca realizzò una prima sala espositiva, in quella zona. Se lo studioso è stato l'ideatore del museo, spettano al sindaco Eusebio Baghino l'onore e il merito di averlo riaperto. Dopo 33 anni di attese e rinvii sarà lui a fare gli onori di casa, mentre per tagliare il nastro è attesa l'assessore regionale alla Pubblica istruzione Elisabetta Pilia. L'amministrazione ha voluto fare le cose in grande, invitando anche i sindaci di mezza Sardegna e numerose autorità politiche, religiose e militari. Un modo per sottolineare l'importanza dell'evento davvero storico per la cittadina. Oltre agli splendidi leoni in arenaria la mostra temporanea custodita negli spazi museali (che rievocano quelli di una nave), saranno esibiti circa seimila oggetti. Una quantità di materiale notevole, che rappresenta solo una parte delle testimonianze archeologiche rinvenute nelle terre comunali. Molti ritrovati sono infatti ospitati in altri musei come quello nazionale di Cagliari. Le ricerche archeologiche hanno permesso di stabilire come tutta l'isola di Sant'Antioco, durante il periodo fenicio (750- 500 A.C.), fosse un centro molto attivo nel Mediterraneo, in contatto con tutte le principali città costiere dell’area. Per capire sino in fondo la ricchezza di oggetti e di tracce del passato su quest'isola, per comprendere in pieno l'importanza di quella che un tempo era l'antica Sulki, è sufficiente pensare che il 15 per cento del materiale esposto alla mostra sui Fenici a Venezia, proveniva dal Sulcis. Adesso buona parte di questo patrimonio sarà contenuto dal museo Barreca. L'allestimento fatto tra marzo e dicembre 2005 da Piero Bartoloni, professore ordinario di Archeologia fenicio-punica dell’università di Sassari, con la collaborazione di Paolo Bernardini, direttore della Soprintendenza archeologica per Cagliari e Oristano, è finalmente a disposizione della cittadinanza. Hanno detto Il dato
Dagli antichi biberon ai mosaici

L' es p os i z i o n e
Il museo archeologico Ferruccio Barreca contiene oltre seimila manufatti. Tra gli oggetti più strani, in esposizione ci sono gli antenati del biberon (questa è una delle ipotesi). Si tratta di vasi particolari, con i quali si pensa fossero nutriti i neonati prima di essere sacrificati. Il museo vanta una ricchissima collezione di monili, collane, bracciali anelli e ornamenti vari, in oro, argento e pasta vitrea. Oggetti della vanità femminile, impreziositi da ametiste e altre pietre. Da segnalare lo splendido mosaico di epoca romana chiamato “delle pantere” e dedicato al dio della salute e della saggezza Dioniso. Numerose anche le terre cotte e le ceramiche.

Il "toro cozzante" reperto importante secondo soltanto ai "bronzi di Riace"

Il "toro cozzante" reperto importante secondo soltanto ai "bronzi di Riace"
Domenico Marino
Gazzetta del Sud, 16 gennaio 2006

CASSANO IONIO - «Assieme ai bronzi di Riace è sicuramente la scoperta più importante per quanto riguarda la bronzistica magnogreca. In Calabria non ne 'Ì abbiamo altri». La direttrice del Museo nazionale archeologico della Sibarìtide, Silvana Luppino, racconta così il "toro cozzante" in bronzo ritrovato in un edificio dell'antica colonia romana Copia durante uno scavo condotto a quattro mani dall'Ufficio scavi di Sibari e dalla Scuola archeologica italiana di Atene. E coordinato sul campo dal responsabile dell'equipe ateniese, il prof. Emanuele Greco, e dalla stessa dott.ssa Luppino.
Il "toro cozzante", simbolo della colonia magnogreca Thurii è stato protagonista delle Giornate di studio romanistiche svoltesi al Museo nazionale della Sibaritide e organizzate dalla Soprintendenza ai Beni archeologici della Calabria, dal Dipartimento di Scienze storielle e giuridiche dell'Università Mediterranea di Reggio e dalla Regione. "Il Municipium di Copia Thurii. Fra memoria di Pericle e progenie di Augusto" il titolo della tre giorni.
Ma torniamo al “toro cozzante", che fa impennare ulteriormente il già alto appeal dell'area archeologica e del Museo nazionale della Sibaritide. "Oltre alla statua del toro-ha aggiunto l'archeologa Silvana Luppino-durante il lavoro di scavo delle campagne 2003-2005 abbiamo scoperto delle iscrizioni di particolare rilevanza per la storia di Copia e le sue istituzioni municipali. Si tratta di iscrizioni che riguardano le magistrature, le istituzioni politiche amministrative della colonia-romana, innalzata nel 193 avanti Cristo, sull'impianto ippodameo di Thurii fondata invece nel 444-443 a. C. sui resti della leggendaria Sybaris distrutta settant'anni prima al termine della guerra con Kroton. II toro è stato ritrovato in un edificio pubblico di Copia, quindi romano, risalente al primo secolo dopo Cristo. Ma è un originale greco, risale più o meno al 400 a. C. Siccome era il simbolo di Thurii, se è stato mantenuto in un edificio pubblico di Copia significa che c'era un motivo preciso. Conferma che ci fu una continuità non solo urbanistica ma anche storica e amministrativa tra la città greca e quella romana. Non a caso il nome della città inizialmente fu Thurii-Copia. Il toro cozzante è stato addirittura restaurato in epoca romana.
La direttrice del Museo nazionale conferma che questo importante ritrovamento fa lievitare ancora, e di molto il
già alto valore dello scrigno archeologico sibarita: "Era già un'area molto importante perché la presenza di tre città soprapposte (Sybaris, Thurii e Copia, ndc) è un caso unico nell'archeologia di tutto l'Occidente. Copia, poi, è una delle città meglio conosciute dell'epoca romana. Ne conosciamo edifici sia pubblici che privati. È chiaro, però, che ora con il "toro cozzante" avremo un altro e splendido elemento di richiamo". Per il Museo nazionale anzitutto, poiché l'ammaliante statuetta è già stata esposta in una delle sale della struttura museale sibarita.

Nella Valle dei Templi rivedono la luce un ampio santuario e una necropoli

Nella Valle dei Templi rivedono la luce un ampio santuario e una necropoli
Marco Messina
Giornale di Sicilia, 17/1/2006

AGRIGENTO - Valle dei Templi: cantiere aperto. Non passa mese che dalla zona archeologica dell'antica Akragas non arrivino notizie di ritrovamenti nei lavori di restauri avviati in più aree, di scavi che mettano alla luce reperti, dove prima c'erano solo terra o rocce.
Solo un mese fa il miracoloso rinvenimento, a due metri sotto il livello del terreno, nella zona a nord del Museo archeologico, l'antico edificio pubblico del Bouleuterion, di due statue romane di magistrati togati carenti di testa. Due blocchi di marmo bianco che sono riemerse all' interno del perimetro di una antico tempio di epoca augustea. Un vero miracolo che ha fatto accendere le luci dell'attenzione da parte di migliaia di appassionati e di studiosi di archeologia.
È di pochi giorni il ritrovamento di un santuario di divinità ctonie di età greca classica ed una necropoli a poche decine di metri. 1 due siti sono stati scoperti sul costone sud-orientale della collina dei Templi, proprio a ridosso del tempio di Giunone Lacinia, anch'esso interessato da mesi a approfonditi lavori di recupero e restauro esterno. Il ritrovamento della due aree è avvenuto nel corso dei lavori che sta svolgendo la Protezione Civile per la messa in sicurezza della strada panoramica che attraversa la zona a rischio idrogeologico.
«Prima dei lavori di consolidamento, dice il direttore dell'Ente Parco Valle dei Templi, Pietro Meli, abbiamo voluto effettuare quattro saggi nella vasta area di oltre tremila metri quadri. Quattro semplici scavi di due metri per due». Evidentemente è quasi scontata la presenza in quel tratto di Valle di reperti di vario tipo. Ed infatti, nel corso degli scavi ed all'interno del Santuario, sono affiorate decine e decine di statuette di piccole e medie dimensioni, raffiguranti Atena Lindia, Artemide Sicula, teste di statuette fittile con polos, lucerne, incensiere e coperchi, frammenti di decine e decine di altre statue.
«È la conferma, continua Pietro Meli, che si tratta di un santuario di divinità ctonie dello stesso genere di quelle stracolme di questi reperti che si sono trovate ad ovest in prossimità del tempio di Castore e Polluce e del tempio di Demetra».
Statuette votive insomma che gli antichi greci offrivano alle divinità della terra. «Ex voto», per intenderci, ognuna delle quali raffigurava divinità della terra. Un luogo sacro agli antichi greci che prima dell'epoca cristiana è stato coperto dalla terra e che adesso riemerge con tutto il suo carico di statuette e frammenti. A poche decine di metri la necropoli che secondo i primi accertamenti degli studiosi era di epoca greca e poi man mano si sarebbe trasformata e sovrapposta con una di epoca paleocristiana. Insomma un vero tesoro archeologico che è emerso a soli 40 centimetri dal livello del terreno nel corso degli scavi a campione effettuati dall'Ente parco Valle dei Templi.
«La scoperta mette in forte evidenza il fatto che tutto attorno alla cinta muraria dell'antica Akragas ci sono numerosi insediamenti di questo tipo, continua il direttore del Parco. Adesso il problema fondamentale è scoprire fin dove si
spingevano questi insediamenti».
Intanto sono già stati avviati i lavori di restauro delle statue meglio conservate. Si tratta di procedimenti di intervento particolari che dovranno mettere alla luce colori e disegni. Proseguono nella zona i lavori di restauro dei templi dorici: Giunone, della Concordia e di Esculapio che agli occhi dei visitatori appaiono come «ingabbiati». Ditte specializzate stanno provvedendo a «liberare» le colonne e i porticati da muffe e residui di vecchi: restauri realizzati con materiali non appropriati se non addirittura con interventi in ferro all'interno delle colonne, che le hanno danneggiate notevolmente. Un lavoro delicatissimo, che interessa anche numerose altre aree, edifici pubblici e scavi, per il quale sono arrivati dalla comunità europea qualcosa come quindici milioni di finanziamenti in euro.

Importante iscrizione emersa negli scavi di Hierapolis

Importante iscrizione emersa negli scavi di Hierapolis. Manasse si confessa
DI FRANCESCO D'ANDRIA
22/01/2006,. Il Sole 24 ore

"Anna, gel, dekorasyon var", così gli operai turchi richiamavano l'attenzione di Annapaola Zaccaria, dell'Università Cà Foscari di Venezia, direttrice di un'equipe al lavoro nell'insula 104, nell'ambito della Missione Archeologica italiana attiva a Hierapolis di Frigia. Era il 30 agosto dello scorso anno e gli archeologi erano occupati nei lavori di consolidamento e protezione dei muri venuti alla luce. Si era nelle fasi conclusive anche dello scavo di una piccola stanza (di m. 4x4), nascosta, anche perché il pavimento era a un livello inferiore rispetto alla strada. L'immediato intervento mostrò sulle pareti non le decorazioni viste dagli operai ma una serie di lettere greche dipinte, in rosso ed in porpora, sull'intonaco bianco delle pareti. Gli epigrafisti della Missione guidati da Tullia Ritti si mettevano subito al lavoro e trascrivevano un lungo testo che Remo Cacitti (Università di Milano) identificava come la Preghiera di Manasse, uno scritto apocrifo (non inserito nei testi canonici del Vecchio Testamento), di origine indubbiamente giudaica ma di largo utilizzo in ambienti giudeo-cristiani. D testo, tradotto poi in siriaco, armeno, paleoslavo, ma anche nella Vulgata latina fu inserito nelle odi di Salomone.

Il re Manasse si era macchiato del peccato di idolatria e, dopo la giusta punizione, era tornato alla fede di Jahvè. Il testo esprime con forza il pentimento: «... più peccati ho commesso della quantità della sabbia del mare ... E mi impedisce di sollevare il capo a causa dei miei peccati ... non condannarmi alle profondità della terra ...».

Con la campagna del 2005 l'iscrizione è stata consolidata e ciò ha permesso di completare e di precisarne la lettura; si è concluso anche lo scavo dell'ambiente, riconoscendovi un luogo di preghiera di carattere privato.
Questo fatto, insieme alla presenza di simboli cristiani, ha indotto gli scopritori a indicare l'edificio come "casa degli eretici".
Il periodo in cui l'abitazione fu usata, tra il V e il VI secolo d.C., rappresenta una fase di intensa vitalità e ricchezza per Hierapolis che diventa centro di un vivace dibattito teologico in cui prevalgono interpretazioni radicali del Cristianesimo che non di rado sconfinano in movimenti ereticali, come il montanismo, che veniva anche indicato come eresia frigia.

In questo ambiente si sviluppavano anche sette scismatiche che praticavano una radicale interpretazione del Cristianesimo, come gli "encratiti", detti anche continentes, per la severità dei costumi che prevedeva l'astensione dal matrimonio, dalle bevande alcoliche e dalla carne; perfino dall'eucarestia era bandito il consumo del vino. Inoltre il sacerdozio era attribuito agli eunuchi e alle donne che avevano il dono della profezia.


L'attività della Missione Archeologica Italiana in questi ultimi anni si sta concentrando sulle fasi di vita della città tra V e VI secolo d.C. e sta realizzando un progetto di valorizzazione della grande chiesa a pianta ottagonale, il Martyrion, costruito sulla tomba dell'apostolo Filippo che subì il martirio a Hierapolis. Posta su una collina a est, la chiesa domina la città bizantina e si apre, con una visione mozzafiato, sullo splendido paesaggio della valle del fiume Lykos e delle bianche formazioni di travertino che danno il nome al sito, in turco Pamukkale, "il castello del cotone", proprio perché il candore e la forma delle concrezioni calcaree richiamano il fiore di quella pianta.
Si apre così un nuovo capitolo di conoscenza della città cristiana nel V secolo d.C: mentre veniva costruito il Martyrìon a pianta ottagonale, si demoliva dalle fondamenta il tempio di Apollo, centro dell'oracolo, posto sulla faglia sismica e sulla grotta del Plutonion, che era considerata uno degli ingressi agli Inferi. Anche altri santuari famosi dell'Anatolia, come quello di Artemide a Efeso, in questo periodo vengono sistematicamente demoliti dai cristiani.

Ma il culto di Filippo riprende molti caratteri del culto oracolare: le sue figlie sono profetesse; F aghiasma, la fontana delle abluzioni posta all'ingresso della chiesa ottagonale ha la stessa forma del Plutonion; intorno alla chiesa sono costruite stanze per i pellegrini, prive di pavimento, a diretto contatto con la roccia per i riti di incubazione (i fedeli ricevevano in sogno la rivelazione del Santo). Ma la stessa figura di Filippo è collegata al tema del drago che emerge da una spaccatura della roccia (chasma ghes) provocata dal terremoto, e che viene ricacciato negli Inferi dall'intervento del Santo.
Hierapolis deve ancora rivelare i suoi tesori: proprio nell'ultimo giorno della campagna 2005, nella cattedrale di età giustinianea, è emerso un nuovo straordinario documento, un sigillo in piombo che menziona il vescovo Gregorio, metropolita di Hierapolis. Sul lato principale è rappresentata l'immagine di San Filippo con il nome iscritto in greco; e nella mano sinistra regge, come un atleta vincitore degli antichi agoni, la palma del martirio.

Una tomba messapica

Una tomba messapica
v. arc.
05/02/2006, La Gazzetta del mezzogiorno

Lo scheletro nel giardino di una scuola di Oria. Gli operai hanno chiamato il 112

I Cc sorvegliano l'area per scoraggiare gli sciacalli

Nessuna lupara bianca. Lo scheletro venuto alla luce durante lo scavo eseguito nel giardino della scuola media statale in via Erodoto Alicarnasso, ad Oria, appartiene al III secolo avanti Cristo. La camera funeraria, probabilmente dell'epoca Messapica, secondo quanto stabilito dagli esperti, sarebbe stata allestita per una giovane donna. Sono stati momenti di sgomento per gli operai della ditta che stava operando all'interno dell'istituto scolastico, all'installazione di un nuovo serbatoio, per adeguare gli impianti alle norme di sicurezza, quando in seguito ai colpi di piccone, l'acqua che aveva invaso la camera ardente ha cominciato a fuoriuscire, liberando lo spazio sottostante. A chi poteva appartenere quello scheletro? Il primo istinto è stato chiamare il 112. Il sospetto, infatti, che potesse trattarsi dei resti di qualche vittima della criminalità organizzata, ha fatto raggelare il sangue ai poveri operai. Poi, man mano che l'acqua si diradava, la presenza di alcuni strani oggetti, tra cui del vasellame, ha restituito una certa tranquillità. Una tomba di chissà di quale epoca, forse messapica, era ben altra scoperta. I carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di Francavilla Fontana, comandati dal ten. Pasquale Ferrari e della locale stazione sono intervenuti immediatamente sul posto. Hanno transennato tutta l'area e, senza perdere un solo minuto, hanno informato dell'insolito ritrovamento la Soprintendenza ai beni culturali ed archeologici di Taranto, competente per territorio, perché inviasse degli esperti al fine di valutare l'importanza del ritrovamento. Le ridotte dimensioni dello scheletro rinvenuto all' interno della tomba e gli addobbi che gli erano stati posti accanto per accompagnare il corpicino nel viaggio attraverso l'aldilà indicavano, senza alcun dubbio, che doveva trattarsi di una bambina. Nel vano erano presenti vasi di pregevole fattura e di diverse dimensioni ed alcuni frammenti di una collana in oro. Tutto il materiale è stato repertato dai tecnici sopraggiunti,ed anche i resti sono stati rimossi. Nei prossimi giorni, sarà eseguito un accurato sopralluogo nell'istituto per individuare l'eventuale presenza di altri reperti. L'area sarà vigilata dai militari per scoraggiare possibili e curiose intromissioni da parte dei soliti sciacalli che, è persino inutile sottolinearlo, avrebbero ripercussioni anche di carattere penale. Il sito, stando a quanto si è potuto apprendere, è di notevole importanza archeologica e pertanto tutelato dalle leggi dello Stato.

Egitto, scoperti altri due colossi nella Valle dei Re

Egitto, scoperti altri due colossi nella Valle dei Re
Girolamo Sofia
Gazzetta del Sud, 19 febbraio 2006

La missione egiziano-europea in Egitto a Kom el-Het-tan (Tebe) ha portato alla luce nuove imponenti sculture che, insieme ai colossi di Menmnone, celebravano la gloria di Amenhotep III. I colossi di Menmnone sono stati fino a oggi gli unici guardiani silenziosi della Valle dei Re, avvolti nel mistero e nella leggenda del mito. Oggi le due statue in quarzite non sono più sole. Infatti, a pochissima distanza alle loro spalle, stanno per e-mergere dal fango altri due colossi. Tutte insieme le statue «tutelari» facevano parte dell'articolato scenario del tempio funerario del faraone Amenhotep III, sovrano della XVIII dinastia (1391-1353 a.C). I nuovi colossi della necropoli dell'antica Tebe furono individuati in una campagna di scavo archeologico iniziata quattro anni fa. Ora sotto la guida di Rainer Standelmann e di Houring Sourouzian le due statue saranno finalmente visibili a tutti. Gli archeologi, dal novembre scorso, sono tornati al lavoro nell'area di Kom el-Hettan, così come viene chiamata in arabo.
L'obiettivo è quello di rimettere in piedi i due colossi per restituirli al pubblico dei visitatori della necropoli. La leggenda narra che le due statue, i colossi di Memnone, furono fatte costruire dal faraone Amenhotep III a sua immagine, per
essere poste all'ingresso del sontuoso tempio funerario. Il loro sguardo era rivolto a est, e ancora oggi guardano il sorgere del sole. Siamo intorno al 1350 a.C. nel corso della XVIII dinastia, in un momento in cui l'Egitto era al suo massimo splendore. Solo un secolo più tardi, prima Ramesse II, e poi il figlio Me-remptah iniziarono la distruzione del tempio per costruirne di nuovi. I colossi stessi persero la loro iniziale identità e furono confusi con statue del principe etiope Memnone, figlio dell'aurora, che, secondo l'antica tradizione, era andato a combattere nella guerra di Troia restando ucciso da Achille. Il progetto di recupero del tempio di Amenhotep III e dei Colossi di Memnone, realizzato in stretta collaborazione tra il Consiglio supremo alle antichità dell'Egitto e l'istituto archeologico germanico del Cairo, ebbe inizio nel 1989. Dieci anni più tardi, Kom el-Hettan è stato inserito dal World Monuments Watch nell'elenco dei cento siti considerati più a rischio nel mondo. L'area o-ra è posta sotto tutela. Dal 2000 la missione europea-egiziana, di cui oggi fanno parte 12 Paesi tra cui Germania, Austria, Armenia, Belgio, Francia, Giappone, Lussemburgo, Polonia, Russia, Spagna e Repubblica Ceca, è finanziata dall'Association des amis des colosses de Memnon che da tempo ricerca fondi in tutto il mondo per portare a termine il progetto di restauro e consolidamento del tempio di Amenhotep III.
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nota. nel disegno, dal nostro archivio:
Menephtha offerta a Set

Scoperta a Mozia la vera funzione del "kothon"

Scoperta a Mozia la vera funzione del "kothon"
Marco Neri
Gazzetta del Sud 26 febbraio 2006

Gli archeologi della "Sapienza" illustreranno lunedì a Roma i risultati della campagna di scavi 2005

A 40 anni dall'inizio degli scavi a Mozia, gli archeologi dell'università romana «La Sapienza» hanno scoperto la vera funzione del «kothon», il bacino artificiale dell'isola siciliana scavato nella roccia, finora ritenuto una darsena per la riparazione delle barche.
Ad annunciarlo è il direttore della missione archeologica a Mozia, Lorenzo Nigro, che lunedì mattina a Roma illustrerà in una conferenza stampa i risultati della campagna di scavi 2005.
La presentazione, promossa con il sostegno del professor Paolo Matthiae, si terrà nell'ambito della Giornata di Studi dedicata alla memoria di Antonia Ciasca che per trentanni ha diretto i lavori nell'isola siciliana.
L'appuntamento è al Museo dell'Arte Classica , dove è esposta, ricordano dalla Sapienza, l'unica copia esistente del «Giovane di Mozia», statua in marmo rinvenuta nel 1979. Posta al centro dello Stagno ne di Marsala, l'isola di Mozia fu nei secoli IX-IV a.C. un importante centro fenicio e punico.

Vicino al kothon, il bacino artificiale, di Mozia gli archeologi hanno scoperto un tempio fondato nel VI secolo avanti Cristo dai fenici.
All'interno del tempio, rimasto in uso fino al IV secolo quando fu distrutto da Dionigi di Siracusa, gli archeologi, diretti da Nigro, professore di archeologia e storia dell'arte del vicino Oriente, hanno portato alla luce una corte dove si ergeva un obelisco i cui pezzi sono stati trovati in una fossa sacra.

Vicino all'obelisco è stato trovato anche un pozzo sacro utilizzato per i riti e per Lorenzo Nigro «queste scoperte non sono casuali e portano a pensare che il kothon non svolgesse la funzione di darsena per le barche come si è finora creduto».

Secondo Nigro e gli archeologi della «Sapienza», che hanno ripreso gli scavi a Mozia nel 2002, «la similarità della topografia e della logistica di questo sito con quello del tempio degli Obelischi a Byblos (Libano) e quello di Amrit, in Siria, ci da ragione nel pensare che il kothon servisse ad altro».

Mozia, scoperto un tempio nell'isola che fu dei dei Fenici

Mozia, scoperto un tempio nell'isola che fu dei dei Fenici
Beatrice Rutiloni
la Repubblica, 27 febbraio 2006

Un'equipe della Sapienza di Roma ha scavato per quattro anni: c'era anche una piscina sacra, il Kothon

ROMA—Un tempio segreto nell'isola dei Fenici. La piccola Mozia, l'isola siciliana che occupa nel Mediterraneo lo spazio di appena 45 ettari di terra, non finisce di stupire gli archeologi. Dopo quarant'anni di scavi l'ultimo enigma di quella che fu un'importante colonia fenicia è stato risolto: il bacino artificiale, il Kothon, che fino a ieri si riteneva essere una darsena utilizzata per la riparazione delle barche è in realtà la vasca sacra collegata a un tempio di cui si sono rinvenuti i resti. Si tratta dell'unico esempio di complesso sacro fenicio nel suo genere mai rinvenuto in Italia. Tutto comincia quattro anni fa, quando un'equipe di archeologi e studiosi della Sapienza, in collaborazione conia soprintendenza di Trapani e la fondazione Whitaker, decide di fare ritorno sull'isola, che si trova al centro dello Stagnone di Marsala, dopo uno stop alle ricerche durato oltre dieci anni: «Non ci ha mai convinto la funzione del Kothon — spiega il direttore della missione, il profes-sor Lorenzo Nigro — sembrava troppo simmetrico per essere una darsena, la sua struttura con gli angoli orientati secondo i punti cardinali non poteva essere quella di un porticciolo. Avevamo un solo modo per scoprire cosa c'era sotto: prosciugare il Kothon».
Giovani volontari ed esperti professori hanno lavorato per settimane, con le pompe idriche e le pale: «Ciò che ci si è presentato davanti agli occhi è stato meraviglioso — ricorda Nigro — abbiamo trovato una falda di acqua dolce e la struttura di una piscina sacra: l'acqua e in particolare quella non salata era un elemento importantissimo per la spiritualità dei Fenici, popolo che colonizzò l'isola e ne fece un centro nevralgico per il Mediterraneo occidentale tra il IX e il IV secolo a.C. Il tempio e il Kothon erano collegati e utilizzati dall'antica popolazione semitica per il culto di una divinità degli inferi: oltre ai resti di pilastri e a un obelisco di tre metri trovato smontato e sepolto, abbiamo rinvenuto ossa di animali, pietre minerali e oggetti come orecchini o piccoli utensili che probabilmente venivano offerti».
Il complesso sacro del Koth on è unico nel suo genere nel Mediterraneo: «1 soli confronti con il tempio del Kothon si trovano nella zona del Levante — spiega Nigro — dove originariamente si trovava l'antica Fenicia: il Tempio degli Obelischi di Biblo in Libano e il Tempio di Amrit in Siria». La storia di Mozia, un museo a cielo aperto collegato alla Sicilia da una strada che quando il mare è alto da la sensazione di camminare sull'acqua, è legata da sempre alla curiosità: fu questa a spingere un nobil uomo inglese, Sir Joseph Whitaker, a comprare l'isola e dedicare la vita alla ricerca di una città fenicia. Riuscì dove aveva fallito Heinrich Schliemann, il celeberrimo scopritore di Micene e Troia. Alla tenacia di Whitaker e a quella di chi ha continuato ad esserlo dopo, da Antonia Ciasca che vi condusse una lunga campagna di scavi, in poi, si devono i ritrovamenti di testimoni eccezionali della civiltà fenicia.

Scoperte nel tempio del Sole statue di Ramses il Grande

Scoperte nel tempio del Sole statue di Ramses il Grande
Viviano Domenici
Corriere della Sera, 28/2/2006

Grandi statue in granito rosa del potente faraone Ramses II sono state rinvenute casualmente alla periferia nord est del Cairo, nell'area dove sorgeva l'antica Heliopolis, la città dedicata al culto del Sole. I monumenti, dal peso fino a cinque tonnellate, sono stati rinvenuti a pezzi all'interno di un tempio del Sole del XIII secolo avanti Cristo scavato nella roccia di scisto verde, in un'area oggi occupata dal mercato del quartiere Ein Shams (il cui nome significa «Occhio del Sole»). Tra le statue meglio conservate vi sono un grande busto-ritratto di granito dal peso di tre tonnellate, e una statua in posizione seduta, alta circa un metro e mezzo, sul fianco della quale è scolpita un'iscrizione geroglifica contenente cartigli reali con il nome di Ramses II. Heliopolis fu il vero nucleo culturale dell'antico Egitto dove la classe sacerdotale elaborò le dottrine legate al culto solare; qui ebbero sede importanti scuole di teosofia e di filosofia e si inventò un calendario basato sull'anno solare. Il tempio del Sole era circondato da un recinto di mattoni crudi al cui centro si alzava un grande obelisco. Diversi faraoni ampliarono e arricchirono il centro di culto con nuovi monumenti di cui oggi rimane testimonianza nell'obelisco di Sesostri I, alto 20 metri e pesante 12 tonnellate, e nelle statue di Ramses II appena ritrovate. Il grande Ramses II regnò 66 anni (dal 1304 al 1213 avanti Cristo), ebbe un centinaio di figli, dette forte impulso all'espansione militare, consolidò le frontiere, fece erigere numerosissime statue regali in tutto il Paese. e si fece raffigurare con la moglie Nefertari sulla monumentale facciata del tempio di Abu Simbel. Ai tempi di Ramesse III, successore di Ramesse il Grande, il tempio del Sole a Heliopolis arrivò ad avere più di 12 mila addetti e si stima che l'intera area sacra coprisse una superficie di circa 520 mila metri quadrati.

Tesori etruschi affiorano dal mare

Tesori etruschi affiorano dal mare
A.R.
Il Tirreno, 7/3/2006

Recuperate anfore, pietre e ceppi di ancora: i resti di un relitto?

CASTIGLIONCELLO. E' un vero e proprio tesoro, fino ad oggi nascosto tra i fondali di Calafuria, quello riportato alla luce dal gruppo Archeosub labronico di Nibbiaia: si tratta di venti anfore etrusche (tipo Py4a), dal corpo ovoidale di 55,5 cm di altezza alcune quasi interamente conservate, un'anfora massaliota e una fenicio-punica. Non solo. I sub rosignanesi sono riusciti a riportare in superficie dal sito della Punta del Miglio (tra il Boccale e Sonnino) materiale litico (una pietra forata, un braccio di ceppo, un catillus di macina e numerose mazzere di tonnarella).
E, tra i reperti di piombo, due ceppi di ancora di età probabilmente tardo repubblicana, 3 barre di appesantimento ed un misterioso oggetto a forma parallelepipeda con un'ansa prensile (tipo maniglia) di 32 cm. di altezza. Non tutti i reperti sono attribuibili ad unico contesto né databili alla stessa epoca. Le anfore etrusche, come quella massaliota e i ceppi d'ancora, tuttavia, rappresentano il ritrovamento più corposo che fa pensare all'esistenza di un relitto etrusco nelle acque antistanti la scogliera di Calafuria. Ipotesi, questa, che il gruppo Archeosub Labronico ha riproposto e ripercorso in un volume pubblicato, e non commerciabile, in cui vengono catalogati i reperti scoperti a largo di Punta del Miglio, una piccola Capo Horn del Mediterraneo già tristemente nota nell'antichità per l'irruenza delle onde e teatro di spettacolari naufragi.
Il tesoro portato alla luce dai sub, insomma, potrebbe in parte essere quello di una nave etrusca che seguiva la cosiddetta «rotta del vino» per trasportare il prezioso nettare di Bacco e l'altra mercanzia dall'Etruria alla Gallia fino all'Iberia e specialmente alle città di Massalia (oggi Marsiglia), Agathé Tyche (oggi Cap d'Agde, in Linguadocia) ed Alicante in Spagna.
La scoperta è stata fatta per caso dai sub dell'Archeosub Labronico, richiamati sul posto da un via-vai di sub indaffarati a portar via roba dal fondo del mare, appoggiati da un natante che, alla vista del gruppo specializzato, si dileguò. Ma già negli anni '70, nello stesso sito teatro della scoperto, erano sparite circa una trentina di anfore saccheggiate da ignoti che, per primi, erano riusciti ad identificare il luogo del relitto. Oggi questi reperti trovati, in momenti diversi, nell'estate scorsa sono stati denunciati ai carabinieri di Castiglioncello e consegnati al museo archeologico di Rosignano. Al ritrovamento, oltre Archeosub, parteciperanno vigili del fuoco di Livorno, sotto l'egida della Sovrintendenza.
Il luogo del ritrovamento è di fronte a Punta del Miglio, alla distanza minima di circa 100 metri dalla riva, su fondali misti, prevalentemente rocciosi, interrotti da anfratti e grotte ad una profondità variabile tra i 15 e 30 metri. «Le ultime scoperte -racconta Gianluca Citi, vice presidente e direttore del nucleo operativo Archeosub (presidente è Letizia Marini) - appartengono al luglio scorso quando ci immergemmo con il nucleo specializzato dei vigili del fuoco recuperando alcune anfore ed altro materiale». Ma le ricerche in questo tratto di mare erano iniziate due anni prima, nel settembre 2003.
Da uno studio di quanto recuperato, grazie anche all' interessamento del dottor Alessandro Papò, esperto archeologo e sub, si è ipotizzato che gran parte del materiale provenga da un mercantile dell'Etruria del V secolo A.C. partito probabilmente dal porto di Vulci o Cerveteri e naufragato, schiantandosi, proprio a Punta del Miglio. Si tratta di una delle prime grandi scoperte fatta lungo le coste italiane.

Ritrovata la nave più vecchia del mondo

Ritrovata la nave più vecchia del mondo
EMANUELE PERUGINI
IL MATTINO 09-03-2006

Così gli antichi egizi erano in grado di navigare anche in mare aperto. Una scoperta targata Napoli
La campagna di scavi sulla costa del Mar Rosso effettuata da esperti dell'università Orientale

Il magazzino del 1800 a. C. era la base navale per raggiungere la mitica Punt

I RESTI delle più antiche navi del mondo sono stati portati alla luce da un équipe di ricercatori napoletani e americani. Le navi erano usate per le missioni commerciali verso la mitica "Terra di Punt". Lo dimostra una cassa scoperta accanto ad uno degli assi dello scafo di una nave, sulla quale è stata trovata la scritta "Le meraviglie di Punt". Quasi fosse un antico marchio di qualità.
Si tratta di una scoperta archeologica di grande rilievo perché fino ad oggi si riteneva che gli antichi egizi non fossero in grado di compiere navigazioni oceaniche e che le loro possibilità si limitassero ai viaggi lungo il Nilo e lungo le coste del Delta. Invece grazie agli scavi compiuti dal gruppo di archeologi dell'Istituto Orientale di Napoli guidati da Rodolfo Fattovich, ai quali hanno partecipato anche archeologi americani dell'Università di Boston, non solo sono emersi i resti di alcune imbarcazioni, ma soprattutto, è venuta alla luce quella che, a tutti gli effetti, sembra essere una vera e propria base navale. Fatto questo che dimostra che per gli antichi egizi la navigazione in mare aperto era tutt'altro che occasionale.
Inoltre la scoperta offre una conferma diretta di quanto descritto in alcuni antichi papiri a proposito di una missione organizzata: dalla regina Hatshepsut verso la mitica "Terra di Punt" che ora sembra essere definitivamente collocata tra l'Etiopia e lo Yemen, proprio a cavallo del tratto finale del Mar Rosso. Le assi e le travi di legno di cedro del Libano e di acacia che appartenevano alle antiche navi, sono però ancora più antiche della regina Hatshepsut che governò l'Egitto intorno al 1479-1457 avanti Cristo. Stando ai primi rilievi sembra infatti che risalgano all'epoca di un'altro faraone, Amenemhat III che regnò tra il 1807 e il 1797 avanti Cristo e che pure organizzò diverse spedizioni nella Terra Punt.
Proprio verso questa destinazione facevano servizio le navi scoperte dagli archeologi napoletani. Su questo non ci sono dubbi. La loro base operativa si trovava sulla costa del Mar Rosso, nel sito che oggi si chiama Marsa Gawasis e che si trova una ventina di chilometri a Sud della città di Port Safaga. Qui i marinai egizi scaricavano le loro merci e sostituivano quelle parti della nave che si erano logorate o danneggiate durante la crociera lunga oltre duemila chilometri.
Nella base navale trovavano tutto il necessario per le riparazioni. In alcune caverne scavate a mano infatti i ricercatori hanno scoperto, in stato di quasi perfetta conservazione, il cordame necessario per manovrare le vele, alcune casse per caricare e scaricare le stive, frammenti di tessuti per le vele e anche vasellame, ancore e altro materiale. Secondo le stime ad ogni missione dovevano partecipare almeno 3700 marinai.

Riaffiora una sepoltura celtica

Riaffiora una sepoltura celtica
Domenica 12 Marzo 2006 BresciaOggi

URAGO. Il reperto archeologico, che fa il paio con i ritrovamenti al Castellaro, portato alla luce dai lavori nella chiesetta di S. Pietro

Cresce l’attesa per scoprire il corredo funerario custodito dalla tomba

Una scoperta casuale quanto preziosa. Il restauro della chiesetta di «San Pietro al cimitero» ha restituito alla comunità di Urago un reperto storico di inestimabile valore.
Durante i lavori sul lato sud dell’area occupata dal luogo di culto, è stata portata alla luce un’antichissima sepoltura che gli esperti fanno addirittura risalire alla dominazione dei Celti.
Se la valutazione temporale della tomba venisse confermata, si tratterebbe di un reperto di straordinaria rilevanza considerato che le sepolture celtiche sono una rarità. Questo perchè il culto funebre dei cenomani prevedeva la sepoltura in necropoli già esistenti, prevalentemente in quelle etrusche.
Ad annunciare il ritrovamento è stato il sindaco Guido Madona, appassionato di storia locale e tra i membri dell’associazione culturale «Castellaro», omonima, manco a dirlo, alla località in cui, nel 1999, furono trovate quattro sepolture cenomani sovrapposte.
«Siamo un paese piccolo - osserva il primo cittadino - ma non ci mancano i gioielli di famiglia. Il nuovo ritrovamento pone Urago tra i siti di grande interesse archeologico per quanto riguarda la dominazione celtica. Attualmente le sepolture sono state ricoperte al fine di metterle in sicurezza. Riaffioreranno una volta che sarà allestito il cantiere per i lavori sulla chiesa. Solo allora, in base alle indicazioni della Soprintendenza ai beni archeologici sapremo come comportarci».
Ora la curiosità è puntata sull’eventuale corredo funerario della tumulazione.
Urne cinerarie, ollette e uno scheletro perfettamente conservato erano spuntati nel precedente ritrovamento, nella campagna che costeggia la ex statale 469 che conduce a Pontoglio. La datazione del nuovo sito, con tanto di macina, potrebbe cambiare di molto, visto e considerato che nella località Castellaro fu rinvenuta una vera e propria necropoli con sepolture di epoca alto medievale.
La determinazione della Giunta, nonostante la penuria di denaro, è quella di inserire tale ritrovamento in un vero e proprio percorso storico-archeologico che faccia di Urago un punto di riferimento non solo provinciale nello studio di alcune civiltà. «Non va dimenticato - aggiunge Madona - che anche il Medioevo, grazie al castello, e l’epoca contemporanea, grazie alla villa Zoppola e al suo magnifico parco monumentale, sono periodi degnamente rappresentati dal nostro borgo».
Nell’attesa di mettere mano al sottosuolo, tra un mese inizieranno i lavori sulla chiesetta, eretta nel XII secolo, da tempo bisognosa di interventi per la messa in sicurezza. Il primo intervento avvenne nel 2002 con il rifacimento del tetto che consentì di riportare in sede anche i muri portanti, visto che la chiesetta si stava letteralmente aprendo in due. Ora con 300 mila euro si interverrà per imbrigliare le acque meteoriche all’esterno, così da eliminare infiltrazioni su tutto il perimetro. Alcuni interventi murali consentiranno inoltre una sicura stabilità di tutto il complesso.
Il secondo intervento riguarderà l’interno con la sistemazione del pavimento, tutta da definire visto che anche in questo caso sono stati ritrovati nel sottosuolo parti romaniche del precedente edificio. Sempre con questo stralcio saranno realizzati gli impianti di illuminazione e di riscaldamento.
L’ultima parte del progetto riguarderà la sistemazione degli affreschi conservati nella chiesetta, a partire da quelli dedicati a Sant’Erasmo, S. Gottardo, San Pantaleone, San Fermo, San Sebastiano e San Rocco realizzati nel Seicento. E’ invece custodita in Comune la Madonna sul trono con bambino, risalente al XII secolo e in un primo tempo dedicataria della chiesetta. L’assente illustre è invece l’affresco di San Pietro, trafugato nel 1976.
Un altro studio riguarderà la volta attualmente intonacata, che quasi sicuramente nasconde altre opere d’arte.
«Per ora - osserva il sindaco - dovremo arrangiarci dal punto di vista finanziario. Finora Regione e Provincia non hanno dato alcun seguito alle nostre richieste di aiuto e l’unica speranza per poter promuovere il nostro patrimonio è legata all’intervento di privati con sponsorizzazioni».
I lavori sono incentrati sugli studi del restauratore Fulvio Sina, dell’inegner Angelo Valsecchi e dell’architetto Mario Peticca.
Massimiliano Magli
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nel disegno, dal nostro archivio, Ricostruzione di un Tempio Druidico

Rovine del Palazzo di Dario - Persepoli

Rovine del Palazzo di Dario - Persepoli

Suonatrice - Pittura della Necropoli di Tebe - XVIII dinastia


Suonatrice - Pittura della Necropoli di Tebe - XVIII dinastia

Beni Culturali, navigatore virtuale segue la rotta dei Fenici

Beni Culturali, navigatore virtuale segue la rotta dei Fenici
La Stampa 06/12/2009

ROMA
Il ministero dei Beni Culturali valorizzerà la Rotta dei Fenici, itinerario culturale riconosciuto dal Consiglio d’Europa che attraversa 18 Paesi e oltre 80 città di origine e cultura fenicio-punica.

Obiettivo della direzione generale per le Biblioteche, gli Istituti culturali e il Diritto d`autore del Mibac e l`associazione internazionale "La Rotta dei Fenici" è far conoscere una rete di visite innovative. L’accordo tra gli enti prevede la creazione di un webGis del Mediterraneo: un navigatore virtuale sulle rotte dell`itinerario che sarà ospitato sul sito del Mibac e su Google Earth; la comunicazione del percorso eventi, lo sviluppo di una rete turistico-culturale internazionale sui percorsi di mare e sul cammino di Annibale.

Un esempio di questa valorizzazione è il video in 3D "Annibale al Trasimeno" - novità esclusiva nel campo della documentaristica - che riproduce gli attimi salienti della battaglia di Annibale contro i Romani sulle rive del Lago Trasimeno. Tra le prossime attività, da gennaio, una tre giorni formativa organizzata dall`Università di Bologna sul patrimonio storico-culturale di Tuoro (Perugia), cui parteciperanno tour operator, delegati dell`Ana (Associazione Nazionale Archeologi) e laureati in economia del turismo.

«Da anni lavoriamo sul territorio italiano e internazionale per fare sistema e mettere in rete ciò che esiste già: studiosi, tour operator, centri ricettivi, istituzioni per diffondere un patrimonio immenso. Ora, attraverso la collaborazione con il Mibac, - ha dichiarato Antonio Barone, il direttore de ’La Rotta dei Fenicì - la presenza fenicia in Italia può veramente rappresentare un valore aggiunto in chiave turistica, in particolar modo nelle aree di Centro Sud del Paese. Ma l`aspetto più significativo dell`accordo sta nel fatto che per la prima volta un ministero stipuli un accordo con un`organizzazione di territori per valorizzare il patrimonio archeologico culturale legato ad un tema specifico, come i Fenicio-Punici nel Mediterraneo».

Tra i percorsi già disponibili, sette percorsi di `archeotrekking`, in cui la passeggiata a piedi non è più solo sport, ma diventa arte, cultura, riscoperta di luoghi e popoli antichi. È il caso del percorso di Selinunte, con 9 km di trekking archeologico tra le rovine dell`antica città greco-fenicio-punica. Dall`archeosub all`archeosailing, dove - sempre in Sicilia - sono organizzati itinerari archeologici subacquei (Egadi, Pantelleria, Scopello ecc.). Oppure nel Lazio con l`archeosub nell`antica Pyrgi (porto franco tra Etruschi e Fenici), dove grazie al Museo del Mare di Santa Severa (Roma) è anche possibile toccare con mano le tecniche del vero cantiere navale antico. Tra le attività, l`archeosailing nel Mediterraneo (Sardegna, Sicilia e Tunisia) con le barche a vela targate ’Rotta dei Fenicì.

In programmazione, inoltre, la realizzazione di circuiti archeo-gastronomici in Umbria, Sicilia e Sardegna in cui collaborano archeologi, agricoltori, pescatori e ristoratori per riscoprire l`impatto dei Fenici sulla cultura enogastronomica del Mediterraneo.

domenica 6 dicembre 2009

sabato 28 novembre 2009

Tuvixeddu, stop al cantiere

Tuvixeddu, stop al cantiere
Lissia, Mauro
La Nuova Sardegna, 28 novembre 2009

I giudici del Consiglio si Stato riaprono le speranze che il monumento costituito dalla necropoli più vasta e antica del Mediterraneo sia salvata.

CAGLIARI. Il colle di Tuvixeddu potrebbe essere salvo: la sesta sezione del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso dell’avvocatura generale e ha annullato la sentenza del Tar Sardegna del 20 aprile scorso con la quale i giudici amministrativi avevano dato il via libera agli ultimi due nullaosta concessi dal Comune di Cagliari a Nuova Iniziative Coimpresa, quelli che la sovrintendenza ai beni architettonici e ambientali aveva annullato a settembre del 2008.

I giudici di palazzo Spada hanno ascoltato nell’udienza del 24 novembre scorso le ragioni dell’avvocato dello stato Sergio Sabelli e quelle dei legali del gruppo Cualbu, gli avvocati Pietro Corda e Antonello Rossi. Si sono riservati la decisione, come sempre accade nel corso delle sessioni d’udienza a Roma. Poi però la notizia del verdetto favorevole per la sovrintendenza è trapelata attraverso i consueti canali ufficiosi ed è arrivata in Sardegna. Perché storici, ambientalisti e intellettuali cagliaritani possano gioire bisognerà però attendere il deposito della sentenza, tra due o tre settimane. Se l’esito del giudizio d’appello verrà confermato il piano di edificazione del gruppo immobiliare correrà il rischio di naufragare. Le due autorizzazioni firmate dal Comune il 25 agosto 2008 davano l’ok a un grande complesso edificato con nove unità abitative in tre corpi di fabbrica e ad altre diciotto in nove strutture più una grande residenza unifamiliare, per un totale di 14.630 metri cubi su un’area molto estesa del colle, con vista sulla necropoli punica. Coimpresa è impegnata nella costruzione di alcuni palazzi su via Is Maglias, ma quella che nel progetto viene indicata come unità insediativa E3 rappresenta il cuore del lussuoso quartiere del quale è cominciata proprio in questi giorni la commercializzazione, con una grande campagna pubblicitaria. Bloccare questa frazione del piano significa pregiudicare il progetto, già messo a rischio dalla procedura di vincolo che la sovrintendenza ai beni culturali ha avviato per le aree pubbliche di Tuvixeddu, compreso il canyon artificiale dove dovrebbe passare la strada d’accesso al nuovo quartiere.

Contro quell’iniziativa i legali del gruppo Cualbu hanno ricorso al Tar insieme a quelli del Comune, ma se le informazioni ufficiose arrivate da Roma trovassero conferma il costruttore sarebbe davanti alla più brutta delle gatte da pelare. Bocciati i due nullaosta finali, si tratterebbe di riaprire la procedura autorizzatoria ma secondo le indicazioni del Consiglio di Stato. Una su tutte, che ricalca le motivazioni con cui l’allora sovrintendente Fausto Martino aveva bocciato le autorizzazioni giudicandole affette da un “vizio esiziale”: prima di firmarle, il Comune avrebbe dovuto trasmettere la pratica alla sovrintendenza ai beni architettonici, il cui parere è indispensabile - come ha ribadito l’avvocato Sabelli - per rendere efficace il nullaosta. In questo caso, a leggere il ricorso dell’avvocatura generale dello stato, non solo sarebbe mancata la richiesta del parere, ma non risulterebbe traccia di alcuna documentazione tecnica sulla parte di progetto oggi contestata. Come dire: il sovrintendente Martino sarebbe rimasto all’oscuro di quanto Coimpresa intendeva e intende fare su Tuvixeddu, malgrado fosse proprio il suo ufficio quello demandato a esercitare il potere di controllo e di verifica. Sabelli peraltro, nel suo ricorso di ventotto pagine in cui si fa riferimento a «numerosi profili di illegittimità», punta il dito su altri aspetti della controversia e mette ancora una volta l’accento su un problema ignorato nei pronunciamenti giudiziari precedenti, quello che rappresenta il cavallo di battaglia delle associazioni ecologiste impegnate da anni nella difesa del colle punico: l’entrata in vigore del codice dei beni culturali e del paesaggio ha cambiato radicalmente la valutazione sull’impatto degli interventi edificatori in aree sensibili. Se le norme precedenti tendevano a tutelare il luogo, quelle in vigore difendono il paesaggio nella sua interezza e complessità naturale. Ora però si tratta di capire quali punti abbiano convinto i giudici di Roma a fermare i nullaosta per Tuvixeddu: forse gli errori commessi - secondo l’avvocato Sabelli - dal Tar Sardegna nella sentenza di aprile. Forse l’assenza di quel passaggio di documenti che ai comuni mortali può sembrare una formalità ma che in un giudizio amministrativo diventa decisivo.

mercoledì 25 novembre 2009

Trovata la sala del trono dell'ultimo re longobardo a Salerno

Trovata la sala del trono dell'ultimo re longobardo a Salerno
di Roberto Fabbri
articolo di lunedì 23 novembre 2009 - IL GIORNALE

A San Pietro a Corte Arechi II ricevette gli inviati di carlo Magno e rifiutò di sottomettersi al sovrano dei Franchi
È stata identificata nell'unica reggia longobarda rimasta in piedi, a Salerno, la sala del trono dove Arechi II rifiutò la sottomissione chiestagli dagli ambasciatori di Carlo Magno, all'indomani della sua vittoria su Desiderio, l'ultimo re longobardo, sconfitto e assediato a Pavia nell'anno 774: «Abbiamo seguito passo passo il percorso minuziosamente descritto dal Chronicon Salernitanum, che racconta l'arrivo dell'ambasceria inviata da Carlo Magno ad Arechi. Quest'ultimo - spiega Felice Pastore, l'archeologo salernitano che ha illustrato la scoperta in un convegno della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico conclusasi ieri a Paestum - aveva sposato Adelperga, figlia del re Desiderio appena sconfitto e sorella di Ermengarda (la moglie ripudiata da Carlo Magno, il quale era quindi ex cognato dello stesso Arechi). Gli inviati del re franco furono trattati con tutti gli onori, ma la loro richiesta fu respinta, proprio nella sala che noi abbiamo identificato». Si tratta del Complesso Monumentale di San Pietro a Corte, nel centro storico di Salerno, il quartiere dei Barbuti (i «barbuti» sono proprio loro, i Longobardi, ossia il popolo dalle lunghe barbe, come li chiamò il loro storiografo Paolo Diacono). I sovrani longobardi vi avevano eretto il loro Sacratissimo Palazzo sui resti delle terme romane, abbandonate dopo un terremoto e successivamente riciclate in sepolcreto monumentale. Lì, nella sala più settentrionale del secondo piano dell'edificio, Adelchi II ricevette l'ambasceria di Carlo Magno, che dopo la vittoria si era autoproclamato re dei Franchi e dei Longobardi, alzando al cielo le due corone.
Adelchi, come racconta il Chronicon Salernitanum, si fece trovare dagli ambasciatori seduto sul trono, abbigliato con i paramenti imperiali, e si qualificò come il Princeps Longobardorum. Il recupero della sala del trono è ancora in corso, e non è affatto facile, come racconta Pastore, soprattutto perché le vestigia longobarde sono state devastate da un pessimo «restauro» cominciato negli anni Cinquanta del secolo scorso, da un soprintendente che tendeva a gettare via tutto ciò che ostacolasse lo scavo delle antiche terme romane.
Il recupero del palazzo, l'unico palazzo longobardo al mondo, è diretto da Paolo Peduto, dell'Universwità di Salerno. Dopo la cacciata dal nord-Italia i Longobardi si meridionalizzano, e Arechi II accoglie i profughi del suo popolo che scendono a sud dopo la sconfitta. La storia successiva racconta una sorta di bizantinizzazione dei regnanti longobardi, i quali cercarono l'alleanza dell'Impero Romano d'oriente contro i Franchi e contro il papato: ma quell'alleanza non andò a buon fine. I Longobardi, comunque, restarono padroni dell'Italia meridionale fino al 1076, quando furono sconfitti dall'arrivo dell'ennesimo popolo barbarico, i Normanni, guidati da Roberto il Guiscardo.

sabato 21 novembre 2009

venerdì 20 novembre 2009

terracotte provenienti dallanecropoli di Myrina

terracotte provenienti dallanecropoli di Myrina

martedì 17 novembre 2009

Tuvixeddu, la guerra non è finita

Tuvixeddu, la guerra non è finita
FRANCESCO PINNA
UNIONE SARDA – 17 novembre 2009

Per i Beni paesaggistici il colle va tutelato per la vecchia miniera. L'amministrazione: «È una cava come tante». La Sovrintendenza chiede il vincolo, il Comune ricorre.

Per la Sovrintendenza la miniera è un unicum di particolare interesse storico . Richiesta una sospensione provvedimento. A fine luglio la Soprintendenza regionale per i beni architettonici e paesaggistici aveva avviato le procedure per chiedere il riconoscimento del particolare interesse culturale di una parte consistente del comparto di Tuvixeddu. Questa volta non per la presenza della necropoli punica, bensì per l'esistenza della vecchia miniera che rappresenterebbe un unicum di particolare interesse storico . Una nuova minaccia di vincoli per il progetto immobiliare di Nuove Iniziative Coimpresa, ripartito dopo anni di battaglie giudiziarie, vinte dalla società del Gruppo Cualbu. IL RICORSO. Il Comune ha deciso di rivolgersi ancora una volta ai giudici amministrativi, presentando attraverso l'avvocato Carla Curreli, un ricorso alla Seconda sezione del Tar Sardegna con la richiesta di annullare, ma prima ancora di sospenderne gli effetti, il tentativo di applicare vincoli paesaggisti legati non pi alle antiche tombe ma a un'archeologia di tipo industriale. Il 25 novembre, il Collegio, composto dalla presidente Rosa Panunzio e dai giudici Francesco Scano e Marco Lensi, si riunirà per la prima udienza di Camera di consiglio e discuterà l'istanza cautelare. In precedenza, anche Coimpresa aveva presentato un analogo ricorso. IL COMPLESSO. Il 22 luglio, era stata la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici che aveva scritto al Comune annunciando l'avvio del procedimento per riconoscere l'area di «notevole interesse culturale», considerandola «un pregevole complesso minerario impiantato alla fine dell'Ottocento ed attivo per quasi un secolo in ambito urbano, comprendente manufatti, gallerie sotterranee, tunnel di trasporto dei materiali, nastri trasportatori, tramogge, piani di carico, fronti di cava ed altre evidenti tracce dell'attività estrattiva che costituiscono un unico di particolare interesse culturale». Che si tratti di archeologia classica o industriale, il risultato finale potrebbe essere quello di nuovi vincoli di tutela legati al codice Urbani. A deciderlo, fatto salvo diverso pronunciamento dei giudici, dovrà essere il ministero per i Beni culturali che ha a disposizione 210 giorni per l'istruttoria. IL COMUNE. Di parere diverso è il Comune che ha deciso di ricorrere al Tar secondo il ricorso, dai documenti della Soprintendenza (che in passato aveva concesso il parere favorevole al progetto di Coimpresa) emergerebbe come le attività estrattive fossero ancora in corso dopo il 1960, mentre la norma esclude dalla disciplina le opere di autori viventi o la cui esecuzione non risalga a 50 anni. Non solo: si contesta anche la carenza di motivazione legata alla bozza di relazione redatta dal responsabile del procedimento Francesco Peretti: difetterebbe di «qualsiasi concreta motivazione di carattere storico, artistico, o di particolarità del sistema estrattivo utilizzato, non riscontrabile in altri siti, che giustifichi la dichiarazione di notevole interesse storico e artistico». In sintesi, niente di diverso da tante altre cave. «L'attività ostativa della Soprintendenza - conclude il ricorso - sembra finalizzata ad impedire l'attuazione dell'intervento nell'ambito di un progetto strettamente integrato e coordinato, che ha visto la convergenza degli interessi dell'Amministrazione regionale, di quella comunale e dei privati proprietari delle aree».

domenica 15 novembre 2009

L’aratro svela una necropoli. Scoperte a Castellaneta dieci tombe di età ellenistica

L’aratro svela una necropoli. Scoperte a Castellaneta dieci tombe di età ellenistica
14 NOVEMBRE 2009, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

Dieci tombe, per adulti e bambini, incastonate in una tipica necropoli di età ellenistica risalente al periodo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo sono state ritrovate dagli uomini del Corpo Forestale in contrada Chiulli, a Castellaneta.

Gli archeologi della Soprintendenza hanno poi materialmente effettuato gli scavi riportando alla luce reperti e corredi funerari ora allo studio per datarli con precisione e stabilirne origine e storia. La scoperta è stata fatta a settembre dal proprietario del terreno, a destinazione agricola, proprio durante le operazioni di aratura dei campi seminativi. Le abbondanti piogge di quel periodo avevano formato alcune depressioni che lasciavano intravedere cavità coperte da lastroni. L’uomo ha avvertito il Corpo forestale che, accertata la presenza sotto il primo strato di terra di qualcosa di collegabile all’archeologia, ha allertato la Soprintendenza. Gli scavi hanno interessato un’area di duemila metri quadrati e hanno portato allo scoperto la necropoli. Dai primi rilievi gli archeologi deducono che sicuramente fa parte di un piccolo insediamento rurale con le sepolture che seguono una disposizione abbastanza regolare. Sono infatti allineate per file parallele e in perfetto orientamento in senso est-ovest: è il tipico rito funerario greco che prevede l’inumazione del defunto in posizione distesa e supina, con il cranio ad est. Le differenti tipologie di strutture tombali testimoniano la presenza di sarcofagi per adulti e per bambini. Le prime hanno quattro lastroni in carparo ed una copertura a leggero spiovente dello stesso materiale mentre le tombe per i bambini, di dimensione naturalmente ridotte, appaiono come fosse di piccole dimensioni coperte da una tegola in argilla. Inutile aggiungere che otto delle dieci tombe avevano già ricevuto la visita dei tombaroli e presentavano poveri corredi funerari tipici delle comunità dedite all’allevamento ed all’agricoltura. In quel periodo la zona evidentemente ospitava insediamenti non ricchi, soprattutto rurali e culturalmente influenzati dalla vicinanza alla grande polis Taranto. I ladri hanno asportato quanto c’era di interessante e di vendibile sul mercato clandestino lasciandoci, a testimonianza del loro passaggio, confezioni moderne di Pocket coffee e una cazzuola di recente costruzione, non confondibile con strumenti dell’epoca greca. Gli esperti che anche in altre parti di contrada Chiulli possano esserci vestigia di interesse archeologico.

C. Be.

necropoli per caso

Necropoli per caso
PAOLO VIOTTI
SABATO, 14 NOVEMBRE 2009 LA REPUBBLICA - Bari

Quando hanno iniziato a scavare, pensavano ad una ristrutturazione degli impianti e non a un rinvenimento di reperti archeologici. Ma al posto di cavi e tubi, hanno trovato ossa umane e vasi ornamentali del IV secolo avanti Cristo: è successo a Toritto, in un palazzo in via De Santis.

I proprietari degli appartamenti hanno scoperto così, per puro caso, che pochi metri sotto di loro riposavano reperti archeologici di immenso valore, che adesso saranno studiati dagli esperti per poi trovare la sistemazione più idonea.

La tomba, contenente i resti di scheletri umani e sei vasi di terracotta, per adesso è rimasta lì: dopo aver aspettato per centinaia di anni, qualche mese in più non sembra un´eternità.

Moneta d'Argento di Siracusa

Moneta d'Argento di Siracusa

mercoledì 11 novembre 2009

Scempio alle domus de janas

Scempio alle domus de janas
L'Unione Sarda 09/11/2009

La denuncia è finita su un blog sardo, firmata dal Gruppo ricerche Sardegna: i vandali hanno visitato le Domus de janas di Anela e Ittireddu, meglio conosciute come Sos furrigheddos. Nella cosiddetta tomba del re, ricca di segni preistorici, i teppisti hanno asportato a colpi di scalpello le figure pi significative. Una delle componenti il gruppo, facendo ricerche su puliblicazioni riguardanti quella e altre tombe ipogeiche, ha rintracciato una vecchia fotografia riproducente il sito originario: dal confronto Ira la fotografia e lo stato attuale della parete della tomba del re risulta mancante lo splendido graffito di un cervo e quello di un altro animale, mentre non sono stati toccati altri disegni. Lo scempio arriva in parlamento. Piergiorgio Massidda, senatore Pdl, chiede al ministro dei Beni culturali Bondi se risulta alla Sovrintendenza della Sardegna la commissione del grave attentato al patrimonio culturale che essa è preposta a salvaguardare; infine se la Soprintendenza abbia denunciato i fatti ai carabinieri per la tutela dei beni culturali e se stiano svolgendo ricerche utili alla cattura dei responsabili.

venerdì 6 novembre 2009

Bologna riunisce in foto e on line le memorie della Grande Guerra

Bologna riunisce in foto e on line le memorie della Grande Guerra
BRUNELLA TORRESIN
MERCOLEDÌ, 04 NOVEMBRE 2009 LA REPUBBLICA - Bologna

L´Esposizione

Oggi in Pinacoteca la presentazione di quattro progetti di restauro e valorizzazione

Il 17 novembre 1918, pochi giorni dopo la conclusione della Prima guerra mondiale, a palazzo Bonora, in via Santo Stefano, si inaugurò l´Esposizione nazionale della guerra. Era stata progettata, a conflitto ancora in corso, per raccogliere fondi da destinare in beneficenza; la si allestì, sei giorni dopo la resa della Germania, per celebrare la vittoria e una collettiva impresa di memoria. Nelle sale di palazzo Bonora, tra cimeli d´ogni genere, furono realizzati veri e propri tableaux vivants della vita in trincea, gli accampamenti, le armi, le munizioni, i mezzi di trasporto. Un libro, edito dall´Editrice Compositori, Grande guerra e costruzione della memoria. L´Esposizione Nazionale della Guerra del 1918 a Bologna, curato da Elena Rossoni, ricostruisce ora quella pagina di storia cittadina e nazionale e sigla la conclusione di quattro progetti accomunati dal tema, la Grande Guerra, e dal sostegno accordato loro dal Ministero per i beni culturali, attraverso la legge del 2001 sulla Tutela del patrimonio storico della prima guerra mondiale. Gli altri progetti riguardano la digitalizzazione e la catalogazione di 101 fotografie provenienti da un archivio «nemico», l´Istituto Geografico Militare di Vienna, e per varie vicende oggi conservate nei Musei Civici di Imola, a cura di Oriana Orsi; la digitalizzazione, la catalogazione e la messa in rete (www.memofotogalvani.beniculturali.it) di 100 diapositive e 60 stereoscopie dell´Istituto Minerva destinate a proiezioni didattiche e conservate al liceo Galvani, a cura di Corinna Giudici, e, infine, la schedatura delle tombe dei caduti e del grande ossario del chiostro VI della Certosa di Bologna, a cura di Mirella Cavalli, confluita nella pubblicazione Memorie della Grande Guerra. Tutti e quattro i progetti verranno presentati oggi alle 17, nell´Aula Gnudi della Pinacoteca (via Belle Arti 56), nell´incontro dedicato a «Il fronte del ricordo. Grande Guerra, immagini, eventi, luoghi», introdotto dal soprintendente Luigi Ficacci e animato dalle curatrici con brevi relazioni corredate da immagini.
Le immagini fotografiche, infatti, sono il nucleo sensibilissimo dei rispettivi interventi di restauro e conservazione, sia in quanto patrimonio storico che in quanto testimonianze esemplari dell´uso che di questo patrimonio si è fatto, o non si è fatto. Dell´Esposizione del 1918 non fu pubblicato il catalogo ma ne rimangono fotografie e articoli di stampa; il tableau vivant del ricovero alpino - con la sentinella, i cani, la slitta sotto la neve - richiama le fotografie degli accampamenti o della sinuosa linea scura degli alpini in marcia sull´Adamello colti nelle diapositive conservate al Galvani. Quelle lastre di vetro costituirono un nuovo avanguardistico ausilio didattico negli anni in cui prendeva forma la propaganda del regime fascista, emendate dalla brutalità sanguinaria di un conflitto che provocò la morte di 15 milioni di persone.

Un tesoro sotto la piazza

Un tesoro sotto la piazza
EMANUELE PIERONI
Edizione del 4 novembre 2009, CORRIERE ADRIATICO

Dopo lo scheletro scoperti i resti di un grande edificio ad uso pubblico

Camerino Anche i funzionari della Sovrintendenza per i archeologici delle Marche hanno confermato le impressioni dell’antropologo e consigliere comunale Franco Ugo Rollo, secondo cui i resti umani rinvenuti in piazza Cavour non sono di epoca romana.

“Si tratta quasi sicuramente – ha spiegato la dottoressa Mara Silvestrini, giunta ieri mattina a Camerino – di una sepoltura fatta quando la zona era già in disuso. Studieremo anche questi resti e cercheremo di datare esattamente la sepoltura, ma il vero interesse, in piazza Cavour, sono gli straordinari tesori che vengono riportati alla luce ogni giorno”.

Un parere che fa il paio con quello espresso, sempre ieri mattina, dal sovrintendente De Marinis, che ha voluto essere presente al sopralluogo: “Non si può non approfondire gli studi e perdere così una simile occasione, di fondamentale importanza per la storia e il futuro della città”. In effetti, man mano che il personale della cooperativa che sta effettuando gli scavi libera l’area dal terreno, si cominciano a individuare, ben definiti, i contorni dell’antica piazza. Più precisamente i resti di un imponente edificio che sta catalizzando l’attenzione degli studiosi, tanto che la Sovrintendenza sta ormai da mesi effettuando sopralluoghi con cadenza settimanale.

Inoltre, come ha dichiarato al termine del sopralluogo il sindaco della città ducale, Dario Conti, “tra le novità emerse destano particolare curiosità, nei pressi del luogo in cui è stato trovato lo scheletro, alcuni pilastrini che sembrerebbero far parte di un'area termale. “I materiali e la tecnica di costruzione – ha spiegato ancora la dottoressa Silvestrini – ci permettono di escl udere che si tratti di edifici privati. Sicuramente, in quella zona c’era una grossa struttura ad uso pubblico, ma, ad oggi, è davvero presto per dire esattamente cosa. Per questo proseguiremo gli scavi, nel tentativo di andare alla base dei muri stessi, dove potrebbero essere rimaste integre le pavimentazioni”.

L’area interessata, come è noto, è quella che si estende lungo la facciata di Palazzo Arcivescovile. “C’è una stratificazione – ha proseguito la funzionaria della Sovrintendenza – che ci permette di affermare che quella zona ha rivestito per un periodo di diversi secoli una particolare importanza della città. Si va, come è noto, da reperti risalenti ai primi secoli avanti Cristo fino al decimo secolo”. Al sopralluogo di ieri mattina, oltre al sovrintendente Giuliano De Marinis, alla dottoressa Mara Silvestrini e al consigliere Franco Ugo Rollo erano presenti il sindaco di Camerino, Dario Conti, e gli assessori Roberto Lucarelli e Roberto Di Girolamo.

sabato 31 ottobre 2009

Un santuario del Neolitico. A Lama Santa Croce di Bisceglie si venerava la Grande Madre

Un santuario del Neolitico. A Lama Santa Croce di Bisceglie si venerava la Grande Madre
di FRANCESCA RADINA*
29 OTTOBRE 2009, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

Tesori di Puglia

Per l’intensificarsi delle ricerche archeologiche sempre più specializzate, il Neolitico dell’area apulo-materana, ed in particolare nelle Murge pugliesi, a partire da circa ottomila anni fa ormai ben si caratterizza non solo per le attestazioni di pieno attecchimento della civiltà a base agricola, con lo sviluppo di insediamenti a carattere stabile, ma anche per il ricorso a grandi cavità carsiche. La documentazione indica in questo caso lo svolgimento di pratiche rituali da parte di gruppi diversi, probabilmente in rapporto tra loro, ispirate ad una religiosità che ruota intorno agli attributi, identificabili negli elementi naturali, di un’entità identificabile nella Grande Madre. Ad essa è da correlare un codice preciso di segni e simboli ripetitivi e di ampia diffusione, archeologicamente riconoscibile tra gli altri elementi da focolari, buche, recinti in pietra, deposizione di offerte, e assai probabilmente da rappresentazioni antropomorfe a rilievo, incise o dipinte sul corpo dei vasi in argilla, soprattutto con i tratti del volto umano, o addirittura, in una fase più matura del Neolitico, da statuette di chiaro soggetto femminile. Un contesto particolarmente evidente del genere è visitabile da qualche anno all’interno di Grotta Santa Croce, grande cavità naturale che si apre maestosamente sugli spalti di lama Santa Croce, a qualche chilometro dall’abitato di Bisceglie in direzione di Corato, nel bosco di mandorli e ulivi tipico della nostra campagna barese.

Interamente percorribile per qualche centinaio di metri con l’ausilio del Gruppo Scout di Bisceglie che gestisce il parco naturale, la grotta principale era già ben nota per le scoperte di Luigi Cardini degli anni Cinquanta del secolo scorso, che evidenziarono lo stanziamento di gruppi di cacciatori neanderthaliani, testimoniati anche da rinvenimenti fossili umani illustrati da un’esposizione didattica all’interno. Nuovi scavi della Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia e dell’Università di Siena consentono ora di apprezzare un contesto unico nel suo genere per la estrema deperibilità del materiale, datato al radiocarbonio al 5.000 a.C., ricollegabile agli elementi primari della Terra, come l’acqua, produttrice di vita e benessere. Presso alcune fossette in cui si raccoglieva l’acqua di stillicidio dalla volta della grotta, in un angolo poco illuminato dalla luce dell’esterno era stata deposta una stuoia in fibre vegetali intrecciate, dotata di manici per il trasporto, per la deposizione di offerte, di cui rimaneva in parte traccia nelle centinaia di cariossidi di cereali, conservatasi grazie alle condizioni di umidità dell’ambiente. Un sapiente intervento di conservazione al momento del ritrovamento consente ancora oggi di fruire della scoperta, che ha avuto un’eccezionale rilevanza in ambito scientifico internazionale. Sulla parete della grotta alcuni segni circolari dipinti in rosso sulle pareti marcavano tale preziosa presenza, secondo un linguaggio con l’evidente funzione di forte richiamo simbolico per i frequentatori della cavità, ricollegabile sempre sulla stessa parete in prossimità dell’ingresso, con un gruppo più consistente di pitture in rosso, con quattro motivi circolari vuoti all’interno e raggiati all’esterno da appendici circolari entro un quadrante marginato da pennellate di colore rosso.

*Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia

Dagli scavi della metropolitana riemerge la vita nella preistoria

Dagli scavi della metropolitana riemerge la vita nella preistoria
COSTANTINO MALATTO
SABATO, 31 OTTOBRE 2009 LA REPUBBLICA - Genova

A Pegli in mostra le più antiche vestigia della città, scoperte grazie ai lavori della ferrovia sotterranea

In attesa di cambiare il traffico cittadino, la metropolitana da De Ferrari a Brignole ha cambiato la città preistorica. I reperti e le testimonianze venute alla luce nel corso degli scavi, condotti dalla soprintendenza ai Beni archeologici della Liguria, nei cantieri del metrò hanno consentito di ricostruire i cambiamenti nel corso dei millenni di una parte della città rimasta fuori dal centro abitato fino al Seicento. Ora i materiali rinvenuti vengono esposti al museo di Archeologia ligure di Pegli in una mostra, inaugurata ieri, curata da Piera Melli e Angiolo Del Lucchese, organizzata dalla soprintendenza e dal settore Musei del Comune, con il patrocinio della Regione e della Provincia e il contributo di Ansaldo Sts e Banca Passadore.
Ci sono focolari, resti di pasto, attrezzi e un robusto muro a secco lungo circa nove metri risalente all´età del Bronzo antico. Ci sono poi le testimonianze relative all´età del Ferro, all´epoca romana, medievale e seicentesca, quando in quell´area si trovava il monastero delle Brignoline. Inoltre all´Aquasola, durante i lavori di scavo di un pozzo della metropolitana, è stato rinvenuto un tumulo sepolcrale risalente all´età del Ferro.
Piera Melli, perché queste scoperte sono così importanti?
«Perché grazie a loro abbiamo finalmente una Genova preistorica».

In che senso?
«Esistevano ipotesi concrete di una presenza umana in epoca preistorica nell´area genovese. Ma è la prima volta che troviamo materiali che dimostrano questa presenza».
Chi erano questi antichi progenitori?
«Dai reperti rinvenuti abbiamo visto che frequentavano la collina di Montesano, nei pressi di Brignole, cacciavano, allevavano animali. Abbiamo rinvenuto prove che questi abitanti praticavano la "scalvatura" delle piante, vale a dire tagliavano le fronde usandole poi come foraggio».
A che epoca risalgono i reperti che avete rinvenuto?
«Siamo intorno al 4.800-4.500 avanti Cristo».
Dunque una presenza umana anteriore a quelle di S. Silvestro, sulla collina di Castello?
«Mi sembra di poter dimostrare che nella zona di Brignole, precisamente dalle parti dove oggi sorge piazza della Vittoria, esisteva un´ansa del Bisagno che anticamente serviva da approdo per le imbarcazioni. D´altra parte per le piccole barche in uso era più semplice risalire il torrente e trovarvi protezione».
Ora ci vorrebbe un´altra linea del metrò per riuscire a scavare ancora e a trovare nuovi tesori...
«Speriamo intanto che si decida di realizzare la stazione del metrò a Corvetto. Chissà che scavando nuovamente in quell´area non si riesca a trovare l´inquilino del tumulo sepolcrale, insomma il sepolcro e il suo proprietario».

Annibale attraversa il Rodano


Annibale attraversa il Rodano

lunedì 26 ottobre 2009

Quanti segreti archeologici dentro le mura poligonali

Quanti segreti archeologici dentro le mura poligonali
Sergio Rinaldi Tufi
Messaggero (Roma) 05/10/2009

Le chiamavano mura ciclopiche : strutture costituite da grandi blocchi irregolari, che la fantasia popolare attribuiva ai Ciclopi, mitici, giganteschi pastori (come il Polifemo dell' Odissea). Oppure le chiamavano mura pelasgiche, opera cioè dei Pelasgi, remoti abitanti della Grecia poi (secondo alcune leggende) migrati in Etruria. E' più semplice chiamarle mura poligonali: i blocchi non sono parallelepipedali (come l'opus quadratum dei Romani), ma poligoni di forme disparate, che malgrado questo si combinano fra loro con potente impatto visivo. L'uso fu frequente in fortificazioni, basamenti e terrazzamenti dell'Italia preromana (VII-IV sec.a.C.) Se ne parlerà in un convegno organizzato dall' archeologo Luca Attenni ad Alatri (palazzo Conti-Gentili, 7-10 ottobre: un dossier è nella rivista Forma Urbis). Proprio nel Lazio meridionale è il maggior numero di casi noti: oltre ad Alatri, Cori, Artena, Palestrina, Arpino, Anagni, Ferentino, Aquino, Terracina, Segni, Fondi, Norba, il Monte Circeo. - Altri esempi sono in Puglia, Sannio e nella già citata Etruria, ma altri ancora si trovano in molti siti del Mediterraneo. Un lontano precedente fu visto nelle mura di Micene e Tirinto (l400 a.C. circa), tanto che nel 1875 Heinrich Schliemann, il famoso scavatore di Micene, fu invitato a indagare nei Colli Albani, per la verità senza grandi risultati. In compenso, intorno alla metà del Novecento Giuseppe Lugli, noto specialista di tecniche murarie antiche, individuò i criteri per stabilire un'evoluzione, dalle prime costruzioni con massi più grezzi a quelle realizzate con giunture più esatte e tessitura più regolare, anche se poi altri studiosi hanno messo in guardia dalle eccessive schematizzazioni. Ad Alatri sarà l'occasione per un'ampia messa a punto: si parlerà di Cipro, di Malta, di Tebe, ma soprattutto delle realtà del nostro paese. Si riesamineranno i casi più noti, ma anche le realtà ancora in corso di studio, da Rofalco nel Viterbese a Rocca d'Arce e a Montenero di Castro dei Volsci nel Frusinate.

domenica 25 ottobre 2009

Trovato l’arco di un antico ponte.

Trovato l’arco di un antico ponte.
CORRIERE DI RIETI 22.10.2009

La scoperta durante gli interventi di manutenzione dell’acquedotto in piazza Bachelet. Bloccato il cantiere. Domani arriva la Sovrintendenza.

Da ieri lavori bloccati in piazza Bachelet (nei pressi del parcheggio antistante il tribunale) dove da giorni personale della Sogea sta eseguendo interventi di manutenzione sulla rete di distribuzione dell’acqua. Scavando e lavorando, la terra ha restituito l’arco di un antico ponte, probabilmente la struttura che sovrastava un braccio del fiume Velino. La Sogea ha messo al corrente della cosa il Comune di Rieti e l’assessore Antonio Boncompagni si è immediatamente attivato presso il dirigente Manuela Rinaldi per chiedere lo stop dei lavori e l’intervento della Sovrintendenza. Gli interventi nell’area del ritrovamento (la zona, vista la profondità dello scavo, è transennata da giorni) sono stati subito interrotti e si attende l’arrivo della Sovrintendenza per domani mattina. “Al momento - dice la Rinaldi - non sappiamo granché e aspettiamo che vengano eseguite ricerche più accurate da parte degli addetti ai lavori, che venerdì mattina saranno a Rieti per prendere visione del ritrovamento”. Nell’area dello scavo, effettivamente, è ben visibile la struttura dell’arco che con molta probabilità sorreggeva il ponte che passava sul braccio del fiume. “Segnalazioni mi sono giunte da alcuni cittadini - racconta l’assessore Boncompagni -. Effettivamente, recandomi in loco, ho potuto constatare come il reperto sia ben visibile. L’interruzione dei lavori consentirà di eseguire gli accertamenti necessari”. “Può certamente trattarsi dell’arco di un ponte - conferma la guida turistica Rita Giovannelli - Non dimentichiamo che la zona in questione, Fiume di Nobili, era un tempo l’area degli orti dei nobili e che quella in prossimità di San Pietro Martire, sotto le scalette che scendono da via Cintia, si chiamava isolotto Voto dei Santi. Il reperto di piazza Bachelet testimonia la presenza di un ponte per l’attraversamento di un braccio del Velino, che si estendeva probabilmente lungo l’attuale via Borsellino, la strada che costeggia la Camera di commercio fino ad arrivare, appunto, al corso del fiume”. Dalla terra riaffiorano dunque pezzi di storia della Rieti che fu, e chissà quali e quanti altri reperti ancora essa custodisce e nasconde. Il ritrovamento in piazza Vittorio Bachelet potrebbe aprire la strada ad una stagione di scavi per riconsegnare alla città e ai suoi abitanti la fotografia, seppur sbiadita, di un passato cancellato dal tempo e, soprattutto, dall’azione dell’uomo. Adesso si aspetta l’intervento della Sovrintendenza per ricostruire il mosaico nel quale inserire l’arco appena ritrovato

Monica Puliti
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