domenica 14 aprile 2013

«Giù le mani dalle maschere sacre». Robert Redford con gli indiani Hopi

«Giù le mani dalle maschere sacre». Robert Redford con gli indiani Hopi
Alessandra Farkas
Corriere della Sera 13/4/2013
Polemiche per l'asta record a Parigi di antichi cimeli dei nativi americani

NEW YORK — Nonostante le proteste di Robert Redford e la mobilitazione ufficiale dei Dipartimenti americani di Stato e dell'Interno e dell'Ambasciatore Usa in Francia, gli spiriti sacri degli antenati Hopi sono stati venduti all'incanto in Francia, totalizzando la cifra record di 1,3 milioni di dollari. L'«anima» più rara, quella di Mother Crow, è stata aggiudicata per 209 mila dollari, quasi il quadruplo della stima iniziale.
È un duplice affronto per i 20 mila nativi americani dell'Arizona sopravvissuti alle razzie perpetrate nel 17° secolo dai conquistadores spagnoli, che per settimane hanno tentato invano di bloccare la più grande vendita di arte sacra Hopi della storia, tenuta ieri presso la casa d'aste Neret-Minet, Tessier e Sarrou di Parigi.
Anche il New York Times si era mobilitato per fermare l'asta di una settantina di oggetti cerimoniali: Katsinam, «amici» nella lingua dei nativi. Per lo più maschere centenarie di legno e copricapo multicolori, ornati di pelle di pecora, piume, granturco e crini di cavallo e decorati con materiali vegetali e pigmenti naturali secondo gli Hopi permeati dagli spiriti divini degli antenati: guerrieri, animali e forze della natura quali il fuoco, la pioggia e le nuvole.
Nell'antica cultura Hopi è un sacrilegio fotografare, collezionare o vendere questi cimeli che la tribù vieta di chiamare «maschere». Per non offendere i nativi l'Associated Press si è rifiutata di pubblicare le foto degli oggetti in questione, lasciando il compito alla più spregiudicata France Press.
«Queste reliquie sacre non dovrebbero avere un valore commerciale», punta il dito Leigh J. Kuwanwisiwma, direttore dell'Hopi Cultural Preservation Office in Arizona, «soprattutto perché portati illegalmente in Francia». A dargli ragione sono gli storici secondo i quali questo tesoro che risale alla fine del 19° secolo sarebbe stato sottratto da una riserva indiana in Nord Arizona tra gli anni 30 e 40.
Una parte degli oggetti è stata rubata da altari e luoghi di culto Hopi lasciati incustoditi lungo le mesas del Sudovest. Altri sono stati confiscati da missionari giunti per convertire la tribù alla fine del 19° secolo. Altri ancora sarebbero stati venduti agli europei da nativi stessi. Ma anche queste ultime transazioni sarebbero illegittime, secondo i leader delle tribù, perché effettuate sotto coercizione e perché secondo gli Hopi quei cimeli appartengono alla comunità e non all'individuo.
«Questi oggetti hanno un valore sacro e appartengono soltanto agli Hopi», ha tuonato in una lettera Redford, da anni in prima linea nelle crociate pro-nativi, che ha definito l'asta «un sacrilegio». «Bisognava sospendere immediatamente la vendita», gli ha fatto eco l'ambasciatore Usa a Parigi Charles Rivkin.
Ma il tribunale parigino ha respinto ogni appello. Mentre molti stati, anche europei, hanno firmato trattati con gli Usa che prevedono la restituzione delle loro opere d'arte trafugate, Washington non si è mai premurata di assicurarsi la reciprocità di tali accordi. «Negli ultimi tempi stiamo assistendo al preoccupante trend di opere d'arte native trafugate», avverte Emily Palus, responsabile dei rapporti tra governo federale e tribù.
Uno dei primi acquirenti all'asta parigina, Alain Giraud, ha promesso di restituire gli oggetti acquistati alla tribù. Intanto c'è giù chi profetizza disgrazie e calamità per tutti gli altri compratori. «Le conseguenze morali saranno gravissime», ha profetizzato lo stesso Redford nella sua lettera.
Ma il patrimonio culturale degli Hopi non è l'unico dei nativi ad essere in pericolo in questi giorni. La tribù Oglala ha lanciato un ultimo disperato appello per salvare Wounded Knee, luogo della celebre battaglia tra «visi pallidi» e «pellerossa» dove, secondo lo sciamano Alce Nero, «finì il sogno di un popolo». Il sito sarà messo all'asta se la poverissima tribù dei Sioux Oglala non troverà i 3,9 milioni di dollari richiesti per acquistarlo.

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