domenica 26 settembre 2010

Rinvenute altre tombe del III secolo a.C.

Rinvenute altre tombe del III secolo a.C.
Luigina Pileggi
Catanzaro (08/09/2010) GAZZETTA DEL SUD

Gli studiosi non escludono la possibilità che in questa zona si trovi la necropoli dell'antica Terina

È una tomba unica nel suo genere. Come non se n'erano mai viste prima. La scoperta del sarcofago del III secolo a.C. in un oliveto vicino alla caserma dei vigili del fuoco a Caronte, così come anticipato ieri dalla Gazzetta del Sud, è di certo una delle scoperte più importanti avvenute negli ultimi anni nel nostro territorio.
Si tratta infatti di una tomba monumentale che non ha precedenti nel lametino e che di certo, per la fattura e le accurate lavorazioni, doveva appartenere a qualche personaggio importante dell'epoca. La cassa è infatti formata da ben otto lastre calcaree: due laterali, due testate e quattro usate per la copertura. I due lati lunghi del sarcofago sono formati da pezzi monolitici, mentre nella parte interna della lastra superiore sono state trovate delle incisioni.
All'interno del sarcofago, che al momento del ritrovamento era ancora integro, non "profanato", gli archeologi hanno rinvenuto una lucerna e un pezzo femore.
Il fatto anomalo è che all'interno della tomba è stata rinvenuta solo una lucerna: all'epoca si usava invece deporre un cinturone se si trattava di un uomo o un braccialetto di bronzo se si trattava di una donna. Anche se ci sono stati molti casi in cui all'interno delle sepolture non è stato rinvenuto alcunchè.
Il dato certo, è che si tratta si una tomba appartenente ad una personalità importante, anche perchè le sepolture comuni erano fatte da lastre di terracotta, proprio come quella esposta al Museo archeologico del Complesso monumentale San Domenico, venuta alla luce durante uno scavo a Caposuvero condotto dai volontari dell'Associazione archeologica lametina.
Il sarcofago rinvenuto vicino al fiume Bagni è molto profondo e anche molto pesante, infatti gli archeologi dovrebbero smontarlo, catalogare i vari pezzi e poi rimontarlo all'interno del Museo, col supporto di una gru.
Questa importante scoperta potrebbe comunque non essere l'unica: intorno all'area transennata sono state già intraviste altre sepolture, anche se non magnificenti come il sarcofago in lastre calcaree.
Non è escluso che in quest'area, non molto lontana da Terina, possa essere localizzata la necropoli della sub colonia di Crotone. Un'ipotesi che, se fosse confermata, rappresenterebbe una scoperta dal valore inestimabile, che porterebbe la città di Lamezia alla ribalta delle cronache mondiali, e questa volta non per fatti di cronaca.
La scoperta della tomba è avvenuta fortuitamente, solo perchè su questo terreno (privato) si stanno effettuando dei lavori per il passaggio del metanodotto. Anche se gli studiosi sanno bene quanto sia importante questa zona dal punto di vista archeologico.
Due sono però gli ostacoli da sormontare: il primo è rappresentato dai proprietari dei terreni, spesso restii a lasciare le proprie terre coltivate a fini archeologici e culturali; il secondo sono le Istituzioni, che troppo spesso "disperdono" energie e fondi per manifestazioni passeggere e festaiole (per carità sono importanti anche queste!) invece di investire su progetti che puntino alla riscoperta del nostro passato e che possano riportare alla luce pezzi della nostra storia.
Bisognerebbe infatti investire di più sugli scavi archeologici, anche perchè ci sono zone, come quelle di Sant'Eufemia Vetere, dove basta spostare un po' la terra per trovare reperti storici dall'inestimabile importanza.
Lamezia non ha bisogno di mega progetti irrealizzabili per poter sviluppare il turismo, basta solo scavare qualche metro di terra: il suo tesoro ce l'ha già, basta solo volerlo scoprire.

sabato 25 settembre 2010

Spunta un’altra teoria su Ötzi «Fu una sepoltura rituale»

Spunta un’altra teoria su Ötzi «Fu una sepoltura rituale»
CORRIERE DEL TRENTINO 12 set 2010 Alto Adige

L’Uomo del ghiaccio, vissuto 5300 anni fa e trovato mummificato nel 1991 sul monte Similaun, in Val Senales, fu oggetto di sepoltura rituale: riposava vicino ad uno sperone di roccia di forma triangolare e aveva con sè oggetti simbolo e sostanze terapeutiche che potrebbero costituire il suo corredo funebre.

L’ipotesi, avanzata fin dal 2000 dall’archeologo Renato Fasolo di Verona, il quale ne rivela solo ora i dettagli, è sorretta dal contesto del ritrovamento, dalla disposizione e dalla funzione degli oggetti rinvenuti attorno. Più in alto rispetto al corpo, spiega Fasolo, sono stati trovati un arco, un’ascia, una gerla e una stuoia, «collocati su massi presso uno sperone roccioso sopra il quale si estende una piattaforma triangolare che richiama la forma di un pugnale». La piattaforma rocciosa sovrastante la conca nella quale giaceva il corpo si presenta quindi come «un possibile luogo di culto, che caratterizzerà successivamente l’Età del Rame, tanto che alcuni santuari riferibili a questo periodo, che hanno sempre restituito sepolture, presentano nella loro forma in pietra la lama triangolare del pugnale di Remedello (Brescia)». In questi anni, l’esperto Renato Fasolo ha introdotto alla conoscenza di Ötzi, i visitatori del Museo di Bolzano. Su incarico della Provincia, è stato lui a ricostruirne la figura e i reperti, a verificarne la funzionalità in collaborazione con l’Ufficio beni archeologici e a protocollare le relative relazioni con riferimenti alla sepoltura rituale, sostenuta in diversi convegni specialistici. All’Uomo del Ghiaccio, spiega ancora l’esperto, sono riferibili due contenitori in corteccia di betulla che, pur scompaginati dai primi interventi di recupero della mummia, «potrebbero rappresentare — prosegue — l’uno un recipiente contenente una provvista di frammenti e polvere di carbone, l’altro l’involucro per conservare al meglio il contenuto durante i trasferimenti verso le alte quote». «La presenza di mezzi che avessero distinto e sostenuto il suo procedere nell’esistenza — sottolinea Fasolo, per il quale tra le cause del decesso sarebbero da escludere la morte violenta e l’assideramento — potrebbe significare una riconsegna post mortem, nel luogo prescelto per la deposizione di un grande vecchio e del corredo o viatico per il suo per il suo viaggio oltre la vita».

Disegno raffigurante i primi scavi di Pompei


Disegno raffigurante i primi scavi di Pompei

mercoledì 22 settembre 2010

La tomba di un bimbo con i suoi "giocattoli"

La tomba di un bimbo con i suoi "giocattoli"
Nuccio Anselmo
Messina (08/09/2010) GAZZETTA DEL SUD

Si tratta di una sepoltura con un corredo eccezionale: un modellino di barca e alcune statuette

C'era ancora tanta storia da riscoprire nelle viscere di Largo Avignone, al numero 83 di via Cesare Battisti, dopo i primi straordinari risultati archeologici emersi nel novembre del 2009. Una delle tante pagine ritrovate della città su cui bisogna tenere sempre alta l'attenzione per la nostra "memoria". E il lavoro di scavo degli archeologi in questi mesi è proseguito parecchio, fino ad estate inoltrata. E pensare che la storia di questo cantiere cominciò negli anni Settanta, quando fu scoperta dall'associazione "Amici del Museo" una tomba a camera monumentale, che oggi è conservata sotto la scalinata. Adesso c'è la tomba di un bimbo venuta alla luce, una grande scoperta.
Una delle aree già esplorate aveva restituito nel novembre del 2009 parecchie reperti, nell'altra le esplorazioni sono state avviate sin dal gennaio di quest'anno e come nel primo cantiere sono state dirette dal Servizio archeologico della Soprintendenza, con maestranze specializzate messe a disposizione dalle ditte proprietarie del terreno.
Le nuove indagini hanno ancora di più confermato i dati molto importanti emersi sin dagli anni Settanta sul "grande" passato di questa zona archeologica cittadina, e soprattutto sul lungo utilizzo a scopo quasi esclusivamente funerario di questa grande area.
Ed è l'ennesima "prova" dell'importanza e dell'opulenza della nostra città soprattutto nel periodo da va dalla conquista mamertina (siamo nel III secolo a.C.) sino agli inizi dell'Impero (siamo nel I secolo).
L'attività portata avanti in questi mesi nel terreno di proprietà dell'impresa "Soc.Im." è ormai in dirittura di arrivo, tutto il materiale è stato estratto ed è già conservato e catalogato, adesso si apre la pagina del restuaro.
Il lavoro gionaliero di scavo che è andato avanti per mesi ha comportato innanzitutto il recupero degli epitymbia, i monumenti funebri, tra i quali il pezzo pregiato è senza dubbio quello del tipo ad altare con semicolonne che era affiorato nel novembre 2009.
Con i fondi di un piccolo finanziamento dell'assessorato regionale ai Beni Culturali i monumenti in migliore stato di conservazione sono stati già trasferiti in questi mesi al Museo Regionale, grazie alla disponibilità dell'ormai ex direttore, Gioacchino Barbera, e si spera che possano in futuro essere adeguatamente valorizzati.
Ma nella stessa area sono state esplorate in questi mesi più di 135 sepolture, che si sommano alle oltre 170 che affiorarono nel corso degli scavi degli anni Novanta.
Sepolture che hanno restituito in questi intensi mesi di scavi corredi di grande pregio, composti non soltanto di vasellame ma anche con monete, oggetti in bronzo e in argento.
Si tratta di un patrimonio che, insieme a quello da tempo restituito dagli scavi (e ne abbiamo avuto una prima presentazione nell'ormai dimenticata, a torto, mostra di Messina tenutasi al teatro Vittorio Emanuele tra il dicembre 1997 e il maggio del 1998), dovrebbe trovare senza dubbio una adeguata valorizzazione in un museo archeologico cittadino.
Ma fino ad oggi nella nuova organizzazione del settore dei Beni culturali non è stato previsto uno spazio espositivo dedicato all'archeologia urbana di Messina, eppure i materiali non mancano e in questi anni l'attività è stata sempre di rilievo, la prova concreta sono le numerose pubblicazioni curate dal Servizio archeologico della Soprintendenza. Anche se, come sempre accade in questo campo, s'è trattato di attività frenetica e spesso "subita" dalle ditte private. Solo alcune imprese veramente "illuminate" che hanno fornito gli operai per gli scavi, così come è accaduto a Largo Avignone.
L'Antiquarium di Palazzo Zanca, pur con l'interessante touch-screen non può certo rappresentare da solo la storia di Messina. Al di là del lavoro dei parchi istituiti in provincia è la nostra città che ha bisogno di un museo archeologico. Una battaglia in più per il nuovo soprintendente.

martedì 21 settembre 2010

Lama d’Antico e la via Egnazia. Gli scavi in riva all’Adriatico

Lama d’Antico e la via Egnazia. Gli scavi in riva all’Adriatico
di MARILENA DI TURSI
Corriere del Mezzogiorno 10 set 2010 Salerno

La Puglia un Corridoio 8 ce l’aveva già dalla notte dei tempi, da quando cioè era parte integrante di un traffico di merci, popoli e cultura che dall’Occidente si muoveva fino in Oriente, più precisamente dall’Adriatico al mar Nero. Un tracciato di scambi, un asse strategico che in passato si chiamava via Egnazia, e che già allora metteva in relazione la Puglia con i Balcani, insomma un percorso viario dalle multiformi stratificazioni culturali e artistiche. Egnazia naturalmente era anche una città dalla lunga storia urbana, ben evidenziata dagli scavi archeologici che, con l’adiacente museo, costituiscono uno dei siti più affascinanti di tutta la regione.
Sopra, foto aerea della zona archeologica di Egnazia. Nel tondo, la via Traiana

La più antica presenza umana risale all’età del bronzo (XV-XII secolo a.C.), seguita da una fase messapica, testimoniata da una serie di tombe (necropoli occidentale) e da un ricco materiale ceramico, vasi su vernice nera dipinta di bianco giallo e ocra. Con la romanizzazione, la città viene collegata al resto dell’impero dalla via Traiana, che taglia in due parti l’impianto urbano, polarizzando da un lato il centro monumentale con la basilica civile, l’anfiteatro, il foro, e, dall’altro, l’area residenziale con strutture abitative e con depositi di cereali (il criptoportico). Non mancavano neppure le terme, venute alla luce di recente, di cui è visibile quello che potrebbe essere il calidarium, una sorta di sauna con uno straordinario corredo di tubuli da cui passava l’acqua riscaldata. Vengono smantellate alla fine del IV secolo d.C. per fare spazio ad una manifattura in cui si produceva la calce utilizzata per la costruzione delle basiliche paleocristiane.

Uno di questi edifici di culto è emerso da poco, quasi sul mare, alle falde dell’acropoli, durante uno scavo di emergenza per scongiurare l’insediamento di uno stabilimento balneare. E’ una chiesa del VI secolo d.C. , con un quadriportico e delle transenne dipinte, che va inserita nella sistemazione complessiva della città, tra V e VI secolo, di cui si fa promotore il vescovo della diocesi di Egnazia, un certo Cosenzio. Ad impedire l’uso delle terme sarà proprio la comunità cristiana stanziatasi ad Egnazia a partire dal IV secolo d.C., che mal doveva sopportare la promiscuità del luogo al punto da provocarne un lento oblio e da seppellirne la memoria in un «butto», una specie di discarica del tempo. La comunità aveva inoltre un suo punto di riferimento nella basilica paleocristiana del IV secolo, ascrivibile al vescovo Rufenzio, e, ad oggi, la più antica basilica di Puglia, con battistero, confirmatarium, per la cresima, e nartece, atrio porticato riservato ai catecumeni e ai pubblici penitenti. Dell’edifico spunta con chiarezza solo l’abside, in parte annullata da un centro abitato e da una fullonica, tintoria con annessi locali per la tintura delle stoffe e con relative botteghe. Confermano un’attività commerciale che si mantiene fiorente anche in epoca tardo antica e che elegge Egnazia quale snodo strategico tra il Nord e il Sud della Puglia per il passaggio di prodotti, di truppe e di flussi culturali.

Di tale ricchezza rende conto il Museo Archeologico, posto fuori dalle mura dell’antica Gnathia, nell’area della necropoli messapica, che si articola in tre diversi percorsi espositivi, uno relativo all’età del bronzo, uno ai mosaici pavimentali romani e uno ai ricchi corredi funerari provenienti da due tombe scoperte nel 1939 e nel 1952.

domenica 19 settembre 2010

sabato 18 settembre 2010

Disegno di un antico ristorante pompeiamo - da una pittura murale

Disegno di un antico ristorante pompeiamo - da una pittura murale

martedì 14 settembre 2010

Le pillole di 2000 anni fa

Corriere della Sera 14.9.10
Le pillole di 2000 anni fa
Hanno più di duemila anni le pillole preparate dagli antichi greci, che archeologi americani sono riusciti ad analizzare con l’esame del Dna. Le pillole sono state trovate in una nave affondata al largo della Toscana nel 130 a.C. che trasportava medicine. Gli esperti sono stati in grado di analizzare queste compresse millenarie, scoprendo che erano realizzate mescolando più di dieci estratti di diverse piante, tra cui l’ibisco (importato probabilmente dal medio Oriente o dall’India e dall’Etiopia), il sedano, le carote e le cipolle selvatiche. «Per la prima volta possiamo confermare quanto scrissero Dioscoride e Galeno e quanto prescritto dai medici greci dell’antichità» ha affermato Alain Touwaide, dello Smithsonian National Museum of Natural History di Washington (Usa).

giovedì 2 settembre 2010

Il party più antico del mondo 40 invitati, dodicimila anni fa

La Repubblica 31.8.10
Tracce della festa trovate da due archeologhe di Gerusalemme in una grotta della Galilea.
Lo studio su Pnas Era stata organizzata per la sepoltura di una donna, forse la sciamana del villaggio. Mangiarono uri e tartarughe
Il party più antico del mondo 40 invitati, dodicimila anni fa
di Elena Dusi

"Già in quell´epoca banchettare serviva a consolidare le relazioni tra gli individui"

Cacciatori di giorno, amanti del convivio la notte. La sola differenza è che gli uomini primitivi festeggiavano con bue e tartaruga al posto di champagne e tartine. Per preparare il cibo trascorrevano giorni e giorni a cacciare, e dai resti degli oltre 300 chili di carne che gli archeologi hanno ritrovato in una grotta in Galilea, si è dedotto che gli invitati alla più antica festa della storia umana fossero tra i 35 e i 40, tutti evidentemente molto affamati. Il party primitivo, ricostruito dalle archeologhe Natalie Munro dell´università del Connecticut e Leore Grosman dell´università di Gerusalemme, risale a oltre 11.500 anni fa. Non era affatto scontato che uomini abituati a una vita dura, fatta di caccia e guerre fra tribù per il possesso del territorio, sentissero il bisogno di ritrovarsi insieme per socializzare. Ma la scoperta raccontata oggi sulla rivista Pnas, frutto di una campagna di scavi decennale nella grotta di Hilazon Tachtit, a metà strada fra il Lago di Tiberiade e il Mediterraneo, getta luce su uno snodo della storia umana in cui la vita nomade stava lasciando il passo a quella sedentaria, la caccia cominciava a essere affiancata dall´agricoltura e oltre alla brutale gara per la sopravvivenza anche le prime forme di arte e decorazione stavano diventando ingredienti della vita dei primitivi.
La festa più antica era stata organizzata per uno scopo in realtà poco gioioso: la sepoltura di una donna. Si trattava di una vecchina molto particolare per quel gruppo di uomini dell´epoca natufiana, la stessa in cui monili e ornamenti diventano molto diffusi così come le rappresentazioni artistiche sotto forma di pitture rupestri e statuette, e i primi cani vengono addomesticati per fare compagnia a famiglie sempre meno nomadi. Zoppa, malforma, alta non più di un metro e mezzo e molto anziana per gli standard dell´epoca, la donna era la sciamana del villaggio (segno premonitore di una vita spirituale particolarmente intensa, in quell´area del medio oriente) e l´ultimo saluto ai suoi resti si trasformò in "evento".
Nella grotta di Hilazon Tachtit, situata a 200 metri sul livello del mare e con una buona vista sul Mediterraneo che si trova 14 chilometri più a ovest, le due archeologhe hanno trovato i resti di tre esemplari di uro - un enorme bovino oggi estinto con grandi corna, la cui caccia non era esente da pericoli - e di almeno 71 tartarughe greche. Questi rettili, solitari e non molto numerosi già all´epoca, erano evidentemente stati catturati dopo molti giorni di ricerche. Alcuni dei loro carapaci, alla fine della festa, sono stati ordinatamente sepolti nella tomba della vecchia sciamana insieme a un piede umano (troppo grande per appartenere alla donna), due crani di martora, la punta dell´ala di un´aquila, la coda di un uro, le ossa del bacino di un leopardo, una zampa di cinghiale e un corno di gazzella.
«Davanti ai nostri occhi - spiegano nel loro articolo Munro e Grosman - abbiamo una società umana che si fa sempre più complessa e si avvia a quella rivoluzione dell´agricoltura» che avverrà un migliaio di anni più tardi, nell´epoca neolitica. «Le feste già all´epoca servivano a consolidare le relazioni fra gli individui, a integrare le varie comunità di uomini e a mitigare lo stress di una società che stava profondamente cambiando». Gli enormi spazi che ciascun individuo aveva avuto a disposizione fino a quel momento si stavano restringendo. La densità degli abitanti aumentava, la vita nei villaggi rendeva sempre più importante la cooperazione fra gli uomini. La società umana aveva iniziato una corsa verso la complessità e la stratificazione che non si sarebbe mai più fermata. E mai, di certo, gli invitati al party primitivo avrebbero immaginato a quali generi di villaggi e di feste sarebbero arrivati i loro discendenti.