mercoledì 7 dicembre 2011

Sono veri quei fantastici cavalli

La Stampa. TuttoScienze 30.11.11
Sono veri quei fantastici cavalli
Gabriele Beccaria

Un capolavoro risalente a 35 mila anni fa: i cavalli maculati della grotta francese di Pech-Merle

Erano veri i famosi cavalli maculati, dal pelo bianco e punteggiato di macchie in stile leopardo.
Raffigurati in uno dei maggiori «affreschi» del Paleolitico, nella grotta francese di Pech-Merle, hanno tormentato a lungo gli studiosi, convinti che all’epoca non potessero ancora esistere. Pensavano di essere di fronte a una scena simbolica: si trattava di cavalli-spiriti dicevano -, incarnazioni colorate di sogni sciamanici, forse espressioni di un’arcaica forma di religiosità nascente. E invece sembra proprio di no. Il Dna (ormai diventato protagonista anche nelle ricerche sui nostri progenitori) suggerisce un’altra verità. Venticinquemila anni fa, quando presero forma sulle irregolari pareti di roccia, quegli strani animali selvaggi esistevano già e galoppavano, non ancora domati, tra le sparse tribù di Sapiens, impegnati a osservarli a distanza e a chiedersi come catturarli.
Il ribaltamento di prospettiva è eloquente: sono stati analizzati i genomi di 31 esemplari pre-domestici, risalenti a 35 mila anni fa e ricavati da frammenti di ossa e denti. Li hanno portati alla luce in una quindicina di siti, dall’Est all’Ovest, dalla Siberia all’Europa periferica e profonda, e in laboratorio è emersa una storia inattesa. Quattro campioni risalenti al Pleistocene e altri due appartenenti all’Età del Rame condividono il gene che fa la differenza: è quello associato allo spettacolare look con le macchie di leopardo, che oggi esibiscono razze come gli Appaloosa, i Knabstrupper e i Noriker. E non basta. Le analisi dicono che gli antenati dei quadrupedi attuali possedevano già le varianti che conosciamo, anche il mantello baio e quello «total black». Insomma: i fotogrammi arrivati fino a noi, attraversando un ponte di 250 secoli, sono tutt’altro che fiction, ma rappresentano la vivida concretezza di un mondo perduto.
«Erano artisti e molto abili, in grado di descrivere la realtà in dettaglio ha commentato uno degli autori della ricerca, Arne Ludwig, genetista evoluzionista al “Leibniz Institute for Zoo and Wildlife Research” -. La spiccata capacità di osservazione ha notato sulla rivista “Proceeding of the National Academy of Sciences” costituiva una delle chiavi del loro successo come cacciatori e lo sarebbe stata anche più tardi, nel Neolitico, quando cominciarono ad addomesticare gli animali».
Adesso si apre una nuova era per rileggere da capo la paleoarte, facendo dialogare genomi e fenotipi con immagini enigmatiche, che sembrano prendersi costantemente gioco delle interpretazioni dei moderni. Ludwig è tra chi pensa che dalle scene parietali c’è molto da spremere per esplorare i sentieri dell’evoluzione cognitiva e culturale di esseri umani che inventarono la pittura senza pennelli: i colori si mischiavano alla saliva e poi si sputavano sulla «tela». Prove di bravura che restano ineguagliate.

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