lunedì 25 aprile 2011

Penne di falco e avvoltoio per i cacciatori Neandertal

La Stampa TuttoScienze 13.4.11
Penne di falco e avvoltoio per i cacciatori Neandertal
La scoperta nel sito nascosto in una grotta delle Prealpi Venete “Ecco le prove che si decoravano corpo e vestiti, come i Sapiens”
Marco Peresani, Università di Ferrara

Vivo e ricco di colpi di scena si presenta il dibattito scientifico sull’uomo di Neandertal, tanto da impegnare fiumi di inchiostro nella bibliografia internazionale e centinaia di studiosi in accorati convegni a discutere della sua biologia, vita sociale, sussistenza e comportamento. Proprio quest’ultimo aspetto segna un picco d’attenzione, legato alle cause che hanno portato alla scomparsa dei nostri «cugini» tra 50 e 40 mila anni fa: come si rapportavano con l’ambiente e le innumerevoli risorse – alimentari e non - che questo offriva? Quant’era profondo il grado di conoscenza del territorio in cui si muovevano, degli animali che vi abitavano, dei giacimenti di rocce da scheggiare? Quali sistemi di identificazione adottavano per loro stessi, le proprie famiglie e i membri dei clan, sempre che una qualche struttura sociale ne contemplasse l’esistenza?
Gli interrogativi non lasciano dubbi: identificare tra i Neandertal comportamenti etnograficamente «moderni», cioè più prossimi al modo «sapiens» di pensare e strutturare la società, porta inevitabilmente ad interrogarsi sulla loro origine: autoctona oppure frutto del risultato di interazioni con i primi sapiens anatomicamente moderni che colonizzarono l’Europa 41-40 mila anni fa?
Se, da un lato, il confronto con il DNA fossile neandertaliano rivela le tracce di un flusso genico verso i sapiens euro-asiatici, dall’altro l’archeologia esclude contatti tra le due forme biologiche, sostenendo piuttosto l’emergenza autonoma di certe invenzioni nella scheggiatura della pietra, la lavorazione dell’osso e, di importanza fondamentale, l’impiego di materiali ad uso ornamentale. Conchiglie marine e canini di volpe ed orso perforati suggeriscono un’attenzione per la decorazione del corpo o per gli abiti, arricchita dall’impiego di polveri coloranti ricavate dalla triturazione di ossidi di ferro e manganese.
A rafforzare l’opinione di quanti pensano che i Neandertal avessero comportamenti astratti molto simili a quelli dei «cugini» sapiens anatomicamente moderno è una recente scoperta archeologica di unicità straordinaria, emersa in seguito a uno studio condotto su resti ossei di uccelli provenienti da uno strato risalente a 44 mila anni fa, nella Grotta di Fumane nel Parco Naturale Regionale della Lessinia, le Prealpi Venete. Le ricche testimonianze archeologiche conservate nei depositi di riempimento di questa cavità, oggetto di ricerche promosse dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e condotte dall’Università di Ferrara in collaborazione con il Museo Nazionale Preistorico Etnografico «L. Pigorini», rappresentano una precisa documentazione della vita dei Neandertal e dei primi sapiens, tanto da registrarne fedelmente la sostituzione biologica e culturale lungo una sequenza stratigrafica scandita dettagliatamente dalle datazioni al radiocarbonio.
Grazie al perfetto stato di conservazione delle ossa sono state riconosciute tracce microscopiche di tagli effettuati con schegge di pietra su ossa dell’ala come l’omero distale, l’ulna e il carpometacarpo. La distribuzione dei tagli, a volte attorno ai bottoni di innesto delle penne remiganti, suggerisce il recupero forzato di questi vistosi elementi oppure di porzioni dell’ala. Le ossa in questione sono riferibili, infatti, a grandi rapaci come il gipeto, l’avvoltoio monaco e il falco cuculo e ad altri uccelli (gracchio alpino e colombaccio) e appartengono a porzioni di scarso interesse alimentare, ma dalle quali il recupero delle penne richiede strumenti da taglio con cui avere ragione della resistenza degli innesti. Va ricordato che i confronti archeologici ed etnografici attestano queste pratiche solo a partire da 15 mila anni fa e nei tempi successivi, fino al Medioevo.
L’utilizzo ornamentale delle penne a Fumane esclude eventuali ipotesi di un loro impiego nell’impennaggio di frecce o giavellotti lanciati con il propulsore, in quanto questi strumenti erano di esclusivo appannaggio dei sapiens. Piuttosto, rimanda alla vastissima documentazione etnografica riferibile all’arte piumaria delle popolazioni primitive attuali e sub-attuali, connessa alle decorazioni di abiti, oggetti, abitazioni ed individui, anche di rango, oppure all’araldica in uso per esempio tra i nativi del Nord America. Inoltre alle penne, di varia forma e colore, si aggiungevano gli artigli, solitamente dell’aquila, i cui resti peraltro non mancano a Fumane.
Oltre a retrodatare di decine di migliaia di anni questa pratica nella storia evolutiva umana, sinora considerata appannaggio di società più complesse, queste scoperte contribuiscono a modificare l’immagine di «bruti» che per oltre 100 anni ha ingiustamente accompagnato, nella letteratura scientifica e non, questo nostro stretto parente.

martedì 19 aprile 2011

Risorgimento e fotografia


Può sembrare strano associare la fotografia al nostro Risorgimento, eppure alcuni dei protagonisti del movimento di indipendenza nazionale seppero cogliere subito il potenziale della fotografia per promuovere le loro idee. A spiegarlo è il direttore del Museo del Risorgimento di Roma, Marco Pizzo.

Della fotografia, tra gli altri - e forse meglio degli altri - si servì lo stesso Garibaldi, autore di scatti che hanno fatto epoca. In particolare, egli inaugurò la tradizione della fotografia en plein air, all'aria aperta: nata per necessità, ben presto dimostrò il suo enorme potenziale. All'iniziativa di Garibaldi si deve pure l'album dei Mille, il primo monumento fotografico della storia.

Pompei, la città perduta




si passano in rassegna i ritrovamenti archeologici di una città ricca di fascino, distrutta da una violenta eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
I lavori di scavo, inaugurati nel 1748 per iniziativa di Carlo III di Borbone, divennero il primo esempio di ricerca archeologica sistematica, dove lo scavo cominciava ad avere una connotazione scientifica e razionale.

venerdì 15 aprile 2011

I misteriosi graffiti perduti nel deserto

La Repubblica 13.4.11
Le avventure di Fabrizio Mori, paletnologo da poco scomparso
I misteriosi graffiti perduti nel deserto
Le ricerche iniziano in Libia negli anni Cinquanta. I reperti risalivano all´epoca paleolitica
Stefano Malatesta

Nei sette anni in cui rimase in Libia, molto più come viceré che come governatore, Italo Balbo aveva cercato di far dimenticare le nefandezze degli italiani "brava gente": come Graziani - un autentico criminale - che aveva fatto bombardare la popolazione civile in fuga, compresi donne e bambini, durante l´avanzata militare nel sud del paese. O come Badoglio, che aveva deportato decina di migliaia di paesani dal Gebel cirenaico, chiudendoli in campi di concentramento, dove la prigionia si era trasformata in un vero genocidio. Balbo aveva messo su a Tripoli una corte, molto teatrale e operistica, circondato da amici che venivano quasi tutti dalla bassa ferrarese e da belle donne. Ma nello stesso tempo aveva tentato, con una certa velleità e ingenuità, di risollevare i libici dallo stato miserabile in cui erano caduti dopo gli orrori della conquista italiana e prima della scoperta del petrolio. Era stato lui a chiamare progettisti, come Gatti Casazza, che avevano inventato una straordinaria architettura coloniale. E aveva invitato nella colonia geografi, paleontologi, africanisti perché studiassero il sud del paese e i deserti attraversati solo dai tuareg e dai berberi discendenti dai Garamanti, gli antichi abitatori del Sahara.
All´epoca non si sapeva nulla dell´Acacus, un deserto di sabbia e di roccia plasmato dalle forze telluriche che avevano creato il mondo e disseminato di straordinarie formazioni che il vento aveva eroso, facendogli prendere figure simili a quelle dipinte da Miró. L´Acacus era lungo 250 km e largo 50, e assomigliava più a un labirinto in cui era molto facile perdersi che a un deserto, impervio e di difficile accesso. Completamente privo di vegetazione, eccettuate poche acacie spinose, nessuno credeva che potesse racchiudere qualcosa d´interessante. Paolo Graziosi, un bravissimo geografo che aveva visitato la Libia negli anni Trenta, parlava d´incisioni rupestri che però nessuno aveva visto. Tutti continuavano a credere che queste espressioni artistiche di un mondo paleolitico di cui non si sapeva nulla fossero un´esclusività delle aree montane dei Tassili e degli Hoggar.
Negli anni Cinquanta un giovanotto fiorentino che si era comportato coraggiosamente durante la Seconda Guerra mondiale, Fabrizio Mori, cominciò a perlustrare l´Acacus servendosi di una guida tuareg. A differenza degli Inglesi innamorati del deserto, e soprattutto degli audaci bedù, da giovane Mori non era stato travolto da nessuna fatale attrazione per le dune e tutto il resto. Il suo unico desiderio era di guarire da una malattia polmonare respirando l´aria priva di umidità della Libia e di non fare assolutamente nulla. Furono le storie raccontate da un capitano dell´esercito che si chiamava Ferdinando Morelli, incontrato nell´oasi di Ghat, a convincerlo a superare l´unico passo che portava all´Acacus e a scendere lungo i guadi ingombri di rocce aguzze e instabili. Le ricerche all´inizio non lo portarono a nulla. Fino a quando nell´oasi di Ghat non arrivò un vecchio altissimo e magrissimo che si chiamava Amghar Kebir: un tuareg che conosceva tutti i deserti e tutti i pozzi della Libia del sud. Quelle figure che Mori andava cercando lui le aveva viste a centinaia sotto i costoni delle uadi. Ma ne esistevano anche di gigantesche, scolpite nelle rocce del Gebel.
Mori aveva avuto una ricaduta delle sue malattie polmonari e mandò in avanscoperta Simone Velluti Zati, un giovane studioso che lo aveva accompagnato in Libia. Dopo pochi giorni l´assistente era di ritorno portando notizie straordinarie: aveva visto stupendi graffiti e decine di figurazioni di animali come elefanti e ippopotami. A partire da quel momento Mori tornò in Libia ogni anno, perlustrando metro dopo metro tutto l´Acacus. Era accompagnato da due giovani pittori che poi diventarono celebri, Piero Guccione e Lorenzo Tornabuoni, che riprodussero con grande accuratezza e finezza tutto quel mondo in movimento come cacce, danze, partenza per la guerra e i famosi carri dei Garamanti.
Era commuovente accorgersi come durante il corso dei millenni l´ancestrale paura che spingeva a dipingere gli animali in forme grandiose per esorcizzarli fosse andata diminuendo, quasi scomparendo e le bestie avevano preso dimensioni sempre più ridotte mentre gli uomini apparivano come i veri protagonisti. Alcune di queste opere costituiscono non solo un magnifico materiale archeologico. Ci offrono nello stesso tempo una testimonianza unica di un´evoluzione che non si è svolta secondo un processo lineare, secondo quanto dicevano i darwiniani classici, ma a salti, attraverso quelle che Mori chiamava «improvvise prese di coscienza». Il fuoco è sempre esistito sulla terra da miliardi di anni. Ma solo l´homo erectus ha compreso che poteva essere addomesticato e adoperato come uno strumento o come un´arma. I graffiti dell´Acacus sono stati preceduti da un periodo interminabile in cui si mimavano le cacce, le danze e gli animali. E poi un giorno ci fu l´illuminazione di qualcuno che scoprì la possibilità di dipingere sulle rocce quello che gli altri mimavano.
Afflitto da innumerevoli malanni e annientato da una disgrazia spaventosa – gli era morto il figlio di quindici anni – Mori si era ritirato in Toscana, a Trequanda. Non viveva solo, ma aveva creato una fondazione che ospitava periodicamente dieci bambini disabili. Qualche anno fa, molto popolare e amato in Libia, era stato nominato cittadino onorario del paese, un onore credo quasi unico. Negli ultimi tempi si era costruito una zeriba, una sorta di forte sahariano, nell´oasi di Ghat. Quando gli chiesi se voleva andarci a vivere lui mi rispose: «No. Ci vado a morire». Si è spento nella sua Toscana qualche mese fa, lasciando alcuni tra i migliori testi che un italiano abbia scritto sull´Africa.

Centinaia di tesori sommersi tra le coste di Lazio e Toscana.

Centinaia di tesori sommersi tra le coste di Lazio e Toscana.
IL TEMPO 10/03/2011

Quattrocentocinquanta siti individuati, di cui 22 di notevole importanza.

È il risultato del censimento dei beni archeologici sommersi nelle regioni Lazio e Toscana, svolto nell'ambito del progetto Archeomar 2.

Un progetto del Ministero dei Beni culturali iniziato nel 2008. Durante il convegno di ieri, svoltosi nel complesso di San Michele a Ripa, il sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali, Francesco Giro, ha dichiarato: «Il primo progetto Archeomar, avviato nel 2004, ha riguardato il censimento dei siti archeologici sommersi distribuiti lungo le coste della Puglia, Campania, Basilicata e Calabria. Nell'ambito dell'indagine è stato creato un database di 628 potenziali siti. Di questi meno del 9% aveva coordinate geografiche certe, nel 50% dei casi i siti erano da posizionare con indicazioni di massima sull'area nella quale effettuare le indagini e per oltre il 41% le aree erano piuttosto indefinite con indicazioni molto approssimative. Dei 763 siti archeologici effettivamente censiti, ben 287 sono stati individuati in mare e così distribuiti tra le 4 regioni: 99 in Calabria, 90 in Campania, 94 in Puglia e 4 in Basilicata. In particolare, tra questi sono risultati 119 relitti di nave, 47 strutture sommerse, 65 "insieme di reperti", 16 relitti di altri mezzi non navali quali aerei, sottomarini e mezzi da sbarco e 40 reperti singoli».

«Anche per il secondo progetto Archeomar, che ha interessato il Lazio e la Toscana - ha aggiunto il Sottosegretario - è stata seguita la stessa procedura, raccogliendo dapprima i dati pregressi e gli aspetti informatici, effettuando rilevazioni e prospezioni in mare tramite le più moderne tecnologie, interpretando i dati raccolti ed infine divulgando con pubblicazioni e workshop internazionali». E ha aggiunto: «Il testo, attualmente oggetto di studio alla commissione bilancio riguardante l'Istituzione della Soprintendenza del Mare, coprirà un vuoto legislativo che interesserà i 7375,3 km che lambiscono le nostre coste. Gli obiettivi di questa nuova soprintendenza riguarderanno la conoscenza, la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-culturale del mare territoriale, dei paesaggi costieri e delle acque interne. Saranno inoltre previsti due centri tecnici operativi a Venezia con competenza sul Nord e su tutte quelle regioni che si affacciano sull'Adriatico e ad Orbetello che riguarderà le acque del mar Tirreno». Ha concluso: «Si tratta di un testo semplice, costituito da soli 10 articoli e che non comporterà alcun dispendio aggiuntivo».

martedì 5 aprile 2011

STORIA DELLA ANTICA CIVILTA' EGIZIA - 1° parte di 18.

Il tesoro dei signori del ferro

La Stampa TuttoScienze 30.3.11
Il tesoro dei signori del ferro
Archeologia/1. Riemerge dalle tombe lo sfarzo di una comunità villanoviana di 2800 anni fa Migliaia di reperti testimoniano un’intensa rete di scambi, anche di ambra dal Mar Baltico
di Franco Giubilei

Da questo sperone roccioso che si erge a meno di 20 chilometri da Rimini, gli antichi abitanti di Verucchio potevano controllare la costa adriatica da Ravenna fino ad Ancona, oltre alla principale via per l’Etruria che correva lungo la Val Marecchia. Una posizione strategica anche per il commercio dell’ambra proveniente dal Mar Baltico, la stessa ambra che impreziosisce fibule e altri oggetti rinvenuti nelle sorprendenti necropoli del piccolo Comune romagnolo.
Duemila 800 anni fa qui prosperava una comunità dall’artigianato raffinatissimo, la cui aristocrazia ha voluto lasciare tracce ben riconoscibili del proprio passaggio: «Questi aristocratici, uomini e donne, che dominavano Verucchio fra il IX e il VII secolo avanti Cristo, consolidavano il proprio potere e fornivano una precisa immagine di sé attraverso i riti funebri e i corredi deposti nelle tombe», spiega Patrizia von Eles, archeologa della Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia Romagna e direttore scientifico degli scavi e del Museo civico archeologico di Verucchio.
Gli scavi condotti fra il 1969 e il 1972, ripresi poi nel 2005 con mezzi più moderni e proseguiti fino a oggi, hanno portato alla luce 600 sepolture distribuite fra quattro sepolcreti, e con questi migliaia di reperti in bronzo, ambra, ferro, legno e vimini. Il convegno internazionale «Immagini di uomini e donne dalle necropoli villanoviane di Verucchio», in programma dal 20 al 22 aprile, farà il punto sui ritrovamenti e sugli studi interdisciplinari compiuti su tutti questi straordinari oggetti. Come quelli ritrovati nella tomba 12/2005 della necropoli «Lippi», che saranno esposti durante il convegno.
«C’è una cassetta di legno con centinaia di oggetti di bronzo e ferro, spaccati intenzionalmente, messi sul rogo e poi risistemati nella tomba con un significato rituale aggiunge l’archeologa -: attraverso la disposizione degli oggetti si interpreta il senso dei messaggi alla comunità. E’ un sistema di regole e simboli legati all’identità del defunto».
Perle per guerrieri Nelle tombe maschili sono state rinvenute armi, parti di carro, fibule in bronzo e ambra, oltre a ganci di cintura e tessuti per rivestire i cinerari. Ma è stata fatta anche un’altra scoperta: si pensava che le perle appartenessero solo ad abiti femminili, invece ce n’erano pure nelle tombe dei maschi, ma soltanto in quelle dei guerrieri.
Se l’urna cineraria rappresentava simbolicamente il defunto e veniva rivestita con abiti ricamati e addobbati con gioielli, il contenuto rivela invece altri elementi: «Lo studio di quanto è stato bruciato sul rogo restituisce ciò che il defunto rappresentava al momento della morte – racconta la Von Eles –. Un esempio è la deposizione contemporanea o molto vicina nel tempo di due bambini, la cui immagine è ricostruita con un’armatura da futuri guerrieri: entrambi non avevano armi tra gli oggetti che realmente appartenevano loro e che sono stati bruciati, segno che sono morti prima di assumere quello che sarebbe stato il loro ruolo destinato dalle logiche ereditarie».
Ascesa e declino Ne esce un patrimonio ricchissimo, che documenta ascesa, splendore e declino della comunità villanoviana arroccata sui contrafforti riminesi. «La scelta del luogo, che risale alla fine dell’età del bronzo, è legata al controllo della costa e della via per l’Etruria, oltre che dei traffici di ambra dal Mare del Nord. Per molti anni Verucchio si è approvvigionata di ambra, sviluppando teniche artigianali di grande raffinatezza». Il locale museo archeologico, inserito tra i 10 migliori d’Europa, svela reperti eccezionali che si sono conservati grazie alle particolari qualità del terreno: non solo ambra, ma abiti interi, sia maschili che femminili, insieme con oggetti in vimini e legno.
Poi, nel breve volgere di qualche decennio, ecco la decadenza. «Alla fine del VII secolo a.C. tutto finisce rapidamente in appena un cinquantennio – conclude Von Eles -. Forse per ragioni interne, forse perché la capacità della classe degli artigiani di essere all’avanguardia nella lavorazione del ferro, dell’ambra e dei tessuti è entrata in conflitto con la struttura sociale aristocratica in un momento in cui l’Adriatico si sta aprendo al commercio greco. L’impresa riesce a Bologna, che diventa una città, ma non a Verucchio, arroccata sul suo sperone».
Molti oggetti vennero deposti sulle pire funebri e seppelliti accanto al defunto