venerdì 15 aprile 2011

I misteriosi graffiti perduti nel deserto

La Repubblica 13.4.11
Le avventure di Fabrizio Mori, paletnologo da poco scomparso
I misteriosi graffiti perduti nel deserto
Le ricerche iniziano in Libia negli anni Cinquanta. I reperti risalivano all´epoca paleolitica
Stefano Malatesta

Nei sette anni in cui rimase in Libia, molto più come viceré che come governatore, Italo Balbo aveva cercato di far dimenticare le nefandezze degli italiani "brava gente": come Graziani - un autentico criminale - che aveva fatto bombardare la popolazione civile in fuga, compresi donne e bambini, durante l´avanzata militare nel sud del paese. O come Badoglio, che aveva deportato decina di migliaia di paesani dal Gebel cirenaico, chiudendoli in campi di concentramento, dove la prigionia si era trasformata in un vero genocidio. Balbo aveva messo su a Tripoli una corte, molto teatrale e operistica, circondato da amici che venivano quasi tutti dalla bassa ferrarese e da belle donne. Ma nello stesso tempo aveva tentato, con una certa velleità e ingenuità, di risollevare i libici dallo stato miserabile in cui erano caduti dopo gli orrori della conquista italiana e prima della scoperta del petrolio. Era stato lui a chiamare progettisti, come Gatti Casazza, che avevano inventato una straordinaria architettura coloniale. E aveva invitato nella colonia geografi, paleontologi, africanisti perché studiassero il sud del paese e i deserti attraversati solo dai tuareg e dai berberi discendenti dai Garamanti, gli antichi abitatori del Sahara.
All´epoca non si sapeva nulla dell´Acacus, un deserto di sabbia e di roccia plasmato dalle forze telluriche che avevano creato il mondo e disseminato di straordinarie formazioni che il vento aveva eroso, facendogli prendere figure simili a quelle dipinte da Miró. L´Acacus era lungo 250 km e largo 50, e assomigliava più a un labirinto in cui era molto facile perdersi che a un deserto, impervio e di difficile accesso. Completamente privo di vegetazione, eccettuate poche acacie spinose, nessuno credeva che potesse racchiudere qualcosa d´interessante. Paolo Graziosi, un bravissimo geografo che aveva visitato la Libia negli anni Trenta, parlava d´incisioni rupestri che però nessuno aveva visto. Tutti continuavano a credere che queste espressioni artistiche di un mondo paleolitico di cui non si sapeva nulla fossero un´esclusività delle aree montane dei Tassili e degli Hoggar.
Negli anni Cinquanta un giovanotto fiorentino che si era comportato coraggiosamente durante la Seconda Guerra mondiale, Fabrizio Mori, cominciò a perlustrare l´Acacus servendosi di una guida tuareg. A differenza degli Inglesi innamorati del deserto, e soprattutto degli audaci bedù, da giovane Mori non era stato travolto da nessuna fatale attrazione per le dune e tutto il resto. Il suo unico desiderio era di guarire da una malattia polmonare respirando l´aria priva di umidità della Libia e di non fare assolutamente nulla. Furono le storie raccontate da un capitano dell´esercito che si chiamava Ferdinando Morelli, incontrato nell´oasi di Ghat, a convincerlo a superare l´unico passo che portava all´Acacus e a scendere lungo i guadi ingombri di rocce aguzze e instabili. Le ricerche all´inizio non lo portarono a nulla. Fino a quando nell´oasi di Ghat non arrivò un vecchio altissimo e magrissimo che si chiamava Amghar Kebir: un tuareg che conosceva tutti i deserti e tutti i pozzi della Libia del sud. Quelle figure che Mori andava cercando lui le aveva viste a centinaia sotto i costoni delle uadi. Ma ne esistevano anche di gigantesche, scolpite nelle rocce del Gebel.
Mori aveva avuto una ricaduta delle sue malattie polmonari e mandò in avanscoperta Simone Velluti Zati, un giovane studioso che lo aveva accompagnato in Libia. Dopo pochi giorni l´assistente era di ritorno portando notizie straordinarie: aveva visto stupendi graffiti e decine di figurazioni di animali come elefanti e ippopotami. A partire da quel momento Mori tornò in Libia ogni anno, perlustrando metro dopo metro tutto l´Acacus. Era accompagnato da due giovani pittori che poi diventarono celebri, Piero Guccione e Lorenzo Tornabuoni, che riprodussero con grande accuratezza e finezza tutto quel mondo in movimento come cacce, danze, partenza per la guerra e i famosi carri dei Garamanti.
Era commuovente accorgersi come durante il corso dei millenni l´ancestrale paura che spingeva a dipingere gli animali in forme grandiose per esorcizzarli fosse andata diminuendo, quasi scomparendo e le bestie avevano preso dimensioni sempre più ridotte mentre gli uomini apparivano come i veri protagonisti. Alcune di queste opere costituiscono non solo un magnifico materiale archeologico. Ci offrono nello stesso tempo una testimonianza unica di un´evoluzione che non si è svolta secondo un processo lineare, secondo quanto dicevano i darwiniani classici, ma a salti, attraverso quelle che Mori chiamava «improvvise prese di coscienza». Il fuoco è sempre esistito sulla terra da miliardi di anni. Ma solo l´homo erectus ha compreso che poteva essere addomesticato e adoperato come uno strumento o come un´arma. I graffiti dell´Acacus sono stati preceduti da un periodo interminabile in cui si mimavano le cacce, le danze e gli animali. E poi un giorno ci fu l´illuminazione di qualcuno che scoprì la possibilità di dipingere sulle rocce quello che gli altri mimavano.
Afflitto da innumerevoli malanni e annientato da una disgrazia spaventosa – gli era morto il figlio di quindici anni – Mori si era ritirato in Toscana, a Trequanda. Non viveva solo, ma aveva creato una fondazione che ospitava periodicamente dieci bambini disabili. Qualche anno fa, molto popolare e amato in Libia, era stato nominato cittadino onorario del paese, un onore credo quasi unico. Negli ultimi tempi si era costruito una zeriba, una sorta di forte sahariano, nell´oasi di Ghat. Quando gli chiesi se voleva andarci a vivere lui mi rispose: «No. Ci vado a morire». Si è spento nella sua Toscana qualche mese fa, lasciando alcuni tra i migliori testi che un italiano abbia scritto sull´Africa.

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