mercoledì 29 ottobre 2008

Cadorna, il fucilatore di soldati

Cadorna, il fucilatore di soldati

di Maria R. Calderoni

Liberazione del 28/10/2008

Il IV Novembre? Va bene, si potrebbe anche chiamarla, egregio ministro La Russa, la Festa del Decimato Ignoto. Il capitolo fucilazioni sommarie, nel corso di quei tre maledetti anni 1915-1918, non è mai rimasto chiuso, anzi si è andato arricchendo, via via che la durezza della guerra si inaspriva e le terroristiche circolari di quel generale cui sono intitolate tante strade e piazze d'Italia, il comandante in capo dell'esercito italiano Luigi Cadorna, trovavano pronta esecuzione sul campo. Un capitolo tuttavia su cui la retorica patriottarda, i libri di scuola e gli stessi storici (tranne lodevoli eccezioni) preferiscono sorvolare. Ma il capitolo è lì, qualcosa di molto prossimo all'assassinio.
Nel 1917, dopo la catastrofe di Caporetto, viene istituito in Parlamento un Comitato segreto sulla condotta della guerra (i cui lavori vennero però resi noti solo nel 1919); ecco alcuni flash dai verbali di quelle sedute. 29 giugno, intervento del deputato Giuseppe Emanuele Modigliani (socialista): «Il gen. Cadorna è in arretrato di un secolo, anche nel modo con il quale s'intende da lui mantenere la disciplina militare, cioè col terrorismo e le fucilazioni per sorteggio e le decimazioni». 1 dicembre 1917, dall'intervento del deputato Michele Gortani (cattolico): «Perché si è permesso che il gen. Cadorna instaurasse e mantenesse per due anni e mezzo nell'esercito il regime del terrore?». 17 dicembre 1917, dall'intervento del deputato Marcello Soleri (liberale giolittiano): «...Quando si è punito con la decimazione chi non ha peccato, nessuna impunità può concedersi».
Ma nessuno, né il Parlamento né il governo, riuscirono a fermare la mano di quel Comando supremo con a capo Cadorna che, secondo il giudizio lapidario che ne ebbe a dare Vittorio Emanuele Orlando, «ammazza troppi soldati e troppo in fretta».
La lugubre statistica dei soldati uccisi per decimazione o per giustizia sommaria sul posto o durante il combattimento, non è precisa, sfuma e si disperde «in quell'immensa schiera di processati e condannati, un esercito nell'esercito» che la militar giustizia causò nei ranghi dei nostri soldati al fronte. Nel loro libro Plotone di esecuzione (Laterza), Enzo Forcella e Alberto Monticone riescono a darne solo una valutazione per difetto. Se in totale «durante la guerra furono più di quattromila le condanne a morte emesse dai tribunali militari», da tale computo resta escluso quello «delle fucilazioni sommarie, che, senza giudizio, vennero eseguite nell'esercito operante nei tre anni e mezzo di guerra». Un computo che forse non si saprà mai, «tanto più che lo stesso ufficio giustizia militare del comando supremo ammise nel 1919 che non sempre erano pervenuti i rapporti sulle esecuzioni sommarie ordinate dai comandi subordinati». Fucilati e cancellati, senza nome e cognome, caduti per la patria, nel mucchio. Se infatti, per i soldati fucilati "in contraddittorio", cioè con un processo, si conoscevano le generalità, e quindi le tombe (una rozza croce, con incisi alla bell'e meglio nome cognome e giorno della morte) i fucilati sommariamente finivano in una fossa anonima e venivano dati per dispersi in combattimento. Spesso, anzi, persino gli ufficiali che ordinavano l'esecuzione ignoravano il nome delle vittime.
Comunque, uno più uno meno, la conta esiste, stilata di pugno dall'autorità militare medesima: 107 uccisioni sommarie "ufficiali". Ma una noticina a margine avverte, vedi caso, che in tale contabilità «non erano comprese le 34 fucilazioni ordinate dal generale Graziani». Per esempio.
Alberto Monticone nel libro citato offre una sua accurata, personale "conta", molto precisa e circoscritta al solo maggio 1917, mese nel quale la cifra ufficiale era di 5 (cinque) fucilazioni sommarie. Invece, denuncia Monticone, «possediamo i seguenti dati: 1 fucilato per simulazione di infermità in faccia al nemico nel 139mo fanteria; 1 fucilato nel 262mo fanteria per mutilazione in faccia al nemico; 11 fucilati nel 117mo fanteria prima della decima battaglia sull'Isonzo; 2 fucilati per ammutinamento nel 4 bersaglieri; 10 fucilati nel 74mo fanteria; 2 fucilati nella brigata Mantova perché sorpresi a sparare in aria». Fa un totale di 28. Per esempio. Un resoconto che nessuno potrà mai fare, un sangue senza prezzo in vista degli "Orizzonti di gloria"...
Ed ecco come nel suo Iibro - L'Isonzo mormorava (Mursia), Cesare De Simone riporta le gesta del "fucilatore" Andrea Graziani, il generale nominato da Cadorna come Ispettore generale del movimento di "sgombro" dopo la rotta di Caporetto. L'episodio viene reso noto da un articolo molto circostanziato pubblicato dall' Avanti il 29 luglio 1919. Ecco. «Il generale Graziani, di passaggio per Noventa di Padova il 3 novembre 1917, alle ore 16,30 circa, vede sfilare una colonna di artiglieri da montagna. Un soldato, certo Ruffini, di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un uomo interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: «Dei soldati io faccio quello che mi piace», e per provarlo fa buttare contro il muricciolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente. Poi ordina al tenente colonnello Folezzani (del 28mo artiglieria campale) di farlo sotterrare: «E' un uomo morto d'asfissia» e, salito sull'automobile, riparte. Il tenente colonnello nel rapporto non ha voluto porre la causa della morte. Tutti gli ufficiali del 28mo artiglieria campale possono testimoniare il fatto».
L' Avanti ne fece uno scandalo e a Roma venne organizzata una manifestazione "contro le fucilazioni sommarie e le decimazioni dei generali di Cadorna".
IV Novembre. Quell'esercito di operai e contadini in gran parte analfabeti, quella carne da cannone mandata al macello con larga abbondanza. E con i regi carabinieri alle spalle, a fucile carico.
IV Novembre. Per esempio, come è morto il soldato Clerici Giovanni, secondo sentenza del Tribunale militare straordinario emessa alle ore 10 del giorno 16 luglio 1916: «...Considerato che, pur non essendo provato che egli sia l'autore dei due bigliettini incitanti alla rivolta, risulta però da prove testimoniali che egli abbia ripetutamente pronunciato frasi in cui l'incitamento alla rivolta è esplicito... Sentito il Pm che ha richiesto per l'imputato la pena di morte previa degradazione, il Tribunale all'unanimità lo condanna alla pena di morte da eseguirsi immediatamente sul posto».

martedì 21 ottobre 2008

Storia dell'inquisizione cattolica; del prof. Biagio Catalan

Storia dell'inquisizione cattolica; del prof. Biagio Catalan

lunedì 20 ottobre 2008

Conferenza: I catari

Affiora la Curtis regia longobarda. Ritrovamento in piazza S. Giusto. I reperti nel museo della città

Affiora la Curtis regia longobarda. Ritrovamento in piazza S. Giusto. I reperti nel museo della città
Nadia Davini
VENERDÌ, 17 OTTOBRE 2008 IL TIRRENO - Lucca

LUCCA. Cambi la tubatura e trovi resti longobardi. È esattamente quello che è successo l’altra settimana in piazza San Giusto, a due passi dal palazzo Gigli, sede della Cassa di Risparmio di Lucca. Mentre venivano effettuati i lavori per rafforzare l’acquedotto sono saltati fuori dei reperti archeologici molto importanti, tra cui molto probabilmente la Curtis Regia longobarda, sede anche della Zecca che coniò il Tremisse d’oro, moneta lucchese. Si capisce quindi che il ritrovamento non è di rilevanza secondaria.

«Piazza San Giusto - dice il sindaco, Mauro Favilla - era il punto più importante della città durante il periodo longobardo. Questi resti potrebbero corrispondere al palazzo della Curtis Regia o alla Zecca, ma per saperlo saranno necessari altri lavori. Tuttavia nel giro di pochi giorni chiuderemo lo scavo per permettere lo svolgimento dei banchetti per la fiera e dei Comics, per riaprirlo poi successivamente e continuare l’opera di ritrovamento».

Un pool di archeologhe, Elisabetta Abela, Maila Franceschini, Sara Alberigi e Susanna Bianchini, coordinate dal dott. Giulio Ciampoltrini, ispettore della Sovrintendenza dei lavori archeologici, sta lavorando assiduamente.

«Ci sono dei documenti - spiega Elisabetta Abela -, che attestano che questa era la zona dove sorgeva il centro della città longobarda, proprio perché piazza San Giusto si trova in una posizione centrale, all’incrocio tra il Cardine massimo e il primo Decumano minore. Fino ad oggi, però, non avevamo elementi concreti per testimoniarlo. Ora sì: ci troviamo di fronte a dei resti con caratteristiche proprie dell’età longobarda. L’ipotesi più accreditata è che si tratti proprio della Curtis regia, costituita da più edifici che insieme andavano a costituire il nucleo principale della città. Le murature più alte della parete scavata si riferiscono al XIII secolo, per arrivare al livello longobardo occorre scendere di un metro e settanta. Ci auguriamo, appena terminati i Comics, di proseguire gli scavi per capire a cosa corrispondano e quanto siano estesi».
La scoperta è sicuramente importante anche perché del periodo longobardo i ritrovamenti non sono molti a Lucca.
Questo va ad aggiungersi alla chiesa di San Bartolomeo in Silice, sepolta sotto piazza San Ponziano, al Palazzo del Marchese ritrovato all’interno del nuovo hotel in via San Paolino e ad una serie di tombe, scoperte in via Fillungo.
«Con la costruzione del Museo della Città - dice l’assessore Donatella Buonriposi - vorremmo riportare questi ritrovamenti alla conoscenza dei turisti e degli studenti, attraverso un percorso multimediale e informatico»

ricerca su resti pomepiani e dna

ricerca su resti pomepiani e dna
Carlo Avvisati
18/10/2008 IL MATTINO

Dei dodici individui i cui scheletri furono rinvenuti sotto alcuni metri di cenere e lapilli nella Casa di Polibio, a Pompei, sei appartenevano a un unico ceppo familiare. Ovvero potevano essere sia fratelli e sorelle, perché figli della stessa madre, sia cugini in quanto partoriti da due donne, sorelle tre loro. Il dato, importante per lo studio sul Dna «antico», è uno dei risultati raggiunto dal gruppo di ricerca partenopeo guidato da Marilena Cipollaro, impegnata da un decennio con Antonino Cascino (da poco scomparso) in indagini sugli scheletri dei pompeiani vittime dell’eruzione del 79 dopo Cristo. La scoperta è uno degli argomenti attorno al quale ruoterà il nono Convegno internazionale sul Dna antico e le biomolecole associate, che appunto ad Antonino Cascino è dedicato.

Il summit di scienziati si svilupperà da domani al 22 ottobre tra Napoli e Pompei e si aprirà nel capoluogo campano, domani alle 17, nell’aula di presidenza della facoltà di Medicina della Seconda Università. Ad accogliere i ricercatori italiani e stranieri saranno il rettore della Seconda Università Francesco Rossi e il preside di Medicina Giovanni Delrio. Quindi, lunedì, nell’Auditorium degli scavi, gli interventi e la presentazione delle scoperte da parte dei gruppi di ricerca, dopo il benvenuto del soprintendente Pietro Giovanni Guzzo. E sono appunto i risultati raggiunti dall’équipe Cipollaro -Cascino a fare la parte del leone in questa giornata. «Oltre ad aver accertato che gli individui della Casa di Polibio erano imparentati per via materna - dice Marilena Cipollaro - stiamo studiando il loro cromosoma Y per vedere se esiste anche una parentela di tipo paterno. In più presentiamo i risultati su un aspetto particolare di un gene del nucleo cellulare e sulla sua mutazione nel corso di tutti questi secoli». L’analisi degli scheletri trovati nella Casa di Polibio è stata effettuata sui loro femori sinistri e si rivelata particolarmente laboriosa, sia per la fragilità del materiale sia per la difficoltà a reperire cellule con Dna integro, considerato che quest’ultimo si degrada per il forte calore e il tempo trascorso.

Altro studio interessante sui pompeiani antichi è quello effettuato dall’antropologo australiano Maciej Henneberg, che ha puntato a ricavare dati sulle malattie genetiche - tra cui la «spina bifida» - esistenti all’epoca e sulle loro eventuali mutazioni. Ancora, di Pompei e delle caratteristiche presentate dal territorio al 79 dopo Cristo, diranno Maria Rosaria Senatore (ha individuato l’area su cui erano impiantate le saline pompeiane e il tracciato seguito da un corso d’acqua a nord della città) e Annamaria Ciarallo che presenta gli studi sulla flora e le colture dell’area vesuviana. Di particolare interesse i risultati del gruppo vulcanologico formato da Giuseppe Luongo, Annamaria Perrotta Claudio Scarpati, che ha individuato una differente tipologia di ricolonizzazione (tempi e modi di ritorno sul territorio) dell’area Sud e Nord del Vesuvio, tra le eruzioni che le colpirono, rispettivamente, nel 79 dopo Cristo e nel 472 dopo Cristo.

Battaglia delle anfore tra Roma e Londra

Battaglia delle anfore tra Roma e Londra
Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore 20/10/2008

File reperti antichi pubblicati su internet, con tanto di fotografie, per evitare che si disperdano per il mondo. È la soluzione a cui ricorrerà nei prossimi giorni il ministero dei Beni culturali per allertare i frequentatori delle case d`asta e renderli consapevoli che potrebbero imbattersi in pezzi provenienti dall`imponente collezione del trafficante inglese Robin Symes (stimata in 17mila opere) e di cui l`Italia pretende la restituzione.
Gli appassionati di antichità sappiano che quel migliaio di reperti è, infatti, oggetto di inchiesta da parte della magistratura
italiana e, nel caso decidessero di acquistarli all`incanto, un bel giorno potrebbero trovarsi nella condizione di doverli restituire al nostro Paese.
La mossa dei Beni culturali è conseguenza del fallimento della trattativa con i liquidatori della collezione Symes, trattativa preparata da contatti nati nel 2007 fra il nostro ministro (allora era Francesco Rutelli) e il collega inglese.
L`intento italiano era ditrovare una via stragiudiziale alla questione. Dal 2001 è, infatti, in corso, da parte della procura di
Roma, un`inchiesta per accertare se una parte dei pezzi della collezione Symes sia frutto di scavi non autorizzati sul nostro territorio e di esportazioni clandestine.
Per il podi di esperti ministeriali che si occupa di recuperare le parti di patrimonio che ci sono state trafugate, non ci sono dubbi. I riscontri scientifici, sulla parte della collezione Symes che i liquidatori hanno messo a loro disposizione, dicono che circa mille reperti provengono dal nostro sottosuolo, portati alla luce dai tombaroli.
Per ridarceli, però, gli inglesi vogliono i soldi. A inizio settembre, quando i liquidatori si sono incontrati a Roma coni nostri rappresentanti, sono stati perentori: se vogliamo quelle opere, dobbiamo acquistarle. Richiesta che ha chiuso ogni porta al dialogo.
Rimane la via giudiziaria, che l`Italia continua a percorrere, ma che ha tempi lunghi. Nel frattempo, niente vieta ai liquidatori di vendere le opere contese. Stava per accadere mercoledì scorso, quando la casa d`aste Bonhams aveva in catalogo un pezzo della collezione Symes rivendicato dall`Italia. L`intervento del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, li ha fatti recedere. E ora ci si affida a internet.

Un tesoro archeologico nelle acque di Lipari

Un tesoro archeologico nelle acque di Lipari
LUNEDÌ, 20 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA

La scoperta

A Lipari, nella zona marina in cui doveva sorgere un mega-porto turistico privato, si nasconde un´autentica miniera archeologica. Un immenso patrimonio storico risalente all´età romana imperiale costituito da templi, strade, pavimenti decorati e mura di cinta, individuati nella baia che da Marina Lunga si snoda fino al Pignataro. La conferma della straordinaria scoperta è stata data nei giorni scorsi dai responsabili della Sovrintendenza del mare di Palermo che, ad appena 9 metri di profondità, hanno individuato altri nove basamenti di colonne sacre adagiate su quel che resta di un enorme salone, un ampio muro perimetrale e un ben conservato lungo selciato rotabile. «Tutto il resto è completamente sommerso da sabbia e pomici - dice il professor Sebastiano Tusa, responsabile della Sovrintendenza del mare -. Quindi il lavoro di recupero sarà lungo e capillare e le sorprese, vedrete, non finiranno». Insomma a Lipari sta lentamente venendo alla luce quanto si credeva fosse una leggenda. Si racconta infatti che attorno al 200 d. C. a causa di un violento bradisismo, un´ampia zona marina finì sepolta dalle acque. «È evidente - ribadisce Tusa - che, di fronte a queste ulteriori scoperte, quel porto turistico non dovrà essere realizzato». E in tal senso sono molteplici i comitati isolani che stanno inviando petizioni al ministro dei Beni Culturali e allo stesso assessore competente della Regione Sicilia affinché quella struttura non venga realizzata. «Sarebbe delittuoso tornare a seppellire parte della storia eoliana, in questo caso tra cemento e bitte d´ogni genere», si legge in una delle petizioni.
Luigi Barrica

sabato 11 ottobre 2008

A nord di Berlino una scoperta archeologica getta luce su eventi di 1300 anni prima di Cristo

La Repubblica 11.10.08
A nord di Berlino una scoperta archeologica getta luce su eventi di 1300 anni prima di Cristo
Trovate le tracce della strage in un villaggio, con donne e bambini, distrutto da un esercito di invasori
di Luigi Bignami

Clan in guerra nell´età del bronzo la battaglia più antica d´Europa
Nello scontro morirono almeno 50 persone, tante per un´ Europa poco abitata

Erano un centinaio di persone, forse ancora di più. Con sé avevano lance, asce e grossi bastoni. Cercando di fare il meno rumore possibile si introdussero nel villaggio rivale e colpirono chiunque venisse a tiro, senza risparmiare nessuno. Uccisero uomini, donne e anche bambini. Poi, così come erano venuti, gli aggressori ritornarono nella foresta e al loro villaggio. Ma di quella "guerra" sono rimaste le testimonianze fino ai nostri giorni e stando a quanto ha scoperto l´archeologo di Stato tedesco Detlef Jantzen risulta essere la battaglia più antica di cui si abbiano testimonianze mai combattuta in Europa, proprio vicino alle Alpi. Gli eventi narrati, infatti, si svolsero circa 1.300 anni prima di Cristo. Dalle ossa rimaste nel luogo della battaglia risulta che morirono almeno 50 persone, un gran numero se si pensa che a quei tempi l´Europa era per lo più disabitata. L´area ove si svolse la battaglia è presso la città di Demmin, che si trova poco a nord dell´attuale Berlino.
«Stando ad alcuni reperti è possibile affermare che lo scontro fu particolarmente cruento», ha spiegato l´archeologo. A conferma di ciò vi è un teschio che testimonia la ferocia dell´aggressione: presenta un buco grande come una moneta da un euro che venne aperto da un colpo probabilmente portato con una mazza di legno. Quel teschio apparteneva ad un giovane di 20-30 anni. Secondo le analisi, la ferita gli provocò un´agonia di diverse ore. Altre ossa testimoniano che anche le donne e i bambini furono colpiti a morte. I resti sono giunti fino a noi perché l´area del combattimento all´epoca era paludosa e il fango, che presto ricoprì i corpi dei morti, li ha preservati nei millenni. Poiché è ancora possibile estrarre il Dna di quelle persone ora si pensa di capire se tra i combattenti ci furono degli avi di tedeschi o comunque nordeuropei dei nostri giorni. Le ricerche non sono terminate, perché si vorrebbe capire quali furono le cause che portarono i due clan a scontrarsi con tanta ferocia in un ambiente per lo più disabitato.
Fu quella la prima guerra dell´umanità? Certamente sono gli indizi della battaglia più antica di cui si abbia testimonianza in Europa, ma vi sono almeno due "guerre" ancora più antiche. Una fu combattuta tra 1.500 e 2.000 anni prima di Cristo a Hamoukar, una località a nord est della Siria. In questo caso le testimonianze archeologiche dicono che la città fu sottoposta a un vero assedio che durò mesi e che fu anche "bombardata" da palle di argilla frammista a materiale incendiario. L´altra battaglia che si perde nella notte dei tempi si combatté tra le città di Umma e Lagash in Mesopotamia e risale a circa 2.700 anni prima di Cristo. Non è da escludere che combattimenti tra gruppi appartenenti ai più antichi Homo Sapiens e Neanderthal siano avvenuti anche qualche decina di migliaia di anni fa, tant´è che schegge trovate in alcuni scheletri fanno ipotizzare tali scontri. Ma al momento non si hanno certezze.

domenica 5 ottobre 2008

ARCHEOLOGIA: ATENE, SCOPERTA UNA TOMBA DI UN PRINCIPE GUERRIERO DEI MICENEI

ARCHEOLOGIA: ATENE, SCOPERTA UNA TOMBA DI UN PRINCIPE GUERRIERO DEI MICENEI
Atene, 4 ott. - (Adnkronos) - Una spada di un principe guerriero dei Micenei, arricchita di una rarissima impugnatura ricoperta d'oro, e' stata scoperta in una tomba in Grecia. Secondo gli esperti, la spada confermerebbe che i Micenei commerciavano con la penisola italiana gia' oltre 3.200 anni fa. Il ritrovamento si deve a un'equipe di archeologi greci che ha scavato la tomba di un aristocratico miceneo nel sito di Kouvara Phyteion, ad ovest di Atene. La spada, che e' stata esaminata in un laboratorio scientifico in Austria, fu fusa in bronzo nel XII secolo a.C. in una fucina della penisola italiana, probabilmente delle regioni meridionali.

La spada e' lunga 94 centimetri ed e' una rarita' nel panorama archeologico dell'epoca, hanno spiegato gli autori della scoperta, in ragione della copertura in oro dell'impugnatura. Nello stesso sito archeologico di Kouvara Phyteion gli archeologi hanno scoperto, scavando sempre nella tomba del guerriero aristocratico, anche una spada in bronzo con un'impugnatura in osso, due staffe per cavalli, un paio di gambali in bronzo, una freccia, una lancia, una coppa da vino in oro e un paiolo a tre piedi in bronzo.

Gli studiosi che stanno esaminando i reperti tornati alla luce nella tomba del guerriero sono del parere che i Micenei intrattenessero intense relazioni con le altre civilta' del basso Mediterraneo fin dal XIII secolo a.C. I Micenei dominarono gran parte della Grecia tra il XVII e il XII secolo a.C., stabilendo colonie in Asia Minore e a Cipro.

Quando le case e i fortini si costruivano con l´argilla

SICILIA - Quando le case e i fortini si costruivano con l´argilla
MARIA LUISA GERMANÀ
DOMENICA, 05 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Un convegno ha fatto il punto sulle antiche tecniche edilizie per studiarne il restauro


L´utilizzazione della terra cruda si è diffusa per secoli in tutta l´area mediterranea Oggi viene messa al bando dalle leggi urbanistiche

La terra, così come immediatamente disponibile e non soggetta a lavorazioni che ne prevedono la cottura, è un materiale che ha trovato largo impiego nelle costruzioni, sin da epoche remote e nelle più disparate latitudini. Nonostante la globale diffusione di materiali e tecniche costruttive profondamente diversi, ancora oggi una consistente quota della popolazione mondiale utilizza edifici realizzati in terra cruda. Nelle applicazioni più varie, tale materiale è stato ed è ancora impiegato per costruire sia opere murarie sia elementi di finitura: nei diversi usi, la terra - inumidita ed impastata con l´aggiunta di stabilizzanti ed aggreganti di origine vegetale o minerale - viene fatta indurire senza processi di cottura. Sono circa una ventina i procedimenti costruttivi a base di terra cruda; per quanto riguarda le opere murarie, ciascuno di essi può essere riferito a tre tipologie-base: quelle riconducibili al pisé (l´impasto viene costipato entro casseforme e, essiccando, forma un insieme monolitico); quelle riconducibili all´adobe (l´impasto, sagomato in elementi modulari come mattoni, viene fatto essiccare prima della posa in opera); quelli riconducibili al torchis (l´impasto riempie gli spazi all´interno di graticci in legno o canne ancorati alla struttura portante).
L´interesse per le costruzioni tradizionali realizzate in terra cruda si è sviluppato negli ultimi quarant´anni, a partire dalle testimonianze monumentali custodite in Medio Oriente. Non a caso la prima importante occasione di confronto ed approfondimento è stata una conferenza internazionale Icomos tenuta a Yazd, in Iran, nel novembre del 1972. Negli stessi anni, l´architetto Hassan Fathy pubblicava l´appassionato resoconto di una sua esperienza professionale, avviata subito dopo la seconda guerra mondiale in Egitto: la progettazione e la realizzazione di Gourna, un villaggio operaio per settemila persone nelle vicinanze di Luxor. In tale occasione, la ristrettezza delle risorse e, non secondariamente, la repulsione ad utilizzare materiali e strutture di importazione, gli avevano suggerito di utilizzare l´antica tecnica dei mattoni crudi. Da allora, l´architettura in terra cruda ha continuato ad essere studiata seguendo due filoni di indagine: da un lato viene approfondito lo studio di testimonianze architettoniche del passato, dall´altro si tende a verificare potenzialità e limiti dell´impiego attuale di tale materiale costruttivo, aggiungendo alle ancor valide motivazioni di Fathy (ridotti costi e affermazione dei valori locali del costruire) la sua sostenibilità, incontestabile specialmente a confronto con altri processi produttivi: basti pensare alla diffusa disponibilità del materiale ed al conseguente abbattimento dei trasporti. Vanno sottolineate, comunque, molteplici difficoltà per una realistica diffusione del crudo nell´attuale scenario: la totale assenza di normative nel nostro Paese ne esclude l´impiego nelle strutture murarie e la scomparsa del tradizionale contesto produttivo.
Su queste tematiche si è svolto nei giorni scorsi a Palermo un convegno, organizzato nell´ambito delle attività del dottorato di ricerca in Recupero e fruizione dei contesti antichi coordinato da Alberto Sposito, a cui ha preso parte Eugenio Galdieri, il più autorevole conoscitore di terra cruda in Italia. La Sicilia, a confronto con altre regioni italiane, non possiede un significativo patrimonio architettonico in crudo, se si esclude l´ambito archeologico. Per quanto riguarda gli impieghi più remoti della terra cruda, invece, la Sicilia offre un campo di osservazione privilegiato, innanzitutto perché custodisce numerosi reperti, risalenti ad epoche che vanno dalla preistoria all´età romana: dagli edifici residenziali ed artigianali con relativi annessi alle fortificazioni; dagli edifici religiosi alle sepolture.
La ricerca, sviluppata nel corso di un progetto di rilevanza nazionale finanziato dal Miur, ha sortito l´esito di promuovere l´interesse per queste testimonianze archeologiche, iniziando a censirle per ottenere una conoscenza strutturata, finalizzata soprattutto a evidenziare le numerose condizioni di pericolo che derivano dalla loro vulnerabilità. Il coinvolgimento di studiosi quotidianamente e concretamente impegnati sul campo della tutela e gestione dei siti archeologici siciliani (come Rosalba Panvini, Francesca Spatafora, Sebastiano Tusa) ha già fornito avanzamenti assai significativi; nel prossimo futuro ci si propone di proseguire il processo conoscitivo avviato.

giovedì 2 ottobre 2008

USTICA - scoperta officina per i metalli

USTICA - scoperta officina per i metalli
GIOVEDÌ, 02 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Emergono nuovi tasselli della storia antica di Ustica. Una nuova ricerca appena conclusa del servizio archeologico della Soprintendenza di Palermo, ha infatti riportato alla luce altre testimonianze relative al villaggio preistorico dei Faraglioni riferibili all´età del Bronzo, a un periodo cioè compreso tra il 1400 e il 1200 avanti Cristo. Il villaggio, cinto da una possente fortificazione, è caratterizzato all´esterno da torrioni semicircolari ed è costituito da capanne e recinti realizzati con blocchi di pietra lavica. Tra i reperti più significativi ci sono le numerose piastre di terracotta, usate come focolari, le grandi coppe su alto piede a tromba, le scodelle, gli attingitoi, orci e orcioli per contenere liquidi e derrate alimentari, le teglie a fondo piano. In particolare si segnala il ritrovamento di un piccolo vano, probabilmente utilizzato come officina per la lavorazione dei metalli, un´attività questa documentata dal ritrovamento di numerose matrici di fusione per la realizzazione di attrezzi e utensili di bronzo. E di grande interesse si è rivelato anche lo scavo della parte interna della fortificazione: un lungo camminamento, infatti, correva lungo tutto il tratto interno del muro di cinta, a sua volta disimpegnato dall´abitato grazie a un percorso viario largo circa un metro che lo separava dalle capanne.
l.n.