mercoledì 31 dicembre 2008

Federazione Pagana: Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani

Federazione Pagana: Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani: "Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani
Esce oggi (anche se la data impressa sul documento è quella di domani, ma siamo riusciti ad accelerare le cose) lo Standard del Censimento dei siti e oggetti sacri precristiani riutilizzati per chiese cristiane (ex Censimento dei templi pagani riutilizzati in o come chiese cristiane), con il primo documento che è il manuale dell'operatore, a cura del Giorno Pagano Europeo della Memoria. Un testo un po' tecnico in certi passaggi, ma sicuramente pieno di informazioni utili anche per chi aspetta solo di poter utilizzare la nuova edizione che seguirà questa pubblicazione dello standard, indicativamente a metà del 2009. Nel manuale infatti trovate una descrizione del progetto, com'è nato e come si svilupperà. Sul sito invece potete seguire l'avanzamento dei lavori.
Ufficializziamo anche il logo del progetto, che è quello sottostante:
Il montaggio coinvolge un tempio e una chiesa non compresi nel censimento: il tempio è quello di Segesta, mentre la chiesa si trova a Trequanda. Tuttavia rende bene, a nostro parere, l'idea di come, sotto a diverse chiese cristiane, si possano trovare i resti di siti sacri precristiani o pagani che dir si voglia."

domenica 28 dicembre 2008

La tomba di un guerriero nell'area dell'inceneritore

La tomba di un guerriero nell'area dell'inceneritore
Corriere del Mezzogiorno - SALERNO - 2008-12-27 num: - pag: 7

Nava: «Qui allestiremo un museo»

Le tombe ritrovate in località Boscariello- Cupa Siglia, nell'area dove sorgerà il termovalorizzatore di Salerno, sono l'ennesima conferma dell'esistenza di numerosi insediamenti di popolazioni locali prima del periodo romano. A rivelarlo è la Soprintendente di Salerno, Maria Luisa Nava, al lavoro da tempo sui rinvenimenti effettuati nella zona periferica della città. «Le tombe trovate sono la testimonianza di un insediamento che non sarà stato molto esteso ma che si colloca in una posizione importante per la penetrazione verso l'interno della Campania — precisa la Soprintendente — non sono proprio etruschi, ma si tratta di popolazioni locali da collocare tra il IV e il primo secolo avanti Cristo, quasi al confine con la romanizzazione. Tuttavia, questi insediamenti testimoniano la presenza di un ceto guerriero anche piuttosto elevato. Nella tomba abbiamo trovato, infatti, un individuo che indossa il cinturone, mentre ne ha un altro accanto che lo indica come capo guerriero. Quel secondo cinturone, conservato nel corredo funerario, testimonia che il condottiero l'ha sottratto ad un nemico sconfitto.

In fondo si tratterebbe di una piccola tribù locale con attività guerriere e agricole ». I materiali ritrovati sono piuttosto importanti: tra questi ci sono anche i reperti di una tomba femminile ritrovata accanto al guerriero. Potrebbe trattarsi di un nucleo familiare, che faceva parte di una piccola fattoria situata su questa direttrice di penetrazione dal mare lungo il tragitto del fiume Picentino. Precisamente, ci sarebbe questa piccola fattoria i cui abitanti avrebbero utilizzato un'area sepolcrale non molto distante dalla fattoria stessa. Si tratta sicuramente di un nucleo familiare allargato, che aveva anche una funzione di salvaguardia e di controllo di questa via di penetrazione verso l'interno. Sono stati propri i recenti ritrovamenti a Cupa Siglia a favorire i rapporti e l'intesa con il sindaco De Luca. «Apparteniamo a pubbliche amministrazioni e dobbiamo lavorare per quanto è di nostra competenza nell'interesse dei cittadini — insiste la Nava — il nostro fine è quello di realizzare delle opere nell'interesse della comunità. Poi chiaramente bisogna tener ferme le proprie competenze e difendere ciò che siamo tenuti a tutelare, senza frapporre inutili ostacoli. Come progetto futuro credo che si deve puntare sulla stessa città di Salerno: ne ho già parlato col sindaco e mi è parso che lui abbia ben accolto la mia proposta. Si tratta di valorizzare gli aspetti della Salerno antica che ben si possono coniugare con interventi di riqualificazione urbana».


Tra l'efficienza della Soprintendenza e il frenetico attivismo di Vincenzo De Luca ormai regna una perfetta armonia. Non così a Paestum dove tra una strada sbagliata che offende le mura antiche e la pista che deturpa la vista del Tempio di Nettuno, la Nava avrà molto da fare.

«Sono tutte le realizzazioni che ho trovato già fatte al mio arrivo— conclude l'archeologa — per la strada procederò come lord Brummel, aspetterò che si invecchi e si consumi. Se il risultato non cambierà possiamo anche rifarla. In fondo non è stato costruito un palazzo. Per la pista intorno al tempio di Nettuno, dovrò trovare un'intesa col sindaco per cancellarla. Vi è forse la necessità di un regolamento più aggiornato e più specifico per la tutela delle aree archeologiche. Con l'edilizia d'accatto, che porta solo miseria, avremo sempre visitatori e turisti fagottari ».
Ugo Di Pace

lunedì 22 dicembre 2008

Nefertiti. Riparte la caccia alla regina più bella

La Repubblica 22.12.08
Un team tedesco al lavoro nella Valle dei Re il sito archeologico può svelare altri segreti
Nefertiti. Riparte la caccia alla regina più bella
Gli scavi si svolgono sotto tombe individuate decenni fa
di Andrea Tarquini

BERLINO. Si risveglia, alla vigilia delle feste, la leggenda della bellissima Nefertiti. In riserbo, ma solo fino a ieri quando lo ha rivelato l´edizione domenicale del Frankfurter Allgemeine, un team internazionale di archeologi, guidato da Otto Schaden, ha ripreso da novembre a scavare tra i siti tombali della mitica Valle dei Re a Luxor, in Egitto. Schaden e gli altri ricercatori non si sbilanciano, ma speculazioni, rumors e speranze segrete rilanciano la possibilità di trovare infine il sarcofago o la mummia della splendida regina, moglie del faraone Achenaton. O di altri membri della famiglia che, regnando, introdusse brevemente il monoteismo. Come in un romanzo d´avventure, o in un film di Indiana Jones, ma con pieno rigore scientifico, rinasce la grande ambizione dei contemporanei di ritrovare i resti di quei Grandi di millenni e millenni or sono.
«Io non mi abbandono a speculazioni, noi scaviamo e basta. Speriamo però che la prossima stagione di scavi ci porti a nuove informazioni», dice Otto Schaden. Non si presta alle voci sulla speranza di trovare Nefertiti. All´inizio di gennaio egli tornerà in Egitto per la ripresa dei lavori. Quel che conta è che ha l´appoggio del potentissimo Zahi Hawass, il direttore del Supreme council of antiquities, cioè l´authority egiziana per il patrimonio artistico dell´antichità. E´ a Schaden stesso che si deve la scoperta, nel 2006, del sito tombale KV 63. Individuato per caso, come molti altri. Gli scavi ora ripresi si svolgono sotto tombe già individuate decenni fa.
La valle dei re è sempre stata piena di sorprese sensazionali. Nel 1912, Theodore Davis disse «ho la sensazione che ormai abbiamo trovato tutto scavando nella valle», ma appena dieci anni dopo l´archeologo britannico Howard Carter lo smentì, trovando la famosa tomba del faraone Tutankhamon. Il colpo di scena si ripeterà oggi? «E´ ragionevole aspettarsi nuove scoperte», afferma Otto Schaden.
E´ da millenni che la Valle dei Re appassiona, affascina e incuriosisce. Invano i faraoni la progettarono, sperando di riposare in pace nelle loro misteriose tombe sotterranee. Già nel 25 avanti Cristo lo storico e geografo Strabone descrisse la Valle come «un luogo con almeno quaranta cripte reali scavate nelle rocce, che vale la pena visitare». Le tombe erano undici-tredici secoli più vecchie di lui, molti ladri, i tombaroli dell´epoca, ne avevano già saccheggiate alcune.
La leggenda più affascinante resta quella di Nefertiti. Della splendida regina ci resta oggi solo il famoso busto, custodito nel Museo di Berlino. Una delle più belle immagini femminili nell´arte, da quando il genere umano esiste. La meravigliosa Nefertiti era moglie di Akhenaton, il faraone che decise di abolire il mondo politeista dell´antica religione egiziana e impose d´autorità il primo culto monoteista, quello del dio solare Aton. La scelta non piacque a molti. Tutankhamon, considerato probabile figlio di Akhenaton, salì sul trono ad appena nove anni, qualche tempo dopo la morte di Akhenaton, e sotto il suo regno il politeismo fu restaurato.
Ma dove sono oggi i resti di Nefertiti, o di Ankesenpaaton, la figlia di Akhenaton? La caccia è in corso da secoli. Nel 1827 il britannico John G. Wilkinson catalogò i siti tombali, enumerandoli come "KV" (dalle iniziali di Kings´Valley, valle dei re, appunto) più un numero. Nel 1922, Carter scoprì Tutankhamon. Nel 1995 un team guidato da Kent Weeks trovò le presunte mummie di figli di Ramsete II: La scoperta del sito KV 63 è cominciata scavando e trovando i resti di umili capanne degli operai o schiavi che costruirono le tombe. Poi, sotto, sono stati trovati i sarcofagi vuoti. Forse, si pensa da tempo, le sepolture di Akhenaton e della sua famiglia furono traslate altrove dopo il ripristino del politeismo. Il potente Zahi Hawass, che in un primo tempo non ne voleva sapere di nuovi scavi, ha infine dato il suo accordo. E la rincorsa della leggenda ricomincia, laggiù nella Valle dei Re.

giovedì 18 dicembre 2008

Un tesoro nel laghetto vicino casa

Un tesoro nel laghetto vicino casa
Francesco Pellegrino Lise
Il Tempo 18/12/2008

Li aveva «scoperti» nel giardino di casa sua, vicino al «Laghetto del Monsignore», nella località di Campoverde di Aprilia (Lt), e pertanto aveva deciso di tenerli come oggettini per abbellire la sua abitazione.
Solo che dalla perquisizione della casa del signor G. P. sono stati rinvenuti e sequestrati ben 500 reperti «miniaturistici» integri del valore di almeno 300mila euro. È proprio con la casa del fattore G.P. che si è conclusa l'operazione «Satricum», condotta dal reparto dei Carabinieri per la Tutela patrimonio culturale in stretta collaborazione con la soprintendenza archeologica del Lazio, dal generale Giovanni Nistri, dal sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro e dal direttore ai Beni archeologici Stefano De Caro. Insieme alla «Satricum», Nistri ha anche illustrato altre due operazioni nell'ambito della tutela archeologica: «Feno» e «Domitilla».
«Nel caso di Satricum - ha spiegato il generale - abbiamo rinvenuto importanti reperti su segnalazione della soprintendenza archeologica. Gli archeologi si erano accorti di alcuni cumuli di terreno ricavati dalla pulitura del fondale del laghetto vicino. L'intervento dei carabinieri ha, poi, affiancato il ritrovamento di un gran numero di reperti».
«Si tratta di una stipe votiva pertinente a un santuario ancora sconosciuto che probabilmente rimane nel laghetto - ha sottolineato De Caro -. I pezzi rinvenuti testimoniano il valore di questo luogo di culto dedicato probabilmente alle acque. Un luogo databile almeno al VII sec. a. C. Abitato da Latini etruschizzati. I materiali sono di importazione corinzia ma anche etruschi d'imitazione corinzia».
L'operazione «Feno» riguarda invece il recupero di due «teste» in marmo, una di «Hecates» di epoca ottoniana del IX secolo, e una di «trombetto» proveniente dalla Porta di Capua costruita nel XII secolo su ordine di Federico II. «Le due opere - ha affermato Nistri - provengono da una rapina effettuata nel 2007 a casa di un collezionista della capitale, le opere sarebbero poi state reintrodotte illegalmente nel circuito del mercato dell'antiquariato».
La terza operazione, «Domitilla», è frutto dei continui controlli sui siti Internet che vendono beni culturali. «Dall'indagine - ha concluso Nistri - è stato rintracciato un mosaico delle catacombe di Santa Domitilla, ritoccato e rivenduto in un secondo momento on line per 55mila euro».

mercoledì 17 dicembre 2008

Viaggio tra nuraghi e dolmen la rete dei siti archeologici

Viaggio tra nuraghi e dolmen la rete dei siti archeologici
Antonio Bassu
La Nuova Sardegna 16/12/2008

NUORO. È pronto a decollare operativamente il progetto sulla valorizzazione e gestione dei 16 siti archeologici del comprensorio del Nuorese, messo a punto dall’ex Comunità montana, e che ora passa la mano alla Provincia. La rete, nata nella logica del distretto culturale e del turismo integrato, coinvolge i comuni del territorio. I poli del sistema saranno gestiti dagli enti locali. Ogni unità operativa disporrà di un punto di informazione, consultazione e approfonmdimento sull’archeologia locale e regionale. Le stesse unità operative, collegate tra loro, interagiranno attraverso un comune sito web chiamato “Sinnu”. I poli, con le relative unità operative, sono dislocati nei comuni, nell’ottica di un capillare sviluppo a rete dell’offerta turistica, con la valorizzazione dei diversi siti archeologici. Hanno illustrato l’articolazione del nuovo programma l’ex presidente della Comunità montana Peppino Mureddu e l’assessore ai beni culturali e archeologici di allora Gianfranca Salis, insieme all’assessore provinciale alla cultura Peppino Paffi. La responsabile del settore beni archeologici della Soprintendenza Maria Ausilia Fadda, ha invece presentato il compendio del lavoro scientifico relativo alla pubblicazione del volume “Una Comunità montana per la valorizzazione del patrimonio archeologico del Nuorese”, curato dalla stessa. Al quale farà seguito, in fase di ultimazione, l’itinerario e i circuiti individuati mediante connessione tra i diversi beni culturali e ambientali, tramite il sito internet. Il tutto ponendosi in una prospettiva di integrazione e complementarietà rispetto ad altre iniziative. Come hanno sottolineato Mureddu, Salis e Paffi. La Comunità montana, che ha avviato il progetto nel 2001, ha speso circa 2 milioni e mezzo di euro per rendere completamente fruibili i 16 siti archeologici, compreso il consolidamento degli scavi, la loro messa in sicurezza e l’acquisizione di una parte delle aree su cui insistono i monumenti. Nella maggioranza dei casi raggiungibili dalle strade di grande traffico. «Si tratta - ha detto l’archeologa Gianfranca Salis - di un progetto innovativo di grande valore scientifico, oltre che una risorsa strategica per lo sviluppo sostenibile del territorio, capace di renderlo appettibile ai flussi del turismo culturale, soprattutto nelle zone interne». L’ex presidente Peppino Mureddu ha tenuto a ribadire che tutti gli atti tecnico-amministrativi sono stati già perfezionati, per cui a breve è possibile attivare la rete archeologico-naturalistica “Sinnu”. Non appena definite le regole di gestione che saranno adottate dai singoli poli». -

Scoperti i tesori dell'antica Turris

Scoperti i tesori dell'antica Turris
Emanuele Fancellu
La Nuova Sardegna 16/12/2008

PORTO TORRES. L’area di scavi archeologici nei pressi della vecchia stazione «La Piccola», coordinati da Antonella Pandolfi ed eseguiti sotto la direzione scientifica di Antonietta Boninu, continua a rivelarsi un autentico scrigno ricco di tesori. Niente ori o gioielli, ma tantissimi ritrovamenti che permetteranno di avere nuove rilevanti acquisizioni riguardanti questo settore dell’antica città romana destinato ad area cimiteriale e prima ancora importante crocevia tra i vari assi di percorrenza urbana ed extraurbana. Nonostante le piogge torrenziali rendano improbo il lavoro dell’équipe di giovani archeologi, i ritrovamenti continuano ad aggiungere nuovi particolari al puzzle della storia di Turris. Asportata la fase più superficiale delle sepolture monumentali appartenenti al VI e VII secolo, sotto la necropoli affiorano le strutture di epoca classica. Sono stati scavati strati con fortissimi segni di cenere, indice di un continuato riutilizzo umano nel corso dei secoli e una quantità sbalorditiva di ceramiche. In alcuni casi si possono ipotizzare strutture relative ad attività artigianali che si innestano sulle strutture più antiche. C’è poi una fase di passaggio dove la necropoli si è sovrapposta a fasi di riutilizzo e spoliazione con asportazione di blocchi utilizzati per altre strutture, e porzioni di edilizia pubblica di età classica legata al porto. «Ci stiamo avvicinando alle fasi di abbandono e ancor prima asportazione e riutilizzo - afferma Antonella Pandolfi -: quando scenderemo alle fasi di fondazione potremo datare il tutto con maggiori certezze». Dato da sottolineare è la scoperta di porzioni di strutture molto imponenti risalenti all’età classica. «Contemporaneamente si continua a scavare la necropoli documentando tutto e valutando l’insediamento antropico, lavorando sulle datazioni nelle aree in cui era previsto lo scavo» continua la coordinatrice. Il particolare più interessante è per la scoperta in una trincea di una platea di fondazione in blocchi di calcare di notevoli dimensioni da ricondurre a strutture di carattere pubblico di grandi dimensioni ed eccezionale interesse. I lavori termineranno, salvo variazioni al progetto originario che prevede verde pubblico e parcheggi, prima di Natale, ma lasciare che l’area sia vittima di una nuova violenza dopo quella degli anni ’20-’30 relativi alla costruzione della ferrovia, sarebbe un’ulteriore imperdonabile atto di masochismo.

Sorpresa a Malagrotta, oltre alla discarica una fattoria di 3.500 anni fa

Sorpresa a Malagrotta, oltre alla discarica una fattoria di 3.500 anni fa
CARLO ALBERTO BUCCI
MERCOLEDÌ, 17 DICEMBRE 2008 LA REPUBBLICA - Roma

Un set completo di pentole ritrovato in una cava con tanto di leccornie ancora dentro, ma mummificate perché cucinate da una massaia di 3.500 anni fa. Oppure una capanna giunta sino a noi "sigillata", ossia con tanto di tetto e travi, «uno di molti insediamenti agricoli rinvenuti al confine tra il territorio di Veio e Roma», dice l´archeologa della soprintendenza statale Daniela Rossi. Che cita anche le decine di resti di ville e di necropoli romane sull´Aurelia. A Malagrotta, insomma, non solo abusivismo e "monnezza". Ma, nonostante la montagna della discarica, una storia antica sopravvissuta al degrado.

lunedì 15 dicembre 2008

La Sfinge. L'ultima ricerca di una équipe inglese la testa fu rimodellata nel corso dei secoli

La Repubblica 15.12.08
La Sfinge. L'ultima ricerca di una équipe inglese la testa fu rimodellata nel corso dei secoli
Da leone a uomo così cambiò volto
Ma secondo l'archeologia ufficiale le nuove ipotesi non sono ancora suffragate da evidenze incontestabili
di Luigi Bignami

Due nuove ipotesi rilanciano il mistero della Sfinge di Giza. Nota da sempre per il suo volto umano e il corpo leonino e per essere stata costruita circa 4.500 anni fa, in realtà potrebbe essere stata modellata nella roccia almeno qualche secolo se non addirittura 1.500 anni prima, e il volto originario sarebbe stato quello di un leone. Questo sostiene un gruppo di ricercatori dopo aver eseguito accurati rilievi, durati diversi anni, sul corpo della più enigmatica delle sculture. Colin Reader della Manchester Ancient Egypt Society, uno dei geologi leader nella ricerca, sostiene che solo ipotizzando un´età di almeno un paio di secoli superiore si può spiegare l´erosione visibile sul corpo della Sfinge. In sostanza essa non fu realizzata subito dopo la costruzione delle Piramidi, ma prima, molto prima. «A sostegno della mia ipotesi vi è il fatto che nell´area di Giza sono stati trovati resti di palazzi che dimostrerebbero che vi era un´intensa attività umana di molto antecedente alla costruzione delle Piramidi», sostiene Reader.
L´ipotesi va a dar man forte a quella già proposta alcuni anni fa dal geologo Robert Schochdel College of General Studies di Boston, il quale però aveva ipotizzato che il monumento fosse molto più antico di quel che si pensava. Tesi avvalorata dal fatto che alcune forme di erosione presenti sul corpo del monumento potrebbero essere state prodotte solo da prolungati periodi di pioggia. E poiché l´ultimo periodo di forti precipitazioni in Egitto terminò tra il tardo quarto millennio avanti Cristo e l´inizio del terzo millennio a. C. secondo Schoch questo significava che la data di costruzione della Sfinge era da collocarsi tra il quinto e il quarto millennio a. C.. Tradotto: circa 1.500 anni prima della data considerata reale.
Accanto a Schoch e Reader un altro studioso, il geologo David Coxill, dipendente dal dipartimento nazionale britannico, è giunto recentemente a sostenere che la Sfinge è più vecchia di quanto ritenuto, anche se la sua ipotesi è più conservativa rispetto a quella di Schoch, in quanto spinge indietro nel tempo la nascita della Sfinge di soli due o tre secoli.
Reader comunque sostiene anche un´altra tesi controcorrente e cioè il fatto che il volto originario della Sfinge non fosse quello che possiamo osservare ai nostri giorni. «Esso - sostiene Reader - doveva essere quello di un leone». In realtà altri ricercatori sostengono l´ipotesi di Reader perché il corpo della Sfinge e la testa sono enormemente sproporzionati e questo non sarebbe stato di gradimento per un faraone. «Non ci sono dubbi che la testa originaria doveva essere del tutto diversa rispetto a quella che si osserva e questo per una questione di proporzioni», ha spiegato lo storico d´arte Jonathan Foyle che ha seguito i lavori di Reader. La statua è lunga 73 metri, mentre l´altezza massima della testa si aggira intorno ai 20 m. Fu Cheope, secondo Reader, a rimodellare il volto trasformandolo da leonino a sua immagine o come vogliono alcuni storici, il figlio di questi, Djedefra, a lui succeduto.
Il motivo per cui i più antichi egizi si impegnarono nel realizzare una simile opera scultorea stava nel fatto che il leone possedeva un simbolo di potenza superiore a quello del volto umano. E la possibilità di incontrare leoni nella piana di Giza era notevole, perché circa 5.000 anni fa il loro numero in quella località era certamente imponente.
Queste ipotesi comunque, pur suffragate da alcuni dati di valore, non sono, al momento, ritenute sufficientemente corpose da far cambiare l´età della Sfinge da parte dell´archeologia ufficiale. Quel che è certo è il fatto che una volta che la necropoli cui apparteneva fu abbandonata la Sfinge venne ricoperta dalla sabbia fino alle spalle. Venne completamente strappata al deserto solo nel 1886, grazie al lavoro finale di Gaston Maspero, e fu interamente visibile al pubblico a partire dal 1925.

giovedì 11 dicembre 2008

Un pozzo, presumibilmente risalente ad età medioevale, scoperto nell'area Castello

Un pozzo, presumibilmente risalente ad età medioevale, scoperto nell'area Castello
La Provincia Como, 9-XII-2008

LURAGO MARINONE (m. cl.) Un pozzo, presumibilmente risalente ad età medioevale, scoperto nell'area Castello. Un rinvenimento del tutto casuale, nel corso dei sondaggi eseguiti in otto punti del parco che circonda il municipio, per verificare eventuali presenze di interesse archeologico. Il Castello - a suo tempo ristrutturato e attualmente sede degli uffici comunali - risale all'Ottocento. In prospettiva dei lavori di riqualificazione dell'area - su richiesta della Soprintendenza per i beni
archeologici - scavando, sono stati trovati reperti a dir poco sorprendenti.
Il più significativo: una cisterna lunga sette metri e larga due metri. «È un pozzo in mattoni, con il soffitto con volte a botte, pieno d'acqua e perfettamente funzionante - spiega il sindaco Alessandro Vesco -.
Apparentemente è di ottima fattura, presumibilmente risalente al 1500 circa. Sicuramente un reperto del genere a Lurago Marinone era impensabile da scoprire, senza l'occasione degli scavi in vista della riqualificazione dell'area Castello». Una così importante testimonianza del passato sarà
valorizzata: «L'idea è di rendere il pozzo visibile al pubblico, con una struttura di vetro che permetta di apprezzarne la fattura. In considerazione poi del fatto che è funzionante, all'occorrenza potrebbe essere anche utilizzato in caso di emergenza o per irrigare il parco dell'area Castello».
La cisterna non è l'unico reperto rinvenuto: «Sono stati trovati una specie di colonna probabilmente di epoca medioevale, un tratto di muratura presumibilmente risalente ad età medioevale-post medioevale e, nei pressi dell'entrata sud, un tratto di muro riferibile a una recinzione della
proprietà precedente l'attuale ottocentesca - aggiunge il sindaco - Tale muratura, che documenta la presenza di un sagrato più ampio di quello esistente, anche se ridotto rispetto a quello in progetto, dovrà essere conservata. In fase di progetto definitivo terremo conto della conservazione e valorizzazione dei reperti rinvenuti nell'area Castello».


09/12/2008

sabato 6 dicembre 2008

Tra le città morte - I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?

A.C. Grayling
Tra le città morte - I bombardamenti sulle città tedesche: una necessità o un crimine?
Longanesi, 2006, Milano. Formato 21 xl 4cm, 432 pagine più 16 pagine di eventuali foto o notegrafie b/n.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, le forze aeree di Stati Uniti e Gran Bretagna attuarono massicci bombardamenti sulle città di Germania e Giappone, culminati nella distruzione di Amburgo, Dresda, Hiroshima, Nagasaki e Tokyo. L’autore, filosofo inglese di grande fama, si pone un quesito importante: tale offensiva fu realmente giustificata dalle necessità belliche o fu invece un crimine contro l’umanità?
Oggi, a distanza di settant’anni da quei tragici eventi, queste domande caratterizzano una delle ultime controversie legate a quel conflitto, sebbene esse si fossero affacciate già allora nella mente di molti, in relazione ad una strategia che ebbe come obiettivo quello di colpire città e popolazioni civili nemiche con ordigni incendiari e bombe atomiche.
I discendenti di coloro che morirono sotto gli attacchi chiedono ragione del perché ditali azioni ai discendenti di coloro che si resero responsabili ditale scelta, ed è doverosa una risposta perché, come dice l’autore, “la storia deve essere raccontata correttamente prima che si tramuti in leggenda e finisca in un eccesso di semplificazione” con il passare degli anni.
Questo libro, che è insieme una documentatissima ricerca storica e un’incalzante analisi etico-giuridica, cerca di dare alcune risposte definitive, in qualche caso scomode, ma utili per capire il mondo di ieri e di oggi.
Buona la dotazione fotografica, con immagini d’epoca significative e sconvolgenti.
LL
Da “Rid- Rivista Italia Difesa”, febbraio 2007, pagina 8

venerdì 5 dicembre 2008

L'AQUILA - Gli scavi fanno tornare alla luce strada di epoca normanna

L'AQUILA - Gli scavi fanno tornare alla luce strada di epoca normanna
m.c.
Il Centro 04/12/2008

L’AQUILA. Risale a prima della fondazione della città e potrebbe essere la testimonianza di un insediamento urbano di origine normanna nel territorio aquilano. Si tratta della strada “inghiaiata” rinvenuta all’esterno, lungo il lato nord del complesso di San Domenico, e il suo ritrovamento permette agli esperti di avanzare l’ipotesi che il capoluogo abruzzese fosse abitato già tra l’XI e il XII secolo. Il ritrovamento è venuto alla luce durante lo scavo condotto dalla cattedra di Archeologia medievale dell’università, appena fuori il perimetro dell’ex carcere. «Si tratta di una via con ampia carreggiata, di età normanna, precedente alla fondazione della città (1254)» spiega Fabio Redi , direttore dei lavori. «E’ una delle pochissime testimonianze di un insediamento nella zona risalenti a questo periodo». Al margine della strada è stata rinvenuta anche una buca granaria: una sorta di dispensa che probabilmente apparteneva ad un’abitazione normanna e che testimonierebbe, per l’appunto, la presenza di uno stanziamento urbano. «Già lo scorso anno abbiamo trovato resti di questo periodo nel complesso del convento di San Basilio (sede ora di un centro congressi dell’università): è dunque ipotizzabile che la città fosse abitata ancor prima della sua costruzione e che prima di quello federiciano esistesse un altro insediamento, probabilmente costituito da un insieme di villaggi» continua ancora Redi. «Questo spiegherebbe anche la straordinaria estensione delle mura della città. Queste, con molta probabilità, servivano a unire i vari insediamenti, oltre che a proteggerli».