giovedì 22 aprile 2010

lunedì 19 aprile 2010

Ricostruzione nave fenicia

Ricostruzione nave fenicia

Himera torna alla luce con 10mila tombe

Himera torna alla luce con 10mila tombe
LA SICILIA Sabato 17 Aprile 2010

L'antica necropoli di Himera torna alla luce con 10 mila tombe in virtù degli scavi archeologici cominciati nel settembre 2009. Le ricerche finanziate da Reti Ferroviarie Italiane hanno dato modo di restituire alla collettività un bene di straordinario valore. L'obiettivo della campagna di scavi è quello di aumentare i reperti contenuti nell'Antiquarium.

I primi scavi risalgono al 1926 e vennero realizzati dalla Sovrintendenza di Palermo nella necropoli orientale. Nel 1980 partì un progetto del Parco che porta il nome dell'arch. Alba Gulì e sotto diversi aspetti è attuale in quanto nello spirito e nelle finalità intende valorizzare e rendere fruibile l'area archeologica. Nel 1991 la Soprintendenza di Palermo istituì un gruppo di lavoro con il fine di tutelare e di recuperare le aree di pertinenza della zona archeologica di Himera. Negli anni successivi la linea di condotta è rimasta sempre coerente con l'intento di valorizzare il Parco.


Himera con Naxos e Zankle (odierna Messina) è una delle colonie calcidesi dell'isola. La città fu fondata nel 648 a.C. presso la riva sinistra del fiume omonimo da un gruppo di coloni provenienti da Zankle, cui si unirono alcuni fuorusciti politici siracusani. La posizione, strategicamente importante, ne favorì un rapido sviluppo ed attirò le mire di Agrigento fin dai tempi di Falaride. Himera fu coinvolta nel conflitto greco-punico e prese parte, accanto ad Agrigento e Siracusa, alla battaglia del 480 a.C., consumatasi proprio nella pianura di Buonfornello. La coalizione dei greci di Sicilia, guidata da Gelone di Siracusa, conseguì una vittoria tanto significativa da essere stata associata, nel ricordo, alla battaglia di Salamina, che si sarebbe svolta nella stessa giornata. Con alcuni aiuti Himera divenne un centro di cultura mista ionico-dorica, come si riscontra non solo nella lingua e nel sistema monetario, ma anche nelle espressioni della cultura figurativa.

Nel 409 a.C., alla ripresa del conflitto greco-punico, la città fu conquistata e distrutta dai cartaginesi di Annibale, che deportarono i superstiti presso le vicine sorgenti termali. Nel 407 in quel luogo venne fondata Thermai Himeraiai.
Vincenzo Prestigiacomo


17/04/2010

venerdì 16 aprile 2010

Ritratto del brigante romano Gasperone


Ritratto del brigante romano Gasperone

Dopo il sarcofago spunta un’area archeologica

Dopo il sarcofago spunta un’area archeologica
02 APRILE 2010, CORRIERE ADRIATICO

Corridonia Un’area archeologica nei pressi del tiro a volo. Ad essere convinti di questa presenza sono gli esperti della Soprintendenza ai beni archeologici delle Marche, giunti a Corridonia martedì scorso a seguito del rinvenimento di un sarcofago.

Nella giornata di ieri sono emersi nuovi elementi sulla misteriosa e affascinante vicenda. A segnalare la presenza della bara su un campo è stato un cacciatore. Sul posto, insieme al personale della Soprintendenza, sono arrivati i carabinieri del Nucleo per la tutela dei beni culturali delle Marche, guidati dal capitano Salvatore Strocchia, i colleghi della stazione di Corridonia, agli ordini del maresciallo Gianmario Aringoli e i vigili del fuoco del comando provinciale di Macerata.

Quest’ultimi hanno provveduto a portare il sarcofago al centro archeologico di Urbisaglia, dove è posto sotto sequestro. Al momento, dunque, il reperto storico è inavvicinabile. Il sarcofago era stato lasciato sul terreno agricolo. Ad averlo estratto sarebbe stato un agricoltore, il quale, non rendendosi conto del valore, l’avrebbe lasciato sul campo.

La bara è stata trovata a poca distanza dal luogo in cui era sepolta. I militari sono sulle tracce dell’ignaro agricoltore (le ricerche sarebbero a buon punto). Caduta invece l’ipotesi di un’attività delinquenziale legata ai furti di reperti storici. Da parte del personale della Soprintendenza ai beni archeologici sono in corso le attività di studio per collocare il sarcofago dal punto di vista temporale e per stabilire la sua provenienza.

La bara, stando alle sue dimensioni, sarebbe di un bambino. Non sono stati rinvenuti iscrizioni o segni identificativi. Serviranno dunque studi approfonditi per stabilire le origini del sarcofago. Quella situata nei pressi del tiro a volo di Corridonia, in contrada Crocifisso, potrebbe dunque essere un’area archeologica di grande importanza. L’assessore alla Cultura Massimo Cesca si interesserà della vicenda. “Al momento - spiega - non sono ancora stato contattato dalla Soprintendenza. Si tratta comunque di una scoperta molto importante”. Resta ora da seguire l’evolversi della vicenda.

giovedì 15 aprile 2010

«Distrutti gli ipogei greci sotto il Museo Archeologico»

«Distrutti gli ipogei greci sotto il Museo Archeologico»
ANTONIO E. PIEDIMONTE
corriere del Mezzogiorno 13 apr 2010 Caserta

Gli ipogei greci in un libro reportage di Clemente Esposito. Che denuncia: distrutte le tombe sotto l’Archeologico

Un viaggio nella città più antica, quella greco romana, una passeggiata nei labirinti del sottosuolo, ma anche una dolorosa denuncia degli scempi che distruggono il patrimonio archeologico cittadino. È questo emolto altro il nuovo libro di Clemente Esposito Gli Ipogei greci della Sanità, Oxiana edizioni, (128 pagine, 18 euro), appena pubblicato e presentato nei giorni scorsi.

Per chi ama la «città parallela», il vulcanico ingegnere nato diverse primavere fa ad Airola, nel Beneventano, è una figura ben nota, una popolarità ed una autorevolezza che derivano dal fatto che sin dalla fine degli anni Cinquanta Esposito esplora le centinaia di grotte artificiali sopra le quali vive la maggior parte dei napoletani. Una storia che giustamente ha voluto sintetizzare nella premessa del volume ripercorrendo la straordinaria avventura cominciata con il professor Pietro Parenzan (cresciuto nel Carso triestino), il fondatore del Centro speleologico meridionale. Un’esperienza che negli anni Sessanta fu in qualche modo anche acquisita dal Comune: dopo l’apertura dell’ennesima voragine, il docente e il suo gruppo di giovani esploratori furono assoldati per rivelare le cavità ancora sconosciute. Il compenso? 100 lire a metro quadro.

Trenta e passa anni di incredibili scoperte, come la cava greca di Poggioreale, i cui graffiti— che affascinarono studiosi del calibro di Georges Vallet e Paul Arthur— sono ancora oggi un mistero degno di Dan Brown (il cui accesso è ovviamente negato). E tra le meraviglie nascoste nel tufo, l’«Indiana Jones del sottosuolo» troverà anche le splendide tombe di oltre duemila anni fa: gli ipogei greci. Una serie di sepolcri — quasi tutti tra via Foria, il Museo e il borgo dei Vergini — miracolosamente sopravvissuti alle alluvioni, ai depredatori, agli scempi edilizi e al degrado degli ultimi decenni. Autentiche rarità archeologiche, le tombe, che in qualche caso erano state visitate e raccontate anche dai grandi esploratori del passato, in primis Carlo Celano, che già nel Seicento (di fronte all’ipogeo di vico Tratta alla Sanità), era costretto a disperarsi: «… trovai che l’aveano quasi ruinata, in modo che mi caddero le lacrime, essendo certo che questa sepoltura era dei Greci». Esposito non è certo il tipo da commuoversi, ma di inalberarsi senza dubbio, come avvenne quando, qualche anno fa, in un ipogeo della Sanità, scoprì che un tubo rotto della fecale del palazzo sovrastante lo stava allagando di acque nere (e forse, dice, non è mai stato riparato). Ma rabbia e indignazione accompagnano spesso la scoperta delle vestigia dell’antichità nella città che sembra amarle di meno. L’immagine delle fondamenta di edifici ed altre colate di calcestruzzo gettate su sepolcri millenari non può che suscitare primordiali istinti di vendetta. E dove non c’è l’arroganza del business e la strafottenza di chi dovrebbe proteggere i tesori dell’antichità, c’è il prezzo da pagare al progresso: la linea della vecchia metropolitana (che in realtà era solo l’adattamento della linea ferroviaria Roma-Reggio Calabria), nel tratto della fermata Cavour, come racconta Esposito, «attraversò» almeno una decina ipogei greco-romani. Stessa storia con il palazzo Ottieri di via Foria (quello dove c’era l’Upim), sorto proprio su una area ricca di grandi tombe con bellissimi affreschi. E, dulcis in fundo, l’ingegnere descrive anche l’esperienza fatta recentemente al Museo archeologico nazionale: «Mi avevano chiamato — spiega — perché il calcestruzzo usato nei lavori di ampiamento del museo spariva nel sottosuolo e dunque c’era una cavità sconosciuta. Sono ritornato nel Museo — scrive nel libro — il 27 novembre del 2007, ed ho notato la scomparsa delle tombe a seguito di uno sbancamento ancora in atto che ne aveva messe in luce altre, questa volta anche inglobate nei pali del costone. Ho chiesto che fine avessero fatto i blocchi delle tombe, sperando che almeno si fossero salvati quelli con i graffiti, e mi è stato detto che erano stati portati a rifiuto insieme al resto dello sbancamento». Lo speleologo, nel volume allega anche un esplicativo corredo fotografico — l’apparato iconografico è una delle cose più importanti del volume— sul prima e dopo, e in attesa di scoprire quale è stato il destino delle tombe greche, ci ricorda che quelle tombe facevano parte di una grande cimitero che si estendeva dal Museo a Capodimonte, del quale aveva scritto nel 1888 Michele Ruggiero.

Ma di domande, sfogliando il libro, ne sorgono tante. Perché questo straordinario patrimonio, unico al mondo (gli ipogei greci con affreschi sono rarissimi), nascosto sotto i vicoli della Sanità (peraltro una zona particolarmente bisognosa di attenzioni sane) non è adeguatamente salvaguardato? Perché gli ipogei che si sono sino ad oggi miracolosamente salvati non si possono visitare? L’unica eccezione, infatti, si deve all’associazione Celanapoli, che in condizioni a dir poco avventurose è riuscita ad aprire, per un breve periodo, un piccolo tratto all’interno del cosiddetto «Ipogei dei togati». Ed ancora: perché non si avvia una sistematica campagna di scavo per scoprire cosa è rimasto degli altri sepolcri in quella che è conosciuta come la Valle delle tombe? Ed ancora, un ultimo quesito per gli inquilini di Palazzo San Giacomo: che fine ha fatto la riapertura definitiva del Cimitero delle Fontanelle (tanto per rimanere nella stessa zona), che da anni e anni viene puntualmente annunciata e regolarmente disattesa?

lunedì 12 aprile 2010

mercoledì 7 aprile 2010

La scoperta: Genova era un porto fluviale

La scoperta: Genova era un porto fluviale
MICHELA BOMPANI
SABATO, 03 APRILE 2010 la repubblica Genova

Un porto fluviale sul Bisagno: ecco dove è nata e cresciuta Genova. Dal neolitico all´alto Medioevo. Lo hanno scoperto gli archeologi della soprintendenza ligure, guidata da Filippo Maria Gambari, che risolve anche l´enigma del nome della città. «Genova ha la stessa radice di Ginevra, e in celtico-ligure significava "bocca, imboccatura". Lo sbocco del fiume Bisagno».

Noi stiamo zitti, ma all´estero per una cosa del genere avrebbero preparato celebrazioni epocali"

Autore di film ormai "storici" e pluripremiati dedicati al rapporto tra l´uomo e il mare, ai grandi pittori (Gauguin e Botticelli), alla storia e alla preistoria, Quilici ha lavorato con lo storico Fernand Braudel e l´antropologo Levi Strauss e con l´archeologo Sabatino Moscati ha realizzato due serie dedicate all´archeologia subacquea. E Italo Calvino, nel 1973, scrisse i testi del suo film sulla Liguria (inserito nel "progetto Esso", sull´Italia vista dal cielo): «Chiesi a Calvino cosa facessero i suoi antenati - racconta Quilici - e lui rispose che raccoglievano conchiglie sulla spiaggia. Altro che conchiglie: ancora una volta, con questa scoperta, realizziamo di dover retrodatare attività avanzate dell´uomo».
Cosa cambia per Genova, adesso?
«Dobbiamo portare indietro le lancette degli orologi. È una notizia eclatante, perché non si tratta di un piccolo centro sperduto, ma della storia di Genova. Ho appena fatto un lavoro sulla preistoria a Pantelleria, sono state ritrovate àncore litiche e, studiandone le incrostazioni, risalgono al 3000 a. C. Ma qui stiamo parlando del Neolitico e di una città come Genova: l´importanza della scoperta scavalca certo il Mediterraneo e comunque riposiziona la storia della città nel bacino».
Perché un porto fluviale?
«Tutti i primi porti sono stati fluviali, l´uomo primitivo si faceva aiutare dalla natura. L´ho visto anche in Nuova Guinea, vent´anni fa, lavorando su una popolazione primitiva: vivevano in palafitte lungo il fiume Sepik, vivendo di pesca e caccia. Accostavano le barche sotto le capanne, per tirare su ciò che trasportavano».
Non era malsano vivere affacciati sulla grande ansa di un torrente, in un´ampia zona acquitrinosa?
«Le paludi divennero malsane solo dopo che Alessandro Magno portò dall´India la malaria, che si diffuse per tutto il Mediterraneo: quindi, molto più tardi. Poi l´acqua che scendeva era cristallina, c´era la corrente che la trascinava. E soprattutto non era facile all´epoca trovare una sorgente e l´acqua del Bisagno era perfetta per gli approvvigionamenti di un villaggio».
Per saperne di più bisognerà però attendere altri scavi, chissà se e quando. Gli archeologi dicono che i detriti del Bisagno avrebbero conservato benissimo le strutture: che fare?
«Questa scoperta va raccontata in tutti i modi, spero che al Porto Antico si crei una struttura in cui documentare e spiegare questo nuovo inizio di Genova. Vede, noi siamo ricchi di storia, e stiamo zitti, intorno a una scoperta così, in qualsiasi altra parte del mondo, si organizzerebbero celebrazioni epocali».
(m.bo.)

martedì 6 aprile 2010

Misterioso sarcofago nel letto del torrente. L’opera medievale trovata a Carrara durante i lavori di bonifica del Carrione

Misterioso sarcofago nel letto del torrente. L’opera medievale trovata a Carrara durante i lavori di bonifica del Carrione
SABATO, 03 APRILE 2010 IL TIRRENO

Un sarcofago di epoca Medioevale è emerso ieri mattina dalle acque del fiume Carrione a Carrara durante i lavori di bonifica del torrente.
Gli operai della ditta incaricata di allargare il letto del fiume hanno rinvenuto il sarcofago, che è lungo un metro e mezzo, in località Stabbio, a 500 metri dal centro storico dove il 23 settembre 2003 si verificò l’alluvione che causò la morte di una donna e danni per 24 milioni di euro.
I lavori sono stati immediatamente sospesi e sul posto sono intervenuti i tecnici della Provincia di Massa Carrara e del Comune di Carrara.
In un primo momento, visto che il sarcofago, tutto in marmo, era capovolto, si era pensato che all’interno potesse esservi una mummia ma l’accertamento immediato ha consentito di accertare che il sarcofago era vuoto.
Del ritrovamento è stata subito informata anche la Soprintendenza ai beni artistici di Pisa e i tecnici hanno deciso di procedere al recupero del sarcofago nei giorni successivi alle festività pasquali.
Resta un mistero, per ora, la presenza nel fiume dell’antico manufatto. Il cantiere è stato messo in sicurezza.