mercoledì 30 novembre 2011

L’arte ritrovata dell’Istria

L’arte ritrovata dell’Istria
Riccardo Lattuada
03/09/2005 Il Mattino

A Trieste, al museo Rivoltella, è aperta fino al 6 gennaio 2006 una mostra relegata dalla stampa italiana al rango di evento minore. «Histria. Opere d’arte restaurate: da Paolo Veneziano a Tiepolo» (catalogo Electa), non è solo una di quelle vetrine di routine in cui le sovrintendenze mostrano al pubblico le attività di conservazione e di tutela svolte dai loro funzionari. «Histria» è, per così dire, la copertina illustrata di un libro che racconta la diaspora di una parte del popolo italiano dimenticata fino a ieri. Gli istriani, italiani come noi, scacciati dalle loro case, respinti oltre il confine della Jugoslavia nel corso delle brutali vicende dell’ultimo dopoguerra nelle regioni orientali del nostro paese. Gli istriani, dispersi in altre regioni d’Italia e poi esuli per il mondo nel silenzio delle istituzioni italiane. Gli istriani, oggi minoranza in casa loro, detentori di una italianità di confine e quindi più ricca e consapevole, ma negata dall’ignoranza del loro paese delle loro vicende antiche e recenti. Gli istriani, uniti alla civiltà di Venezia ancor prima che della storia d’Italia; dei quali solo ora, a sessant’anni dalla loro diaspora, si comincia a parlare, quando il loro dramma è senza possibilità di redenzione. «Histria» racconta la dunque storia di un pezzo della cultura italiana al di fuori dei suoi confini nazionali. Tale tema, respinto ai margini del dibattito storico-artistico dal timore provincialistico tutto italiano di rinnovare i fasti di un colonialismo mai davvero consumato, vide in Federico Zeri uno dei pochi intellettuali consapevoli. Additando aree come Malta, la Corsica, l’Egeo, la Croazia e la stessa Istria, Zeri incitava a ristudiare i nessi storici di queste regioni con quella che era stata la loro patria culturale, o almeno una delle loro patrie culturali. A Zeri, con un bell’atto di consapevolezza, è per l’appunto dedicata «Histria». In catalogo è narrata innanzitutto la storia di un manipolo di funzionari che, al rullare sempre più vicino dei tamburi di guerra, curò il ritiro e il ricovero delle più importanti opere d’arte situate nei territori istriani. Nel 1940, a guerra ormai iniziata, il sovrintendente Fausto Franco, il direttore dei Musei Civici di Trieste, Silvio Rutteri, e Carlo Someda de Marco, direttore del museo civico di Udine, realizzavano in brevissimo tempo e a perfezione il ricovero a Villa Manin di Passariano delle opere d’arte del Friuli e dell'Istria - Capodistria, Pirano, Pola - oltre a curare una vasta campagna di protezioni contro le bombe agli edifici più antichi della regione. Dopo il 1943, con il crollo militare italiano nell’area, la situazione diventò drammatica, e un complesso gioco di restituzioni, ricoveri anche avventurosi, portava un manipolo di opere d’arte istriane a Roma, a Palazzo Venezia, nei cui depositi sarebbero rimaste chiuse sino al 2002. Altre opere andavano a Mantova, con percorsi così complessi che la ricostruzione delle loro provenienze è ancora in corso. Quando nel 1955 la cosiddetta Zona B, comprendente Capodistria, Pirano, Umago, Isola, Cittanova, Buie e altri centri, passava definitivamente sotto sovranità jugoslava, si sanciva quella che è stata definita la vicenda di una «italianità dispersa». Tra le indecisioni e gli opportunismi delle vicende politiche del dopoguerra, calava la damnatio memoriae sulle opere chiuse a Palazzo Venezia. Un atto di indirizzo di Vittorio Sgarbi del 2002, credo la sua più importante iniziativa come sottosegretario del ministero per i Beni e le Attività Culturali, consentiva il restauro delle opere e la loro la destinazione alla sovrintendenza del Friuli Venezia Giulia. La mostra di Trieste è il frutto di questo atto: riappare così una serie di opere che mostrano la forza di propagazione della civiltà artistica veneziana in uno dei territori chiave della Serenissima. Il grande polittico di Paolo Veneziano, del 1355, proveniente dal monastero di San Giovanni Battista a Pirano, apre l’esposizione con una testimonianza di apertura a Giotto e alla nuova pittura italiana del Trecento. La potente e arcaica «Madonna con Bambino e Angeli musicanti» di Alvise Vivarini, del 1489, documenta la diffusione del linguaggio di Giovanni Bellini nei territori della Serenissima. L’«Entrata del Podestà Sebastiano Contarini nel Duomo di Capodistria» di Vittore Carpaccio, del 1517, proveniente dal Duomo di Capodistria, ci mostra i maggiorenti della città riuniti intorno all’alto magistrato veneziano. E le opere del figlio di Vittore, Benedetto Carpaccio, illustrano il protrarsi nella provincia istriana della tradizione quattrocentesca veneta. Il barocco veneziano è documentato da una splendida «Annunciazione» del poco noto Matteo Ponzone (1563 - post 1663), dalla «Madonna della Cintola» di Giambattista Tiepolo, eseguita verso il 1730 per la Chiesa della Madonna della Consolazione di Pirano, e dalla «Madonna del Rosario» di Giuseppe Angeli, brillante quanto poco noto allievo di Piazzetta. La mostra pone un interrogativo senza possibili risposte immediate: riportare le opere nei loro luoghi di provenienza o tenerle a Trieste? In un’Istria ormai soltanto luogo dell’anima, Trieste è il luogo a essa più prossimo, ma resta un malinconico palliativo. L’ingresso della Slovenia nell’Unione europea può spingere questo paese e la Croazia a considerare l’Istria non solo dal punto di vista dei suoi beni artistici, ma anche ripensando alla comunità che le ha dato la civiltà e la cultura: gli istriani. C’è da sperare che, prima o poi, le opere d’arte in mostra tornino nei luoghi d’origine, ma insieme ai discendenti di coloro che le vollero e le produssero. Utopia? Forse, ma perché non sperare?

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