domenica 30 gennaio 2011

Milizie alemanne del XVII

                                                       Milizie alemanne del XVII

martedì 25 gennaio 2011

Nuove scoperte nella domus etrusca ritrovata a Vetulonia

Nuove scoperte nella domus etrusca ritrovata a Vetulonia
Libero 20/1/2011

Risale a 2400 anni fa

Nuove meraviglie sono tornate alla luce nella domus etrusca, unica in Italia, risalente a 2400 anni fa, scoperta nello scorso maggio a Vetulonia (Grosseto). La nuova casa aristocratica, nel quartiere di Poggiarello-Renzetti, uno dei quartieri della città etrusco-romana di Vetulonia, è ora riemersa in tutto il suo splendore mostrando aspetti della vita quotidiana degli Etruschi prima mai conosciuti agli storici I risultati dell'ultima campagna di scavi sono stati illustrati ieri in una conferenza stampa a Castiglione della Pescaia. All'interno dell'edificio, datato tra il III e il I secolo a.C. è stata ritrovatala sala da pranzo, dove erano conservati un triclinio, un intonaco a colori vivaci, un prezioso pavimento, arredi in marmo, vasellame e brocche. Sono stati scoperti due nuovi ambienti che fanno ben comprendere la grande estensione della casa signorile; altri vani continuano a svilupparsi sotto terra in direzione nord-ovest e nord-est. La domus etrusca impostata su un atrio centrale a cielo aperto, con tetto a quattro falde e vasca centrale dell'impluvio a terra per raccogliere le acque piovane e l'ingresso, ancora da scavare, doveva aprirsi verosimilmente verso la via dei Ciclopi, una strada minore, perpendicolare al decumano, che si inerpicava sulla collina dove è disteso il quartiere parallelamente alla via Ripida sulla quale si apre la casa di Medea

domenica 23 gennaio 2011

Tende. Architettura dei nomadi

Torvald Faegre
Tende. Architettura dei nomadi
Edizioni Dedalo

Le tende sono tra le forme più antiche di architettura popolare. I popoli che le usano le costruiscono impiegando materiali naturali adatti a particolari condizioni ambientali. Questo libro, ampiamente corredato da illustrazioni, descrive il design dei principali tipi di tenda usati nel mondo dai popoli nomadi. Dal tipi degli Indiani d’america, alle tende siberiane, alla tenda nera del Medio Oriente, Torvald Faegre percorre un larghissimo itinerario che mostra la stupefacente ricchezza e varietà dei metodi costruttivi e di uso delle tende nomadi. Costruite da sempre in un armonico rapporto con l’ambiente che le circonda, le tende forniscono utili prototipi per il nostro moderno modo di abitare. Non a caso la tesi di Faegre è che gli elementi di design delle tende possono essere facilmente adatti a strutture permanenti. Dalla loro antichissima storia le tende ci trasmettono idee valide ancora oggi.

venerdì 21 gennaio 2011

Norchia, in totale abbandono la monumentale necropoli etrusca rischia la fine di Pompei

Norchia, in totale abbandono la monumentale necropoli etrusca rischia la fine di Pompei
Corriere di Viterbo 12/1/2011

La denuncia di Marco Ciorba, componente del coordinamento regionale di Fli

VITERBO - Marco Ciorba, componente del coordinamento regionale Lazio di Futuro e Libertà, si esprime così in merito alla situazione attuale esistente nella necropoli etrusca di Norchia. "Il crollo di Pompei non è niente in confronto allo stato di degrado e completa distruzione delle necropoli etrusche, una fra tutte la stupenda Norchia nel comune di Viterbo. Norchia per la sua vastità costituisce la più grandiosa e spettacolare necropoli rupestre d'Italia. Sorge in corrispondenza di un altopiano tufaceo delimitato da tre torrenti e in questo monumentale sito archeologico un intero fianco di una valle ospita immense e rifinite tombe etrusche disposte su tre ordini ricavate direttamente nella roccia. Centinaia di tombe sono dislocate nell'intera area, una spettacolare tagliata etrusca lunga più di quattrocento metri con pareti a picco alte fino a dodici metri. L'antica via Clodia ed emergenze archeologiche medievali come la chiesa romanica di San Pietro e i resti del castello dei Di Vico, la rendono unica al mondo. "Lo scrittore inglese George Dennis, dopo aver visitato Norchia, così la descriveva: "Il primo sguardo crea una suggestione ed uno stato di incredibile meraviglia, molto superiore ad ogni aspettativa. Solennità e mistero, più che in qualsiasi luogo etrusco, sono qui presenti". Ma oggi questo patrimonio dell' umanità descritto dal Dennis, nonostante le ripetute denuncie inascoltate negli anni, rischia di scomparire per sempre. Questa testimonianza della civiltà etrusca si trova nel più totale abbandono, da decenni la vegetazione spontanea la sta inghiottendo, le radici stanno penetrando nelle rocce distruggendo tutto e provocando smottamenti, un intero settore della necropoli da anni è crollato nella totale indifferenza, mentre i profanatori di tombe la fanno da padroni. Sarcofaghi deturpati, tombe allagate e piene di rifiuti rendono Norchia la vergogna della cultura italiana. "Carenza di segnaletica, mancanza di servizi e totale impraticabilità dell'intera area scoraggiano anche i più temerari avventori, lasciando questa meraviglia fuori da qualsiasi circuito turistico, nel dimenticatoio più assoluto, come sono lasciati nello stesso modo altre centinaia di siti archeologici. I responsabili della tutela del nostro patrimonio sono occupati a ogni livello ad attribuire agli altri la colpa del disastro o a nascondersi dietro la solita cantilena della carenza di fondi. La totale mancanza di una politica di programmazione capace di tutelare, valorizzare e mettere in rete i siti archeologici dell'Etruria, evidenzia l'incapacità di chi governa. Difendere i nostri beni culturali è un obbligo costituzionale e per questo che noi di Futuro e libertà chiediamo le dimissioni del Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi, per totale e reiterato menefreghismo del patrimonio culturale italiano. E non ci vengano a raccontare che non è anche colpa sua, perché in due anni e mezzo alla guida del suo dicastero nulla è stato fatto per preservare la monumentale Norchia. Se vogliamo consegnare alle future generazioni le testimonianze dei nostri avi, dobbiamo immediatamente "de-Bondizzare" il nostro patrimonio culturale o ne resterà solo la polvere. "Vogliamo ripartire da Norchia come emblema dell'Italia dimenticata - conclude Ciorba -, per non considerare il nostro patrimonio culturale un peso economico, ma una risorsa inesauribile per lo sviluppo culturale, turistico e occupazionale dell'intero Paese".

martedì 18 gennaio 2011

Una tomba d’epoca etrusca in uno dei cantieri dell’autostrada.

Una tomba d’epoca etrusca in uno dei cantieri dell’autostrada.
18/01/2011
Il Mattino

Una tomba d’epoca etrusca in uno dei cantieri dell’autostrada. Un piccolo tesoro trovato durante i lavori di scavo che dovrà ora essere rimossa e sistemata in un sito più idoneo, per essere esaminata e classificata dagli esperti. L’intervento di rimozione che sarà effettuato dopodomani, giovedì, in presenza di tecnici della Soprintendenza che sono stati subito informati del ritrovamento e che coordineranno l’operazione. I tempi previsti sono di sei ore circa. Tanto ci vorrà per concludere l’intervento. E in autostrada ci saranno rallentamenti e deviazioni dovute proprio alla rimozione del prezioso reperto. Sarà quindi una giornata difficile per il traffico autostradale sul primo tratto, quello che congiunge la zona industriale a Pontecagnano. Le variazioni al transito sono comunicate dall’Anas che ha predisposto l’intervento. Sull’A3 Salerno-Reggio Calabria dalle ore 9,30 alle ore 15,30, la carreggiata nord all’altezza dello svincolo di Pontecagnano, subìrà un restringimento che sarà adeguatamente segnalato. Il restringimento andrà dal chilometro 13,800 al chilometro 15,300 dell’autostrada e su quel tratto si procederà senza sorpassare. Il provvedimento si rende necessario per consentire la rimozione della tomba etrusca che interferisce con i lavori di realizzazione del nuovo rilevato autostradale. Le attività di rimozione saranno vigilate da personale della Soprintendenza per i beni archeologici di Salerno. Il traffico veicolare, in direzione nord, verrà deviato sulla corsia di sorpasso. Il dispositivo di traffico è stato comunicato agli enti e alle istituzioni interessate. Dei lavori e della viabilità in generale gli automobilisti saranno informati anche attraverso le emittenti radio-televisive, il sito Anas www.stradeanas.it e telefonando al Numero Verde per l’A3 800.290.092.

lunedì 10 gennaio 2011

Il 2011 inizia sotto il segno dell’Antico Egitto

Il 2011 inizia sotto il segno dell’Antico Egitto

Da gennaio un ciclo di conferenze all’Orto Botanico di Padova

Nell’ambito del Progetto Egittoveneto, programma di ricerca nato con lo scopo di censire, catalogare e valorizzare il patrimonio di reperti egizi ed egittizzanti conservati nei Musei del Veneto, il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova, il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il Centro di Ateneo per i Musei e i Musei di Scienze Archeologiche e d’Arte e di Antropologia dell’Ateneo patavino e il Servizio paesaggio culturale e BBCC- Ufficio valorizzazione Patrimonio storico-archeologico della Regione Veneto hanno programmato un ciclo di conferenze dal titolo Oltre i confini d'Egitto. Guerre, relazioni, scambi tra il paese del Nilo e gli altri popoli che si terranno da gennaio a marzo 2011 in diverse sedi delle strutture organizzatrici.
Nell’Aula Emiciclo dell’Orto Botanico, via Orto Botanico 15 a Padova, sempre il mercoledì alle ore 16.00 sono previste le seguenti conferenze: il 12 gennaio Egitto e Siria nel III e II millennio a.C. tenuta da Alessandro Roccati, il 19 gennaio Emanuele Ciampini parlerà di Terre oltre l’Egitto: la Nubia, il 26 gennaio Paola Zanovello dell’Università di Padova interverrà su Echi d'Egitto nel mondo greco, Monica Salvadori e Giulia Deotto il 2 febbraio approfondiranno il tema della Pittura romana e paesaggi egizi tra reale e immaginario, Paolo Scarpi, il 9 febbraio, affronterà il tema Da Thot a Ermete. La religione dell'Egitto dopo Alessandro, infine mercoledì 16 febbraio Martino Gottardo concluderà il ciclo nella sede dell’Orto Botanico con l’incontro dal titolo Il mestiere delle armi.
Ai Musei Civici agli Eremitani di Padova mercoledì 23 febbraio, sempre alle ore 16.00, la conferenza dal titolo I papiri aramaici del Museo Civico Archeologico di Padova, tenuta da Francesca Veronese e Claudia Gambino, sarà preceduta, alle ore 15.00, da una visita al museo.
Infine mercoledì 1 marzo, al Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia alle ore 16.00, Emanuele Ciampini concluderà il ciclo di conferenze con una Tavola Rotonda dal titolo Un Egitto oltre l'Egitto che sarà preceduta alle ore 14.00 dalla visita al Museo Archeologico Nazionale di Venezia.
Mercoledì 12 gennaio alle ore 16.00 nell’Aula Emiciclo dell’Orto Botanico, via Orto Botanico 15 a Padova, Alessandro Roccati aprirà il ciclo di conferenze con una relazione su Egitto e Siria nel III e II millennio a.C.
Alessandro Roccati, archeologo ed egittologo, ha studiato egittologia a Oxford, Bonn e Parigi. Ha preso parte alle missioni archeologiche in Egitto dell'Università di Roma, del Museo Arqueologico di Madrid e dell'Institut français d'Archéologie Orientale. Ispettore al Museo delle antichità egizie di Roma è anche docente universitario. Dal 1991 ha diretto la missione archeologica in Egitto e Sudan, nel 2000 è Presidente dell'Istituto Italiano per la Civiltà Egizia e del Comitato scientifico della Fondazione del Museo Egizio di Torino, dal 2007 dell'Istituto Italiano per la Civiltà Egizia (I.I.C.E.) e dal 2009 del Comitato scientifico della Fondazione del Museo Egizio di Torino.
Vai al sito

Comunicato stampa: Univeristà di Padova
Contatto: museo.archeologia@unipd.it

Navi romane, ci sarebbero sponsor a iosa

Navi romane, ci sarebbero sponsor a iosa
MARTEDÌ, 28 DICEMBRE 2010 il tirreno Pisa

Il direttore del cantiere: ecco perché è difficile concretizzarli

PISA. Per le Antiche Navi di Pisa ci avviciniamo alla soglia di 1700 firme. In tanti hanno firmato l’appello per far riconoscere il Cantiere e il museo delle navi come sito archeologico dell’Unesco. L’appello naturalmente continua al sito www.iltirreno.it
Il merito di aver riproposto la questione all’attenzione del dibattito locale e nazionale, è stata di tutti voi: i nostri lettori e di chi, via Internet, ha firmato l’appello del “Tirreno” e degli Amici dei monumenti e musei d’Italia.
Intanto, dal direttore del cantiere e del museo, Andrea Camilli, giungono delle puntualizzazioni in merito agli sponsor.
In realtà sarebbero tanti quelli che si sono proposti in questi anni, ma è risultato pressoché impossibile poter concretizzare le proposte.
Il perché ce lo spiega appunto Camilli. «Il ministero - dice il direttore del cantiere - visto il lunghissimo iter per le sponsorizzazioni e l’impossibilità di poter assolvere le garanzie richieste in cambio, ha teso piuttosto a fare accordi riguardo a forniture di servizi diretti, più che a chiedere soldi».
«Tanto che in questo senso anche noi, come cantiere - ha concluso Camilli -, abbiamo avuto aiuti di questo tipo: ad esempio, una nota marca ci ha fornito vernici per il trattamento delle navi. Tendenzialmente, chi si è fatto avanti, ha chiesto in cambio delle esclusive che per il ministero è estremamente difficile garantire».

venerdì 7 gennaio 2011

Einstürzende Altbauten

Einstürzende Altbauten
Paul Badde
Die Welt 30/12/2010

Ein Besuch in den Ruinen von Pompeji, die durch Regen and Misswirtschaft gefährdet sind
Die Millionen von Besuchern in der antiken Stadt am Fuß des Vesuvs sind Segen and Fluch

Es schüttete aus Kübeln, Wochen lang. Nach dem Regen kam die Kälte. Besucher aus aller Welt aber drangen sich weiter unverzagt vor den Stadttoren Pompejis. Schneidender Wind pfeift vom Meer über den Basalt der Via Stabiana, hinter deren Ende sich der Vesuv in den grauen Himmel reckt. Herrenlose Hunde streunen in Rudeln durch die Gemäuer. Rosmarin überwuchert viele Ruinen. Gelber Ginster krönt etliche Trümmerberge entlang der langen Via di Nola, unter denen noch ein gutes großes Drittel der geschäftigen Hafenstadt ruht, die am 24. August 79 vollständig dem Ausbruch des Vesuvs zum Opfer fiel. Vieles ist immer noch nicht ausgegraben, große Partien der alten Metropole ruhen weiter unter Bims und Lavaasche, die Pompeji teils mit einer 25 Meter dicken Schicht versiegelt hatte. Seit dem ersten Spatenstich im Jahre 1748 ist die Ausgrabung der Stadt ein unendliches und immer gefährdetes Projekt zur Bergung und Entzifferung der antiken Kultur des Mittelmeerraums; auch der zweite Wiederaufbau Pompejis nach dem Bombenangriff der Alliierten vom September 1943 oder dem Erdbeben von 1980 halt immer noch an. Alles an Pompeji ist unvergleichlich. Denn es sind ja nicht nur zwei oder drei verschüttete Tempelanlagen, die hier frei gelegt wurden, sondern wirklich zwei Drittel einer vollständigen dicht bebauten Stadt mit ihren Wohnvierteln, Marktvierteln, Vergnügungsvierteln und Sakralbereichen, mit verschwiegenen Winkeln, großartigen Foren, Thermen und Plätzen oder eleganten Arenen. Allenthalben stutzen Balken und Gerüste die wieder frei gelegten 2000 Jahre alten Gemäuer aus Tuff und Travertin. Viele Bereiche sind wegen Einsturzgefahr abgesperrt. Jedes frei zugängliche Haus muss eigens gesichert werden. Am Ende der alten Basarstraße des Überflusses (der "via dell Abbondanza") treffen sich in diesen Tagen die meisten Besucher vor der jüngsten Sehenswürdigkeit. Ein Haufen Steine, Plastikplanen darüber, Gitter davor und schon hundert Meter vorher eine Absperrung der Straße mit rotweißen Plastikbändern. Naher darf niemand heran. Es ist nicht das Amphitheater Pompejis. Es war das Haus der Gladiatoren. Nach dem Dauerregen ist es am 6. November eingestürzt. Der Hügel unmittelbar dahinter hatte sich von den Wassermassen so voll gesogen, dass er sich wie ein Pudding in Bewegung gesetzt und die Mauern eingedrückt hatte. Danach fielen bis zum 3. Dezember noch drei weitere Tuffsteinmauern um. Die Bilder der Trümmerhaufen gingen sogleich um die Welt. "Bestürzung" habe Italien erfasst, hieß es in mehr als einer Schlagzeile. Die Welt sei alarmiert! Staatspräsident Giorgio Napolitano sprach von einer "Schande". Die Opposition brachte einen Misstrauensantrag gegen Kultusminister Sandro Bondi ein. Zerfall bedroht jedes alte Gemäuer, Kathedralen ohne Bauhütten, die die Substanz ständig ausbessern and instand halten, sind einem schleichenden Untergang fast hilflos ausgeliefert. Bei einer Stadt wie Pompeji, die buchstäblich aus dem Boden geholt wurde, sieht der Kampf gegen Verfall and Verwahrlosung noch dramatischer aus, nicht zuletzt bei dem großen Besucheransturm. Nicht nur der Schlendrian and die Vetternwirtschaft in Pompeji geriet deshalb ins Visier der Kritik, sondern Italiens Kulturpolitik überhaupt - die zu beklagen ein Cantus Firmus jeder italienischen Opposition war. Zwar kommen viele Touristen der Kulturgüter wegen nach Italien (wo sie circa zwölf Prozent des Bruttosozialprodukts beisteuern), doch im Staatshaushalt schlägt sich die Kultur nur mit 0,18 Prozent nieder (gegen rund ein Prozent in Frankreich). Im straffen Sparprogramm der Berlusconi Regierung wurde der Kultur-Etat von zwei auf 1,7 Milliarden gekürzt. 2011 sollen es nur noch 1,4 Milliarden sein.
Minister Bondi wies jede Kritik zurück, erst recht jede Verantwortung für den Einsturz. Das Problem sei nicht das fehlende Geld, sondern dass die Soprintendenten in der Regel Archäologen seien and leider keine Manager. Ein großeres Problem seien ohnehin die zwei Millionen Besucher jährlich. Für den Bestand Pompejis seien sie eher Fluch als Segen. Das sagt auch der Brite Robert Harris, Autor des Bestsellers "Pompeji". Er war "nicht erstaunt", schrieb er in der "Repubblica", über den Kollaps and wies auf das Paradox hin, dass Pompeji umso bedrohter sei, je mehr Besucher es anziehe. In archäologischer Hinsicht wäre es am besten, die Stadt ganz abzusperren, weil es fast unmöglich ist, das Recht der Besucher, möglichst viel zu sehen, mit den konservatorischen Notwendigkeiten in Einklang zu bringen. Dennoch erwog Bondi nach Weihnachten einen Rucktritt (aus Bitterkeit and Ernüchterung), "um die Regierung zu starken". Er habe "mehr Schaden als der Vesuv verursacht, deshalb muss er nach Hause gehen, and mit ihm die ganze Regierung", hatte Antonio Palagiano von der Oppositionspartei IDV (Italien der Werte) unmittelbar nach dem Einsturz des Hauses zum Besten gegeben. Schöner als in diesem Zitat lasst sich Italiens Alarmismus kaum auf den Punkt bringen. Im November verband sich der Wetterschaden in Pompeji wie in einem Lehrstück über die Mechanismen der Medien sogleich mit der politischen Erregung, die das Land vor dem letzten Misstrauensantrag gegen Silvio Berlusconi am 14. Dezember erfasst hatte. Bot sich Pompeji da nicht als sinnfälliges Menetekel an: als Schreckensbild für das baufällige Kartenhaus des Systems Berlusconi und das baldige Ende seines Regiments? War in dem Trümmerhaufen nicht das einstürzende Italien selbst zu erkennen, moralisch, wirtschaftlich, kulturell etcetera. Dass die Tage der Regierung gezählt waren, durchzog in der Berichterstattung zu Pompeji viele Kommentare im In- und Ausland. Nach dem gescheiterten Misstrauensvotum ist es deshalb auch wieder viel stiller um Pompeji geworden. In der Stadt war der Zusammenbruch des Hauses der Gladiatoren keine Metapher, sondern ein weiterer Beweis für ein spezifisch italienisches Dilemma. Denn Italien hat ja ein ungeheures, kaum zu bewältigendes Erbe der Weltkultur zu verwalten. Der Löwenanteil des Unesco-Weltkulturerbes - rund ein Sechstel - steht auf dem Boden der Halbinsel. Dass nicht genug dafür getan wird, dass falsche Maßnahmen zu seiner Erhaltung ergriffen werden, ist angesichts der schieren Menge beinahe entschuldbar. Nun fängt es wieder zu regnen an. Bei dem Wetter kann Pompeji froh sein, dass der Vesuv selbst sich nicht längst in Bewegung gesetzt hat. Das Haus der Gladiatoren mussten wir lange suchen. Der Untergang des Abendlandes ist der Trümmerhaufen nicht, der davon übrig blieb. Vor allem aber kamen wir bei der Suche nach den umgekippten Mauem unter unserem Schirm nicht aus dem Staunen darüber heraus, was hier alles ausgegraben wurde, bevor jetzt schon wieder ein Element davon zusammenbrechen konnte. Das so unglücklich untergegangene und wieder zu Tage getretene Pompeji ist und bleibt nichts anderes als ein Wunder der Weltkultur.

giovedì 6 gennaio 2011

Un enorme cantiere sulle colline di Rieti sopra ai resti dell’antica città sabina

Un enorme cantiere sulle colline di Rieti sopra ai resti dell’antica città sabina
di Ferruccio Sansa
“Il Fatto Quotidiano”, 11 dic. 2010

La tutela del patrimonio archeologico all’italiana: ruspe che lavorano senza sosta per realizzare dieci milioni di metri cubi di capannoni industriali e spianano le colline dove sorgeva la città sabina di Cures. Dove basta camminare nei campi per trovare resti di antiche ville, necropoli, acquedotti e templi. Siamo a Passo Corese (Rieti), a 40 chilometri da Roma: miliardi di euro di investimento per il cantiere più grande d’Italia. Un progetto voluto da centrosinistra, centrodestra e sindacati. Tutti d’accordo, tranne i comitati degli abitanti che si vedono scomparire le colline. E gli archeologi che qui speravano di poter trovare i resti della città di Numa Pompilio e Tito Tazio, antichi re di Roma.

Ormai è perfino difficile immaginare la vita degli antichi sabini, con l’immenso cantiere che stravolge il paesaggio. Allora il nostro viaggio deve partire da una fotografia: ecco una cascina, quella terra chiara che ti ricorda il sole e ti dice che sei al Sud. Poi i campi segnati da solchi precisi. È un’immagine recente, ma sembrano passati secoli. Adesso vedi soltanto caterpillar. I rilievi morbidi che segnavano il paesaggio sono spariti insieme con il profumo e i rumori della campagna. Senti soltanto quelli dei motori e voci di operai.

È il 2000 quando il Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Provincia di Rieti (un soggetto pubblico) lancia un nuovo piano regolatore consortile che prevede un Polo Logistico a Passo Corese. Sulle mappe è una grande macchia blu a due passi dal Tevere.

Basta sovrapporre la carta a quella tracciata dagli archeologi per accorgersi che la campagna qui è una miniera: ovunque trovi antichi cocci, resti millenari. Nel 1980 Maria Pia Muzzioli dedica a queste colline uno studio nella prestigiosa collana Forma Italiae. In pochi metri quadrati sono censiti 189 siti archeologici. Il risultato di uno studio del 2000 per la British School of Rome è ancora più sorprendente: una ricognizione superficiale rivela i resti di 13 ville. Senza contare i depositi di materiale antico e i 4 insediamenti del Paleolitico.

L’area è dentro al Parco archeologico

“È un sito ricchissimo perché la presenza dell’uomo comincia migliaia di anni fa e lascia tracce fino all’epoca romana. Qui si trovava l’antica Cures, con il suo porto sul Tevere. E forse anche le catacombe di Sant’Antimo”, è convinta l’archeologa Helga Di Giuseppe che ha lavorato con la British School. “La cosa più straordinaria – racconta Muzzioli – è, anzi era, il contesto, l’insieme, che si è mantenuto integro per migliaia di anni”.

Già, fino all’arrivo delle ruspe. È Paolo Campanelli (presidente dell’associazione Sabina Futura che si batte contro il progetto) a ripercorrere le tappe: “Nel 2001 un’inserzione invita le società a manifestare il loro interesse. Nel 2003… ma c’è stata una vera gara?... arriva la convenzione con l’Ati che realizza il progetto miliardario e avrà in concessione le aree per 99 anni”.

Intanto nel 2004 viene siglato il Piano Territoriale e Paesistico della Regione Lazio (presidente Francesco Storace): l’area dei capannoni è compresa nelle mappe delle zone a “vocazione di Parco Archeologico”. Non importa: il progetto va avanti. Ma che cosa prevede esattamente? Sembra l’Eden, a sfogliare l’opuscolo con cui gli enti locali – il comune di Fara Sabina e la Provincia di Rieti, entrambi di centrosinistra – informano i cittadini di quello che sta per accadere alla loro terra. “Il Polo logistico, la nuova risorsa di Passo Corese”, è il titolo. Poi fotografie di prati verdi, dove mamme con le carrozzine si muovono felici. Intanto nel 2009 con poche righe la Regione (guidata da Piero Marrazzo) approva una variante al piano regolatore consortile che porta la volumetria dei capannoni a quasi 10 milioni di metri cubi.

A confrontare le colline spianate dalle ruspe con le immagini dell’opuscolo viene qualche dubbio. Così come colpiscono al computer: “Duecento ettari di capannoni alti 15 metri, quasi l’equivalente di una città come Rieti”, raccontano all’associazione Sabina Futura. E snocciolano i dati: “Le ruspe si stanno portando via 1.400 ulivi, 3.000 viti, 3.000 alberi da frutto, cento ettari di coltivazione a foraggio e cento a grano”.

Non ci sono solo conseguenze sul patrimonio archeologico, ma anche sull’agricoltura. I sostenitori del progetto parlano di centinaia di nuovi posti di lavoro. Possibile, ma quanti ne sarebbero arrivati (e sono invece andati perduti) se una campagna intatta e vicina a Roma avesse investito nel turismo?

L’opera porterà 4 milioni di indennizzi

Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti dal 2004 e presidente dell’assemblea regionale del Pd Lazio, si dice “favorevole” al progetto. Racconta: “È un’area strategica con l’autostrada e la ferrovia, è naturale che il Polo nasca qui”. E le critiche di abitanti e associazioni? “Legittime, ma tardive. Il progetto è di dieci anni fa, se lo avessimo bloccato avremmo dovuto pagare milioni di risarcimento”. Ma i resti archeologici? “La Sovrintendenza finora non ha trovato nulla di straordinario”. Questa è una delle campagne più belle d’Italia, ogni weekend vengono migliaia di romani in cerca del verde… “Vero, siamo nella Val d’Orcia del Lazio…”. Ma in Toscana non costruiscono 300 ettari di capannoni… “Si può ridurre l’impatto del Polo con strutture più attente all’ambiente”.

Chissà. Vincenzo Mazzeo, sindaco di Fara Sabina, difende il progetto: “Frange estreme lanciano messaggi apocalittici. Il Polo porterà lavoro. Noi abbiamo preteso che fossero realizzate opere viarie e depuratori”. La sinistra anche nel Lazio è amica del cemento? “Falso, noi abbiamo stoppato il mega-progetto di un nodo intermodale delle Ferrovie”. Mazzeo, però, aggiunge: “Io non ho più l’Ici sulla prima casa, dove prendo i soldi, come risolvo i problemi? Quest’opera ci porterà quattro milioni di indennizzi”. Il sindaco, come il presidente della Provincia, spiega: “Comunque il progetto è stato avviato prima del mio arrivo”. Ammette: “Quando vedo tutta quella roba là mi si chiude il cuore… A nessuno sta a cuore la Sabina più che a me, ho investito sulla produzione dell’olio, sull’ambiente.

E da oggi cambieremo e invertiremo il ciclo”. Troppo tardi, forse.

Affare miliardario e mattone

Ma chi sta dietro il cantiere miliardario? Nella società Parco della Sabina spa che realizza l’opera sono soci (con l’1% ciascuno) la Provincia di Rieti, il Comune di Fara Sabina e il Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Rieti presieduto da Franco Ferroni. Ma la parte del leone l’hanno i privati: tra questi – con il 44% – la Seci che fa capo al Gruppo Maccaferri, uno dei giganti emiliani delle costruzioni. Il presidente Gaetano Maccaferri è anche stato numero uno dell’Associazione industriali di Bologna. Giuliano Montagnini, presidente della “Parco della Sabina”, siede in tante società immobiliari e miliane, a cominciare dalla Edilcoop.

Nel 2008, il Silp – sindacato di polizia della Cgil – parlava di “palesi tentativi di infiltrazioni della criminalità organizzata” proprio nella zona di Passo Corese. Spuntava il nome dei Casalesi, che hanno fatto la loro fortuna con il mattone. Anche se la camorra non c’entra con le società che realizzano il Polo,qualche cautela pare doverosa.

C’è anche chi teme che il Polo possa trasformarsi in una gigantesca operazione immobiliare. Avverte Campanelli: “Sono in costruzione a servizio del Polo un depuratore sufficiente per 30.000 abitanti e un campo pozzi capace di prelevare 1.300.000 litri d’acqua al giorno, cioè il fabbisogno di 25-30.000 abitanti. Non vorremmo che attraverso qualche alchimia all'italiana, come il Piano Casa della giunta Polverini o altri provvedimenti, si riuscisse a trasformare l'area in zona residenziale. Così sulle rive del Tevere potrebbe nascere una città grande come Rieti”.

mercoledì 5 gennaio 2011

Susa ritrova l'antica reggia dei Celti

Susa ritrova l'antica reggia dei Celti
Maurizio Lupo
La Stampa - Torino 3/1/2011

Ritrovato il palazzo dell'antico Re delle Alpi

Dopo duemila anni Susa scopre sotto il suo castello i resti del palazzo del Re più antico del Piemonte. No, non era un Savoia. Era Cozio, figlio di Donno. Dal 13 avanti Cristo, per più di una ventina d'anni, fu sovrano delle Alpi che ancora portano il suo nome. Governava quattordici tribù celtiche, controllava i passi alpini e ne riscuoteva il pedaggio. La sua epopea ritrova attualità grazie a cinque anni di scavi archeologici, appena conclusi dalla Soprintendenza guidata da Egle Micheletto. Con il sostegno di Stato, Provincia e Comune di Susa, l'archeologo Federico Barello dal 2005 ha indagato i sotterranei e le pertinenze del castello segusino. Ha scoperto che le sue cantine voltate sono antichi ambienti romani, fondati sulla roccia Con robusti pilastri sostenevano stanze in cui sono emersi resti di pavimenti a mosaico. «Facevano parte del Palazzo di Cozio» assicura Barello. «Era un complesso di almeno 3500 metri quadri, su più piani. Dominava la strada che conduce al Monginevro. Vi si accedeva dalla scalinata monumentale rinvenuta negli anni Trenta del Novecento dall'archeologo Carlo Carducci. Al piano terra vi erano magazzini e servizi, a quello superiore gli appartamenti. L'impianto fu modificato nel quarto secolo dopo Cristo, per trasformarlo in fortezza». E' una storia che verrà raccontata al grande pubblico la prossima primavera, con una mostra curata dal Comune. Parlerà della dimora di un personaggio che seppe mediare fra cultura celtica e quella romana. «Gli storici Strabone e Damiano Marcellino - spiega Barello - narrano che quando Conio vide arrivare le legioni di Cesare Ottaviano Augusto non solo seppe farsi rispettare, ma divenne in seguito sincero amico del futuro imperatore, tanto da dedicargli l'arco di trionfo che dall'anno 9 avanti Cristo tutt'ora lo celebra. Augusto lo ricambiò. Ne fece il suo prefetto. Lo associò persino alla propria famiglia, la «gens Giulia», con il nome di Marco Giulio Cozio». Fu un'alleanza che trasformò il villaggio originario di Cozio. Da borgo di capanne divenne la sua capitale: Segusio. In vetta al colle che la sovrasta sorse la reggia. Nel foro, l'odierna piazza Savoia, fu eretto il tempio che celebrava la divinità dell'amico Augusto. Nella città furono profusi i bianchi marmi che Cozio estraeva dalle cave di Foresto e Chianocco. Susa divenne patria di una dinastia locale, ma molto intraprendente, che ebbe discendenza fino al tempo di Nerone. «I figli di Cozio, Donno II e Cozio minore - ricorda Barello - ebbero interessi anche a Torino. Furono loro a finanziare la costruzione del teatro romano della città. Al padre defunto, verso il 13 dopo Cristo, offrirono una tomba monumentale, rintracciata a Susa nel giardino di casa Ramella, in piazza Savoia. Qui nel 1904 venne alla luce l'urna funebre del Re, oggi custodita dal museo civico». Nei pressi gli archeologi trovarono anche una testa di bronzo, oggi proprietà del Metropolitan Museum di New York. Raffigura un uomo con collo taurino, mascella squadrata, naso dritto, sotto uno sguardo fiero. «All'atto del ritrovamento - ricorda Barello - si disse che rappresentava Marco Vipsanio Agrippa, genero dell'imperatore Augusto e fondatore del Pantheon di Roma. Fu lui che mediò l'alleanza fra Ottaviano e Cozio. Ma uno studioso tedesco, Dietricht Boschung, oggi nega che sia Agrippa». Chi sarebbe? «Un personaggio importante di Segusio». Potrebbe essere Cozio? «Non ci è pervenuto alcun suo ritratto. Ma è certo che quella testa è comparsa accanto alla sua tomba».

lunedì 3 gennaio 2011

Il futuro del sito archeologico tra assenza della classe politica e battaglia del mondo scientifico

Il futuro del sito archeologico tra assenza della classe politica e battaglia del mondo scientifico
Marcello Madau
Nuova Sardegna 31/12/2010

E’ assai opportuno che il Convegno internazionale di antichistica Africa Romana da poco conclusosi a Sassari abbia promosso un ulteriore appello per Tuvixeddu, compendio ambientale ed archeologico fondamentale per la città di Cagliari con il suo sistema dei colli, con i segni della preistoria, una delle più importanti necropoli puniche del mondo, le testimonianze romane e quelle della modernità. Hanno protestato a centinaia storici, archeologi ed epigrafisti di tutto il mondo di fronte ad una vergogna tutta sarda e tutta nazionale, su animazione e spinta del Magnifico Rettore dell'Università di Sassari Attilio Mastino. Con motivazioni attente. Contro l'ennesimo misfatto sul quale non ha vigilato un ministro dei Beni e delle attività culturali che dicono, e ci auguriamo, dimissionario o sfiduciato. Tuvixeddu è un bene paesaggistico che si fonda su una risorsa archeologica di incredibile rilevanza: per dimensione, storia, architetture. Aspetti pittorici, corredi tombali con materiali punici e greci di fabbrica ateniese. Nonostante le battaglie decennali, l'area è oggetto di una speculazione immobiliare che prosegue con modifiche gravi e irreversibili. Accanto alla passione ed agli appelli di intellettuali e cittadini, iniziando da Giovanni Lilliu sino a quello promosso prima dal Cagliari Social Forum e infine dal Manifesto Sardo ed Eddyburg, con migliaia di firme pesanti in tutta Italia (il voluminoso dossier del 2007-2008, con i saggi degli studiosi, l'acceso dibattito e le adesioni, è in rete all'indirizzo: http://www.manifesto-sardo.org/wp-content/uploa-ds/2007/b9/Dossier-3—Tuvixeddu.pdf), vi è una classe politica che ha dato su Tuvixeddu principalmente il peggio di sé. L'esperienza regionale di Renato Soru ha avuto il grande merito di mettere al centro il problema, con un'azione purtroppo attraversata da errori sia procedurali sia politici, come il tentativo di imporre un certo tipo di progetto al meritorio lavoro della Commissione Regionale per il Paesaggio. La classe politica al governo capeggiata da Cappellacci ha dato seguito alla tradizione cementificatrice dei ceti dei quali è espressione, talora con promesse di soluzione, soprattutto da parte sardista, alla quale in maniera 'bipartisan' si è creduto, o fatto finta di credere, per ingenuità e soprattutto per non agire. Si sono persino sentite prese di distanza: in fin dei conti, secondo alcune correnti rozzamente nazionaliste, Tuvixeddu è l'espressione di antichi colonizzatori, essendo necropoli di fase cartaginese. Un'ottica davvero preoccupante. Cosa salveremo della tutela dei monumenti ragionando così? Se il concetto di identità ha una sua validità, ecco chi lo tradisce e snatura davvero. Discorsi probabilmente astratti perché intanto la necropoli, circondata dalle orribili fioriere di cemento autorizzate a suo tempo dalla Soprintendenza Archeologica, è sotto sequestro da parte della speculazione edilizia. Non sappiamo se la speranza sia possibile, di fronte alla sostanziale assenza della classe politica e in ogni caso alla scarsa efficacia della sua azione. La battaglia del mondo scientifico la farà riemergere? E chissà se Tuvixeddu entrerà nel dibattito che si prepara per le elezioni a sindaco di Cagliari. Ne dubitiamo. Se così non fosse, non dovrà essere in ogni caso un argomento bandiera, perché è in gioco un discorso più ampio e difficile, che ci auguriamo venga sollevato all'attenzione generale dei cittadini: il modello di città da scegliere, per capire se paesaggi e monumenti saranno centrali oppure ospiti indesiderati, al massimo monumenti danneggiati per i concerti della contemporaneità.