venerdì 26 settembre 2008

Minatori

Rilievo con figurazioni di minatori, rinvenuto a Linares, l'antica Castulo nella penisola Iberica. Epoca Romana.

Scomparso lo scudo di un Bronzo di Riace

Scomparso lo scudo di un Bronzo di Riace
Giovedì 25 Settembre 2008 L'ARENA

ARCHEOLOGIA. LO STRUMENTO DI DIFESA IN UNA FOTO SCATTATA IL GIORNO DEL RECUPERO

Diventa sempre più intricata e misteriosa la vicenda del ritrovamento dei Bronzi di Riace. Una fotografia, scattata il giorno del recupero delle statue, dimostrerebbe, secondo il ricercatore vibonese, Giuseppe Braghò, l’esistenza di uno scudo che però non è stato mai trovato. La foto amatoriale è stata esposta durante una mostra svoltasi quest’estate a Riace e organizzata dalla Pro Loco. Nel visionare le foto Braghò, autore di una ricerca e di un libro in cui si sostiene il furto di uno scudo e di una lancia appartenuti ai Bronzi, ha notato che dalla mano della statua cosiddetta «Giovane» c’era un maniglione dello scudo che non è stato mai trovato. «Dalle foto», sostiene Braghò, «si vede un oggetto che fuoriesce dalla mano sinistra del bronzo. È intuibile che si tratta del maniglione dello scudo appartenuto alla statua che non è stato mai ritrovato. Dopo aver visto le foto della Pro Loco di Riace, scattate al momento del recupero delle statue, mi sono recato al Museo di Reggio Calabria e tra gli oggetti esposti, trovati con i bronzi, non c’è traccia di quell’oggetto che si vede nella foto». Braghò, autore di due libri nei quali si sostiene il furto di oggetti appartenuti ai Bronzi, sostiene anche che le statue erano tre e non due. A suffragare questa tesi, secondo il ricercatore, c’è una relazione fatta durante il ritrovamento delle statue al largo delle acque di Riace. «Nella relazione», dice, «si fa riferimento a un gruppo di statue. Se fossero state due avrebbero sicuramente indicato il numero preciso. E sempre nella stessa relazione vengono descritti i due Bronzi e viene scritto che c’era uno scudo sul braccio sinistro di una delle due statue. A supportare la tesi del furto degli oggetti appartenuti ai bronzi c’è anche la testimonianza di una donna, di cui parlo nel mio ultimo libro». Sulla vicenda è stata avviata un’indagine dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico.

Moneta Cabiri

Rovescio di una moneta di Eumene II, re di Pergamo, con la raffigurazione dei Cabiri

Tharros, il porto emerge dallo stagno

SARDEGNA - Tharros, il porto emerge dallo stagno
NICOLA PINNA
L'Unione Sarda 26/09/2008

Mistras: scoperto lo scalo punico sommerso dalla laguna
Lo scalo era scavato nella roccia: le ricerche si sono concentrate a Mistras grazie a una foto che ha svelato una grande struttura sommersa. Le navi che partivano da Cartagine e arrivavano a Tharros attraccavano su una banchina lunga oltre duecento metri, in un angolo del Golfo di Oristano protetto da un grande molo frangiflutti. Il porto dell'antica città del Sinis era stato realizzato (anzi, scavato) in un tratto di costa riparato dai venti, in uno specchio di mare che nel corso dei secoli è stato intrappolato da una striscia di terra. E che quindi si è trasformato in una grande palude, la pescosissima laguna di Mistras. GLI STUDI I resti dell'antico porto di Tharros gli archeologi li hanno ritrovati al centro dello stagno, dove prima arrivavano le onde spinte dal maestrale. Per due secoli gli studiosi hanno creduto all'ipotesi che il grande molo si trovasse nella zona della spiaggia di Mare Morto, ma i ricercatori dell'Università di Cagliari e quelli dell'ateneo di Sassari (che per caso si sono trovati a curare la stesso studio) hanno recuperato in un'altra zona della costa ciò che rimane del grande scalo. La scoperta è importante ed è il frutto delle indagini curate contemporaneamente dai responsabili del museo civico di Cabras, dai tecnici della cooperativa Penisola del Sinis e dagli studenti della facoltà di Archeologia subacquea di Oristano. Supportati dai militari del Nucleo sommozzatori della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto di Oristano. Tutti coordinati dalla Sovrintendenza archeologica, che è riuscita ad affiancare gli studiosi dell'ateneo cagliaritano e di quello sassarese. IL GRANDE PORTO Mettendo insieme i risultati delle due ricerche si scopre dunque che i punici avevano scavato nell'arenaria il grande porto di Tharros e realizzato la banchina a ridosso della sponda occidentale della laguna di Mistras. «Il primo indizio lo abbiamo avuto grazie a una foto aerea molto dettagliata che ci ha permesso di notare la presenza di una struttura monumentale sott'acqua - ha spiegato il direttore del museo archeologico di Cabras, Carla Del Vais - Con la ricerca, inziata nel 2003, abbiamo scoperto un grande muro che quasi certamente è la banchina del porto». LE VECCHIE SCOPERTE E a Mare Morto cosa è rimasto? «Da tempo si credeva che il porto fosse proprio da quelle parti, in realtà le strutture individuate ci sembrano semplici blocchi squadrati che non c'entrano nulla con lo scalo: l'unico porto di Tharros si trovava nella zona occidentale dell'attuale laguna di Mistras - ha precisato Raimondo Zucca, archeologo e docente dell'Università di Sassari - Nella zona di Murru Mannu l'archeologo israeliano Elisha Linder, tra il 1984 e il 1987, aveva ritrovato un molo che credeva fosse la banchina del porto, in realtà era una struttura creata per bloccare la potenza delle onde che si infrangevano sulla città». I NUOVI SCAVI Per scoprire il resto dei segreti che da millenni sono nascosti sotto le acque di Mistras sarà necessario uno scavo subacqueo approfondito che gli archeologi stanno già organizzando. «Le ricerche su questo angolo del Sinis ci hanno permesso anche di accertare che il porto punico di Tharros è stato dismesso nell'età tardo-bizantina, quando le esigenze difensive erano cambiate - ha aggiunto Piergiorgio Spanu, docente della facoltà di Archeologia subacquea - Un altro scalo, successivamente, era stato realizzato nella zona di Torregrande, anche se ancora non lo abbiamo localizzato».

Statere d'oro

Statere d'oro di una popolazione Gallica, probabilmente dei Galli Parisii.


giovedì 18 settembre 2008

Cucuteni. Forse sono loro gli uomini di Atlantide In mostra il popolo più antico d'Europa

Corriere della Sera Roma 18.9.08
Cucuteni. Forse sono loro gli uomini di Atlantide In mostra il popolo più antico d'Europa
di Lauretta Colonnelli

Una grande mostra dedicata ai Cucuteni- Trypillia. Popolo sconosciuto ai più, almeno in Italia. Eppure gli archeologi sanno della loro esistenza dalla fine dell'Ottocento, quando, grazie agli scavi effettuati a partire dal 1884 in Romania e dal 1893 in Ucraina, furono portati alla luce i primi segni di questa civiltà che risale al 5000 a. C. Vale a dire a prima dei Sumeri, considerati tra le più antiche culture dell'Europa e del vicino Oriente. Anzi, alcuni studiosi fanno risalire proprio ai Cuteni l'origine, fino ad oggi misteriosa, dei Sumeri, comparsi sui monti a nord della Mesopotamia intorno al 4000 a.C. Altri archeologi ipotizzano che ad essi sia riferibile addirittura il mito di Atlantide. Di questi temi già si discuteva nel 1889 in un congresso convocato a Parigi per presentare alla comunità scientifica internazioanle le prime eccezionali scoperte sui Cucuteni: le belle ceramiche dipinte con motivi a spirale e le statuette di terracotta raffiguranti donne, uomini e animali. Congresso a cui parteciparono nomi mitici dell'archeologia: da Schliemann a Evans, da de Mortillet a Montelius, i quali convalidarono il legame tra le scoperte dei Cucuteni e quelle del bacino egeo e dell'Asia Minore.
Da allora gli scavi sono andati avanti e hanno portato alla luce un'infinità di testimonianze. In questa mostra, che è la più grande allestita sui Cucuteni- Trypillia e viene presentata a Roma in anteprima mondiale, si possono ammirare oltre 450 reperti, che hanno permesso agli studiosi di ricostruire la vita quotidiana, i miti, la religione, le fonti di sopravvivenza, le attività artigianali e quelle belliche. Tuttavia gli archeologi sostengono che più gli studi vanno avanti e più questa popolazione risulta misteriosa. Soprattutto per quello che riguarda la loro scomparsa, intorno al 3000 a.C.
Tra le domande alle quali si può invece rispondere, c'è innanzitutto quella del nome, Cucuteni-Trypillia, che deriva dalle località dove sono venuti alla luce i resti dell'antica civiltà: Cucuteni (vicino alla città di Iasi, Romania) e Trypillia (vicino a Kiev, Ucraina). Ma il terriorio delle ricerche si estende su tutta l'area che va dal sud-est della Transilvania all'ovest dell'Ucraina, includendo anche tutta la Moldavia. Nel periodo di massima estensione della civiltà, l'area misurava oltre 350 mila chilometri quadrati. In questo territorio i Cucuteni- Trypillia edificarono prima villaggi e poi delle vere e proprie città, che si sviluppavano su centinaia di ettari, con elaborate fortificazioni e abitazioni che variavano da capanne interrate a costruzioni fino a due piani. Le case, realizzate in paglia e argilla intorno a una intelaiatura di legno, erano diposte in cerchi concentrici oppure in linee parallele o in gruppi, intorno a piazze destinate ad attività pubbliche. Alcune abitazioni erano molto grandi, da 300 a 600 metri di lunghezza, composte da molte stanze. Tutti i muri esterni ed interni, i soffitti, i letti e gli arredi erano decorati con disegni complicati in bianco, nero e rosso, gli stessi colori delle ceramiche.
Dentro ogni casa, una delle quali è stata ricostruita in mostra a grandezza reale, c'erano un piccolo forno, un telaio, una pietra per macinare i cereali, vasi per mantenere l'acqua, contenitori per provviste e suppellettili, compresi i gioielli in rame, argento e oro. Gli oggetti in metallo erano accumulati come tesori. Quello scoperto ad Ariusd (Romania) conteneva ben 1992 oggetti in rame e oro, quello di Carbuna (Moldavia) 444 oggetti in metallo. Mentre nell'insediamento di Nebelivka (Ucraina) gli archeologi portarono alla luce quello che potrebbe essere considerato il più antico servizio da tavola in ceramica dell'Europa dell'Est, con piatti, ciotole e coppe tutti con lo stesso decoro.
Le case erano abitate da agricoltori che coltivavano cereali, ortaggi e alberi da frutto, lavorando la terra con mezzi tecnici molto avanzati per l'epoca, cioè con una specie di aratro il cui vomere era costruito con corna di cervo ed era trainato da un animale. Si allevavano mucche dalle grandi corna, pecore, capre, maiali. Si domavano cavalli. Tra la popolazione c'erano poi artigiani e guaritori, cacciatori e pescatori. Uno dei misteri dei Cucuteni-Trypillia sono le numerose statuette che ci hanno tramandato: quelle degli uomini hanno tutte una maschera sul volto, quelle femminili il volto non ce l'hanno affatto. Sono plasmate nell'argilla con grandi fianchi e seni minuscoli, indossano gonne con frange e qualche volta stivali rossi.

mercoledì 17 settembre 2008

Sette bambini nella necropoli di Cerbaia

TOSCANA Sette bambini nella necropoli di Cerbaia
MERCOLEDÌ, 17 SETTEMBRE 2008 IL TIRRENO - Prato

I ritrovamenti illustrati nel corso di una conferenza

CANTAGALLO. Se domenica scorsa la pioggia ha rovinato in parte la rievocazione storica “dell’Assedio alla Rocca” dove c’è stato solo una manifestazione ridotta, sabato invece tutto è andato secondo programma previsto dal Comune di Cantagallo che ha organizzato questa manifestazione insieme alla Provincia di Prato con la partecipazione dell’associazione storico-culturale Terra di Prato e dei ragazzi della Consulta di Cantagallo e Vaiano. Molto partecipata è stata la presentazione che si è svolta la mattina presso le scuole elementari di Carmignanello ai docenti delle scuole della vallata e della provincia del progetto “Percorsi didattici sulla Rocca Cerbaia e le fortificazioni della Val di Bisenzio” a cura del Centro di Documentazione Storico-Etnografica della Val di Bisenzio e dell’archeologo dell’Università di Pisa Gabriele Gattiglia. E poi nel pomeriggio si è svolto l’atteso incontro degli studiosi e archeologi che hanno fatto il punto sugli ultimi ritrovamenti e i lavori di recupero alla Rocca. E’ stato un evento molto atteso soprattutto dopo le recenti e straordinarie campagne archeologiche che all’inizio dell’anno hanno riportato alla luce una necropoli altomedievale e la base dell’argano utilizzato per la costruzione della rocca. Le novità più rilevanti sono quelle relative alla necropoli composta da sette sepolture di bambini. Si tratta di decessi naturali causati probabilmente da malattie o malnutrizione e il fatto che erano sepolti insieme conferma una prassi consueta, in senso di rispetto degli adulti, di inumare i bambini tutti insieme separati da quelli dei grandi e posti vicino alle abitazioni. Altro elemento interessante è che i bambini sembrano appartenere ad una sola comunità familiare. Per la data dei decessi si sa ancora poco perché l’analisi del carbonio 14 sono ancora in corso. Ma secondo gli archeologi la tipologia delle sepolture è quella tipica tra il 750 e l’800 dopo Cristo.

martedì 16 settembre 2008

Al Campazzo riaffiora un cimitero longobardo

Al Campazzo riaffiora un cimitero longobardo
BRESCIA OGGI Domenica 14 Settembre 2008

PONTEVICO. I resti umani composti in tombe di mattoni rustici in località Lodovica vengono fatte risalire dalla Soprintendenza all’Alto medioevo

La scoperta archeologica apre nuovi scenari sulla storia del borgo medievale Da domani scattano gli scavi per verificare la consistenza del ritrovamento


Che la valle dell’Oglio bresciana restituisca di tanto in tanto reperti archeologici longobardi è un fenomeno fisiologico quasi come la spiaggiatura dei relitti gettati sui litorali delle isole rocciose dalle navi che hanno fatto naufragio nei secoli. Stavolta però è come le viscere della terra avessero restituito addirittura - per restare nella metafora marinaresca -, la cabina di comando di un veliero antichissimo.
LE DUE SEPOLTURE riafforate a Pontevico aprono infatti nuovi scenari di ricerca che potrebbero ritoccare sostanzialmente le ipotesi storiche su nascita e declino del borgo medievale del Campazzo. La scoperta è avvenuta l’altro giorno, quasi casualmente, in località Lodovica dove è in corso una bonifica agraria. Il lavoro delle ruspe che hanno livellato il terreno e l’esondazione del vicino canale hanno praticamente provocato un piccolo smottamento che ha portato alla luce ossa umane ordinatamente composte in tombe di mattoni rustici.
AD ACCORGERSI DEI RESTI Angelo Urbani e Ottavio Sora, due appassionati di storia sacra che hanno subito avvertito il parroco don Antonio Tomasoni. E’ toccato invece al sindaco Primo Generali innescare il protocollo previsto in questi casi che ha coinvolto a cascata carabinieri, Asl e Soprintendenza ai beni ambientali di Brescia e Milano. L’area è stata transennata dalla Polizia locale per consentire al funzionario delle belle arti Andrea Breda di effettuare un sopralluogo. I primi riscontri escludono che si tratti di una fossa comune allestita - secondo alcuni testi ecclesiastici dell’archivio di Pontevico nel 1600 durante l’epidemia di peste descritta da Manzoni nei Promessi e sposi. Si è rapidamente dissolta anche la suggestiva quanto improbabile ipotesi che le sepolture facessero parte del cimitero tardo romano dedicato a San Vitale che fra l’altro trova cittadinanza solo nelle voci popolari.
LA SOPRINTENDENZA ha comunque già stabilito che le tombe sono quanto resta di una vasta area cimiteriale alto medievale, o forse addirittura più antica, in gran parte cancellata dalle ripetute bonifiche agrarie.
Per avere un quadro più chiaro bisognerà attendere gli scavi e i rilievi che - maltempo permettendo-, inizieranno domani sotto il coordinamento del Gruppo storico archeologico di Manerbio guidato da Maurizio Cavaciocchi. Gli spunti per approfondire la ricerca - secondo gli storici - non mancano: le sepolture sono in aperta campagna, lontano cioè dal nucleo antico del Campazzo. Le tombe insomma potrebbero essere la traccia di un borgo più antico. N.S.

ISOLA SANTA CAREGGINE. Ripresi gli scavi

ISOLA SANTA CAREGGINE. Ripresi gli scavi
MARTEDÌ, 16 SETTEMBRE 2008 Il Tirreno - Lucca

Sono ripresi gli scavi a Isola Santa, nel comune di Careggine, da parte del dipartimento di Scienze archeologiche dell’università di Pisa, grazie al contributo della provincia di Lucca, della Comunità montana della Garfagnana, del comune di Careggine, della Fondazione Banca del Monte di Lucca e del Parco regionale delle Alpi Apuane.
Dirigerà le ricerche il professor Carlo Tozzi con la partecipazione del dottor Paolo Notini, di studenti e ricercatori dell’università di Pisa, del personale del Parco e del suo direttore Antonio Bartelletti.
Le ricerche hanno l’obiettivo di far luce sul popolamento e sulle variazioni dell’ambiente nella Valle del Serchio e Isola Santa. In questo ambito presenta una situazione di particolare interesse perché vi è documentata una presenza umana iniziata oltre 11mila anni fa, al termine dell’ultima glaciazione.
Con il ritiro dei ghiacci piccoli gruppi di cacciatori del paleolitico superiore e del mesolitico compaiono nella Valle e si insediano a Isola Santa e nei ripari sottoroccia di Piastricoli del Fredian dedicandosi alla caccia allo stambecco, al cervo, al camoscio e alla raccolta di vegetali spontanei.
Gli strumenti in selce fabbricati e utilizzati sul posto sono costituiti da punte e armature di zagaglia e da strumenti di uso comune quali grattatoi, raschiatoi, bulini, coltelli a dorso per il taglio e la lavorazione della carne, della pelle e del legno.
Le nuove ricerche hanno messo in evidenza la continuità di popolamento nella Valle durante il Neolitico e l’Età dei metalli, i cui resti sono stati in parte sconvolti dalle sistemazioni iniziate nel Medioevo.
Una migliore conoscenza dell’abitato medievale rappresenta l’altro obiettivo principale degli scavi in corso.

sabato 13 settembre 2008

Alla scoperta degli etruschi... contadini

TOSCANA - Alla scoperta degli etruschi... contadini
Francesca Ferri
SABATO, 13 SETTEMBRE 2008 IL TIRRENO - Grosseto

Quattro giorni dedicati alle visite nei luoghi dove visse l’antico popolo

GROSSETO. Un viaggio nel mondo degli etruschi e delle loro tradizioni rurali per scoprire una civiltà affascinante e riscoprire un modo antico, ma oggi più che mai attuale, di accostarsi all’agricoltura e alla terra. “Il mondo rurale etrusco”, dal 18 al 21 settembre, è una quattro giorni di visite guidate ai siti etruschi, degustazioni e cene a tema e un importantissimo convegno dedicato all’archeologia e al cibo degli antichi abitanti di queste terre.
«L’evento nasce per volontà della Regione Toscana», spiega l’assessore provinciale alla cultura Cinzia Tacconi, «ed è un modo per essere turisti in Maremma e approfondire al tempo stesso la conoscenza del mondo etrusco». Con una quota di 250 euro a persona i partecipanti potranno trascorrere quattro giorni, compresi pernottamenti, pasti, trasferimenti e visite guidate, degustazioni e partecipazione al convegno, tra i comuni di Manciano, Pitigliano, Scansano e Sorano. Un tour tra le “colline del tufo e dell’arenaria” come è stato definito ieri alla presentazione alla stampa. «Dagli etruschi possiamo imparare molto sull’agricoltura, spiega Aldo Manetti, presidente della Commissione agricoltura della Regione e pitiglianese. «Il convegno e l’intera iniziativa può spingerci a ripensare l’agricoltura sull’esempio degli etruschi, che sapevano selezionare sementi adatte a questa terra».
Il programma inizia giovedì 18 settembre con la visita di Pitigliano e del ghetto ebraico, con cena etrusca. Venerdì 19 è in programma la visita del Parco archeologico “Città del tufo” di Sorano e Sovana e della Fortezza Orsini di Sorano. Nel pomeriggio si aprirà il convegno con interventi sull’agricoltura degli etruschi e l’occupazione dello spazio agrario in Etruria. Sabato si aprirà con la seconda e ultima parte del convegno, con interventi sulle colture tipiche al tempo degli etruschi e dei romani, l’eredità del loro insegnamento, la coltivazione della vite. La giornata proseguirà a Manciano con la visita al Museo di preistoria e protostoria. Ci si trasferirà quindi a Saturnia per una visita al Museo archeologico. A sera, festa dell’uva a Scansano. Domenica 21 la giornata è dedicata a Scansano con visita ai siti archeologici.
Per partecipare occorre prenotarsi telefonando al numero 0564 617111. Ma bisogna fare in fretta. C’è tempo, infatti, solo fino al 14 settembre.

venerdì 5 settembre 2008

recensione: Federico II di Svevia. Saggezza di un Imperatore.

Pubblichiamo una recensione, ripresa da Diorama Letteraio del febbraio 1995, del libro:
Mario Bernabò Silorata
Federico II di Svevia. Saggezza di un Imperatore.
Nardini-Convivio, Firenze, 1993, pagg. 244




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