martedì 25 novembre 2008

Le violenze perpetrate dai soldati dell’Armata Rossa taciute e rimosse per 60 anni

l’Unità 25.11.08
Nelle sale tedesche «Anonyma» tratto dal diario dell’epoca d’una giornalista
Le violenze perpetrate dai soldati dell’Armata Rossa taciute e rimosse per 60 anni
1945, i due milioni di stupri che misero fine alla guerra
di Gherardo Ugolini

Un gioco di veti incrociati ha coperto la tragedia di massa di cui, alla sconfitta, furono protagoniste in Prussia orientale le cittadine del Reich. Ora il film di Max Färberböck l’ha imposta all’attenzione di tutti.

BERLINO. Quante furono le donne tedesche violentate dai russi negli ultimi mesi di guerra? Secondo gli storici, se si considera l’intero territorio della Prussia orientale, la regione di confine dove l’Armata Russa sfondò già nel dicembre del 1944, le donne vittime di stupro furono circa 2 milioni, gran parte delle quali ammazzate direttamente dai soldati che le violentarono o morte per le conseguenze della violenza (spesso compiendo suicido). Un dramma collettivo dalle proporzioni mostruose, sul quale per decenni è caduto un muro di silenzio. Nella Ddr il tema è stato esorcizzato fino all’ultimo per ovvie ragioni di opportunità politica: non si poteva parlare dei soldati sovietici se non in termini apologetici di liberatori. Allusioni agli stupri di guerra erano ammesse ma solo sottolineando che si era trattato di pochi episodi isolati dovuti al cattivo comportamento di qualche soldato ubriaco che aveva disatteso le consegne delle autorità militari. Ed era d’obbligo ricordare che i tedeschi della Wehrmacht pochi mesi prima avevano violentato le russe in misura incomparabilmente superiore. Ma anche all’Ovest si è preferito per decenni far cadere il silenzio su quella tragedia, in parte per un senso di vergogna che coinvolge la biografia dell’intera nazione, in parte per un principio di «colpa collettiva» introiettato in misura più o meno consapevole da molti, e in parte anche per non danneggiare i rapporti politici con l’Urss e poi con la Russia.
Ora questa rimozione sembra essere finita. A riproporre la vicenda delle violenze dei russi sulle donne tedesche è arrivato un film uscito sugli schermi tedeschi a fine ottobre. Si intitola Anonyma. Eine Frau in Berlin e l’ha girato Max Färberböck basandosi sul diario di una giovane giornalista tedesca trovatasi a vivere a Berlino nelle settimane tra il 20 aprile e il 22 giugno del 1945. L’attrice Nina Hoss interpreta il ruolo della protagonista sullo sfondo degli ultimi giorni di guerra: l’assedio sovietico della capitale, la resistenza a oltranza ordinata dal Führer, l’arrivo dei carri armati dell’Armata Rossa fino alla capitolazione del Reich. La pellicola illustra la pena di sopravvivere in una città distrutta, la difficoltà di trovare cibo, la vita nascosta negli scantinati. Rievoca anche la grande paura che serpeggiava a Berlino nei confronti dei Russi, descritti dalla propaganda nazista come mostri crudeli e selvaggi. E racconta naturalmente anche degli stupri di massa compiuti dai soldati vincitori.
PERSONA O BOTTINO?
Finché la protagonista, che anche nel film non ha nome, per puro spirito di sopravvivenza decide di lasciarsi prendere come bottino di guerra da un ufficiale dell’esercito nemico (Evgeny Sidikhin) così da garantirsi la sussistenza materiale ed un minimo di protezione. Tra i due nasce un sentimento che potrebbe essere definito d’amore, se non ci fosse a dividerli la barriera dei diversi schieramenti: lui uno dei colpevoli, lei una delle vittime. Il film di Färberböck racconta tutto questo in modo sobrio e disincantato, senza rabbia, vittimismi e neppure moralismi. Questo film è un’ennesima testimonianza di quella tendenza che da un po’ di tempo si è fatta avanti nella storiografia tedesca e con essa anche nella percezione comune della gente. La parola d’ordine è: indagare a tutto campo su eventi considerati fino agli anni Novanta un tabù, in particolare sulle sofferenze patite dalla popolazione civile tedesca durante la seconda guerra mondiale. Un tempo parlare dei tedeschi come «vittime» piuttosto che come «carnefici» poteva costare l’accusa di nostalgia verso il passato nazista o di revisionismo destrorso. Adesso non più. Così abbiamo visto il dolore dei cittadini di Dresda, caduti sotto le bombe alleate nel febbraio 1945, così come il dramma dei profughi tedeschi costretti dopo la guerra a lasciare i paesi di residenza (Sudeti, Slesia, Pomerania). Sovente è stato il cinema il veicolo più efficace nel raccontare queste pagine dolorose della storia. E in questa serie rientra anche la questione degli stupri di massa compiuti dai soldati dell’Armata Rossa.

domenica 23 novembre 2008

CAMAIORE. Salgono a 45 gli scheletri sotto la piazza

CAMAIORE. Salgono a 45 gli scheletri sotto la piazza
Marco Pomella
SABATO, 22 NOVEMBRE 2008 IL TIRRENO - Viareggio

A giorni il responso degli esami per la datazione dei reperti

Per gli archeologi che stanno rinvenendo tutti i giorni reperti è quasi una corsa contro il tempo. La prossima settimana - dieci giorni al massimo - i lavori per il piastrellamento di piazza Diaz si sposteranno e riguarderanno la sezione oggi al vaglio degli esperti e, a quel punto, gli scavi saranno ricoperti. E con loro quello che, forse, poteva essere portato alla luce.
Gli esperti sono la dottoressa Francesca Anichini, la direttrice del museo Stefania Campetti, gli archeologi Elisa Bertelli, Luca Parodi e Alessandra Del Freo e l’antropologa Giuliana Pagni.
Gli ultimi due “ritrovamenti”, mercoledì pomeriggio. Due scheletri, perfettamente conservati. Due maschi adulti, uno di venti anni, l’altro di una cinquantina, alti un po’ più di un metro e settanta. Due scheletri, che portano a 45 il numero complessivo di cadaveri rinvenuti lì sotto dalla prima “scoperta”, a fine estate. Uomini, donne e anche molti bambini. Datarli è difficile. Sicuramente, sono di epoca medievale. Tra una quindicina di giorni arriveranno i risultati delle analisi al carbonio dei campioni di osso. Per una datazione precisa. E’ quasi certo, però, che i 45 scheletri risalgono ad epoche diverse tra loro. Erano, infatti, disposti su più livelli. Impossibile dire a che strato sociale appartenessero: con loro, nelle tombe scavate direttamente nel terreno e ricoperte da terra senza alcuna bara, non è stato rinvenuto, né una ceramica, né un documento. Solo, in un caso, alcuni bottoni. Che, però, non sono d’aiuto per capirne molto di più.
Sotto piazza Diaz c’è, però, anche dell’altro. Mercoledì, insieme ai due scheletri, sono emersi anche due pilastri. E una parte di un muro, su cui poggia il primo scalino della chiesa di San Michele (che risale ad un’epoca vicina all’anno 1.000; il primo documento che la cita è del 1.180).
«Non possiamo dire - spiegano i ricercatori impegnati negli scavi - se e in che modo la struttura sia legata, sia alla chiesa, che alla sepoltura di quella gente».
Per capirlo bisognerebbe trovare qualcos’altro. Ma ormai di tempo ne rimane poco.
La prossima settimana, infatti, i lavori per la riqualificazione della piazza si sposteranno nell’area degli scavi.
«A meno che - dice l’assessore ai lavori pubblici Mauro Santini - qui sotto non si trovi qualcosa di clamorosamente importante. Purtroppo, questi scheletri senza altri reperti d’intorno sono di scarsa importanza».
Gli archeologi sperano allora di poter trovare qualcosa che riesca meglio a spiegare anche la nascita della chiesa di San Michele nell’altro lato della piazza, quello ancora non interessato dai lavori.
«Se, dopo la bonifica della zona, si scoprisse qualcosa di importante - afferma Santini - potremmo, da quella parte, garantire anche più tempo per gli scavi. Perché lì non ci sarà piastrellato, ma sarà realizzata un’aiuola. Ma non perderemmo tempo, se si trattasse solo di scheletri».

giovedì 20 novembre 2008

Sulle tracce di Erode

La Repubblica 20.11.08
Sulle tracce di Erode
Nuove scoperte: ritrovati la tomba e il sarcofago a colloquio con lo studioso Ehud Netzer
Tra archeologia e politica

National Geographic Magazine pubblicherà un servizio sulle ricerche dell´archeologo Ehud Netzer: la rivista sarà in edicola a partire dal 29 novembre. In programma anche un documentario su National Geographic Channel (il 7 dicembre alle 22, canale 402 di Sky).

È molto probabile che la strage degli innocenti sia una leggenda senza basi storiche
"I Palestinesi negano l´esistenza dell´antico tempio di Gerusalemme e vietano gli scavi"

ROMA. Erode, al suo nome non c´è chi non inorridisca: da Giotto a Beato Angelico, Guido Reni o Poussin hanno immaginato in molti modi diversi la sua "Strage degli innocenti" narrata nel Vangelo di Matteo, l´omicidio di tutti i bambini appena nati ordinato dal despota quando seppe che i Re Magi stavano cercando un neonato davvero speciale, il futuro Re dei Giudei. Eppure non c´è evidenza storica di quegli assassinii. Nessuna cronaca ne parla. E Erode (73 - 4 a. C.), prima Governatore e poi, dal 37 a. C., re della Giudea per incarico dei Romani, emerge dalle ricerche sì come un tiranno spietato e sanguinario (fece uccidere una delle sue numerose mogli, la più amata, Marianne, il cui ricordo continuò a tormentarlo tutta la vita, e tre figli che pensava stessero tramando contro di lui), ma soprattutto come un geniale costruttore, l´ideatore di opere ambiziose e estreme che cambiarono il paesaggio di Israele.
Parliamo dell´ardita reggia di Masada alzata su tre spericolate terrazze sotto cui si apre l´abisso del deserto e del Mar Morto, teatro di una delle ultime difese degli ebrei che infine si suicidarono pur di non consegnarsi ai romani, o dell´ammodernamento del porto di Cesarea per il quale fu progettata una inedita barriera di cemento subacqueo su cui innalzò maestosi colonnati. Suo fu anche l´ampliamento del Tempio di Gerusalemme, eretto da Salomone nel X secolo a. C., poi distrutto dai babilonesi nel 586 a. C. e ricostruito circa 50 anni più tardi: lavoro grandioso, iniziato fra il 20 e il 19 a. C., per il quale fece imparare l´arte muraria a mille sacerdoti, gli unici a poter entrare nelle parti più sacre del complesso circondato dalla cinta esterna (ne faceva parte il famoso Muro del Pianto dei nostri giorni), un´opera dovuta anche al desiderio di essere accettato dai sudditi che non lo consideravano uno di loro sia perché aveva una madre non ebrea, ma soprattutto perché si era alleato con Roma.
Ma se oggi descriviamo questa figura storica di cui Giuseppe Flavio ha tanto narrato nelle Antichità giudaiche, è perché tra le sue creazioni monumentali, ce n´è una particolare, l´Herodion, rimasta a lungo quasi misteriosa, una cittadella che porta il nome del suo costruttore eretta sulla cima di una collina fatta come un cono spezzato a 13 km da Gerusalemme, nel mezzo del deserto: sui suoi resti si accanisce da 36 anni un archeologo israeliano con una forte base di studi architettonici, Ehud Netzer, che proprio ieri ha annunciato nella capitale israeliana le ultime scoperte.
Innanzitutto il perfezionamento di ciò che ha cercato a lungo: l´individuazione della tomba e il ritrovamento del sarcofago rosa finemente istoriato del Re (ritrovato nel 2007 e ora ricostruito per circa il 35 per cento), pietre ridotte in centinaia di frammenti dagli ebrei che, durante la prima rivolta contro Roma, nel 66 d. C., lo distrussero per risentimento contro l´alleato del nemico. Accanto c´erano altre due tombe, bianche (una ornata e l´altra no) ricomposte adesso all´80 per cento, semplicemente buttate di sotto da quella che si è rivelata la base del mausoleo. Sono emersi resti ossei? No. Iscrizioni? «Non ce ne sono, ma nelle tombe ebraiche di allora è la norma. La tomba rosa, ne sono sicuro al 98 per cento, è di Erode; le altre due, databili allo stesso periodo, possono appartenere a una delle sue mogli, forse alla madre di Archelao e Antippa, Malthace. Forse alla prima amatissima congiunta, Marianne. Forse, alla seconda sposa di Archelao, Glaphyria», spiega Netzer anticipandoci i contenuti della conferenza stampa a Gerusalemme: settantaquattrenne imponente, due giorni fa era di passaggio in Italia.
«Ora che ne ho intuito gli assi e i singoli monumenti, capisco che la concezione di Herodion è eccezionale: basta pensare che il magazzino per il cibo è grande quasi come tutta Masada. L´intera struttura, di 20 ettari, fu voluta e pensata quale scenografia dei propri funerali, con mausoleo, giardini, cittadella monumentale e palazzo annesso», prosegue. «Tutto cominciò quando alla base della collina, alcuni anni dopo la Guerra dei Sei Giorni, trovai una grande vasca, un colonnato, dei giardini. Il terreno fu trasformato in un parco nazionale. Continuai gli scavi. C´era una grande piattaforma lunga 365 metri: poteva essere un ippodromo, ma era larga solo 30 metri. Non era chiaro di cosa si trattasse. Proseguivo, cercavo il mausoleo e la tomba, perché Giuseppe Flavio aveva descritto per filo e per segno le faraoniche esequie di quel re». Niente da fare: ogni volta Netzer si sentiva sul punto di arrivo, ma non era vero. Come le tre volte che vennero alla luce delle grandi pietre istoriate che si dimostrarono sì di periodo erodiano, ma riutilizzate per tre chiese bizantine.
I lavori, per di più, dovevano interrompersi spesso e a lungo, con la Prima Intifada e il terrorismo, dall´87 al ´97, e poi con la seconda, dal 2000 al 2005. Lavorare era troppo pericoloso. Chiediamo a Netzer se i palestinesi contestassero gli scavi, ma «no» risponde lui, «sul fatto che Erode sia storia, non hanno niente da dire visto che era di madre nabatea, non ebrea. Ma il periodo era poco propizio per scavare così isolati nel deserto come eravamo. Sono invece molto preoccupato del fatto che i palestinesi neghino l´esistenza dell´antico Tempio di Gerusalemme: è incredibile, non c´è archeologo, di qualsiasi religione o provenienza egli sia, che abbia dei dubbi a proposito. Eppure dal 2000 sostengono questa assurda teoria, che sotto la Spianata delle moschee non ci sia mai stato il Tempio, un´affermazione tutta politica, volta a degiudaizzare Gerusalemme, a non riconoscerne il profondissimo legame con gli ebrei e, alla fine dei fatti, la legittimità di Israele. Non ci fanno studiare il sottosuolo della Spianata, mentre loro ci lavorano, e sembra che gettino quella terra così preziosa per capire il passato».
Andiamo avanti con l´Herodium. Netzer trovò un mikveh, un bagno rituale, un ambiente che spesso si trova vicino anche alle tombe ebraiche, perché dopo una visita ai morti bisogna purificarsi. Fu individuato anche un Triclinium, un grande luogo dove sostare, come c´è a Petra. «Nel 2007, capimmo che la collina era artificiale solo in parte, in quella superiore: prima la costruzione rotonda in vetta, il palazzo, era visibile in tutta la sua altezza da Gerusalemme. Poi, solo 2 o 3 anni prima della morte, Erode decise di alzare la terra intorno, e farne un monumento interrato fino ad un certo punto, un´idea simile a quella di Augusto o di Adriano».
C´è anche la lunga scala, citata da Flavio Giuseppe. Stretta nella parte alta, verso la cittadella, ma larga tra lo slargo e il mausoleo a metà collina, adatta insomma a farci passare una processione: «Quello che all´inizio mi era sembrato un ippodromo non era altro che il luogo di raduno delle truppe e delle genti che avrebbero dovuto formare il corteo funebre salendo fino alla tomba». Una scenografia degna di un kolossal, che terminava nel mausoleo non enorme ma di tutto rispetto di cui vennero infine trovate le basi: le pietre indicano che fosse alto 25 metri, istoriato, un quadrato con lati di 8,7 metri, con al centro un colonnato rotondo e una cupoletta conica in cima. Del complesso erodiano fa parte anche un teatro per 750 persone venuto alla luce proprio negli ultimi mesi: in alto sulla platea, una loggia di circa 7 metri per 8, ornata di dipinti e stucchi murali di tipo pompeiano, ricchi di colori, arancioni, celesti, verdi, con fregi, alberi e animali (ma il restauro non è ancora visibile): «un fatto inedito nelle costruzioni ebraiche, che non ammettono arte figurativa. Sono certo che Erode fece venire la mano d´opera dall´Italia. E sono anche sicuro che sia del 15 a. C. circa, e ciò dimostra come allora l´Herodion fosse pieno di vita: forse gli spettacoli del teatro furono organizzati proprio per la visita di Marco Agrippa».
Resta un interrogativo di fondo. Bisogna capire perché Erode volle un complesso tanto imponente in pieno deserto. «Perché nel 40 a. C. era stato il luogo di una battaglia per lui decisiva. Gerusalemme stava per essere conquistata dai Parti: di notte Erode riuscì a fuggire nel silenzio verso Masada portandosi dietro ben 5000 uomini. Inseguito non si sa bene se dai Parti o dagli ebrei o da tutti e due, mentre marciava vide sua madre cadere da un carro, la prese per morta. Voleva uccidersi, ma sopraggiunsero i nemici. Si batté, vinse, ricoverò la madre poi sopravvissuta e i suoi uomini a Masada. Poi fece una scelta fondamentale, andò a Roma dove ottenne la protezione del Triumvirato. Dopo tre anni sarà Re della Giudea».
Una vita dedicata a Erode. Netzer è più che soddisfatto di avere tra le mani quel sarcofago rosa, la tomba del Re, di aver capito il disegno sontuoso di Herodium con il palazzo e l´assetto monumentale per il corteo funebre e il riposo eterno. Qualcosa che doveva continuare a portare il nome di Erode dopo la sua morte. «Ma non ho una passione per lui. Lo ammiro per le sue realizzazioni. Ha fatto cose eccelse, come un architetto moderno: con una logica ferrea, dove ogni elemento ha una funzione».

lunedì 17 novembre 2008

L’antica Kroton in mostra

L’antica Kroton in mostra
15-11-2008 - IL GIORNALE DI CALABRIA

I tesori dell’antica città magno greca alla XI edizione della Borsa Mediterranea del turismo di Paestum

I tesori dell’antica Kroton sono in mostra all’XI edizione internazionale della Borsa mediterranea del turismo archeologico a Paestum. Fino al 16 novembre la città di Crotone, per iniziativa dell’assessorato comunale ai Beni culturali, è presente con un proprio stand all’esposizione più autorevole ed internazionale, carica di valenze importanti per un settore strategico del nostro Paese, ed in particolare dell’area crotonese, come il turismo archeologico e culturale. “Il Comune di Crotone - è scritto in una nota - si presenta, all’interno di una vetrina così importante, con l’intento di divulgare e far conoscere ad un numero sempre maggiori di visitatori il suo immenso patrimonio artistico, archeologico, culturale. La Borsa di Paestum, in questo senso, con i suoi 16 mila metri quadri di area espositiva e 8500 visitatori, rappresenta un’opportunità davvero unica per promuovere il territorio di Crotone”. “Per Crotone - ha spiegato Stefania Mancuso, archeologa, docente di Metodologia per la valorizzazione dei Beni archeologici all’Unical, e coordinatrice del centro Heracles, struttura operativa dell’Unical - pensare alle opportunità di sviluppare le proprie risorse archeologiche è un percorso naturale. Tutto quello che bisogna fare adesso è promuovere il patrimonio archeologico crotonese esistente. È un sito in cui si è scavato molto ma che si conosce ancora poco”. L’assessore comunale ai Beni culturali, Giovanni Capocasale, si è mosso da tempo per valorizzare i tesori archeologici della città. “Abbiamo attivato una collaborazione con il centro Heracles, la cui responsabile scientifica è Giovanna De Sensi - ha spiegato Capocasale - proprio per valorizzare il patrimonio storico archeologico di Crotone. La partecipazione alla Borsa mediterranea del turismo archeologico rientra tra queste attività avviate”. Ieri pomeriggio la Borsa è stata ufficialmente inaugurata dal governatore della Regione Campania, Antonio Bassolino. Lo stand di Crotone è stato letteralmente preso d’assalto - riferisce l’amministrazione - dai visitatori che hanno apprezzato tutto il materiale messo in mostra. “Abbiamo puntato - ha ricordato Capocasale - a sottolineare la forte identità tra la città e la figura di Pitagora, presentando un prodotto multimediale sul filosofo di Samo che ha riscosso grande apprezzamento tra il pubblico per la sua valenza culturale e tecnologica”. “Siamo molto soddisfatti dell’iniziativa - ha osservato Vincenzo Scalera, dirigente del settore Beni culturali del Comune di Crotone - che serve a rilanciare la nostra città. Della Calabria siamo presenti alla Borsa solo noi di Crotone con uno stand ed i comuni di Squillace e Soverato”. La Borsa mediterranea del turismo archeologico è un’iniziativa promossa e coordinata dalla Provincia di Salerno e dall’Assessorato Turismo e ai Beni Culturali della Regione Campania con il sostegno del Mibac e dell’Iccrom Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali, ideata e organizzata dalla Leader sas, quest’anno potrà vantare anche la prestigiosa collaborazione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo. Paese Ospite ufficiale, quest’anno, è il Perù, con il sito di Machu Picchu. Gli espositori che partecipano alla Borsa sono in tutto 200.

Al Colosseo, storie di statue rubate e rientrate in Italia

Al Colosseo, storie di statue rubate e rientrate in Italia
Lauretta Colonnelli
Corriere della Sera (Roma) 16/11/2008

C`è una vicenda rocambolesca dietro la maggior parte delle sessanta
opere esposte al Colosseo fino al 15 febbraio nella mostra «Rovine
e rinascite dell`arte in Italia», promossa dal Comitato nazionale
per le celebrazioni dei centenario del primo regolamento di tutela, varato nel 1909.
I progressi compiuti in difesa del patrimonio artistico vengono illustrati attraverso statue, anfore, bassorilievi, dipinti. Come la splendida tela che raffigura il ritratto di «Antea» e che fu dipinta dal Parmigianino nel 1535. Oggi si trova nel Museo di Capodimonte a Napoli, dove è tornata nel dopoguerra. Era tra le opere che dal deposito di Montecassino furono inviate a Berlino dai paracadutisti della Divisione Goering, poi confluite nel rifugio della miniera di sale di Alt-Aussée dove furono trovate dagli americani che le radunarono infine a Monaco di Baviera. Tra queste c`era anche la statua dell`Apollo Citarista, un bronzo a grandezza naturale, copia del I secolo a.C. da un originale greco attribuito da alcuni a
Hegias, maestro di Fidia.
Ma ci sono statue che testimoniano di razzie più antiche, come quella
della Venere de` Medici, ritrovata nel '500 a Roma e trasferita agli Uffizi di Firenze. Piaceva tanto a Napoleone e venne nascosta a Palermo per salvarla dalle bramosie dei francesi.
Questi riuscirono comunque a impossessarsene per via diplomatica e la trasferirono al Louvre. A Firenze, per colmare il vuoto lasciato
dalla dalla statua, si incaricò inizialmente Canova di eseguirne una copia, ma poi si preferì acquistare una sua creazione, la Venere Italica, e visto che la Toscana era stata trasformata in un dipartimento dell`Impero francese fu poprio Napoleone a pagare allo scultore 24mila franchi. Finalmente, nel 1815, la Venere de` Medici tornò agli Uffizi.
Quello delle copie eseguite per sostituire gli originali o per ingannare i collezionisti è un altro capitolo avvincente, di cui la mostra offre episodi notevoli. Se Foscolo definì la Venere antica (quella dei Medici) «una bellissima dea» e quella di Canova «una bellissima donna», per celebrare il lavoro dello scultore ottocentesco, non meno stupefatti si rimane davanti a certe opere di artigiani falsari. A questo proposito, per chi volesse destreggiarsi tra i falsi nell`arte e nell`antiquariato, consiglio il bel libro uscito in questi giorni, intitolato «Falsi. Come riconoscerli» (ed.Bracciali). L`autore è Marco Cerbella, artista ed ex falsario
(uno dei più abili dei nostri giorni). Un esempio eclatante di quanto
si può essere bravi in questo campo è quello della statua della
cosiddetta «Artemide Marciante». Al Colosseo ne sono epsoste due copie, una a fianco dell`altra. La prima, originale, fu ritrovata nel 1994 nel corso di scavi clandestini presso Caserta, ceduta a trafficanti svizzeri che cercarono di venderla in Giappone e negli Stati Uniti. Dopo un incredibile numero di passaggi di dogana, possibili evidentemente grazie alla copertura di organizzazioni
criminali, i malviventi, messi alle strette dai Carabinieri, fecero
trovare ad Avellino una copia quasi perfetta della statua eseguita da un artigiano romano di arte funeraria. Non essendo riusciti ad ingannare gli esperti, furono infine costretti a far rientrae in Italia l`originale. Resta tuttavia da ammirare la maestria con la quale il marmista è riuscito a rendere i panneggi della tunica,
il movimento del corpo (solo un po` più rigido), l`acconciatura, il
sorriso della dea (solo un po` meno espressivo). A maggior ragione se
si considera che per fare la sua statua l`artigiano ebbe a disposizione solo una fotografia dell`originale.

venerdì 14 novembre 2008

A Pompei rivive un´antica tintoria

A Pompei rivive un´antica tintoria
VENERDÌ, 14 NOVEMBRE 2008 LA REPUBBLICA - Napoli

Nella regio V un gruppo di studiosi tenterà di ripetere il procedimento usato dalle antiche fulloniche

Archeologia viva a Pompei. Dopo aver provato a vinificare con vitigni venuti dal passato, dopo i profumi e le spezie che assaporavano gli abitanti estinti dall´eruzione, sabato si tenta un nuovo esperimento. Nella quinta Regio riapre una "fullonica", l´antica tintoria-lavanderia. A Pompei ce n´erano quattro, in quella più famosa, del tintore Stephanus, si approfittava per fare propaganda a un candidato politico del tempo. Per l´esperimento andrà in funzione una caldaia ricostruita dal Centro studi Jean Berard sul modello di quelle originali che sono arrivate fin qui intatte in alcune tintorie della città antica. L´esperimento si svolgerà sotto gli occhi dei visitatori del sito archeologico: sotto un bacino di piombo verrà acceso un fuoco per riscaldare l´acqua mescolata con allume, coloranti e fibre tessili. La dimostrazione pratica verificherà se la ricostruzione del procedimento a opera degli studiosi funziona.
Non solo archeologia spettacolare: la tintura delle stoffe vuole essere l´evento di chiusura del III Simposio Purpureae Vestes dedicato ai tessuti e alle tinture del Mediterraneo Antico. Il convegno organizzato da Universitat de València, dalla Federico II, Centre Camille Jullian, Centre Jean Bérard, cominciato ieri, prosegue oggi all´ Istituto francese Grenoble. Protagonista la città di Pompei che, prima che il Vesuvio entrasse in azione, era un importante centro di produzione di tessuti, dotata di più di trenta officine destinate alla lavorazione dei prodotti tessili.
Il Centre Camille Jullian che ha sede a Aix-en-Provence, associato al Centre Jean Bérard di Napoli, in collaborazione con la Soprintendenza di Napoli e Pompei, sostiene da diversi anni un programma di ricerca per lo studio di questa particolare attività. Alcune tintorie sono state identificate come "officinae infectoriae": veri e propri laboratori che avevano sviluppato processi tecnicamente evoluti, unendo l´uso di tinture vegetali a quello di mordenti (soluzioni fissanti) di origine minerale, tra i quali soprattutto l´allume estratto dalle miniere dell´arcipelago delle Eolie.
(s. cer.)

lunedì 10 novembre 2008

La leggenda di Giovanna d’Arco

La leggenda di Giovanna d’Arco

La leggenda di Giovanna d’Arco comincia nel momento stesso in cui termina la sua storia, a mezzogiorno del 30 maggio 1431. Alla sua origine non c’è soltanto il soldato inglese che aveva visto l’anima della Pulzella salire in cielo tra volute di fumo e vorticare di faville, oppure l’aiutante del balivo di Rouen, Jean Fleury, che aveva invece sentito dire che in mezzo alla cenere che gli inglesi avevano prudentemente fatto disperdere nella Senna era stato trovato il suo cuore intatto, ancora palpitante di sangue, ma ci sono anche tutti gli ingenui, i visionari, gli increduli, i nemici giurati di ogni evidenza che, quando ancora l’afrore dell’incendio gravava sulla piazza del Vieux-Marché, si erano sforzati di convincere i popolani impietositi che quella a cui avevano assistito era soltanto una terrificante messinscena: fossero accorsi in suo aiuto gli angeli del Signore o gli abili emissari di Carlo di Valois, si fosse liberata dai lacci dietro la spessa cortina di fumo oppure avesse accettato di mandare sul rogo un’innocente sostituta, adesso Giovanna correva libera e salva per le sue campagne di Francia e presto avrebbe fatto riparlare di sé.
E come se, alla prova decisiva della morte, il nodo di contraddizioni che Giovanna aveva rappresentato per tutto il corso della sua breve e straordinaria avventura terrena si sciogliesse e desse vita nella memoria e nell’immaginario popolare a due figure contrapposte e ugualmente eccezionali: quella della santa, che molti francesi avevano cominciato a venerare ancora in vita e che Jean Fleury e il soldato inglese erano pronti a giurare di aver visto morire, e quella della strega, che Merlino aveva annunciato e che gli inglesi non avrebbero mai finito di temere. La prima, malgrado qualche voce di dissenso e qualche pausa d’oblio, non ha fatto che crescere ed ha avuto una sua definitiva consacrazione: dopo essere stata dichiarata venerabile da Leone XIII nel 1894, nel 1909 Giovanna è stata proclamata beata da Pio X e infine santa e patrona della Francia da Benedetto XV nel 1920. La seconda, resistendo alla forza dei fatti e alla perentorietà di inconfutabili smentite, ha avuto momenti di fulgore e continua ad avere periodiche risorgenze.
Giovanni Bogliolo, Giovanna D'Arco, Fabbri Editori, Milano, 2000.
pagine 231-232

giovedì 6 novembre 2008

CAMPOMARINO : ritrovamento di 18 tombe bizantine a Marinelle Vecchie

CAMPOMARINO : ritrovamento di 18 tombe bizantine a Marinelle Vecchie
06/11/2008 il Tempo

CAMPOMARINO «Il ritrovamento delle 18 tombe bizantine nell'area di Marinelle Vecchie riempie d'orgoglio il mondo dell'archeologia regionale». L'Assessore regionale ai Beni Culturali, Sandro Arco, non nasconde la soddisfazione per i risultati della campagna di scavi finanziata dalla Regione Molise, che ha portato alla luce parte di una necropoli bizantina e che potrebbe determinare una nuova «lettura» della storia del Molise.
Il ritrovamento è infatti il primo nella nostra regione a dare testimonianza dell'influenza bizantina nell'area e ad avallare l'immagine dei nostri antenati come popolazioni aperte ai traffici via mare con l'Oriente mediterraneo. «Questa scoperta si attesta tra le più importanti avvenute negli ultimi anni nella nostra Regione», tiene infatti a sottolineare l'assessore, rimarcando un altro dato significativo. «È fondamentale sottolineare che quanto scoperto potrebbe essere soltanto una piccola parte di un ampio insediamento». I dati raccolti dagli archeologi andrebbero infatti a dimostrare rapporti che fino ad oggi erano ipotizzati, ma non confermati. Tra gli oggetti ritrovati, oltre anfore e marmi che testimoniano legami con Palestina, Tunisia, Egitto e con la sponda slava, ce n'è uno davvero interessante. Un'iscrizione cristiana, databile al VI secolo dopo Cristo. «È la terza iscrizione di questo tipo rinvenuta in Molise (le altre sono però del IV-V secolo d.C.), ma rappresenta una rarità in Italia: la maggior parte di esse sono infatti presenti a Roma e non ve ne sono molte altrove», ha spiegato l'archeologo De Benedittis.
Dani.Lo.

martedì 4 novembre 2008

«La necropoli di Chiavari è la più ricca, estesa e antica in Liguria»

«La necropoli di Chiavari è la più ricca, estesa e antica in Liguria»
GIORGIO GETTO VIARENGO*
Il Secolo XIX (Levante) 03/11/2008

CHIAVARI. La prima foto della scoperta della necropoli protostorica che - è notizia di ieri - il Comune vuole "riportare a casa" a Palazzo Rocca apparve sul Secolo XIX nel marzo 1959. L`immagine ritraeva un operaio che prelevava dallo scavo un`urna cineraria, la foto è caratterizzata da colori sbiaditi ed è senza dubbio una delle iconografie più significative della cronaca di quei giorni. Il professor Nino Lamboglia, della Soprintendenza Archeologica della Liguria, diresse le operazioni di scavo e nel 1960 pubblicava un primo studio preliminare. Nell`opera, apparsa nella Rivista di Studi Liguri, esordiva con una frase di grande valore storico e culturale: «L`anno 1959 segna una data memorabile nella conoscenza della protostoria ligure. In pieno centro della città di Chiavari, e in una zona finora vergine e non sospetta di ritrovamenti e di stanziamenti anteriori al Medioevo, è venuta in luce, per un felice caso, la più ricca ed estesa necropoli della prima età del Ferro che finora si conosca nelle Riviere Liguri, ed anche la più antica. E` stato possibile scavarla con assoluto rigore, rilevarne tutte le caratteristiche e ricuperarla per intero». Il lavoro di Nino Lamboglia proseguì sino al 1969 restituendo puntuali relazioni e dati dalle diverse campagne di ricerca. La necropoli di Chiavari venne scoperta durante gli scavi di fondazione di alcuni edifici in corso Millo: più precisamente nell`area compresa tra Rupinaro, la sede degli Artigianelli e salita Levaggi. In questo rettangolo vennero alla luce più di cento tombe articolate in recinti, le tombe erano state costruite utilizzando delle lastre litiche a comporre delle "cassette" dove venivano deposte le urne cinerarie ed i corredi. La ricca documentazione lasciata dal professor Lamboglia comprende: relazioni, rilievi grafici articolati in piante e sezioni di scavo, fotografie delle fasi di scavo e delle aree messe in luce, primi studi sistematici dei materiali e loro collocazione nell`impianto generale della necropoli. In occasione delle manifestazioni per Genova 2004, capitale europea della cultura, si è tenuta una grande mostra alla Commenda di Prè. Qui si poteva osservare il lungo e fondamentale percorso dei Liguri, "un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo". Il titolo della grande mostra illustrava con precisione e fondamentali reperti la presenza e l`evoluzione della cultura Ligure. Uno dei nodi cruciali del percorso della mostra era rappresentato dalla ricostruzione di parte della necropoli di Chiavari. Diversi curatori e studiosi specialisti non hanno mancato di sottolineare quanto il valore archeologico di Chiavari sia determinante per comprendere le problematiche specifiche della protostoria; il professor Raffaele de Marinis ribadiva che «Chiavari rimane l`unica fonte importante per questo periodo». Altro passaggio determinante nel saggio di Giovanni Leonardi e Silvia Paltineri: "La necropoli di Chiavari è un contesto indispensabile per lo studio dellaprima età del Ferro».

*studioso di storia locale