lunedì 26 gennaio 2009

La dea di via Marmorata. Iside sotto i binari del tram

La dea di via Marmorata. Iside sotto i binari del tram
la Repubblica, Roma - 25-01-2009

Una scultura d´età imperiale emerge dagli scavi

Sotto appena cinque centimetri di grassa e corrosiva argilla, a Testaccio è riapparsa una dea. Bellissima, che sia Iside o Diana, nonostante qualche graffio sul volto, il naso scheggiato e la pelle del marmo leggermente rovinata. Del resto, sulle perfette forme scolpite da un maestro d´età imperiale, dal secolo scorso sferraglia il tram di via Marmorata. Ed è sotto la linea dei binari che venerdì gli archeologi hanno rinvenuto la scultura, alta circa 40 centimetri, appartenente a una statua che raffigura, forse, Artemide Efesina.

Il cantiere, diretto da Alessandra Capodiferro della Soprintendenza archeologica di Roma, ha riaperto da appena una settimana con cinquesaggi lungo via Marmorata (dopo l´interramento per la mobilità nelle feste di Natale e dopo le scoperte, fatte l´estate scorsa, di strutture commerciali e abitazioni: dall´età imperiale fino al Rinascimento). Ed ecco che subito un´importante scoperta ha riservato lo scavo, finanziato dall´Atac, in vista della sostituzione delle traversine del tram. Erano circa le dieci dell´altro ieri mattina quando Alessandra Negroni, una delle archeologhe della cooperativa Latres, ha notato un grosso pezzo di marmo affiorare dalla terra.

Ad apparire sono stati per primi gli occhi, essendo la testa poggiata con la faccia in su. Poi ecco le ciocche di capelli, la corona di fiori, il copricapo, infine il velo gonfiato e la figuretta alata. La leggera patina di calcificazione del marmo ha costretto gli archeologi a uno scavo lentissimo. C´è voluta tutta la giornata di venerdì prima di riuscire a portare completamente alla luce la testa, trasportata immediatamente, ancora sporca di argilla, al laboratorio di restauro del Museo nazionale romano.
Alessandra Capodiferro e la collega Paola Quaranta attendono di sapere dalle analisi, ad esempio, il tipo di marmo impiegato per questa testa che è stata ritrovata in mezzo a detriti edilizi di varie epoche e, quindi, ora è difficile stabilirne la provenienza. Le due archeologhe, a caldo fanno però notare la presenza di attributi di Iside ma anche di Artemide (Diana): «Alla dea egizia potrebbero appartenere i particolari della corona di fiori ma anche delle sfingi presenti sul copricapo».

Il Kalathos (privo della parte terminale, turrita) attiene però all´iconografia di Artemide, come lo sono anche il velo gonfio di vento alle sue spalle e la piccola Nike che, mentre nasconde la destra dietro l´orecchio della dea, nell´altra mano tiene un ramo di palma, simbolo appunto della Vittoria.

La bellissima testa è stata rinvenuta poco oltre l´altezza dell´arco di San Lazzaro, alle pendici dell´Aventino. Da domani gli archeologi andranno avanti a scavare ma solo sotto i binari. Promettono che rispetteranno il cronoprogramma: indagini accurate ma serrate, per riportare rapidamente il tram su via Marmorata.

(25 gennaio 2009)

Il ritorno dell'età del Bronzo Un patrimonio storico e turistico

Il ritorno dell'età del Bronzo Un patrimonio storico e turistico
Raffaele Di Noia
25/01/2009 IL SECOLO XIX

Graffiti e incisioni rupestri riportano alla luce il nostro passato.

IL SAVONESE come Lascaux e Altamira? Potrebbe essere una delle svolte possibili suggerite dalle attrattive del nostro territorio. I graffiti e le incisioni rupestri che hanno reso celebri nel mondo le località francese e spagnola sono infatti il tesoro per gran parte ancora da scoprire della nostra provincia. Come la punta di un iceberg il patrimonio esistente lascia intuire potenzialità notevoli in tal senso. L'ultima delle quali riguarda Quiliano. Insieme alle tracce più famose del Finalese e della zona a ridosso del Beigua, sono diversi i siti che stanno facendo riaffiorare autentici tesori millenari e testimonianze dei nostri antenati.
«La maggior parte dei nostri siti sono tutti legati all'età del Bronzo e continuano a dare risultati sorprendenti - racconta Carmelo Prestipino, presidente della società savonese di Storia Patria e docente di arte rupestre all'Univalbormida di Carcare - solitamente l'attenzione era concentrata sull'area più interna del Finalese e sulla zona del Beigua da Alpicella fino a scendere nella valle sottostante. Anche la Valbormida presenta tracce notevoli nell'area compresa tra Pallare, Plodio e Millesimo. Ad esse si è aggiunto da pochissimo il Quilianese. Ci sono testimonianze importanti sulle quali bisognerà lavorare parecchio. Abbiamo individuato nuove incisioni rupestri e altre tracce consistenti. Certo, non possiamo dire che il nostro territorio sia ricco come la Valcamonica. Le potenzialità di uno sviluppo della nostra provincia anche sotto il profilo dell'arte rupestre ci sono però tutte».
Un bagaglio di possibilità reso ancora più grande dalla varietà delle tracce rupestri del Savonese. Oltre ai "segni" legati all'Età del Bronzo, sono tantissime le testimonianze di arte rupestre medievali che costellano la nostra provincia. Tutte - come hanno confermato e confermeranno sia venerdì sia il 6 febbraio (ore 16 biblioteca Barrili di Carcare) pure le conferenze dello stesso Prestipino - hanno già catturato l'attenzione anche di esperti da tutto il mondo.
«L'anno scorso sono venuti ad approfondire la conoscenza del nostro territorio studiosi portoghesi, greci e brasiliani - prosegue il docente - un'occasione che si è rivelata e si potrà rivelare in futuro non soltanto un modo per scoprire nuove ricchezze rupestri ma anche per divulgare un'immagine del territorio costruttiva anche sotto il profilo turistico».
A simili premesse si aggiungono anche le possibilità di sviluppo di una conoscenza del territorio che può avere riflessi positivi anche sulle generazioni future. L'approccio dei bambini delle scuole elementari con l'archeologia sperimentale ha finora dato risultati eccellenti (anche se da incrementare) in termini di interesse. Lo stesso vale per gli adulti. Come conferma anche il corso "L'uomo sulla roccia: l'arte rupestre in Macedonia; presenze di arte rupestre in Liguria, segni incisi in età medievale tra il Finalese e la Valbormida; la cristianizzazione del segno (tracce materiali e leggende)" tenuto dallo stesso Prestipino.
«L'interesse del pubblico è davvero notevole - conferma il docente - quello dei bambini è a dir poco eccezionale. I più piccoli spesso fanno delle domande e delle osservazioni che, non di rado, suggeriscono letture interessanti e nuove di quanto si è scoperto o si va scoprendo. E' anche per questo che vogliamo intensificare l'attività nelle scuole. Rappresenta il modo migliore per costurire una mentalità rispettosa dell'ambiente. Si sente parlare spesso di sensibilità ambientale ma rischia di rimanere solo un concetto sulla carta se ai bambini non si fa percepire fin da subito l'ambiente come una ricchezza che va preservata. Una strada per sensibilizzare può essere proprio quella della conoscenza del bagaglio della nostra arte rupestre vissuta visitando i sentieri che ne posseggono le tracce. Potrebbe rappresentare un passaggio didattico di notevole importanza».



Egnazia, spunta la Pompei della Puglia

Egnazia, spunta la Pompei della Puglia
TITTI TUMMINO
DOMENICA, 25 GENNAIO 2009 LA REPUBBLICA - Bari

Il parco archeologico di Egnazia non smette di stupire. Gli ultimi scavi hanno portato alla luce nuovi incredibili tesori: tombe mai violate, una cappella con tracce di pavimento, presbiterio e balaustra, un complesso termale con ancora gli ambienti per i bagni caldi e freddi.

Scoperte che candidano il sito a diventare la Pompei della Puglia, come dice il direttore regionale dei Beni culturali, Ruggiero Martines. Che intanto ha bloccato i lavori per la realizzazione di uno stabilimento balneare all´interno dell´area archeologica.


I nuovi scavi nel sito riportano alla luce una cappella, tombe mai violate e un complesso termale L´area archeologica diventa così uno dei parchi più importanti ed estesi dell´intero Mezzogiorno



Ritrovati anche preziosi corredi funerari
I risultati delle ricerche bloccano i lavori per la realizzazione di uno stabilimento balneare all´interno del complesso




Quando il poeta latino Orazio, vissuto nella seconda metà del primo secolo a. C., proveniente da Roma lungo la via Minucia, futura Traiana, si trovò davanti lo spettacolo di Egnazia, si può facilmente immaginare ne rimase abbagliato. Fra le meraviglie, quel santuario che svettava sull´Acropoli, perla di questo fazzoletto di terra ampio circa 40 mila metri quadrati, affacciato sul più bel mare Adriatico. Il sito archeologico di Egnazia ne ha già svelate molte di quelle meraviglie, facendosi conoscere ben oltre i confini della Puglia come uno dei più importanti d´Italia, testimonianza dell´antica civiltà messapica e romana, e caso unico, a parte Ostia, di complesso archeologico affacciato sul mare.

Gli scavi partiti ai primi del Novecento ad opera di Quintino Quagliati e affidati dal 2001 al dipartimento di Scienze dell´antichità all´Università di Bari hanno restituito testimonianze fra le più preziose del nostro passato remoto, cimeli e reperti, ma anche basiliche, edifici e chiese, che raccontano dell´antica civiltà, quella dei Messapi appunto, vissuti fino al terzo secolo a.C. Una popolazione socialmente evoluta, che si dedicava ad agricoltura e pastorizia, ma anche alla manifattura ceramica, con i suoi luoghi di culto e le tante sepolture dalle quali sono emerse migliaia di reperti custoditi nell´annesso museo.

Ma Egnazia non smette di stupire. E con le nuove scoperte, avvenute nell´arco degli ultimi due mesi, grazie alla squadra di giovani archeologi dell´Ateneo barese, regala nuovi incredibili tesori. Tanto da spingere Ruggiero Martines, direttore regionale dei Beni culturali, a candidarla come la Pompei della Puglia. Il nuovo scavo ha evidenziato alle falde dell´Acropoli, lungo la costa, una serie di strutture databili a partire dal terzo secolo a. C. fino all´età tardoantica e strettamente correlate con quelle evidenziate nella città romana già presente nel parco. Gli archeologi hanno riportato alla luce alcune tombe, finora mai violate, che hanno restituito corredi funerari con pregevoli ceramiche a figure rosse. Ma anche un complesso termale, uno stabilimento vero e proprio, con ancora gli ambienti per il bagno caldo e quello freddo. Chicca fra le chicche dei nuovi ritrovamenti, la scoperta di una cappella, crollata presumibilmente alla fine del V secolo d. C., con tracce del pavimento, della balaustra e del presbiterio, a dimostrazione che la diocesi di Egnazia in quell´epoca era ricca di strutture di culto.
Insomma degli autentici gioielli che rivestono enorme importanza storica perché si riconnettono direttamente con la città di Egnazia conservata nel parco archeologico e dimostrano come l´area urbana si ampliasse fino alla linea di costa. Il sito potrebbe dunque diventare un unico grande complesso, uno dei parchi archeologici più estesi del Mezzogiorno, se non fosse per una sorta di spada di Damocle pendente. Gli scavi che hanno portato a queste nuove scoperte sono stati infatti dettati dall´urgenza di preservare l´area dalla possibile realizzazione di uno stabilimento balneare. Niente di illegale, beninteso, ma una possibilità sfruttata da alcuni imprenditori monopolitani che hanno acquistato una parte del terreno, proprio quella dove sono state effettuate le nuove scoperte, che è privata seppur sottoposta a vincolo della Soprintendenza archeologica.
Alla luce dei nuovi ritrovamenti, è quindi scattato lo stop all´insediamento balneare, già battezzato Lido Punta penna grande sulle colonnine realizzate all´ingresso, mentre a pochi metri è visibile il piccolo fabbricato costruito in stile antico, dove avrebbero dovuto trovar posto bagni e bar. La Direzione regionale ai Beni culturali, che ha affidato la direzione scientifica delle ricerche a Raffaella Cassano dell´Università di Bari e quella tecnica ad Angela Cinquepalmi della Soprintendenza archeologica, è ora impegnata ad acquisire allo Stato il territorio in questione per realizzare quel grande parco di Egnazia affacciato sul mare, che rappresenterebbe un´occasione culturale unica per tutta la regione. Un´impresa che vede alleati il sindaco di Fasano, Pasquale Di Bari, e la Provincia di Brindisi, disposta a spostare a monte la strada che attualmente taglia in due l´area archeologica: un progetto da due milioni e mezzo di euro, derivanti da fondi Cipe, già approvato. Nel nome della nostra grande storia, la speranza è che la Puglia possa avere la sua Pompei.

mercoledì 21 gennaio 2009

Dalla Statale alla ricerca dell´antica Palmira perduta

Dalla Statale alla ricerca dell´antica Palmira perduta
PAOLO SCANDALE
MERCOLEDÌ, 21 GENNAIO 2009 LA REPUBBLICA - Milano

Due missioni archeologiche in Siria per studiare architettura e cambiamenti climatici

La coordinatrice: "Unire ricerca e insegnamento è lo scopo dell´ateneo"

Dalle aule dell´università al deserto siriano. Due missioni guidate da docenti della Statale con la partecipazione di alcuni studenti stanno studiando la zona della città di Palmira, uno dei più importanti siti archeologici del Mediterraneo, laddove la regina Zenobia si ribellò al potere di Roma.
Una spedizione lavora, ed è la prima volta per degli italiani, all´interno della città, concentrandosi su un quartiere centrale finora trascurato dagli studiosi. Circa 114mila metri quadrati molto importanti perché rappresentano la "cerniera" tra due diverse epoche di Palmira: «Le costruzioni del quartiere sono diverse sia da quelle della parte più antica a sud, sia da quelle della parte romana a nord - spiega la professoressa Maria Teresa Grassi che guida la missione - si può perciò supporre che proprio da qui sia partito il primo nucleo di espansione della città romana e cercare di capire quando questa trasformazione iniziale sia avvenuta».
La campagna di scavo ha già portato alla luce una domus del periodo bizantino e permetterà di studiare l´edilizia residenziale di Palmira. Ma ha posto anche interrogativi inediti ai quali si cercherà risposta nel 2009: «Torneremo in primavera per lo studio dei materiali - aggiunge Grassi - poi a novembre allargheremo lo scavo per raggiungere il livello romano che finora abbiamo solo intravisto».
Di natura diversa la missione guidata dal professor Mauro Cremaschi, che si svolge nei territori desertici attorno all´oasi di Palmira e analizza i mutamenti climatici che hanno colpito la zona, trasformatasi da area con una ricca vegetazione in un deserto, e i processi sociali e culturali da essi innescati. La spedizione ha rinvenuto circa 250 siti archeologici: «Rivelano che in epoca più antica la popolazione occupava una parte più ampia dell´area, fino a 10 chilometri dall´attuale oasi - osserva Cremaschi - ma con il processo di desertificazione si è progressivamente concentrata nelle vicinanze delle risorse d´acqua rimaste». A dimostrarlo i resti di accampamenti che seguono l´andamento delle sponde di un lago d´acqua salata che si trova poco distante dall´oasi. Tra i reperti più caratteristici, i desert kites ("aquiloni del deserto"), trappole per gazzelle costituite da piccoli recinti in pietra utilizzati dai cacciatori quando la zona era popolata da una ricca fauna animale. Tutti questi elementi verranno approfonditi nel 2009, con un ulteriore studio dei siti e lo svolgimento di analisi stratigrafiche, che potrebbero permettere di ricostruire l´andamento dei cambiamenti climatici negli ultimi 10-15mila anni. Epoche remote quindi, ma risultati scientifici attuali: «Conoscere le dinamiche di questi mutamenti e le loro conseguenze può essere importante anche per affrontare il riscaldamento globale odierno», conclude Cremaschi. Ma lo scopo comune a entrambe le missioni è didattico: «È importante che i ragazzi facciano esperienza sul campo e imparino un metodo - sottolinea la professoressa Grassi - . Unire ricerca scientifica e insegnamento realizza lo scopo dell´università».

Castelli e cattedrali di Puglia, il segno dei normanni

Castelli e cattedrali di Puglia, il segno dei normanni
di COSIMO DAMIANO FONSECA*
Corriere del Mezzogiorno - LECCE - 2009-01-21 num: - pag: 12

Lo sviluppo dei primi centri urbani durante il Medioevo avvenne intorno ai simboli del potere civile e religioso costruiti dai nuovi dominatori

Il professor Fonseca anticipa al Corriere del Mezzogiorno i temi della sua conferenza di oggi a Bari (ore 17.30, biblioteca Ricchetti in via Sparano 149) sul tema «Castello e Cattedrale » per il ciclo dei «Mercoledì con la Storia» del Centro di Studi Normanno Svevi
Il tema della ubicazione dei due principali centri rappresentativi del potere, la cattedrale e il castello, nelle città medievali meridionali, non è argomento risolvibile in poche battute. Già negli anni Sessanta alcuni studi evidenziarono la duplicità delle valenze culturali risultanti dall'ubicazione, contrapposta, delle cattedrali e dei castelli o palazzi pubblici, elementi simbolici di forte impatto e sedi dei poteri politici territoriali.
L'assetto urbano pugliese prima della conquista normanna appariva caratterizzato da pochi centri risalenti al periodo romano e in molti casi decadenti. Per dare un adeguato risalto al tema relativo all'organizzazione territoriale e alle istituzioni ecclesiastiche legate alla conquista normanna, si deve far riferimento al generale fenomeno che, tra la fine dell'XI secolo e i primi due decenni del secolo seguente, vide coinvolto in maniera significativa l'intero Mezzogiorno italiano. In quel periodo, infatti, da una parte l'erezione di castelli e la riorganizzazione su base comitale e signorile dei centri politico-ammi-nistrativi, e dall'altra l'istituzione di nuove diocesi con la conseguente costruzione delle cattedrali e il riassetto dell'ordinamento ecclesiastico all'interno di un contesto segnato da due diverse obbedienze religiose, la romana e la bizantina, furono tra i tratti distintivi dell'arrivo dei normanni e della strutturazione del regno meridionale.
Si tratta peraltro di temi che hanno riscosso particolare e mirata attenzione, e che nelle sedicesime Giornate normanno-sveve su «I caratteri originari della conquista normanna» hanno conosciuto un momento di sintesi di indubbia efficacia e utilità. Gli studi di Errico Cuozzo strettamente collegati alle ricerche di Evelyne Jamison, quelli di Leon- Réne Menager, Dione Clementi, Gerardo Sangermano, fino ai saggi di Jean-Marie Martin sul Ducato e di Franco Porsia proprio su «I segni sul territorio», riferiti a città e fortificazioni, non sottacendo gli studi di Paolo Delogu su Salerno e, più in generale, sul Mezzogiorno normanno, hanno posto le basi per una definitiva comprensione della questione.
Nell'incontro di questo pomeriggio per il ciclo «I mercoledì con la Storia» del Centro di Studi Normanno-Svevi, dal titolo «Castello e Cattedrale: un problema non solo urbanistico», si proverà, dunque, a ragionare su alcuni punti nodali che riguardano la nascita e l'evoluzione della città meridionale, delle sue componenti politiche, istituzionali e culturali insistenti nel tempo. La distrettuazione episcopale nella politica normanna che introduce per la prima volta nel Mezzogiorno, tradizionalmente carente di città, un sistema territoriale a carattere urbano; l'ubicazione delle Cattedrali e dei Castra che privilegia un sito strategico rispetto alla cinta muraria, alle porte di accesso alla città e segnatamente all'altro polo di rilevante peso urbanistico costituito dal castrum; l'ubicazione delle Cattedrali nel centro urbano in salda correlazione con le strutture castellari, da non considerare una mera o casuale scelta urbanistica, ma il risultato di due piste convergenti, l'una di carattere politico, l'altra di interesse ecclesiastico. Questo processo si accompagna a una vera e propria scelta ideologica sul ruolo della Chiesa cattedrale e che trova significativi riscontri nel capitolo XIX del libro III della Cronaca di Goffredo Malaterra e in un alcune laudes civitatis dell'Italia meridionale normanna. Tutto ciò inserisce pienamente il regno nell'Europa medievale e nel Mediterraneo in generale, in una prospettiva naturale che permane ancora oggi nella mentalità e nelle esperienze culturali dei territori meridionali, tanto da poter dire che la Puglia delle città sia iniziata con i Normanni.
* Accademico dei Lincei, già rettore dell'università della Basilicata e docente di Storia medievale all'università di Bari
Il cambiamento
Tra la fine dell'XI secolo e l'inizio del successivo la nuova organizzazione territoriale coincise con il riassetto dell'ordinamento ecclesiastico

domenica 18 gennaio 2009

Il guerriero Scoperte a San Severo tombe d'epoca dauna e i resti di un uomo sepolto con le sue armi

Il guerriero Scoperte a San Severo tombe d'epoca dauna e i resti di un uomo sepolto con le sue armi
LUCA PERNICE
Corriere del Mezzogiorno 15/01/2009

Anche resti umani, probabilmente di un guerriero vissuto in provincia di Foggia, tra il IV e il III secolo avanti Cristo, tra il materiale rivenuto all'interno di due tombe nelle campagne di San Severo; materiale che stava per essere trafugato da quattro persone, tutte denunciate all'autorità giudiziaria. Un'operazione portata a termine dagli uomini della Guardia di Finanza del comando provinciale di Foggia, che è riuscita a recuperare oltre centoventi reperti archeologici risalenti - secondo gli esperti - ad un periodo compreso tra i il IV e il III secolo avanti Cristo.
Una scoperta «eccezionale» anche per Giovanna Pacilio, della Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia: «Si apre una pagina importante per la storia archeologica della provincia di Foggia poiché, per la prima volta, nelle campagne di San Severo sono state scoperte delle tombe risalenti all'epoca Dauna ». E, dopo la scoperta di ieri, non si può escludere che nella zona vi sia una vera e propria necropoli.
«Serpente», questo il nome della località dove la Guardia di Finanza, tenendo sotto controllo l'opera dei quattro tombaroli, peraltro già noti alle forze dell'ordine sempre per gli stessi reati, ha scoperto due tombe cosiddette «a grotticelle », ossia scavate nella roccia. All'interno di queste tombe i militari e gli archeologi della Soprintendenza hanno scoperto due ricchi corredi funebri, di inestimabile valore artistico e archeologico.
In particolare, ha spiegato la dottoressa Pacilio, sono state recuperate piccole anfore; bellissimi e intatti anche alcuni bacili in bronzo con decorazioni in rosso, diversi piccoli vasi in ceramica utilizzati per versare l'olio, con disegni di donne distese e avvolte da veli. Un vero e proprio tesoro, che deve essere ancora selezionato e studiato, come i piccoli manufatti colorati recuperati sempre all'interno delle tombe, che venivano utilizzati per riempire le lucerne: manufatti su cui vi sono dei disegni di volti di donna avvolti dalle arpie.
Nel corso dell'esplorazione di una delle due tombe - a quattro metri di profondità - gli archeologi hanno trovato anche i resti umani di una persona sepolta in posizione fetale. Dai primi accertamenti potrebbe trattarsi di un guerriero, risalente all'epoca della Daunia, sepolto con il suo ricco corredo funebre e di armi: accanto ai resti umani sono stati, infatti, trovati pezzi di giavellotto e punte di lancia.
Nel corso dell'esplorazione delle tombe gli archeologi hanno verificato l'esistenza di numerosi «dromos», corridoi. E proprio questo particolare lascia intendere che in quella zona ci potrebbero essere almeno una quarantina di altri sepolcri.
Inoltre, nel percorrere uno di questi «dromos» gli archeologi hanno anche scoperto altre due tombe, ma non a «grotticelle». La prima, chiusa con una lastra, era del tutto vuota, mentre nella seconda, con una copertura realizzata da un tegolone, gli studiosi hanno trovato i resti di un bambino e qualche oggetto del suo corredo funebre.
Una scoperta definita eccezionale, poiché gli archeologi avevano incentrato le ricerche in altre zone della Capitanata, considerate ricche di tombe: oggi anche le campagne di San Severo e, in particolare, la località Serpente, rivestono un importante interesse storico e archeologico.

Fu in Siria il primo attacco chimico, 17 secoli fa

Fu in Siria il primo attacco chimico, 17 secoli fa
Guido Santevecchi
Corriere della Sera - 16-01- 2009 - pag: 41


I persiani usarono una speciale mistura di fumi tossici per uccidere venti legionari romani


LONDRA — I resti dei venti legionari romani, seppelliti in una fossa comune nel III secolo dopo Cristo, erano stati scoperti nel 1930 vicino al villaggio di Salhiyé in Siria. Erano allineati, ancora con l'equipaggiamento da battaglia, ma gli archeologi non trovarono tracce di colpi mortali sugli scheletri. Che cosa aveva segnato il fato di quei soldati caduti alla frontiera orientale dell'impero? Secondo Simon James, studioso dell'Università di Leicester, furono uccisi dal primo attacco chimico documentato nella storia.
Correva l'anno 256 e la guarnigione romana di Dura Europos, sulla sponda destra dell'Eufrate, era stata investita dall'assalto dell'esercito sassanide venuto dalla Persia. L'assedio fu condotto anche scavando gallerie per far crollare le mura del forte e i difensori cercarono di resistere infilandosi anche loro sotto terra e costruendo tunnel che nei manuali militari dei secoli successivi si sarebbero chiamati di contromina. I romani cercavano di intercettare i cunicoli del nemico, ma i persiani evidentemente li sorpresero.
Eppure, restava il mistero: come avevano fatto i guerrieri persiani a massacrare venti legionari in uno spazio così stretto, con un diametro di poco più di due metri e una lunghezza di una dozzina? I romani erano protetti da scudi, armati di gladio, addestrati: avrebbero potuto formare una testuggine imperforabile e indietreggiare. La risposta è stata trovata esaminando il terreno nel quale erano sepolti, lo stesso sul quale erano caduti: gli archeologi inglesi hanno individuato cristalli di zolfo e forti tracce di bitume. I genieri sassanidi avevano acceso il fuoco all'imboccatura e con la miscela di zolfo e bitume avevano creato una nube tossica, un gas asfissiante che non aveva lasciato scampo al nemico.
James osserva che «è stato molto eccitante e anche raccapricciante arrivare a questa conclusione, perché quegli uomini morirono in un modo orrendo, respirando diossido di zolfo e un complesso di fumi petrolchimici che, quando sono bruciati insieme, diventano letali. Credo che questa sia la prova archeologica più antica di guerra chimica mai rilevata, l'inizio di un modo di combattere e uccidere che è arrivato fino ai nostri giorni». Gli esperti di anatomia patologica ritengono che i legionari siano crollati nel giro di pochi minuti nel pozzo invaso dal fumo. L'avamposto fu sopraffatto dai persiani, Dura Europos cadde e l'impero romano si ritirò.
Il re persiano Dario III durante la battaglia di Isso (333 a.C.) in un affresco di epoca romana.

domenica 11 gennaio 2009

recupero della più antica conceria del mondo, a Pompei

recupero della più antica conceria del mondo, a Pompei
Carlo Avvisati
04/01/2009 IL MATTINO

Hanno avuto inizio i lavori per il recupero della più antica conceria del mondo, negli scavi di Pompei, quasi alla fine della via Stabiana. In pratica, gli specialisti del Centro Jean Berard di Napoli, coordinati dal direttore, l’archeologo Jean-Pierre Brun, nella parentesi di bel tempo tra una pioggia torrenziale e l’altra hanno aperto il cantiere per recuperare una struttura senza eguali per valenza scientifica e storica. La fabbrica, una conceria dove si lavoravano le pelli che arrivavano dall’entroterra campano, in prevalenza dall’Irpinia, venne impiantata nel corso I secolo dopo Cristo in un’area situata alla periferia sud della città, prossima a una delle più importanti porte d’accesso a Pompei: quella che indirizzava alla vicina Stabiae. L’opificio venne scoperto nel 1873 e interamente scavato negli anni ’50 del secolo scorso, durante il periodo in cui fu soprintendente don Amedeo Maiuri. Una delle caratteristiche dell’edificio, che tuttavia non era nuova a Pompei, è data dalla divisione degli ambienti che accoglievano sia l’abitazione del proprietario sia i locali per la lavorazione delle pelli. Il portico era infatti diviso in scompartimenti, separati da tramezzi nella cui muratura era contenuta la condotta che portava l’acqua alle giare. Nell’area retrostante il portico si trovano quindici vasche circolari, in muratura, intonacate con calcestruzzo di buona fattura; dodici di esse venivano usate per la concia vegetale (si utilizzavano il legname e le foglie di castagno o di quercia) di pelli grandi, e tre per quella delle pelli piccole in cui si impiegava l’allume di rocca. Numerose anfore piene di quel minerale, provenienti dalle isole Eolie, sono state difatti rinvenute in un primo intervento di scavo. Sotto il portico centrale della casa si sviluppava la prima fase del lavoro: l’animale veniva scuoiato e la pelle immersa nei tini contenenti tannino. Quando l’intero processo di concia era terminato, le pelli venivano stese ad asciugare su uno stenditoio. «Il dato importante - sottolinea Jean-Pierre Brun - oltre al fatto che quasi tutta l’insula era occupata da concerie, è che la conceria che stiamo recuperando era stata impiantata su una officina dello stesso tipo risalente alla I metà del primo secolo dopo Cristo». Questo significa che quella lavorazione, qualche anno prima dell’eruzione, aveva avuto un grosso sviluppo industriale. Se i calzolai, come rivela Marziale, facevano denari a palate preparando stivaletti alla moda e scarpe particolari per gli elegantoni, come non avrebbe potuto arricchirsi chi il cuoio e i pellami li preparava, magari senza impegnare grandi capitali? E il proprietario di quella conceria aveva davvero accumulato sesterzi. Tanto che per mostrare agli amici e agli ospiti il suo nuovo status di arricchito aveva comprato e fatto posare sul pavimento del triclinio un mosaico con teschio e attrezzi da muratore, a simboleggiare la brevità della vita e la necessità di doversela godere. Il recupero, che per la soprintendenza archeologica speciale di Napoli e Pompei è seguito dall’architetto Paola Rispoli, sarà condotto con il contributo dell’Unione Nazionale Industria Conciaria (Unic), con la quale la Soprintendenza ha sottoscritto una convenzione. L’intervento in atto consentirà di coprire le stanze delle vasche e delle arre con i dolii e il bancone, oltre a restaurare le vasche e il triclinio estivo. Questa prima tranche di lavori deve essere completata per l’estate 2009. «Al termine del restauro - sottolinea l’archeologo francese - però, avremo recuperato e reso fruibile ai visitatori di Pompei e agli studiosi uno spaccato di vita e di lavoro non solo risalente a 2000 anni fa ma unico nel suo genere».

Taranto va alla ricerca della «Dea» perduta

Taranto va alla ricerca della «Dea» perduta
di GIACOMO ANNIBALDIS
04 gennaio 2009, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

IL paradosso non può essere più eclatante: mentre diminuiscono i fondi necessari a tutelare il nostro patrimonio archeologico, a potenziare sovrintendenza e musei, a salvare dai tombaroli reperti e capolavori, ecco che aumenta nella popolazione la consapevolezza del proprio passato, cui sì accredita anche la speranza che possa convertirsi in risorsa economica per il territorio.
Da qui nascono rivendicazioni e lotte legali per recuperare il patrimonio perduto (con vittorie come quella che ha visto tornare in Italia ì capolavori della mostra «Nòstoi» a Roma: con i grifoni trafugati ad Ascoli Satriano); o per riaccogliere - anche solo temporaneamente - i capolavori dispersi. A ciò che sta avvenendo in questi ultimi tempi a Taranto, una città che tenta di risollevarsi puntellandosi soprattutto sulla cultura e sul riaperto Museo archeologico. Gruppi di cittadini premono affinché la «Dea in trono», la bella scultura posseduta dagli Staatliche Museen di Berlino, possa tornare nella città magnogreca dove riemerse nei primi anni del XX secolo. Difatti sembra impossibile rivendicarne la restituzione, dal momento che la statua fu venduta da un «legittimo proprietario» al Kaiser tedesco.
Quel che si può ottenere - e sarebbe comunque un bel regalo per i tarantini e la Puglia - è un prestito, per il tempo adeguato per far ammirare la «dea» di Taranto ai suoi attuali abitanti. D`altronde qui, nel suo territorio, le sarebbe riservata una adeguata visibilità, più dì quanta ne abbia a Berlino, dove la sua singolare bellezza sminuisce accanto alla maestosa fabbrica marmorea del Pergamon.
Scolpita in prezioso marmo pario e alta un mero e mezzo, la statua ripropone uno stile «severo» quasi arcaizzante, come è consueto per immagini cultuali: la sua datazione difatti è posta alla metà del V secolo a. C. Doveva essere dipinta e ornata - come mostrano fori sui lobi delle orecchie e sul capo - da orecchini e da un diadema d`oro. La fragilità di alcune parti suggeriscono che essa fu scolpita a Taranto, magari da uno scultore greco (proveniente da Egina?). La dea è purtroppo monca delle braccia. In realtà su dì essa aleggia più di un mistero. Non tutti gli studiosi sarebbero concordi che essa fosse riemersa a Taranto (benché questa sia la localizzazione indicata anche dal museo berlinese): alcuni infatti ne congetturano una origine locrese. E alquanto torbida appare anche la vicenda della sua vendita nel 1915 alla Germania, tra mercati antiquari clandestini, sequestri da parte della polizia francese, rivendicazione di legittimi proprietari... D`altronde le leggi di allora sui beni culturali non erano così severe come lo divennero in seguito, negli anni Trenta. E misteriosa è anche l`identificazione della immagine, che a prima vista rievoca la comune icona della «Dea Madre», grazie alla matronica presenza e a quel seno sinistro che sbuca nudo dall`«himation» (mantello). Per la Zancani Montuoro - l`archeologa che per prima ne propose una derivazione tarantina - essa raffigura la dea Persefone, la dea degli inferi che a Taranto aveva un suo santuario e godeva di un culto. Ma non è da escludere che possa essere una più composta Afrodite (come scrive Madeleine Mertens-Horn, soprattutto per l`indizio della cuffia, in genere indossata da fanciulle in attesa di matrimonio). Non si dovrebbe escludere l`identità di Demetra, la madre di Persefone, spesso raffigurata in trono. Quali oggetti presentava nelle mani? Una melagrana (attributo di Demetra e di Persefone), una colomba (attributo di Afrodite)? Ovvero un bambino? Senza dubbio l`integrità avrebbe aiutato l`inter- pretazione. Il ritorno potrebbe favorire nuovi studi.