mercoledì 21 gennaio 2009

Dalla Statale alla ricerca dell´antica Palmira perduta

Dalla Statale alla ricerca dell´antica Palmira perduta
PAOLO SCANDALE
MERCOLEDÌ, 21 GENNAIO 2009 LA REPUBBLICA - Milano

Due missioni archeologiche in Siria per studiare architettura e cambiamenti climatici

La coordinatrice: "Unire ricerca e insegnamento è lo scopo dell´ateneo"

Dalle aule dell´università al deserto siriano. Due missioni guidate da docenti della Statale con la partecipazione di alcuni studenti stanno studiando la zona della città di Palmira, uno dei più importanti siti archeologici del Mediterraneo, laddove la regina Zenobia si ribellò al potere di Roma.
Una spedizione lavora, ed è la prima volta per degli italiani, all´interno della città, concentrandosi su un quartiere centrale finora trascurato dagli studiosi. Circa 114mila metri quadrati molto importanti perché rappresentano la "cerniera" tra due diverse epoche di Palmira: «Le costruzioni del quartiere sono diverse sia da quelle della parte più antica a sud, sia da quelle della parte romana a nord - spiega la professoressa Maria Teresa Grassi che guida la missione - si può perciò supporre che proprio da qui sia partito il primo nucleo di espansione della città romana e cercare di capire quando questa trasformazione iniziale sia avvenuta».
La campagna di scavo ha già portato alla luce una domus del periodo bizantino e permetterà di studiare l´edilizia residenziale di Palmira. Ma ha posto anche interrogativi inediti ai quali si cercherà risposta nel 2009: «Torneremo in primavera per lo studio dei materiali - aggiunge Grassi - poi a novembre allargheremo lo scavo per raggiungere il livello romano che finora abbiamo solo intravisto».
Di natura diversa la missione guidata dal professor Mauro Cremaschi, che si svolge nei territori desertici attorno all´oasi di Palmira e analizza i mutamenti climatici che hanno colpito la zona, trasformatasi da area con una ricca vegetazione in un deserto, e i processi sociali e culturali da essi innescati. La spedizione ha rinvenuto circa 250 siti archeologici: «Rivelano che in epoca più antica la popolazione occupava una parte più ampia dell´area, fino a 10 chilometri dall´attuale oasi - osserva Cremaschi - ma con il processo di desertificazione si è progressivamente concentrata nelle vicinanze delle risorse d´acqua rimaste». A dimostrarlo i resti di accampamenti che seguono l´andamento delle sponde di un lago d´acqua salata che si trova poco distante dall´oasi. Tra i reperti più caratteristici, i desert kites ("aquiloni del deserto"), trappole per gazzelle costituite da piccoli recinti in pietra utilizzati dai cacciatori quando la zona era popolata da una ricca fauna animale. Tutti questi elementi verranno approfonditi nel 2009, con un ulteriore studio dei siti e lo svolgimento di analisi stratigrafiche, che potrebbero permettere di ricostruire l´andamento dei cambiamenti climatici negli ultimi 10-15mila anni. Epoche remote quindi, ma risultati scientifici attuali: «Conoscere le dinamiche di questi mutamenti e le loro conseguenze può essere importante anche per affrontare il riscaldamento globale odierno», conclude Cremaschi. Ma lo scopo comune a entrambe le missioni è didattico: «È importante che i ragazzi facciano esperienza sul campo e imparino un metodo - sottolinea la professoressa Grassi - . Unire ricerca scientifica e insegnamento realizza lo scopo dell´università».

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