domenica 25 marzo 2012

Come battaglia non fu un gran che, quella di Anghiari...

Come battaglia non fu un gran che, quella di Anghiari...
di Antonio Angeli
IL TEMPO 23/03/2012

Come battaglia non fu un gran che, quella di Anghiari, combattuta da mattina a sera il 29 giugno 1440, tra i quasi diecimila sotto la bandiera della Repubblica di Firenze e gli sparuti mille del Ducato di Milano.

Produsse un gran frastuono di armature, scudi e zoccoli (c'erano più di duemila cavalieri).

Il Machiavelli ne rideva, tanto che scrisse: «In sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d'altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò». La battaglia, quella vera, ci fu, di sguardi e insulti a mezza bocca, più o meno nell'aprile del 1503, tra Leonardo da Vinci, chiamato a dipingere la Battaglia di Anghiari sulla parete destra nel salone del consiglio comunale a Palazzo Vecchio, e Michelangelo, che invece doveva affrescare il muro sinistro con la Battaglia di Cascina, che fu decisamente più sanguinosa della prima, con più di mille morti. Avvicinare due persone così non fu una buona idea. Michelangelo realizzò degli schizzi, poi lasciò tutto. Leonardo tentò un esperimento, una sorta di pittura a caldo che si rivelò un disastro. Anche lui mollò tutto, lasciando il dipinto rovinato. Ma sufficientemente visibile, tanto che Paul Rubens, una cinquantina di anni dopo, ne trasse un bello schizzo oggi esposto al Louvre. Della leonardesca Battaglia di Anghiari si persero le le ultime tracce nel 1557, quando su quella stessa parete furono realizzati gli affreschi del Vasari. Fino ai giorni nostri, quando Maurizio Seracini, ingegnere biomedico, «inventore» della diagnostica dei beni culturali, ha cominciato a dare la caccia al dipinto perduto in un'intercapedine del Salone dei Cinquecento, proprio dietro ad un affresco del Vasari. Scatenando polemiche a non finire perché, a detta di alcuni, per fare queste ricerche si rischia di rovinare il capolavoro vasariano. Ma suscitando anche ammirazione perché la «caccia» al capolavoro perduto di Leonardo non può che affascinare. La lacca rossa estratta con la sonda endoscopica da dietro il muro con il dipinto del Vasari ha delle «fortissime analogie con quella presente sull'Adorazione dei Magi di Leonardo», ha detto Seracini che già, nei giorni scorsi, aveva «incassato» un altro successo: il ritrovamento di tracce di nero come quelle della Gioconda. Seracini sembra essere certo: dietro a quel muro c'è la mano del Maestro. A favore dell'impresa appare essere anche il sindaco di Firenze Matteo Renzi: «Rimane ancora da capire in che condizioni sia, dopo cinque secoli, la pittura a olio di Leonardo e potremo farlo intervenendo ancora una volta senza danneggiare il Vasari, una volta ottenuta l'autorizzazione del ministero che abbiamo già richiesto», ha scritto nella sua newsletter settimanale. Da parte sua il ministro Ornaghi, nei giorni scorsi, è apparso «possibilista». «È un argomento a proposito del quale possono sorgere diversità di opinioni scientifiche - ha affermato - Il mio stile accademico è che bisogna considerale tutte, quindi no allo stop, purché si possa procedere senza fare danni». Ma c'è anche chi la pensa in maniera diversa: Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani e a lungo sovrintendente del Polo museale fiorentino, ha invitato ad essere prudenti: «A quanto si apprende, finora dall'indagine sono emerse poco più che tracce di colore - ha spiegato - e dunque siamo in presenza di indizi, e non di prove della mano di Leonardo. Non escludo che ci possa essere stata, ma al momento non esistono gli elementi sufficienti per poterlo affermare. Quindi se son rose - ha aggiunto sorridendo il direttore dei musei Vaticani - fioriranno». Decisamente contraria alle indagini la restauratrice Cinzia Pasquali, che ha appena restaurato «Sant'Anna, la Vergine e il Bambino», uno degli ultimi capolavori di Leonardo conservato al Louvre. «Secondo me è un'aberrazione effettuare analisi distruttive su un capolavoro come quello del Vasari solo per togliersi la curiosità di sapere se dietro si nasconde un Leonardo - ha affermato - Sapendo che la diagnostica progredisce a grandi passi, aspettiamo una nuova tecnica che permetta di intervenire senza effettuare azioni irreversibili». Per lei i piccoli fori necessari alle ricognizioni dietro al dipinto del Vasari costituiscono «analisi distruttive». «È come supporre - precisa - di mettere il Vasari in secondo ordine. La diagnostica deve intervenire senza distruggere. È in questa direzione che vanno tutte le tecniche moderne di restauro, si tende a non prelevare mai. Non si distrugge». Del tutto contrario anche lo storico dell'arte monsignor Timothy Verdon, direttore dell'Ufficio di Arte Sacra e Beni Culturali Ecclesiastici della diocesi di Firenze: «Vale dunque la pena togliere un fastoso, anche noioso se vogliamo, affresco vasariano, che tuttavia fa parte di un grandioso programma decorativo? Io ho dei dubbi che possa valerne la pena».

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