venerdì 20 aprile 2012

«I templi di Agrigento fabbricati in serie»

«I templi di Agrigento fabbricati in serie»
Giuseppe La Barbera
LA SICILIA Domenica 05 Febbraio 2012


«Invece di parlare dell'armonia sovrana, delle proporzioni infallibili, della purezza, e della sicurezza senza pari dell'architettura ellenica, la prima emozione è molto fiacca. Il nostro occhio, abituato a delle costruzioni enormi, infinitamente variate, infinitamente complesse, è, a prima vista, sconcertato». Non sembrerebbe vero, ma era un severo commento sui monumenti della classicità in Sicilia che il premio Nobel per la letteratura Maurice Maeterlinck (1862-1949) scrisse nel 1924.

Nessuno, tra i viaggiatori del Gran Tour, aveva mai avuto un giudizio così aspro e pesante per la terra degli idilli di Teocrito e dei sogni di Virgilio, ma anche questa era - secondo l'autore - «una prova di autentico amore dire di lei certe utili verità e di non nasconderle puerilmente le piccole colpe che guastano un poco un'ospitalità che sarebbe così facilmente deliziosa».
Poeta, saggista e drammaturgo belga, premio Nobel per la letteratura nel 1911, Maeterlinck venne in Sicilia nell'estate del 1924 per un viaggio in automobile durato meno di otto giorni. A 62 anni, era ormai un autore di grande rilevanza nella letteratura francese. In Sicilia fu infastidito di tutto: dall'accattonaggio, dalla polvere delle campagne, dalla rumorosità delle città, dalle condizioni degli alberghi, dalla banalità dei monumenti. Eppure, nonostante abitasse in «uno dei più bei posti della terra», la Costa Azzurra, aveva visto le spiagge della Spagna, i laghi divini della Lombardia, l'Egitto, la Grecia, la Siria, il Bosforo e la California, «non so perché - scrisse - ma la Sicilia mi sembrava infinitamente più desiderabile».
Palermo era per lui «una città molto banale, volgare, grigiastra sotto il sole ardente, senza una fisionomia, maltenuta. Essa offre, del resto con la sua cappella Palatina, il suo palazzo Reale, con la sua cattedrale, solo delle curiosità di secondo e talora di terzo ordine. Solo i meravigliosi agrumeti che le fanno una cintura d'oro, corrispondono a ciò che l'immaginazione pretendeva dall'attuale capitale dell'antica Trinacria». Ma a qualche chilometro, un'incredibile meraviglia: nell'antico convento dei benedettini, il chiostro di Monreale, «uno dei più grandiosi, dei più belli, dei più suggestivi che si possono vedere».
Volle poi penetrare nella campagna siciliana, vedere l'isola come essa si spiegava e si comportava sotto «il sole di Dio» e di percorrere le strade meno frequentate, ma trovò tutte le locande e tutti gli alberghi della Sicilia, eccettuati quelli di Palermo, Girgenti, Siracusa, Taormina e Messina, «sordide, nerastre e nauseabonde».
Davanti ai templi di Segesta, Selinunte e Agrigento fu in preda ad una allucinazione per quei solitari superstiti d'un magnifico mondo che non è più e, «in una solitudine così vasta, un abbandono egualmente totale di quello di Segesta, in un paesaggio da fine del mondo, piatto, biancastro, sparso di sabbia smorta e del tutto sterile, si vede all'improvviso a Selinunte, un immenso disastro. Enormi tronchi di colonne ancora in piedi, formidabili zoccoli rovesciati, mostruosi capitelli capovolti, giganteschi frammenti d'architravi, cornicioni e frontoni sono stati, così pare, radunati in tre ammassi ineguali, dalla scopa rapida e sprezzante di qualche smisurato cataclisma. E questa una catastrofe lunare o il più insensato degli incubi cubisti. Ci si avvicina turbati, confusi, storditi, sconcertati».
I templi di Agrigento gli sembrarono troppi. «Essi hanno l'aria di essere stati fabbricati in serie su una sagoma invariabile - osservò - la loro architettura è evidentemente il supremo trionfo della logica, della semplicità, dell'equilibrio, ma a forza di ripetersi, questo trionfo finisce per diventare un poco monotono». I suoi giudizi sollevarono le severe critiche di Luigi Pirandello. Non bastarono otto giorni per capire la Sicilia. «L'isola - concluse - è, press'a poco, nuda, arida e disboscata. Le strade sono presso che impraticabili. Si corre per ore senza vedere una casa, un angolo ombroso, un ruscello».

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