mercoledì 9 gennaio 2013

Un collirio di oltre 2000 anni fa nei reperti del relitto del Pozzino

Un collirio di oltre 2000 anni fa nei reperti del relitto del Pozzino
M. Massei Autunnali
MERCOLEDÌ, 09 GENNAIO 2013,
IL TIRRENO,  Piombino - Elba

Rivelato da uno studio del dipartimento di chimica dell’Università di Pisa e pubblicato in Usa La ricetta corrisponderebbe a quella descritta da Plinio il Vecchio nella “Naturalis Historia”

PIOMBINO Chissà se Plinio il Vecchio, descrivendo - circa 2000 anni fa - i rimedi naturali per i mali agli occhi, avrebbe mai potuto immaginare che ancora due millenni dopo si sarebbe parlato delle sue riflessioni per metterle a confronto con una straordinaria scoperta archeologica. La storia è molto lunga, anche se l’esito felice arriva alle cronache solamente un paio di giorni fa. È il 1974, infatti, quando al largo del Golfo di Baratti il Centro sperimentale di archeologia sottomarina di Albenga individua un antico vascello, poi classificato come «relitto del pozzino». Partono le spedizioni della Sovrintendenza, che rinviene una serie di apparecchiature mediche, e poi, nel 1989, una sorta di cassetta, anch’essa medica, contenente scatolette di varie misure. Per avviare gli studi occorre molto tempo, poiché molte, non ultima quella chimico-genetica, sono le sofisticate analisi a cui sottoporre i preziosi reperti e i loro contenuti.

Le antiche pastiglie. Risalenti, come tutto il resto, a 140 anni circa prima della nascita di Cristo. Nel 2010, i primi risultati, che parlano del potere emostatico di alcuni dei medicinali rinvenuti. Poi, oggi, la comunicazione che cambia le carte in tavola agli studi sulla medicina antica: le compresse di zinco rinvenute sulla nave servivano per curare gli occhi, probabilmente per applicazioni sulla parte esterna. Lo stesso procedimento che Plinio descrive nel «Naturalis Historia» e nel «De materia medica». Certo, arrivare a queste conclusioni non è stato semplice. Le antiche pastiglie (colore grigio, diametro di circa 4 centimetri) sono state sottoposte a innumerevoli esami, dalla spettroscopia ai raggi X e a infrarossi, fino alla gascromatografia e alla spettrometria di massa e a indagini paleobotaniche, che hanno permesso di isolare principio attivo ed eccipienti (resina di pino, oli vari) in modo da poterli confrontare con le fonti antiche e gli altri dati a disposizione.

Ad occuparsene è stato il dipartimento di chimica dell’Università di Pisa, sotto la guida della dottoressa Erika Ribechini, le cui conclusioni sono state trasmesse poi alla Sovrintendenza e agli studiosi delle Università di Pisa e Firenze. Lo studio, compilato da Ribechini assieme a Gianna Giachi, Pasquino Pallecchi, Antonella Romualdi (scomparsa l’anno scorso), Jeannette Jacqueline Lucejko, Maria Perla Colombini e Marta Mariotti Lippi, è stato pubblicato il 7 gennaio dalla rivista americana «Pnas - Procceding of the National Academy of Sciences of the Usa». Da Baratti a Washington, dunque, con radici che a guardarle da vicino riportano all’antica Grecia, da dove quella nave proveniva al tempo in cui il territorio era ancora, ma non per molto, dominio degli Etruschi. I quali, stando così le cose, dovevano già fare uso del collirio («kolluria» in greco significa «piccoli panetti rotondi», guardacaso la forma delle pastiglie), a meno che le medicine rinvenute sul vascello non dovessero fare parte di un kit di soccorso per il personale a bordo. A contenerle, in ogni caso, erano dei tubetti di stagno, dove le pastiglie sono rimaste perfettamente allineate per duemila anni, più o meno nella stessa posizione in cui siamo abituati a trovare le pastiglie che oggi si comprano in farmacia: ed è appunto a quei tubetti, evidentemente dotati di una resistenza insospettabile, che dobbiamo la possibilità di saperne qualcosa in più sulle abitudini degli antichi progenitori. Come alcuni tra gli altri reperti rinvenuti sul relitto del Pozzino, i tubetti si trovano oggi al museo archeologico di Cittadella.

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