sabato 31 ottobre 2009

Un santuario del Neolitico. A Lama Santa Croce di Bisceglie si venerava la Grande Madre

Un santuario del Neolitico. A Lama Santa Croce di Bisceglie si venerava la Grande Madre
di FRANCESCA RADINA*
29 OTTOBRE 2009, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

Tesori di Puglia

Per l’intensificarsi delle ricerche archeologiche sempre più specializzate, il Neolitico dell’area apulo-materana, ed in particolare nelle Murge pugliesi, a partire da circa ottomila anni fa ormai ben si caratterizza non solo per le attestazioni di pieno attecchimento della civiltà a base agricola, con lo sviluppo di insediamenti a carattere stabile, ma anche per il ricorso a grandi cavità carsiche. La documentazione indica in questo caso lo svolgimento di pratiche rituali da parte di gruppi diversi, probabilmente in rapporto tra loro, ispirate ad una religiosità che ruota intorno agli attributi, identificabili negli elementi naturali, di un’entità identificabile nella Grande Madre. Ad essa è da correlare un codice preciso di segni e simboli ripetitivi e di ampia diffusione, archeologicamente riconoscibile tra gli altri elementi da focolari, buche, recinti in pietra, deposizione di offerte, e assai probabilmente da rappresentazioni antropomorfe a rilievo, incise o dipinte sul corpo dei vasi in argilla, soprattutto con i tratti del volto umano, o addirittura, in una fase più matura del Neolitico, da statuette di chiaro soggetto femminile. Un contesto particolarmente evidente del genere è visitabile da qualche anno all’interno di Grotta Santa Croce, grande cavità naturale che si apre maestosamente sugli spalti di lama Santa Croce, a qualche chilometro dall’abitato di Bisceglie in direzione di Corato, nel bosco di mandorli e ulivi tipico della nostra campagna barese.

Interamente percorribile per qualche centinaio di metri con l’ausilio del Gruppo Scout di Bisceglie che gestisce il parco naturale, la grotta principale era già ben nota per le scoperte di Luigi Cardini degli anni Cinquanta del secolo scorso, che evidenziarono lo stanziamento di gruppi di cacciatori neanderthaliani, testimoniati anche da rinvenimenti fossili umani illustrati da un’esposizione didattica all’interno. Nuovi scavi della Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia e dell’Università di Siena consentono ora di apprezzare un contesto unico nel suo genere per la estrema deperibilità del materiale, datato al radiocarbonio al 5.000 a.C., ricollegabile agli elementi primari della Terra, come l’acqua, produttrice di vita e benessere. Presso alcune fossette in cui si raccoglieva l’acqua di stillicidio dalla volta della grotta, in un angolo poco illuminato dalla luce dell’esterno era stata deposta una stuoia in fibre vegetali intrecciate, dotata di manici per il trasporto, per la deposizione di offerte, di cui rimaneva in parte traccia nelle centinaia di cariossidi di cereali, conservatasi grazie alle condizioni di umidità dell’ambiente. Un sapiente intervento di conservazione al momento del ritrovamento consente ancora oggi di fruire della scoperta, che ha avuto un’eccezionale rilevanza in ambito scientifico internazionale. Sulla parete della grotta alcuni segni circolari dipinti in rosso sulle pareti marcavano tale preziosa presenza, secondo un linguaggio con l’evidente funzione di forte richiamo simbolico per i frequentatori della cavità, ricollegabile sempre sulla stessa parete in prossimità dell’ingresso, con un gruppo più consistente di pitture in rosso, con quattro motivi circolari vuoti all’interno e raggiati all’esterno da appendici circolari entro un quadrante marginato da pennellate di colore rosso.

*Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia

Dagli scavi della metropolitana riemerge la vita nella preistoria

Dagli scavi della metropolitana riemerge la vita nella preistoria
COSTANTINO MALATTO
SABATO, 31 OTTOBRE 2009 LA REPUBBLICA - Genova

A Pegli in mostra le più antiche vestigia della città, scoperte grazie ai lavori della ferrovia sotterranea

In attesa di cambiare il traffico cittadino, la metropolitana da De Ferrari a Brignole ha cambiato la città preistorica. I reperti e le testimonianze venute alla luce nel corso degli scavi, condotti dalla soprintendenza ai Beni archeologici della Liguria, nei cantieri del metrò hanno consentito di ricostruire i cambiamenti nel corso dei millenni di una parte della città rimasta fuori dal centro abitato fino al Seicento. Ora i materiali rinvenuti vengono esposti al museo di Archeologia ligure di Pegli in una mostra, inaugurata ieri, curata da Piera Melli e Angiolo Del Lucchese, organizzata dalla soprintendenza e dal settore Musei del Comune, con il patrocinio della Regione e della Provincia e il contributo di Ansaldo Sts e Banca Passadore.
Ci sono focolari, resti di pasto, attrezzi e un robusto muro a secco lungo circa nove metri risalente all´età del Bronzo antico. Ci sono poi le testimonianze relative all´età del Ferro, all´epoca romana, medievale e seicentesca, quando in quell´area si trovava il monastero delle Brignoline. Inoltre all´Aquasola, durante i lavori di scavo di un pozzo della metropolitana, è stato rinvenuto un tumulo sepolcrale risalente all´età del Ferro.
Piera Melli, perché queste scoperte sono così importanti?
«Perché grazie a loro abbiamo finalmente una Genova preistorica».

In che senso?
«Esistevano ipotesi concrete di una presenza umana in epoca preistorica nell´area genovese. Ma è la prima volta che troviamo materiali che dimostrano questa presenza».
Chi erano questi antichi progenitori?
«Dai reperti rinvenuti abbiamo visto che frequentavano la collina di Montesano, nei pressi di Brignole, cacciavano, allevavano animali. Abbiamo rinvenuto prove che questi abitanti praticavano la "scalvatura" delle piante, vale a dire tagliavano le fronde usandole poi come foraggio».
A che epoca risalgono i reperti che avete rinvenuto?
«Siamo intorno al 4.800-4.500 avanti Cristo».
Dunque una presenza umana anteriore a quelle di S. Silvestro, sulla collina di Castello?
«Mi sembra di poter dimostrare che nella zona di Brignole, precisamente dalle parti dove oggi sorge piazza della Vittoria, esisteva un´ansa del Bisagno che anticamente serviva da approdo per le imbarcazioni. D´altra parte per le piccole barche in uso era più semplice risalire il torrente e trovarvi protezione».
Ora ci vorrebbe un´altra linea del metrò per riuscire a scavare ancora e a trovare nuovi tesori...
«Speriamo intanto che si decida di realizzare la stazione del metrò a Corvetto. Chissà che scavando nuovamente in quell´area non si riesca a trovare l´inquilino del tumulo sepolcrale, insomma il sepolcro e il suo proprietario».

Annibale attraversa il Rodano


Annibale attraversa il Rodano

lunedì 26 ottobre 2009

Quanti segreti archeologici dentro le mura poligonali

Quanti segreti archeologici dentro le mura poligonali
Sergio Rinaldi Tufi
Messaggero (Roma) 05/10/2009

Le chiamavano mura ciclopiche : strutture costituite da grandi blocchi irregolari, che la fantasia popolare attribuiva ai Ciclopi, mitici, giganteschi pastori (come il Polifemo dell' Odissea). Oppure le chiamavano mura pelasgiche, opera cioè dei Pelasgi, remoti abitanti della Grecia poi (secondo alcune leggende) migrati in Etruria. E' più semplice chiamarle mura poligonali: i blocchi non sono parallelepipedali (come l'opus quadratum dei Romani), ma poligoni di forme disparate, che malgrado questo si combinano fra loro con potente impatto visivo. L'uso fu frequente in fortificazioni, basamenti e terrazzamenti dell'Italia preromana (VII-IV sec.a.C.) Se ne parlerà in un convegno organizzato dall' archeologo Luca Attenni ad Alatri (palazzo Conti-Gentili, 7-10 ottobre: un dossier è nella rivista Forma Urbis). Proprio nel Lazio meridionale è il maggior numero di casi noti: oltre ad Alatri, Cori, Artena, Palestrina, Arpino, Anagni, Ferentino, Aquino, Terracina, Segni, Fondi, Norba, il Monte Circeo. - Altri esempi sono in Puglia, Sannio e nella già citata Etruria, ma altri ancora si trovano in molti siti del Mediterraneo. Un lontano precedente fu visto nelle mura di Micene e Tirinto (l400 a.C. circa), tanto che nel 1875 Heinrich Schliemann, il famoso scavatore di Micene, fu invitato a indagare nei Colli Albani, per la verità senza grandi risultati. In compenso, intorno alla metà del Novecento Giuseppe Lugli, noto specialista di tecniche murarie antiche, individuò i criteri per stabilire un'evoluzione, dalle prime costruzioni con massi più grezzi a quelle realizzate con giunture più esatte e tessitura più regolare, anche se poi altri studiosi hanno messo in guardia dalle eccessive schematizzazioni. Ad Alatri sarà l'occasione per un'ampia messa a punto: si parlerà di Cipro, di Malta, di Tebe, ma soprattutto delle realtà del nostro paese. Si riesamineranno i casi più noti, ma anche le realtà ancora in corso di studio, da Rofalco nel Viterbese a Rocca d'Arce e a Montenero di Castro dei Volsci nel Frusinate.

domenica 25 ottobre 2009

Trovato l’arco di un antico ponte.

Trovato l’arco di un antico ponte.
CORRIERE DI RIETI 22.10.2009

La scoperta durante gli interventi di manutenzione dell’acquedotto in piazza Bachelet. Bloccato il cantiere. Domani arriva la Sovrintendenza.

Da ieri lavori bloccati in piazza Bachelet (nei pressi del parcheggio antistante il tribunale) dove da giorni personale della Sogea sta eseguendo interventi di manutenzione sulla rete di distribuzione dell’acqua. Scavando e lavorando, la terra ha restituito l’arco di un antico ponte, probabilmente la struttura che sovrastava un braccio del fiume Velino. La Sogea ha messo al corrente della cosa il Comune di Rieti e l’assessore Antonio Boncompagni si è immediatamente attivato presso il dirigente Manuela Rinaldi per chiedere lo stop dei lavori e l’intervento della Sovrintendenza. Gli interventi nell’area del ritrovamento (la zona, vista la profondità dello scavo, è transennata da giorni) sono stati subito interrotti e si attende l’arrivo della Sovrintendenza per domani mattina. “Al momento - dice la Rinaldi - non sappiamo granché e aspettiamo che vengano eseguite ricerche più accurate da parte degli addetti ai lavori, che venerdì mattina saranno a Rieti per prendere visione del ritrovamento”. Nell’area dello scavo, effettivamente, è ben visibile la struttura dell’arco che con molta probabilità sorreggeva il ponte che passava sul braccio del fiume. “Segnalazioni mi sono giunte da alcuni cittadini - racconta l’assessore Boncompagni -. Effettivamente, recandomi in loco, ho potuto constatare come il reperto sia ben visibile. L’interruzione dei lavori consentirà di eseguire gli accertamenti necessari”. “Può certamente trattarsi dell’arco di un ponte - conferma la guida turistica Rita Giovannelli - Non dimentichiamo che la zona in questione, Fiume di Nobili, era un tempo l’area degli orti dei nobili e che quella in prossimità di San Pietro Martire, sotto le scalette che scendono da via Cintia, si chiamava isolotto Voto dei Santi. Il reperto di piazza Bachelet testimonia la presenza di un ponte per l’attraversamento di un braccio del Velino, che si estendeva probabilmente lungo l’attuale via Borsellino, la strada che costeggia la Camera di commercio fino ad arrivare, appunto, al corso del fiume”. Dalla terra riaffiorano dunque pezzi di storia della Rieti che fu, e chissà quali e quanti altri reperti ancora essa custodisce e nasconde. Il ritrovamento in piazza Vittorio Bachelet potrebbe aprire la strada ad una stagione di scavi per riconsegnare alla città e ai suoi abitanti la fotografia, seppur sbiadita, di un passato cancellato dal tempo e, soprattutto, dall’azione dell’uomo. Adesso si aspetta l’intervento della Sovrintendenza per ricostruire il mosaico nel quale inserire l’arco appena ritrovato

Monica Puliti
http://www.corrieredirieti.it/news.asp?id=29

Mosaico del IV secolo a Canosa raffigura cervi che si abbeverano

Mosaico del IV secolo a Canosa raffigura cervi che si abbeverano
FRANCESCA LOMBARDI
VENERDÌ, 23 OTTOBRE 2009 LA REPUBBLICA - Bari

È una scoperta straordinaria perché l´iconografia di due animali è attestata per la prima volta in Puglia
La scoperta nella basilica di Santa Maria pari a quella del pavone paleocristiano nel tempio di San Leucio

Un mosaico rarissimo, realizzato con tessere di color arancio, rosso scuro e blu, in calcare, ciottoli e pasta vitrea, che raffigura due cervi che si abbeverano a un kantharos (una coppa per le libagioni), è emerso dagli scavi che l´Università di Foggia sta svolgendo nell´area di San Giovanni al Piano. «E´ una scoperta straordinaria – ha dichiarato Giuliano Volpe, rettore dell´Università e direttore dello scavo – perché l´iconografia di due animali è la prima volta che viene attestata in Puglia ed è poco nota in altri complessi paleocristiani dell´Italia meridionale». La decorazione è stata rinvenuta il 20 ottobre scorso, all´ingresso della basilica di Santa Maria, prima cattedrale costruita a Canosa, che risale alla metà IV–V secolo dopo Cristo.
Si tratta della scoperta più eclatante della campagna di scavo di Piano San Giovanni, che gli archeologi stanno conducendo da circa due mesi. Gli interventi sono ancora in corso, partecipano circa trenta studenti e dottorandi dell´Università di Foggia e sono diretti dai docenti Roberta Giuliani e Danilo Leone, in collaborazione con Soprintendenza per i beni archeologici. Comune di Canosa e Fondazione archeologica canosina.
«Il ritrovamento acquisirà una centralità pari al famoso mosaico che raffigura il pavone della basilica paleocristiana di San Leucio», ha sottolineato Marisa Corrente, direttore archeologo della Soprintendenza. Le indagini nell´area archeologica, iniziate nel 2006 e interrotte per mancanza di fondi fino a due mesi fa, hanno riportato alla luce la chiesa di Santa Maria, una delle prime cattedrali realizzate in Puglia, pavimentata con un mosaico in bianco e nero. La basilica fu sottoposta nel corso del VI secolo a una ripavimentazione completa delle navate, e forse, a un rifacimento degli ornamenti pittorici delle pareti, di cui restano ampie tracce. Tale ristrutturazione fu voluta dal vescovo Sabino che costruì, accanto alla cattedrale, il noto e monumentale battistero (del VI secolo) preceduto da un ampio atrio che andò a sostituire una precedente struttura battesimale ancora ignota. «Probabilmente – ha spiegato Volpe – il battistero relativo alla chiesa del IV secolo è nascosto nella parte centrale, tra la chiesa e il battistero del VI secolo».
«Tra gli interventi sabiniani della chiesa sono riconoscibili le splendide pavimentazioni, le cui geometrie rimandano ai tassellati ravennati e all´area greco-orientale» ha aggiunto Leone. «Al momento è stata indagata solo una piccola parte della chiesa, l´area comprendente il nartece (corridoio-porticato della basilica), parte della navata centrale e della navata meridionale. Solo, quindi, il 20 per cento dell´intera chiesa che doveva avere un´ampiezza pari a 20 metri per 40 – ha concluso Giuliani - Accanto ad un urgente piano di consolidamento delle pavimentazioni rinvenute, bisogna concepire un intervento di più ampio respiro che consenta di riportare alla luce l´intera basilica, le cui parti più significative, come la zona absidale e il presbiterio, sono tuttora sepolte».

Il ritorno degli acroliti a Morgantina entro il 2010 sarà esposta la Venere

Il ritorno degli acroliti a Morgantina entro il 2010 sarà esposta la Venere
CONCETTO PRESTIFILIPPO
SABATO, 24 OTTOBRE 2009 LA REPUBBLICA - Palermo

Alla stilista catanese Mariella Ferrera il compito di disegnare le volumetrie originarie delle due divinità
Per la fruizione della statua di Afrodite si punta al restauro della chiesa che domina la città di Aidone

AIDONE - Il prossimo12 dicembre, un convegno internazionale sancirà il ritorno entro il 2010 di tre prestigiosi lotti di opere d´arte trafugate da Morgantina, il sito archeologico che sorge a pochi chilometri da Aidone. Dopo un´inenarrabile sequela di vicende giudiziarie, rogatorie internazionali, intercessioni diplomatiche, protocolli d´intesa, prestigiosi musei statunitensi hanno dovuto riconoscere la provenienza illecita di alcuni reperti archeologici delle loro collezioni e restituirli.
La manifestazione coinciderà con l´arrivo degli acroliti di Morgantina. Si tratta di due teste in marmo di grandezza naturale e di due coppie di mani e piedi dello stesso materiale. Le divinità rappresentate, Kore e Demetra, erano ospitate all´interno di un sacello dell´antica città dei Morgeti. Il professore Malcom Bell archeologo dell´Università della Virginia, che da anni dirige gli scavi archeologici a Morgantina, li ha definiti: «Unici esemplari di epoca arcaica conosciuti al mondo, privi di confronto e quindi molto significativi per la storia dell´arte greca».
Nella primavera del 2010, è prevista la restituzione degli argenti custoditi dal Metropolitan Museum di New York. A fine anno arriverà ad Aidone la celebre Venere del Getty Musuem.
«Dopo decenni di attesa - sottolinea con malcelata soddisfazione la soprintendente ai Beni culturali di Enna, Beatrice Basile - Aidone e la provincia di Enna, potranno esporre queste straordinarie testimonianze del passato. Al convegno di dicembre farà seguito l´inaugurazione della mostra degli acroliti che sarà ospitata all´interno del museo di Aidone. Abbiamo organizzato un allestimento insolito. Abbiamo affidato alla stilista catanese, Mariella Ferrera, il compito di ridisegnare le volumetrie originarie delle due divinità».
A questo primo momento seguirà, nella primavera del 2010, la mostra della collezione di argenti provenienti dal Metropolitan Museum di New York. Una serie di oggetti straordinariamente istoriati risalenti al III secolo a. C. Reperti giunti nel 1979, dopo mille traversie, negli Stati Uniti. Gli argenti furono acquistati dal magnate e collezionista d´arte, Maurice Templesman, uno degli esponenti di punta del jet-set newyorkese, compagno di Jakie Kennedy. «Il nostro proposito - sottolinea ancora la soprintendente Beatrice Basile - è quello di poterli esporre assieme ad altre grandi collezioni di argenti. L´ipotesi è quella di mettere a confronto gli argenti del complesso di Boscoreale, quelle della collezione di Paternò e del Pergamon».
Il clou si registrerà alla fine del 2010, con l´atteso rientro ad Aidone della Venere. Una scultura che, per molti anni, è stato il fiore all´occhiello del Getty Museum di Los Angeles.
«Per ospitare adeguatamente la Venere proveniente dal Getty - conclude Beatrice Basile - abbiamo pensato di restaurare la chiesa aidonese di San Domenico. L´edificio sorge nella parte sommitale del paese e si affaccia su uno slargo dal quale si può ammirare un panorama mozzafiato».

I segreti della città perduta sotto il mare

I segreti della città perduta sotto il mare
LUIGI BIGNAMI
SABATO, 24 OTTOBRE 2009 LA REPUBBLICA - Cronaca

È stato il primo porto del Mediterraneo: Pavlopetri, l´insediamento scoperto nel Peloponneso, risale a 5.000 anni fa Individuato nel ´67, ora è stato descritto da studiosi inglesi. Che suggeriscono: forse è all´origine del mito di Atlantide

La campagna dei ricercatori è stata finanziata dal ministero della Cultura ellenico

I segreti di una città perduta, chiamata Pavlopetri, che potrebbe aver dato origine a uno dei più duraturi miti dell´antichità, quello di Atlantide, sono stati portati alla luce dalle acque del Mediterraneo. Pavlopetri si trova nella provincia di Laconia, alla periferia del Peloponneso, a sud della Grecia. Certamente si tratta della più antica città sommersa di cui a oggi si è a conoscenza.
Per il geo-archeologo Nic Flemming del National Oceanography Centre di Southampton (Gran Bretagna), che ha partecipato alla ricerca, «la scoperta delle ceramiche del Neolitico portate in superficie, può essere definita incredibile, in quanto dimostra che stiamo lavorando tra le strade di una città che ha un´età compresa tra i 5 e i 6mila anni e che fu una tra le prime a intraprendere un´attività commerciale per il Mediterraneo». Fu lo stesso Flemming a scoprire quella città nel 1967, ma dopo un sopralluogo che portò a una relazione scientifica redatta nel 1969, il luogo venne forzatamente dimenticato per evitare che qualcuno ne predasse il materiale. Durante quelle prime ricerche la città venne datata attorno al 2.000 avanti Cristo.
Ora, all´età di 70 anni, Flemming è riuscito a convincere il ministero della Cultura greco a finanziare una nuova campagna di ricerca. «Grazie alle acque limpide di quell´area - aggiunge il ricercatore - siamo riusciti a realizzare una pianta completa della città, mettendo in rilievo le strade principali, le tombe e gli edifici delle persone. Abbiamo anche i dati per studiare come veniva utilizzato il porto, dove attraccavano le imbarcazioni, e come venivano organizzati i traffici mercantili».
Le ricerche hanno messo in luce che la città si estendeva su 100mila metri quadrati, metà dei quali sono stati già mappati. Il resto è sepolto dalla sabbia. Negli ultimi giorni il team di ricercatori ha messo in luce una nuova area della città di 100 metri per 100, ancora tutta da studiare. «Ha davvero lasciato stupefatto la scoperta di un megaron», spiega Jon Henderson, professore di archeologia subacquea all´Università di Nottingham. E continua: «Si tratta di una struttura monumentale con una grande sala rettangolare, che potrebbe indicare che la città, o almeno una sua parte, era abitata solo da un´élite di persone». Sembra che Pavlopetri sia sprofondata attorno al 1.000 a. C. Da allora non è più emersa. «È come se fosse stata congelata quando venne occupata dal mare», afferma Henderson. I ricercatori vogliono capire come mai Pavlopetri sia finita sott´acqua. Sono aperte varie ipotesi. È possibile che un forte tsunami abbia cambiato l´andamento delle coste e abbia fatto sprofondare la città. O che l´area sia stata sommersa in seguito al fenomeno della subsidenza, un abbassamento del suolo per compattamento degli strati sottostanti. Ma potrebbe anche essere che l´acqua abbia avuto il sopravvento sulle terre emerse in seguito all´innalzamento del livello del mare.

Dal mito alla realtà "Il vero labirinto non era a Cnosso"

La Repubblica 17.10.09
Dal mito alla realtà "Il vero labirinto non era a Cnosso"
di Enrico Franceschini

Una spedizione di archeologi anglo-greca ha scoperto tunnel e stanze segrete trenta chilometri più a sud Il re di Creta Minosse avrebbe rinchiuso il Minotauro, mostro metà uomo e metà toro, nelle grotte di Gortyna
Ladri avevano piazzato esplosivi sotto terra per far affiorare la "stanza del tesoro"

Londra. Ci siamo perduti, per qualche millennio, nel labirinto sbagliato. Quello originale non era a Cnosso, sede del palazzo mitologico di re Minosse, bensì a Gortyna, una trentina di chilometri più a sud, la capitale dell´isola di Creta durante la dominazione romana.
È la tesi di una spedizione archeologica anglo-greca, che scavando in un complesso di caverne nella nuova località ha scoperto una rete di tunnel, stanze e complicati passaggi sotterranei e lo ha identificato come il più probabile sito del labirinto. Le 600mila persone che ogni anno visitano Cnosso immaginando di trovarsi nel luogo del mito, afferma il professor Nicholas Howart, geografo della Oxford University, potrebbero essersi recate dunque nel posto sbagliato.
L´esistenza delle caverne di Gortyna era nota da secoli. Sono quasi quattro chilometri di tunnel sotterranei, evidentemente frutto di un lavoro umano, collegati da stanze, cunicoli, passaggi. Fin dal Medioevo giungevano visitatori interessati a esplorarle. Ma poi, tra il 1900 e il 1935, un ricco archeologo britannico, sir Arthur Evans, diresse un´imponente ricerca a Cnosso, annunciando al mondo di avere ritrovato il labirinto in cui Minosse aveva rinchiuso il Minotauro, lo spaventoso mostro metà uomo e metà toro. Da allora, per gli storici come il turismo di massa, non ci sono stati dubbi su dove fosse il labirinto di Cnosso: a Cnosso, per l´appunto. Ossia nel luogo menzionato da Omero.
«Il problema è che oggi la gente va a Cnosso per soddisfare il romantico desiderio di connettersi con l´era degli eroi della mitologia», dice il professor Howart, «senza domandarsi abbastanza se quello sia davvero il labirinto di Minosse. E così facendo si escludono altre ipotesi che sono altrettanto o più credibili. Un´altra possibilità indagata dagli studiosi, per esempio, è che il labirinto fosse a Skotino, dove è stata scoperta un´altra serie di caverne collegate tra loro. E questa estate noi abbiamo approfondito per la prima volta le ricerche a Gortyna, che dai nostri studi risulta forse la sede più probabile».
Gli archeologi anglo-greci hanno trovato tracce della presenza di ladri, che avevano piazzato perfino esplosivi sotto terra nella speranza di aprire una breccia nel labirinto e fare affiorare una presunta "stanza del tesoro" di Minosse. «È un luogo pericoloso», avverte il ricercatore, e del resto fu proprio lì che i nazisti nascosero un deposito di munizioni durante la seconda guerra mondiale, che secondo alcuni non fu completamente rimosso dopo la fine del conflitto.
Non tutti gli specialisti della materia sono convinti dall´annuncio del docente di Oxford, naturalmente. «La tradizione classica indica Cnosso come il sito originale del labirinto», osserva Andrew Shapland, curatore dell´era del bronzo greca al British Museum, «ed è lecito supporre che il labirinto originale, quello che ispirò il mito, fosse lì. Ammesso che sia mai esistito».
Lo stesso scopritore del nuovo labirinto, il professor Howart, precisa che secondo lui il labirinto era a Gortyna, «se il mito era davvero basato su un labirinto reale». Il rebus del labirinto, predice il curatore del British Museum, «è destinato a continuare». Bisognerebbe trovare il filo di Arianna, per risolverlo.

venerdì 16 ottobre 2009

Una tomba piena di gioielli

Una tomba piena di gioielli
DOMENICA, 11 OTTOBRE 2009 IL TIRRENO - Toscana

Gli Indiana Jones della Maremma scoprono un tesoro etrusco

Ancora un tesoro etrusco nella necropoli di Casenovoli, nel comune di Civitella Paganico. Un tesoro scientifico e spettacolare. Il primo è rappresentato dall’ottimo stato di conservazione dei resti umani. Il secondo da gioielli di raffinata fattura: un orecchino e, soprattutto, un anello in oro con incastonato uno spettacolare scarabeo nero.
È la seconda tomba scoperta nel bosco ai piedi del castello di Casenovole. La prima era intatta; fu un evento importante che meritò un articolo sull’Herald Tribune. Quest’ultima, invece, forse è stata violata in tempi antichi, ma questo non vuol dire niente. Anzi, agli occhi degli archeologi, sembra apparire ancora più interessante. A cominciare dal giallo dell’anello con lo scarabeo, probabilmente di provenienza egizia, ma di manifattura etrusca. Perché, invece di essere all’interno, è stato trovato nel dromos, il corridoio che ad essa conduce? I saccheggiatori lo persero nella fretta? Oppure è un simbolo di qualche tipo?
Nessuna ipotesi. Non per colpa degli Indiana Jones di Maremma, ma perché la soprintendente Gabriella Barbieri ha vietato di rilasciare interviste ai laureandi che hanno scoperto la tomba e che ieri stavano ancora scavando, minacciando di interrompere i lavori. Così ai componenti dell’ l’associazione “Odyssesus” (volontari, gli stessi che scoprirono la prima tomba detta Del Tasso) non è rimasto che obbedire. Negata anche la foto dell’anello. Sbalordito il sindaco di Civitella, Paolo Fratini: «Lo scavo è sulla strada e, visto che i gioielli sono al sicuro, perché dice no?». (b.z.)

Scoperta grande tomba etrusca Eccezionale sia dal punto scientifico che per i gioielli venuti alla luce

Scoperta grande tomba etrusca Eccezionale sia dal punto scientifico che per i gioielli venuti alla luce
BIANCA ZACCHEROTTI
DOMENICA, 11 OTTOBRE 2009 IL TIRRENO - Grosseto

CIVITELLA Ma la soprintendenza costringe al silenzio gli Indiana Jones di Maremma. Furibondo il sindaco

CIVITELLA. Un’altra tomba etrusca (più grande della prima, detta Del Tasso), scoperta a Casenovole nel comune di Civitella da laureandi locali in archeologia, paleontologia, architettura. Sono sempre loro a scavare, gratuitamente. Nel 2007 la notizia degli Indiana Jones di Maremma alla ricerca delle tombe perdute fece il giro del mondo (la pubblicò anche l’Herald Tribune).
Stavolta la scoperta, sebbene la tomba, probabilmente risalente al III-IV secolo avanti Cristo, a differenza della prima, sembra che sia stata violata, potrebbe essere ancora più importante dal punto di vista scientifico.
Ma è significativa anche per le dimensioni, per l’ottima conservazione degli scheletri sui quali i paleontologi, guidati dal prof. Francesco Mallegni docente di antropologia all’università di Pisa e presidente del comitato scientifico dell’associazione Odyssesus nata nel luglio 2007 per volontà dei giovani della zona, si apprestano a lavorare, per il mistero che si porta dietro lo splendido anello in oro con un grande scarabeo di probabile origine egizia, per l’alto numero degli inumati che potrebbe far supporre anche un riutilizzo della tomba stessa.
Peccato che la soprintendente abbia detto “no” alla richiesta del sindaco di Civitella, Fratini, di concedere una foto dell’anello e, soprattutto, che abbia seccamente vietato a chi scavava di rilasciare interviste, pena l’interruzione degli scavi.
Gli Indiana Jones, hanno dovuto obbedire alla dottoressa Gabriella Barbieri, responsabile di zona della soprintendenza, e sebbene si intuisse il loro forte desiderio di raccontare come erano arrivati alla scoperta inseguita così a lungo, hanno taciuto.
Niente interviste, quindi, e, a parere della soprintendenza, addirittura niente foto.
«Non riesco a capire il perché - ha detto il sindaco di Civitella, Paolo Fratini -; gli scavi si svolgono al bordo della strada. Lo sanno tutti e i gioielli sono ben custoditi».
Proprio in quel momento arriva un contadino: «Che avete trovato nella tomba?» chiede. A riprova che in posto del genere è molto difficile mantenere tali anche i segreti meglio custoditi (un telo verde, ai margini della strada, nasconde lo scavo). Qui non c’è nessuno che non sappia che esiste una necropoli; nessuno si stupisce che ai piedi del maestoso castello di Casenovole vengano scoperte altre tombe. Non solo cartografie, quindi, ma anche racconti di gente che aveva lavorato sul posto ed aveva raccontato a figli e nipoti di aver visto frammenti che facevano pensare alla presenza di una necropoli etrusca.
Sono loro ad aver trasmesso ai giovani del luogo questa passione che non paga. Sono loro ad aver raccolto i fondi: 18.000 euro, dalla Fondazione del Mps, dal Comune di Civitella, dalla Provincia e dall’ex manager americano Lee Iacocca che ha casa in zona.

Così le epigrafi svelano la geografia del passato

Così le epigrafi svelano la geografia del passato
ANTONIO DI GIACOMO
DOMENICA, 11 OTTOBRE 2009 LA REPUBBLICA - Bari

Ottanta studiosi di tutta Europa a Bari per il convegno sulle tribù dell´antica Apulia. Al centro dell´iniziativa voluta dall´Università le iscrizioni conservate nei musei più importanti della regione

È una geografia in evoluzione quella della Puglia di duemila anni fa. A svelarla, attraverso il progressivo rinvenimento di epigrafi di età romana, le campagne di scavi archeologici condotte negli ultimi anni nella regione. È così un´ottantina di studiosi provenienti un po´ da tutta Europa si sono ritrovati in questi giorni Bari, complice il sedicesimo incontro sull´Epigrafia del mondo romano. L´appuntamento, diviso ad anni alterni tra Italia e Francia, è stato ospitato stavolta nel capoluogo, dietro le quinte l´iniziativa dei dipartimenti di Studi classici e cristiani e di Scienze dell´antichità dell´Ateneo barese.
E il titolo e tema di queste giornate di studio è stato "Le tribù romane", perché, spiega Marina Silvestrini, docente di Storia romana all´Università di Bari e tra le promotrici dell´incontro, "le tribù romane corrispondono a inesplorati pezzi di storia della repubblica romana, ancora spesso da decifrare". «Le tribù - aggiunge - erano molto importanti in età repubblicana per la leva militare, il pagamento della tassa (il tributum), non più pagato dai cittadini romani dopo la vittoria di Pidna del 168 avanti Cristo, ma soprattutto valevano come unità di voto nei comitia tributa». L´obiettivo di questo incontro internazionale è stato così quello di aggiornare il quadro delle conoscenze fermo agli Anni ‘60 e agli studi di Lily Ross Taylor.
Col risultato che la stessa mappatura delle tribù romane presenti sul territorio pugliese risulta oggi più esteso, offrendo "più testimonianze sul processo di romanizzazione che culminò nella guerra sociale del 90 avanti Cristo, quando gli alleati degli altri territori si ribellarono a Roma chiedendo la cittadinanza". «Il conflitto durò poco - sottolinea la studiosa - perché volse presto al peggio e Roma ebbe l´intelligenza di chiudere la guerra politicamente concedendo la cittadinanza. Ed è allora che la Puglia, così come accadde ovviamente in altre aree d´Italia, entra nella cittadinanza romana, dove appunto i cittadini vengono registrati nelle tribù». Nel nome di un romano.
Ecco la tribù Claudia, per esempio. «Quella in cui erano registrati gli abitanti di Bari, Ceglie del Campo e Taranto ma - spiega Marina Silvestrini - anche di Ruvo, come testimoniano più recenti studi. Un altro elemento di novità la scoperta della tribù Galeria a Siponto e la Camilia a Banzi in Basilicata, Bantia in età romana, comune a quella di Lecce che, fino a tre anni fa, si riteneva fosse curiosamente isolata». Sono insomma i continui ritrovamenti di epigrafi funerarie e onorarie - conservate nei musei della regione da Bari a Taranto, da Brindisi a Canosa - a svelare, di volta in volta, la geografia dell´organizzazione sociale sul territorio oltre Roma.
«Durante queste giornate di studio - chiarisce la studiosa - è stato posto l´accento sul valore identitario della tribù, perché una famiglia, spostandosi da un centro all´altro, poteva aderire a quella dominante nella città in cui si trasferiva oppure scegliere di mantenere quella precedente. Senza contare che le tribù continueranno a essere registrate, mantenendo intatta la propria valenza identitaria, anche quando sotto l´Impero avranno perso peso politico».

I segreti del Tumulo II del Sodo.

I segreti del Tumulo II del Sodo.
CORRIERE DI CORTONA 12.10.2009

I rinvenimenti archeologici della nuova campagna di scavo nell’area cortonese. Prove di un grande centro abitato inquadrabile tra I sec. a.C. e I sec. d.C.

I lavori di scavo presso l'ex nuovo alveo del rio Loreto subito a nord del tumulo II del Sodo sono iniziati a partire dall'11 giugno 2009 e si stanno concludendo in questi giorni. Pubblichiamo la relazione del dottor Luca Fedeli della Soprintendenza Archeologica per la Toscana che li ha diretti, con la collaborazione di Adolfo Renzi, Franco Cecchi e del Comune di Cortona (dott. Paolo Giullierini, architetto Monica Salvatelli) che ha finanziato i lavori, la conduzione delle dottoresse A. Salvi e M.A. Turchetti e l'esecuzione ad opera della ditta Cesa di Città di Castello. “Come progettato, in accordo tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ed il Comune di Cortona, le aree individuate da esplorare con la campagna di scavo dell'estate 2009 sono state l'area intorno alla struttura denominta convenzionalmente "edificio" in prossimità del nuovo alveo del Rio Loreto; l'area circostante i circoli orientalizzanti già parzialmente esplorati nel 2005 e nel 2007/2008 e una zona contigua al nuovo alveo, nei pressi dell'ingresso all'area archeologica del Tumulo II del Sodo. L'area del cosiddetto edificio è stata oggetto dell'indagine più estensiva e prolungata nel tempo, nell'ottica di definire estensione, destinazione d'uso e cronologia delle strutture messe in luce. L'edificio, la cui estensione attualmente documentata misura 31 metri per 18 (ma l'impianto prosegue ben oltre i limiti di saggio), è costituito da consistenti murature in pietre di arenaria locale, legate con argilla, con alzato in mattoni crudi rinvenuti allo stato di disfacimento e copertura in laterizi. I dati ad oggi in nostro possesso ci permettono di datare l'impianto originario dell'edificio non antriormente al I sec. a.C., anche se alcuni frammenti di ceramica a vernice nera e presigillata potrebbero consentire di risalire al secolo precedente. Complessivamente gli elementi rinvenuti sembrano orientare per una interpretazione dell'edificio, almeno nella sua prima destinazione d'uso, come struttura abitativa, ponendo l'interessante problema della vicinanza di abitazioni e strutture tombali quali il tumulo II del Sodo, i circoli orientalizzanti e le numerose tombe a fossa e alla cappuccina che indiziano un uso necropolare dell'area ancora almeno nella prima età imperiale. L'area indagata intorno ai circoli orientalizzanti, in direzione est ha restituito quale dato più interessante due strutture in muratura, la prima di dimensioni più contenute (4 metri per 4), ma con evidenti tracce di espoliazione e rimaneggiamenti, che utilizza come materiale da costruzione anche blocchi quadrangolari di travertino, analogamente a quanto documentato presso la cosiddetta tomba degli ori e il tamburo del Sodo I. Presso la struttura più piccola sono stati individuati frammenti di un calice o pisside di bucchero pesante della seconda metà del VI sec. a.C., non in giacitura primaria ma rigettato all'esterno della struttura a seguito di un intervento di spoliazione. La struttura, la cui natura di struttura funeraria sembra chiarita dal rinvenimento di ossa combuste, risultava espoliata probabilmente in epoca romana e dunque non conservava praticamente nulla del corredo originario. Era stata anche riutilizzata presso il lato nord per una sepoltura a fossa ad inumazione, che ha restituito nel terreno di riempimento mattoni e frammenti vitrei che ne consentono un inquadramento non anteriore al primo secolo a.C. La seconda struttura di dimensioni maggiori (7,50 metri per 7,80 circa), ha murature realizzate con ciottoli di fiume di piccole e medie dimensioni ben connessi a secco, probabilmente costituenti una zoccolatura di base il cui alzato poteva essere in terra o mattoni crudi. La struttura sul lato nord presenta una cavità rettangolare che sporge come un piccolo avancorpo rispetto alle murature. Questa cavità risulta perimetrata da murature identiche per tessitura ai quattro lati della struttura e con essi legantisi. Tale cavità, favissa votiva, tomba o altro che fosse, non ha restituito il suo contenuto originario in quanto asportato in epoca romana, come sembra dimostrare lo strato di riempimento rinvenuto al suo interno costituito da pietrame e ciottoli e rari mattoni romani. Tale intervento di espoliazione è andato ben oltre la profondità originaria della cavità, parzialmente asportando anche una struttura sottostante, in parte ancora in situ e precedente al cd. edificio a ciottoli, associata a materiali orientalizzanti e arcaici. Tale struttura, probabilmente la prosecuzione del cosiddetto muro obliquo individuato a perimetro dei circoli orientalizzanti, o comunque altra struttura coeva da meglio indagare, consente, in questa zona di verificare la sovrapposizione di epoche e strutture diverse. Il cosiddetto. edificio a ciottoli, per l'espoliazione del contenuto della cavità che ne rappresentava l'elemento saliente, rimane di incerta definizione. La presenza di alcune ollette e ciotole in impasto depositate in piccole cavità del pavimento e subito all'esterno della struttura potrebbe far escludere l'uso a scopo abitativo (peraltro poco plausibile all'interno di un'area necropolare) e far propendere per una struttura votiva, databile tra l'epoca oriantalizzante-arcaica (strutture sottostanti) e l'epoca romana (interventi di espoliazione). Nel complesso, la presente campagna di scavo restituisce il dato rilevante di una probabile presenza abitativa di notevole estensione, inquadrabile al momento tra I sec. a.C. e I sec. d.C., che potrebbe essere legata allo sfruttamento agricolo dell'area, a breve ridosso dalla necropoli orientalizzante e arcaica, necropoli che forse riutilizza per le sepolture dei suoi abitanti (si vedano le sepolture di età romana frammiste alle più antiche). Altro elemento di estremo interesse il rinvenimento di nuove strutture nell'area dei circoli orientalizzanti, strutture a carattere sacro e/o funerario che rendono ancora più variegato e ricco di implicazioni il quadro desumibile dai dati in nostro possesso sulla area di necropoli, confermando l'intensa e ininterrotta antropizzazione di questa zona fino almeno dal VII secolo avanti Cristo”.