giovedì 18 giugno 2009

Un appello a Bruxelles per Tuvixeddu: «Salviamo la necropoli»

Un appello a Bruxelles per Tuvixeddu: «Salviamo la necropoli»
Mauro Lissia
La Nuova Sardegna 18/06/2009

BRUXELLES. Quello di Tuvixeddu, la necropoli punica di Cagliari minacciata dal cemento, adesso è un caso europeo: il vicepresidente del Comitato delle regioni Michel Dellebarre, ex ministro francese ed ex leader dell’organo consultivo del parlamento di Strasburgo, ha aderito formalmente all’iniziativa di denuncia che è stata lanciata da Graziano Milia. Dellebarre si è dichiarato disponibile a portare la questione nella massima assemblea continentale e a proporre il sito archeologico di Cagliari alla tutela dell’Unesco. Invitato all’incontro con i cronisti organizzato dalla Provincia di Cagliari nella sede del Comitato, il politico francese ha usato parole molto chiare: «Non riesco a capire come si possa pensare di danneggiare un patrimonio di questo valore e di queste potenzialità, è assurdo che Milia sia costretto a trascinare il problema in Europa mentre le amministrazioni locali non se ne preoccupano... Io sono di Dunquerque, posso dirvi che se Tuvixeddu non vi serve potreste trasportarla a Dunquerque, saprei io cosa farne». Messa a segno la provocazione, l’ex ministro ha seguito con occhi stupefatti la sequenza di immagini illustrata dallo scrittore Giorgio Todde, dove l’area sepolcrale appare straziata da lavori edili, scavi, palazzi, muraglie di pietre messe in piedi di recente. Ha scosso la testa e allargato le braccia, così come i cronisti ignari di quanto sta accadendo in Sardegna con il consenso del Comune di Cagliari, che si è sempre schierato in giudizio con il costruttore. Lo stupore è cresciuto quando il presidente della Provincia ha spiegato che la distruzione sta avvenendo nella piena legalità: «Può sembrare strano - ha detto Milia, che fa parte del Comitato delle Regioni - ma se gli attuali abitanti di Tunisi volessero documentarsi sulla storia di Cartagine dovrebbero venire a Cagliari, perché è a Cagliari il sito fenicio-punico più importante del mondo. Eppure noi siamo qui, a coltivare la speranza che il ministero dei Beni culturali allarghi il vincolo sull’area di Tuvixeddu oppure che si trovi un modo per conciliare i diritti dell’impresa e l’obbligo di tutelare la storia». Invitato da Milia, il presidente della Regione Ugo Cappelacci ha partecipato da spettatore alla conferenza stampa, era a Bruxelles per esordire nel ruolo di membro del Comitato delle regioni in base al diritto maturato dalla Sardegna durante l’amministrazione Soru. Concluso l’incontro, il governatore sardo ha accettato di rispondere alle domande dei cronisti: «Ho trascorso la notte in un hotel modernissimo, costruito a elle attorno a una torre antica - ha premesso il governatore - Non è un cosa bella da vedersi...». Per un attimo si è pensato a una svolta, a un’inattesa adesione di Cappellacci alla linea Soru: neppure un palazzo attorno alla necropoli. Poi la correzione di rotta: «Sarebbe criminale distruggere una realtà come Tuvixeddu, ma i giudizi della magistratura dimostrano che non c’è stata leale collaborazione fra amministrazioni, un fatto gravissimo che forse ha compromesso la possibilità di trovare soluzioni». Per Cappellacci quindi c’è una responsabilità da parte della giunta Soru: «Non c’è più un foglio bianco dove scrivere il futuro del sito storico perché le sentenze condizionano le decisioni». In più «manca la chiarezza su quanto può ancora esserci di interessante sul piano archeologico a Tuvixeddu - ha spiegato - e noi dobbiamo essere sicuri che nelle aree dove è autorizzata la costruzione di edifici non ci sia nulla». «Quello che esiste - ha detto ancora il presidente - va salvaguardato con la massima attenzione, ma per decidere cosa fare del resto servono dati definitivi da parte dei tecnici, che mi pare siano in disaccordo fra loro». I documenti in realtà parlano chiaro: centinaia di tombe sono state trovate dopo l’accordo di programma del 2000 che ha dato il via libera all’intervento edilizio. È stata l’avvocatura dello Stato a chiarirlo davanti al Consiglio di Stato.

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