giovedì 18 giugno 2009

Alla ricerca della storia. Ricostruire le vicende umane da pochi indizi materiali

Alla ricerca della storia. Ricostruire le vicende umane da pochi indizi materiali
di GIOVANNA GRECO *
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, 18 GIUGNO 2009

Archeologia Una pratica interpretativa. I testi da leggere sono le tracce trovate nei siti

Il fascino di un passato più o meno remoto ha, da sempre, sedotto l'uomo che ha raccolto e conservato oggetti antichi senza, il più delle volte, coglierne il loro reale significato; l'antico si è andato identificando, nel corso del tempo, con la rovina o con la bella statua, tanto più carica di suggestioni quanto maggiore la distanza temporale, divenendo paradigma di categorie universali: dalla bellezza, alla meraviglia, all'ideale della perfezione. Tutta la letteratura ha costruito, intorno alla figura dell'archeologo, un'immagine di romantico isolamento, ben espressa in un dipinto di De Chirico del 1937 dove l'archeologo solitario è un personaggio inquietante che 'scava dentro di sé' e la passione per gli studi archeologici era già stata analizzata da Freud, come una sorta di fuga dalla realtà. Nell'immaginario collettivo personaggi come Martin Mystere o Indiana Jones fanno da sfondo al mestiere dell'archeologo e la cattiva divulgazione accentua sempre il mistero, la caccia al tesoro nascosto, la scoperta sensazionale, senza mai chiedersi un perché o fornire una prova.

Probabilmente, da parte degli archeologi, c'è stata un'incapacità a comunicare la complessità della disciplina archeologica, le problematiche che stanno dietro alla scoperta e gli strumenti metodologici che consentono, dopo un lungo processo di analisi, l'identificazione del reperto. La realtà oggi è profondamente modificata e il percorso formativo di un archeologo è complesso, lungo, severo e, purtroppo, con poche prospettive, pur vivendo in un paese dove la stratificazione storica conserva tracce espressive in qualunque fazzoletto di terra! Il lavoro dell'archeologo assomiglia molto più a quello di un indagatore scientifico con le sue tabelle di dati, i riscontri, le seriazioni, le tipologie. L'indagine archeologica è una pratica interpretativa; il reperto è un frammento di una realtà materiale, un testo da leggere; monumenti, oggetti, immagini sono parti di un libro da interpretare per coglierne il significato e tentare di capire il modo di vivere di quel determinato gruppo umano, le strutture politiche, quelle economiche e sociali, quelle ideologiche e culturali: in breve, ricostruire la storia dell'uomo. Diverse sono le figure di archeologi, nei diversi campi della ricerca: dal preistorico, al numismatico, al topografo, all'archeologo orientalista o classico e sempre più l'archeologia è un lavoro di una nutrita équipe di ricercatori, dal fisico, al chimico, al paleontologo, al paleobotanico e molti altri ancora. Se è cambiato il concetto stesso di archeologia è anche cambiata la funzione dell'archeologo nella società attuale e se l'obiettivo ultimo è quello di fornire gli strumenti della conoscenza per la storia dell'uomo, l'utente è la società che detiene la memoria che va salvaguardata e tutelata; e come sullo scavo quello che si toglie si distrugge, così anche il patrimonio che si distrugge non si recupera più e non è raro vedere un tenace soprintendente con la sua sparuta schiera di funzionari difendere dalla speculazione e dall'indifferenza i resti di una casa, di una villa, di una fortificazione, insomma i segni delle nostre radici; e se l'archeologia è scienza dell'uomo, le tracce del passato costituiscono le basi per capire da dove prende avvio la nostra storia e quali le componenti della nostra formazione: banalmente chi siamo e da dove veniamo! Ed il lavoro forse più complicato è quello di una corretta divulgazione dove finalmente scompaiono i misteri o i tesori e si ricostruisce, attraverso le prove delle evidenze materiali, la storia dell'uomo in quella determinata dimensione spazio - temporale. Quanto mai attuali sono le parole di Bianchi Bandinelli, scritte nel 1961: la cultura è facoltà di comprendere e intelligenza del presente, sorretta dalla conoscenza del passato.

* Professore di Archeologia classica Università Federico II di Napoli

Il museo narrante alla foce del Sele

Il museo narrante alla foce del Sele
di BIANCA FERRARA *
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, 18 GIUGNO 2009

Realtà virtuali I visitatori possono «partecipare» allo scavo e alle scoperte

Con i pollini sono stati ricostruiti gli antichi giardini

Inaugurato l’8 novembre del 2001, il Museo Narrante è stato il primo museo archeologico virtuale; racconta la storia del santuario di Hera, impiantato alla foce del Sele dai coloni greci che fondarono Poseidonia nel primi decenni del VI sec. a.C.

Una vecchia casa colonica dell’Ente Bonifica, la Masseria Procuriali, utilizzata già negli anni delle prime scoperte come deposito per i materiali dello scavo, è stata riadattata a sede museale. La struttura, del tutto innovativa, non offre un’esposizione di reperti ma, con emozionanti e coinvolgenti racconti, presenta la storia del santuario, della sua fondazione e della sua riscoperta. Entrando nel Museo si viene accolti dalle leggende sull’origine mitica del culto di Hera legate all’arrivo degli Argonauti guidati da Giasone, e dalla storia dei coloni greci che arrivano nella pianura pestana.

Filmati e pannelli illustrano la ricostruzione del giardino dedicato alla Dea, realizzata grazie alle recenti indagini sui pollini che hanno documentato un’area coltivata diversa da quella palustre e selvaggia, l’impianto di specie arboree, tra cui il mirto ed il melograno. Il racconto prosegue con le diverse fasi dalla scoperta alla ricerca e attraverso uno schermo posizionato sul pavimento, su cui è proiettata la ricostruzione delle fasi di scavo, il visitatore ha la netta percezione di partecipare allo scavo e seguirne tutte le sue fasi. Il culto alla divinità ed i doni votivi che le fedeli portavano al santuario sono disegnati ed illustrati attraverso maquettes e riproduzioni. Ma è nella vecchia stalla della masseria che viene proiettato il racconto più emozionante, quello del ritrovamento delle lastre scolpite che raccontano miti e leggende dei Greci che arrivano sulle sponde del fiume; sono immagini parlanti ed ogni lastra racconta l’impresa degli eroi troiani o di Eracle e trasmette un messaggio rivolto ai ricchi signori che abitano sulla sponda opposta del fiume, nell’area di Pontecagnano; i Greci si presentano illustrando, attraverso le immagini, i valori in cui credono e su cui si fonda la loro cultura. E la magia continua entrando nel grande silos, circondati da centinaia di riproduzioni di immagini della Dea e delle fedeli, semplici doni votivi portati al santuario, dove una voce ripete, in greco antico, le invocazioni che le fedeli rivolgevano alla divinità per ottenerne la benevolenza e la protezione; i segni di una discontinuità del culto, con la comparsa del Cristianesimo nella piana pestana e la ripresa iconografica della Hera del Sele nella Madonna del granato di Capaccio trovano illustrazioni e racconti nel secondo silos dove le litanie sono quelle moderne che le genti del Cilento hanno da sempre rivolto alla loro veneratissima Madonna.

Il Museo Narrante ha potuto usufruire, purtroppo solo per un anno, di un servizio di accoglienza, di editoria e di divulgazione finanziato dalla regione Campania che ha consentito di superare una serie di difficoltà logistiche, trovandosi del tutto decentrato dalla vivace corrente turistica che coinvolge Paestum. Sono state realizzate numerose iniziative finalizzate a richiamare l’attenzione dei media e del pubblico sull’importanza del sito archeologico e sul valore innovativo del Museo ma soprattutto finalizzate a far conoscere quest’altro piccolo gioiello recuperato al patrimonio della nostra Regione.

Sono state soprattutto le manifestazioni teatrali e quelle rivolte al pubblico giovanile delle scuole ad avere maggiore successo; in particolare quelle dedicate ad attività di laboratori sulle produzioni antiche: ceramiche, terracotta e affreschi. Il flusso dei visitatori è andato progressivamente aumentando e dai 200 iniziali mensili siamo ormai ad oltre tremila presenze; il dato fa ben sperare in una maggiore diffusione e divulgazione di questo affascinante ed un po’ nascosto Parco Archeologico del Sele.

* Assegnista di ricerca - Università Federico II di Napoli

Un appello a Bruxelles per Tuvixeddu: «Salviamo la necropoli»

Un appello a Bruxelles per Tuvixeddu: «Salviamo la necropoli»
Mauro Lissia
La Nuova Sardegna 18/06/2009

BRUXELLES. Quello di Tuvixeddu, la necropoli punica di Cagliari minacciata dal cemento, adesso è un caso europeo: il vicepresidente del Comitato delle regioni Michel Dellebarre, ex ministro francese ed ex leader dell’organo consultivo del parlamento di Strasburgo, ha aderito formalmente all’iniziativa di denuncia che è stata lanciata da Graziano Milia. Dellebarre si è dichiarato disponibile a portare la questione nella massima assemblea continentale e a proporre il sito archeologico di Cagliari alla tutela dell’Unesco. Invitato all’incontro con i cronisti organizzato dalla Provincia di Cagliari nella sede del Comitato, il politico francese ha usato parole molto chiare: «Non riesco a capire come si possa pensare di danneggiare un patrimonio di questo valore e di queste potenzialità, è assurdo che Milia sia costretto a trascinare il problema in Europa mentre le amministrazioni locali non se ne preoccupano... Io sono di Dunquerque, posso dirvi che se Tuvixeddu non vi serve potreste trasportarla a Dunquerque, saprei io cosa farne». Messa a segno la provocazione, l’ex ministro ha seguito con occhi stupefatti la sequenza di immagini illustrata dallo scrittore Giorgio Todde, dove l’area sepolcrale appare straziata da lavori edili, scavi, palazzi, muraglie di pietre messe in piedi di recente. Ha scosso la testa e allargato le braccia, così come i cronisti ignari di quanto sta accadendo in Sardegna con il consenso del Comune di Cagliari, che si è sempre schierato in giudizio con il costruttore. Lo stupore è cresciuto quando il presidente della Provincia ha spiegato che la distruzione sta avvenendo nella piena legalità: «Può sembrare strano - ha detto Milia, che fa parte del Comitato delle Regioni - ma se gli attuali abitanti di Tunisi volessero documentarsi sulla storia di Cartagine dovrebbero venire a Cagliari, perché è a Cagliari il sito fenicio-punico più importante del mondo. Eppure noi siamo qui, a coltivare la speranza che il ministero dei Beni culturali allarghi il vincolo sull’area di Tuvixeddu oppure che si trovi un modo per conciliare i diritti dell’impresa e l’obbligo di tutelare la storia». Invitato da Milia, il presidente della Regione Ugo Cappelacci ha partecipato da spettatore alla conferenza stampa, era a Bruxelles per esordire nel ruolo di membro del Comitato delle regioni in base al diritto maturato dalla Sardegna durante l’amministrazione Soru. Concluso l’incontro, il governatore sardo ha accettato di rispondere alle domande dei cronisti: «Ho trascorso la notte in un hotel modernissimo, costruito a elle attorno a una torre antica - ha premesso il governatore - Non è un cosa bella da vedersi...». Per un attimo si è pensato a una svolta, a un’inattesa adesione di Cappellacci alla linea Soru: neppure un palazzo attorno alla necropoli. Poi la correzione di rotta: «Sarebbe criminale distruggere una realtà come Tuvixeddu, ma i giudizi della magistratura dimostrano che non c’è stata leale collaborazione fra amministrazioni, un fatto gravissimo che forse ha compromesso la possibilità di trovare soluzioni». Per Cappellacci quindi c’è una responsabilità da parte della giunta Soru: «Non c’è più un foglio bianco dove scrivere il futuro del sito storico perché le sentenze condizionano le decisioni». In più «manca la chiarezza su quanto può ancora esserci di interessante sul piano archeologico a Tuvixeddu - ha spiegato - e noi dobbiamo essere sicuri che nelle aree dove è autorizzata la costruzione di edifici non ci sia nulla». «Quello che esiste - ha detto ancora il presidente - va salvaguardato con la massima attenzione, ma per decidere cosa fare del resto servono dati definitivi da parte dei tecnici, che mi pare siano in disaccordo fra loro». I documenti in realtà parlano chiaro: centinaia di tombe sono state trovate dopo l’accordo di programma del 2000 che ha dato il via libera all’intervento edilizio. È stata l’avvocatura dello Stato a chiarirlo davanti al Consiglio di Stato.

Sulle rotte del mondo antico. Per quattro giorni Rimini viaggia a ritroso nel tempo

Sulle rotte del mondo antico. Per quattro giorni Rimini viaggia a ritroso nel tempo
ANNA TONELLI
GIOVEDÌ, 18 GIUGNO 2009 LA REPUBBLICA - Bologna

Incontri, scavi, menu e anche un processo penale: "Il caso della Venere di Urbino"

Sarà che la società dell´incertezza può far paura, come sostiene Bauman. Sarà perché la Magna Grecia e l´antica Roma riscuotono sempre fascino e successo. Fatto sta che, guardando al presente o al passato, o a tutti e due in simultanea, si possono trovare le ragioni per demonizzare l´oggi ed esaltare i secoli andati. O viceversa. In questa logica si muove il Festival del mondo antico di Rimini, una delle manifestazioni più longeve - edizione numero 11 - nel sempre più inflazionato panorama dei festival cultural/spettacolari. Pur in un programma un po´ ripetitivo (si aspetta un colpo d´ala d´inventiva), si hanno a disposizione quattro giornate per indagare nei meandri e nei misteri dell´antichità.
Da oggi a domenica, dalle 9 di mattina a notte fonda, nei luoghi storici o anche sulla battigia, ci si può imbattere in uno scavo, in una presentazione di libri, in una visita guidata, in una proiezione cinematografica, in un processo simulato, in una lectio magistralis, in un happening poetico. Perfino in un assaggio gastronomico degno del desco di Damocle o Apicius.
Oltre ai luoghi tradizionali (Museo, Domus del Chirurgo, Anfiteatro romano, Biblioteca, Museo degli Sguardi), quest´anno ci sarà la novità della Darsena per dare un tocco di antico anche al mare: lì saranno ormeggiati i «trabaccoli», imbarcazioni d´epoca traghettate da Cesenatico, che serviranno da laboratori galleggianti per ricostruire le modalità di navigazione condotte dall´archeologo navale Stefano Medas.
Il festival si apre oggi con il convegno «La guerra degli antichi (e dei moderni)» curato da Giovanni Brizzi per proseguire poi ogni giorno con una decina di appuntamenti con esperti, studiosi ed artisti: Edoardo Boncinelli, Maurizio Bettini, Luciano Canfora, Gabriella Caramore, Luigi Magni, Laurent Pernot, Silvia Ronchey, Tzvetan Todorov. Nel lungo elenco della sezione «Dialoghi» segnaliamo solo qualche titolo particolarmente interessante come «Vivere con i miti» con il confronto fra Giuseppe Pucci e Paolo Zanker (oggi, Aula Magna Università, ore 17.30), «Aristofane: riso e politica, pace e guerra, donne e utopia» con Angela Maria Andrisano, Maria Paola Funaioli e Vinicio Tammaro (domani, ore 18), «De Magistro» con Massimo Cacciari e il neo Rettore Ivano Dionigi (venerdì, Corte Agostiniani, ore 21.30). Il pubblico ha sempre gradito molto la simulazione di un processo penale romano che riguarda «Il caso della Venere di Urbino», ovvero un furto con omicidio, di un´opera d´arte che si concluderà con una discussione che vede la partecipazione di nomi rappresentativi nel campo della tutela del patrimonio storico artistico (sabato, Corte Agostiniani, ore 21.30).

martedì 16 giugno 2009

Al museo archeologico le meraviglie mai viste

Al museo archeologico le meraviglie mai viste
SABATO, 13 GIUGNO 2009 IL TIRRENO - Grosseto

Si alza il velo oggi a Grosseto su reperti etruschi straordinari e inediti. Alle 18 al Museo archeologico e d’arte della Maremma, in piazza Baccarini, sarà infatti inaugurata l’esposizione “Signori di Maremma - Elites etrusche fra Populonia e il Vulcente”. L’esposizione, organizzata dal Comune di Grosseto in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e con il coordinamento del collezionista Gianfranco Luzzetti, si presenta come un viaggio tra i costumi, le usanze e la cultura della civiltà etrusca. “Signori di Maremma” propone oltre duecento reperti inediti provenienti dai siti archeologici del nostro territorio, conservati per la maggior parte nei depositi del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Pezzi unici di straordinaria importanza e bellezza che narrano la vita e la morte dei Signori di Maremma ovvero i Principi Etruschi, durante il periodo di massimo splendore di questa civiltà, quello detto “Orientalizzante”, compreso tra il VII e il VI secolo prima di Cristo. I materiali in mostra provengono da cinque aree della Maremma: Populonia, Vetulonia, Marsiliana d’Albegna, Poggio Buco - Pitigliano e Roselle. Se Populonia e Vetulonia rappresentano lo stile di vita dei “signori di città”, ovvero di un’aristocrazia definibile “urbana”, al suo opposto stanno i “signori di campagna” di Marsiliana d’Albegna e Poggio Buco-Pitigliano, colonie di una delle più grandi città dell’Etruria Meridionale, Vulci.
Itinerari. Ala mostra realizzata al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma si affiancano gli itinerari tematici sul territorio, che daranno la possibilità al pubblico di visitare le aree archeologiche da cui provengono i reperti ed approfondirne il tema.
I due itinerari, il cui punto di partenza sarà il Museo archeologico, attraversano la Provincia di Grosseto in direzioni opposte: verso nord le tappe consigliate sono le aree archeologiche di Roselle, Vetulonia (Museo e area archeologica), il Parco del Lago dell’Accesa, i cui materiali sono conservati nel Museo Archeologico di Massa Marittima, il Parco di Baratti e Populonia. Verso sud, le aree archeologiche di Marsiliana d’Albegna e Poggio Buco non sono visitabili. A Pitigliano sono invece visibili il museo Archeologico e quello della Città dei vivi, Città dei morti, oltre al Parco La città del Tufo. Infine, in provincia di Viterbo a Vulci, il Parco Archeologico e Naturalistico di Vulci che comprende le aree archeologiche e il Museo Archeologico Nazionale. Gli itinerari sono a cura di Maria Grazia Celuzza, direttrice del Museo Archeologico e d’Arte della Maremma.
Stasera alla cerimonia di inaugurazione parteciperanno il sindaco Bonifazi, il vicesindaco Matergi, Carlotta Cianferoni, vice soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana; Simona Rafanelli, direttrice del Museo Civico Archeologico Falchi di Vetulonia; Gianfranco Luzzetti, promotore e coordinatore generale della mostra; Maria Grazia Celuzza.
SIGNORI DI MAREMMA La mostra sarà aperta da domani al 31 ottobre 2009, visitabile tutti i giorni (escluso il lunedì) dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Ingresso mostra e museo: 5 euro intero, 2,50 ridotto. Info e prenotazioni: 0564 488750

La Grande Guerra rivissuta tra forti e trincee

La Grande Guerra rivissuta tra forti e trincee
Lunedì 15 Giugno 2009 CULTURA Pagina 39 L'ARENA

GUIDE. L’OPERA È DI MARIO BUSSONI
Si narrano anche retroscena ed episodi poco conosciuti


Novant’anni sono passati dalla fine del primo conflitto mondiale e dal fatidico Giorno della vittoria. Giorno nel quale il Regno d’Italia usciva vincitore, insieme alle Potenze dell’Intesa, dalla Grande Guerra. Ossia, da un conflitto terribile e sanguinoso che, di fatto, vedeva cancellati dalle carte geografiche gli Imperi Centrali. Da quel tempo a oggi, su questo drammatico conflitto, è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Mario Bussoni, già collaboratore di numerosi altri quotidiani e mensili storici e turistici, dopo il successo ottenuto dalle guide storico-turistiche della collana Viaggi nella storia (Lo sbarco in Normandia, I Musei della storia e La Linea Maginot), ha mandato da poco in libreria La Grande Guerra, editore Mattioli 1885 (320 pagine, 19 euro, numerose foto a colori e in bianco-nero).
Per quest’opera, l’autore ha ripercorso, passo dopo passo, Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Slovenia, alla riscoperta oltretutto di luoghi spesso sconosciuti al grande pubblico, quali la Linea Cadorna o gli inutili Forti dell’est friulano. Inoltre, ha battuto palmo a palmo i fronti Dolomitico, del Carso e dell’Isonzo e i luoghi della disfatta di Caporetto e della resistenza sul Piave, dove hanno valorosamente combattuto e si sono letteralmente dissanguate le truppe del Regio Esercito italiano.
La Grande Guerra, suddivisa nella parte storica e storico-turistica, dopo avere affrontato una particolare disamina degli avvenimenti, sfrondata di ogni retorica e in chiave alquanto critica, propone altresì numerosi itinerari di tutto quello che oggi è rimasto da vedere su un conflitto che è costato all’Italia 650 mila morti; 220 mila grandi invalidi; 600 mila prigionieri (dei quali 100 mila non ritornati); e una spesa 148 miliardi di spesa (il doppio dal 1861 al 1913). Un viaggio non solo nella storia ma nella coscienza collettiva, una riflessione fondata sui fatti e sui luoghi, che ripropone il tema dell’inutilità dei conflitti nella soluzione delle contese internazionali.
L’autore indica inoltre, avvalendosi anche di documenti inediti, i retroscena del conflitto, i giri di valzer, che hanno preceduto l’ambigua discesa in guerra del Regno d’Italia, le furbizie adottate dal re Vittorio Emanuele III; le pavidità di alcuni ministri, le croniche incapacità dei nostri Comandi superiori, generale Luigi Cadorna in testa, nel valutare ogni situazione, l’eroismo e il sacrificio dei soldati, spesso impiegati come statistica e spediti a morte sicura senza un perché e senza mai ottenere un solo risultato concreto; l’allucinante guerra di trincea o sui picchi delle Dolomiti, la clamorosa rotta di Caporetto, l’inconsistente vittoria di Vittorio Veneto e il conflitto vinto in qualche modo sul campo, ma poi perso a tavolino alla Conferenza di pace di Parigi.
L’opera La Grande Guerra, che si avvale della direzione editoriale del giornalista Emanuele Roncalli e delle fotografie di Marcello Calzolari, è di grande interesse non solo per gli appassionati di storia, ma anche per i semplici turisti che intendano visitare e ripercorrere i luoghi che furono teatro di cruenti battaglie. La collana Viaggi nella Storia è consultabile sul sito internet www.viaggiestoria.com .

Negli States tutti pazzi per gli etruschi

Negli States tutti pazzi per gli etruschi
IL TEMPO 16/06/2009

La statua della Chimera parte per Los Angeles. Annunciati eventi «epocali»

Qui da noi, nel Belpaese, ammuffiscono in qualche angolo di museo, ma il resto del mondo ce li invidia: sono i grandi capolavori dell'arte e della cultura. Noi italiani li diamo per scontati, negli altri Paesi se li sognano. Da un po' di tempo negli States impazza la mania degli etruschi, tanto che si parla di mostre, eventi, appuntamenti. Il prossimo mese è in programma un'esposizione a Villa Getty, a Los Angeles, e il «primo piatto» arriverà proprio dall'Italia: la Chimera di Arezzo, grande bronzo etrusco risalente al V secolo avanti Cristo, attualmente custodito al Museo Archeologico di Firenze. La Chimera, come dall'accordo tra il direttore generale per l'archeologia del Ministero per i Beni Culturali, Stefano De Caro, e Michael Brand, direttore del Jean Paul Getty Museum, viaggerà verso gli Stati Uniti per arrivare puntuale all'inaugurazione della mostra il 16 luglio. Ad organizzare il prestito un gruppo di «Amici della Chimera», sotto la presidenza dell'etruscologo Giovannangelo Camporeale, presidente dell'Istituto di Studi Etruschi. L'associazione avrà una rappresentanza negli Usa che seguirà la mostra sulla Chimera, poi una seconda esposizione dedicata agli altri grandi bronzi del museo fiorentino ed infine una terza, dedicata agli Etruschi, annunciata come «epocale». Gli «Amici della Chimera» su suggerimento e patrocinati del console generale d'Italia a Los Angeles, Nicola Faganello, con il direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, Francesca Valente realizzeranno inoltre, a corona di quelle del Getty Museum, altre iniziative legate all'archeologia ed alla storia antica dell'Etruria e di tutti i popoli rappresentati nelle meravigliose collezioni del Museo fiorentino. Il Museo Archeologico di Firenze, istituito nel 1870, è responsabile di una delle maggiori collezioni d'arte etrusca del mondo. Ha sede nello storico palazzo della Crocetta, costruito per la granduchessa Maria Luisa d'Austria nel 1620. Da questo storico e blasonatissimo luogo la Chimera volerà verso gli States. E forse è giusto, visto che i tanti che la visitano sono quasi tutti turisti. Stranieri.

lunedì 15 giugno 2009

Le scorribande marine degli Etruschi "Erano loro i pirati del Mediterraneo"

La Repubblica 13.6.09
Le scorribande marine degli Etruschi "Erano loro i pirati del Mediterraneo"
di Cinzia Dal Maso

Lo proverebbe una stele appena ritrovata nell´isola di Lemnos, scritta nella lingua degli antichi Tirreni È del VI secolo a.C. e raffigura un uomo che ringrazia la divinità, forse perché scampato alla tempesta

Furono grandi navigatori che raggiunsero le terre d´Oriente dove sorgeva Troia
Secondo l´Inno omerico a Dioniso rapirono la divinità ma furono tramutati in delfini

ROMA. Sono trascorsi 120 anni dalla prima, epocale scoperta. E ora finalmente Lemnos, isola greca a due passi dalla costa anatolica di Troia, ha restituito una seconda "iscrizione tirrenica". Una seconda stele in pietra del VI secolo a. C. che porta incisa una scritta in una lingua strettamente imparentata con l´etrusco, e definita da molti linguisti "etrusco arcaico". Una seconda prova dello stretto legame dell´isola con il popolo dei "Tirreni", cioè gli Etruschi.
I Greci li chiamavano così. "Barbari", a detta dello storico Tucidide che racconta come nell´isola si parlava solo la loro lingua, e si cominciò a parlare greco solo dopo la sua conquista nel 510 a. C. da parte dell´ateniese Milziade. "Pirati" secondo l´Inno omerico a Dioniso, che osarono persino rapire il dio illudendosi di venderlo come schiavo, ma vennero tramutati in delfini.
Forse erano proprio pirati i Tirreni di Lemnos, come ipotizza il linguista Carlo De Simone che ha studiato la nuova iscrizione e la presenterà lunedì all´Università La Sapienza di Roma assieme all´archeologa Aglaia Archontidou, che parlerà del luogo in cui la stele è stata trovata, e ad Emanuele Greco, direttore della Scuola archeologica italiana di Atene, che illustrerà gli scavi italiani nell´isola.
I pirati Etruschi erano così noti e temuti nel mondo antico da essere entrati persino nel mito. Ma due iscrizioni (e qualche altra parola scritta su cocci qua e là) sono un po´ poco per trarre conclusioni certe. «E prove archeologiche non ce ne sono - afferma Emanuele Greco - Solo queste scritte che dimostrano l´esistenza di contatti culturali, di scambi forse solo episodici. Per il resto, l´archeologia dimostra chiaramente che l´isola era strettamente legata alla vicina costa anatolica e a Troia, e importante crocevia di rotte marine».
Il mondo antico era molto più "globale" di quanto abitualmente immaginiamo. Gli antichi viaggiavano di continuo in tutte le direzioni. Perché dunque pensare solo a migrazioni e passaggi da est a ovest? Ex oriente lux, si dice. E la prima iscrizione tirrenica ha fornito per decenni la "prova del nove" della tanto decantata origine orientale degli Etruschi. La prova che lo storico Erodoto diceva il vero, quando narrava la migrazione verso l´Italia centrale dell´eroe anatolico Tirreno, che avrebbe dato il nome agli Etruschi.
Una migrazione avvenuta in un passato lontano e mitico, che però alcuni storici e linguisti (come il tedesco Helmut Rix) collocano in un momento non precisato del secondo millennio a. C.
«Ma la stele è un oggetto del VI secolo a. C. - rileva De Simone - quando gli Etruschi sono già da tempo ben presenti in terra italica. Poi, mancano completamente prove di una presenza etrusca a Lemnos nelle epoche precedenti, quando sarebbe dovuta avvenire l´ipotetica migrazione. E neppure l´Iliade menziona mai i Tirreni».
Per De Simone l´origine orientale degli Etruschi è pura invenzione. Meglio dipingerli come grandi navigatori che, in epoca storica ben nota, raggiunsero persino le lontane terre d´Oriente. Commercianti senza scrupoli. Pirati. La stele appena scoperta porta la dedica di un signore a una divinità a noi ignota. Il verbo usato per "dedicare" è "héloke", termine tipico della lingua tirrenica di Lemnos, chiamata "arcaica" perché si è conservata inalterata come capita spesso nelle aree periferiche.
La stele è stata trovata tra le mura del teatro ellenistico dell´antica città di Efestia, ma sappiamo che prima del teatro nello stesso luogo c´era un santuario. È molto pesante e difficilmente trasportabile, e dunque è sempre rimasta sul posto ed era probabilmente un ex voto donato al santuario. Magari di un pirata "tirreno" scampato per miracolo a una rovinosa tempesta.

venerdì 5 giugno 2009

Ceramiche, monete e una testina egizia recuperato un tesoro archeologico

Ceramiche, monete e una testina egizia recuperato un tesoro archeologico
MERCOLEDÌ, 20 MAGGIO 2009 LA REPUBBLICA - Roma

L´indagine
Un patrimonio archeologico dal valore commerciale di 250mila euro tra ceramiche figurate e monete databili tra il V e il III secolo a. C., e una "testina egizia" raffigurante un sacerdote d´epoca Tolemaica insieme a un´epigrafe sepolcrale d´epoca romana, entrambi reperti di inestimabile valore storico, frutto di scavi clandestini nelle aree di Mentana e della Nomentana antica. Sono i due principali "bottini" delle rispettive operazioni "Feno" e "Iside" condotte dai carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio culturale a Roma e presentati ieri nella sede di via Anicia dal comandante Raffaele Mancino, dal direttore generale per l´archeologia Stefano De Caro, dal soprintendente archeologico Angelo Bottini e dalla soprintendente ai beni archeologici del Lazio Marina Sapelli Ragni.

Mura megalitiche tra mito e storia

Mura megalitiche tra mito e storia
Corriere della Sera (Roma) 05/06/2009

Secondo la tradizione mitologica, sarebbe stato Satur­no, dio dell’Olimpo detronizzato dal figlio Giove e cac­ciato in esilio nell’attuale Lazio, a costruire le mura me­galitiche che ancora si possono vedere nel territorio di 91 comuni in provincia di Frosinone. Mura che sono de­scritte nei testi degli autori latini e che poi vengono di­menticate fino al Settecento, quando l’abate Louis Char­les François Petit-Radel iniziò un lavoro di ricerca che durò oltre quarant’anni e ne raccontò i risultati ai suoi corrispondenti sparsi in tutta Europa.

Fu così che rinacque l’interesse di archeologici, storici e artisti verso le costruzioni ciclopiche che interessano so­prattutto Ferentino, Anagni, Alatri, Arpino e Atina. Una delle prime studiose a ritrarre le mura in decine di inci­sioni fu Marianna Candidi Dionigi, che pubblicò l’opera in fascicoli tra il 1809 e il 1812. Poi arrivarono le tavole dell’inglese Edward Dodwell, gli schizzi dell’americano John Izard Middleton, le litografie di Edward Lear. Fino alle fotografie di Thomas Ashby, che hanno fermato le immagini un attimo prima dei grandi cambiamenti urbani e territoriali del Novecento.

Tra gli storici, da segnalare il ce­lebre Ferdinand Gregorovius, che verso la metà dell’Ottocen­to ricorda la suggestione prova­ta davanti alle mura poligonali di Alatri: «Quando vidi queste pietre nere e titaniche che sono conservate così bene, come avessero soltanto degli anni, invece di essere anti­che di millenni, la mia ammirazione per la potenza uma­na divenne molto più grande di quando avevo visto il Colosseo a Roma».

Disegni, foto e publicazioni si possono ora osservare nella mostra «Le mura megalitiche. Il Lazio meridionale tra storia e mito», che ricostruisce anche una mappa del territorio dove le grandi costruzioni si possono ammira­re dal vero. Un invito dunque a un viaggio nel passato, magari accompagnati dal bel catalogo curato da Alessan­dro Nicosia e Maria Cristina Bettini, che raccoglie anche un saggio dell’archeoastronomo Giulio Magli, il quale cerca di rispondere alle domande «Perché furono co­struite?

Da chi? Quando?».