giovedì 26 giugno 2008

Castelli, le sentinelle della storia e del paesaggio

Castelli, le sentinelle della storia e del paesaggio
di P.e.a.
Edizione 127 del 23-06-2008, L'OPINIONE DELLE LIBERTà

I paesaggi dei castelli rappresentano uno degli elementi più importanti per la conoscenza della storia, quella che ha per protagonisti l’uomo in quanto società ed ambiente. Solenni, integri nelle loro severe strutture medioevali oppure in abbandono hanno il potere di affascinare, di eccitare la fantasia e la curiosità, il paesaggio prende da essi movimento e caratteristiche quasi che le imponenti mura celino un misterioso mondo romantico. I castelli dunque rappresentano le sentinelle paesaggistiche, che nel corso dei secoli ha visto eserciti, popoli, santi e scellerati. L’architettura dei castelli si è ispirata ad un severo ambiente e ha creato uno stile ed un concetto di fortificazioni ben definite. La particolare organizzazione politica e la radicata concezione feudale hanno imposto un rilevante numero di castelli, residenze fortificate, torri e borghi murati.

Le torri proteggevano le porte, e costituivano l’estremo punto di resistenza col passar del tempo sono diventate l’emblema del medio-evo. I sistemi fortificati ed i castelli sono una delle sfaccettature del cristallo storico, intorno al castello si riunivano arcaiche comunità dando origine a una circoscrizione territoriale, dove il Signore esercitava il suo potere. I contadini, i servi, i liberi, i semi-liberi costruivano le loro abitazioni in prossimità del castello, ritenendolo un rifugio sicuro per uomini ed animali. In realtà i castelli sono la rappresentazione fisica giunta fino a noi di un’era tipicamente europea, del cui sigillo non siamo stati in grado di scrollarci di dosso l’eredità. Nonostante la presunzione umana di rinnovare rapidamente i tempi, la storia è cosa più saggia lenta e lungimirante, la nostra epoca non è ancora riuscita a sintetizzare in un fatto materiale il simbolo della sua civiltà così come il medio-evo ha proposto con i castelli. “Le vetuste dimore hanno il merito di ricordare ai distratti italiani ed ai visitatori tutti, di quante vite sia fatta la nostra nazione”, Ugo Ojetti.

Fiorano. Sotto il Santuario spunta antica villa

EMILIA - Fiorano. Sotto il Santuario spunta antica villa
Luigi Giuliani
Il Resto del Carlino (Modena) 25/06/2008

E'BASTATO che la pala dell`escavatore scendesse di una ventina di centimetri perché affiorassero le mura di recinzione di un edificio, probabilmente d`età rinascimentale. Il ritrovamento è avvenuto nel corso dei lavori di rifacimento del piazzale antistante il Santuario-Basilica della Beata Vergine del Castello di Fiorano, opere iniziate a metà maggio e che avrebbero dovuto concludersi prima dell`8 di settembre, giornata di festa per
la natività della Madonna. Un appuntamento che richiama sul colle
di Fiorano migliaia di fedeli provenienti da tutte le parti.
Stoppato immediatamente il lavoro del mezzo meccanico, avvertita la Soprintendenza e l`Amministrazione Comunale di quanto era stato ritrovato, sul posto sono giunti studiosi ed esperti per una prima valutazione di quanto era emerso. L`area interessata, proprio
quella dove termina l`ultima scalinata prima del piazzale intitolato a Giovanni Paolo II, e stata recintata e, attraverso un lavoro meticoloso, personale specializzato ha iniziato nuovamente
a scavare. Oggi sono già visibili le mura perimetrali di un`abitazione; tutta la terra raccolta dal piccolo escavatore sarà esaminata, setacciata, alla ricerca di qualsiasi oggetto, o frammase fu l`immagine della Madonna. Nel 1558 gli spagnoli misero a ferro e fuoco questo Borgo, ma il dipinto della Madonna non fu offeso dalle fiamme. All`immagine ricorsero ancora i fioranesi nel 1630, in occasione della peste bubbonica impegnandosi ad erigere una cappella se il flagello li avesse risparmiati. Così avvenne e sorse il primo oratorio. In quegli anni l`intera area del castello dt Fiorano fu demolita dei ruderi degli edifici e nel 1634 fu posta la prima pietra dell`attuale Santuario dell`architetto Avanztni. Il ritrovamento potrebbe risalire a quel periodo.

domenica 22 giugno 2008

ASCOLI -Nuove scoperte archeologiche in centro

ASCOLI -Nuove scoperte archeologiche in centro
CARLO PACI
Edizione del 21 giugno 2008, CORRIERE ADRIATICO

Rinvenute anche alcune pietre riconducibili ad una strada romana e resti di ceramiche medievaliLunedì riprendono i lavori per la pavimentazione di via D’Ancaria
Ritrovata da un esperto una scritta del 1500 con un messaggio di speranza per gli ascolani

Si rischia di diventare monotoni nel sottolineare che sotto la prima crosta della pavimentazione, nel centro storico, viene alla luce ogni tipo di presenza archeologica.

Le ultime due durante i lavori di pavimentazione di via D'Ancaria, ma ce n'è una terza che merita considerazione per la sua singolarità. Eppoi anche una quarta che vedremo. Ma andiamo per ordine.

Da anni il collega professor Serafino Castelli insegue reperti soprattutto di epoca rinascimentale. E così lo si vede aggirarsi con occhio vigile, laddove sono in corso scavi. E si deve alla sua vista... allenata se in questi giorni ha ritrovato nientemeno che una consistente porzione di lastra di travertino con lettere incise, testimonianza certa che fece parte di un architrave di finestra, o meglio portone di non trascurabile importanza.

Dove l'ha scovata? Addirittura faceva parte dell'alzata di un gradino che conduce all'ingresso del negozio di generai alimentari, di via D'Ancaria, di Giuseppe D'Angelo, simpaticamente conosciuto come Pippo.

Come è venuta fuori? Semplicemente col fatto che scalfendo il manto stradale, è riemersa questa alzata che presentava alcune parole tronche e smozzicate.

Non ce n'è voluta di più perche Castelli ricostruisse la frase come segue: Un giorno vene che tutti gli altri avanza un detto certamente finalizzato alla speranza.

Al centro la lastra è martellata (forse c'era un stemma nobiliare), ma la data iscritta è precisa: 1543.

Come è stato scritto da un letterato, ulteriore conferma di una Città dell'Umanesimo unica al mondo. Sorride il collega Castelli che non solo è autore del libro Iscrizioni nelle case ascolane del Cinquecento, ma ne ha già in stampa uno nuovo. A proposito della sua passione, lo ricordiamo, sotto il sole del pieno agosto, con una scala traballante appoggiata al muro, pennello alla mano con vernice nera, dipingere le annose scritte, non più visibili, delle antiche case di corso Mazzini.

Di queste scritte si sono occupati, nel passato diversi scrittori, ricercatori e letterati come Giuseppe Castelli, Giulio Gabrielli, d.Giuseppe Fabiani ed altri.

Nel suo libro il Castelli riproduce un certo numero di scritte, che con successivi articoli giornalistici assommarono a circa 170, ma ne sono ancora da rintracciare almeno altre 150, in questa città tuttora museo valido di un passato glorioso e...di cultura, ma anche scrigno da scoprire con tante altre testimonianze, non escluse le scritte cinquecentesche, proverbiali e di costume.

E arriviamo così alle agli ultimi ritrovamenti. Proprio all'incrocio di via D'Ancaria con corso Mazzini (piazza del Popolo) la dottoressa Nora Lucentini della Sovrintendenza, aveva pregato il responsabile della Cooperativa Ante Quem, Michele Mazzoni, di effettuarvi un saggio. E dallo scavo sono venuti fuori frammenti di ceramiche (tutte attribuibili ad epoca medioevale), ma con essi un allineamento di pietre, coerente con una strada d'epoca romana, che non sarebbe del tutto difficile ricostruire nel tempo. Comunque tutto è stato rilevato, fotografato, riportato in cartaceo. Se non vi saranno altre disposizioni, domani lunedì tutto dovrebbe essere ricoperto. Stessa decisione dovrebbe essere presa per l'altro reperto, il muro anch'esso d'età medioevale, con altri frammenti di ceramiche.

In questi giorni i lavori sono rimasti fermi, ma la direzione assicura che ci si sta preparando per la fase conclusiva della ripavimentazione che avrà inizio, anch'essa, lunedì.

PISA. Ora affiorano le palafitte. Trovati i resti di un insediamento di 4mila anni fa

PISA. Ora affiorano le palafitte. Trovati i resti di un insediamento di 4mila anni fa
SABATO, 21 GIUGNO 2008 IL TIRRENO Pagina 5 - Pisa

L’assessore Serfogli: farò ricognizioni ogni settimana

I resti di un insediamento su palafitte. E’ questa l’ultima sorpresa, in ordine di tempo, che ci ha riservato il tormentatissimo parcheggio di piazza della Stazione. È stato l’assessore comunale ai lavori pubblici, Andrea Serfogli, a raccontarci l’ultima scoperta, all’indomani di una ricognizione sul cantiere, compiuta assieme al sindaco Filippeschi, per monitorare lo stato dei lavori.
La scoperta risale all’aprile scorso, quando scavando a dieci metri di profondità, sono venute alla luce, in una sorta di “spiaggetta”, reperti lignei, vasellame e conchiglie, risalenti secondo una prima analisi della sovrintendenza all’età del bronzo, ovvero circa 2000 anni avanti Cristo.
Tracce di una storia lontana, che confermano, se ce ne fosse ancora bisogno, le origini della nostra città, sorta appunto in una zona palustre nel delta di due fiumi, l’Arno e l’Auser (come si chiamava l’odierno Serchio, prima della sua deviazione ad opera del vescovo di Lucca, Frediano nell’VIII sec. d.C.). L’ultimo intoppo è durato pochi giorni, il tempo per gli esperti di raccogliere il materiale e trasferirlo nei propri laboratori per ulteriori approfondimenti e, probabilmente, per renderlo fruibile, in un prossimo futuro, alla visione del pubblico.
Di certo, quest’ultimo “scavo”, ridisegna il perimetro di una città, la nostra, che doveva essere assai esteso, a giudicare dai recenti ritrovamenti di insediamenti risalenti ad epoche più recenti (età etrusca) prima nella zona di Gagno e poi lo scorso anno, con la piccola necropoli, scoperta casualmente durante i lavori nello spazio retrostante via Luigi Bianchi a Porta a Lucca. Se altro “passato” non emerge da quello che è stato definito dai cittadini il “parcheggio della vergogna”, l’opera potrebbe (il condizionale è d’obbligo), essere inaugurata nel giugno del 2009, ovviamente con molti posti auto in meno (278 invece dei previsti 396), ma comunque con un risultato che riqualificherà sicuramente, l’intera area, oggi a dir poco degradata.
«I nostri tecnici - dice Serfogli - seguono quasi ogni giorno i lavori. Personalmente effettuerò una ricognizione ogni settimana. Abbiamo chiesto ai responsabili di Pisa Parcheggi (la società che gestisce l’opera per conto dei costruttori, Saba Italia ed Iter) di realizzare da subiti una nuova recinzione più dignitosa dell’area, dove si spieghi meglio cosa si sta realizzando. Una parte di questa - aggiunge Serfogli - sarà a disposizione di giovani artisti graffitari che vorranno realizzare le loro opere come già avvenuto nel cantiere sotto il Comune». Con i debiti scongiuri, l’opera si avvia a conclusione attraverso alcuni step fondamentali. Il primo, quello più sostanziale, è previsto per la fine di novembre, con il definitivo inscatolamento dei tre piani di parcheggio (il progetto originario ne prevedeva quattro). Poi inizieranno i lavori di impiantistica che dovrebbero concludersi nella primavera prossima. Da qui, la palla passerà al Comune andrà a realizzare la nuova viabilità ponendo fine ai tanti disagi per pedoni, automobilisti e soprattutto residenti. D.G.

lunedì 16 giugno 2008

CAMERINO –Riemerge il passato dell’antica città ducale

CAMERINO –Riemerge il passato dell’antica città ducale
EMANUELE PIERONI
Edizione del 15 giugno 2008, CORRIERE ADRIATICO

L’assessore Tromboni: “Dovrebbe trattarsi di un muro in pietra di epoca Repubblicana”

Da alcuni giorni gli operai sono al lavoro in centro insieme agli esperti della Sovrintendenza

I lavori di rifacimento delle infrastrutture del centro storico di Camerino hanno portato alla luce nuove testimonianze del passato della città ducale. Da un paio di giorni, infatti, gli operai delle ditte appaltatrici stanno lavorando fianco a fianco con gli operatori della Sovrintendenza. La zona che collega Piazza Garibaldi a via Massei, dopo lo smantellamento della pavimentazione, ha portato alla luce un’area di interesse storico. Una scoperta che se da un lato potrebbe arricchire l’offerta culturale ed artistica della città, dall’altro rischia di far subire una gravosa interruzione dei lavori in una zona cruciale del centro storico. Tra i cittadini che vogliono saperne di più e che si dicono curiosi di conoscere quale testimonianza del passato è venuta alla luce, non mancano quelli che temono gli inevitabili disagi dovuti ad un eventuale fermo del cantiere. “In realtà – ha spiegato l’assessore ai lavori pubblici del Comune di Camerino, Bruno Tromboni – i punti di interesse in quell’area dove si stanno effettuando i lavori sono due. Uno dalla parte più vicina a piazza Garibaldi, l’altra dal lato opposto. Nel primo caso, stando alle prime informazioni, dovrebbe trattarsi di un muro in pietra di epoca Repubblicana. Dall’altro lato, invece, per adesso c’è solo una piccola zona delimitata dove si è deciso di procedere con cautela. In quel punto, infatti, non erano stati effettuati lavori in passato e quindi, per prudenza, si scaverà sotto la supervisione dei tecnici della sovrintendenza. Nei giorni scorsi sono stati recuperasti alcuni oggetti e frammenti, anche questi di epoca Repubblicana, ma è veramente troppo presto per avere un quadro chiaro di quella che è la situazione”. Per quanto riguarda il muro in pietra a cui fa riferimento l’assessore, anche ieri gli operatori della Sovrintendenza hanno proceduto alla pulizia della zona. Il reperto, come già accaduto in Piazza Mazzini, sarà interamente portato alla luce e solo a quel punto si prenderà in esame l’opportunità o meno di interrompere provvisoriamente i lavori alle infrastrutture. Discorso ancora in alto mare, invece, per quanto riguarda l’altra zona considerata meritevole di interesse. Qui, infatti, non sono state ancora avviate le opere di pulizia. In sostanza, dunque, bisognerà aspettare ancora qualche giorno per capire se i reperti venuti alla luce meriteranno una tutela particolare o se, invece, i lavori potranno andare avanti. D’altra parte, oltre alla volontà di valorizzare ogni tesoro che le opere di rifacimento delle infrastrutture permetteranno di scoprire, infatti, c’è anche l’effettiva esigenza di liberare la città dalla paralisi che i lavori stessi stanno provocando. Per adesso, quindi, si predica la prudenza e saranno concessi i tempi per eventuali studi che stabiliranno l’effettivo valore dei reperti venuti alla luce. Già nei mesi scorsi, lo ricordiamo, un’altra piazza di Camerino (piazza Mazzini) aveva fatto scoprire il perimetro di un edificio di epoca Romana. In quell’occasione, dopo uno stop dei lavori durato diverse settimane, in accordo con la Sovrintendenza, si era deciso di mappare l’area e successivamente ricoprirla. Una scelta che molti cittadini non avevano gradito, nella convinzione che ogni testimonianza del passato meriti la massima valorizzazione.

domenica 15 giugno 2008

Paestum, rispuntano le mura di Poseidonia

CAMPANIA - Paestum, rispuntano le mura di Poseidonia
PAOLA DESIDERIO
04/06/2008 IL MATTINO

Paestum. Rivivono le mura dell’antica Poseidonia. Dal 2003 la cinta eretta a protezione della città dai Greci è oggetto di un attento lavoro di restauro e conservazione che ha consentito di riportare al loro splendore ben 1350 metri di mura. Dalla torre 28 alla torre angolare di nord-est, passando per Porta Sirena, i blocchi in travertino sono stati catalogati e riposizionati, a volte spostati per ulteriori lavori e poi riposizionati nuovamente. «Il lavoro si è svolto in due fasi – spiega la direttrice del parco archeologico e del Museo di Paestum, Marina Cipriani – La prima fase è stata resa possibile da fondi nazionali, nel 2003 e 2004, e ha riguardato il tratto che va da Torre 28 a Porta Sirena. La seconda fase è stata resa possibile dal Por Campania 2000-2006 e ha riguardato la zona delle mura che va da Porta Sirena alla torre angolare. Inizialmente è stato effettuato un rilievo della posizione dei blocchi. Sono stati catalogati e inseriti in un database in modo da poter rintracciare la loro posizione prima della pulizia e dello spostamento nei settori vicini. I lavori hanno riguardato sia l’esterno che l’interno». Così è capitato che lavorando intorno alle mura per renderle percorribili sia all’interno che all’esterno e scoprire i loro segreti, sono venute fuori altre testimonianze delle civiltà che vi hanno vissuto. «Quando le mura smisero di avere funzione difensiva intorno vi furono collocate delle tombe che risalgono all’epoca romana imperiale. Ne sono state recuperate circa cento. Tombe semplici, con copertura di tegole e all’interno il corredo costituito da una brocchetta, una lucerna, un chiodo e una moneta». In prossimità della Torre 28 è venuta fuori anche una scala di cui non si conosceva l’esistenza, nei pressi di Porta Sirena c’era, invece, un piccolo tempietto, risalente alla metà del quinto secolo a.C. I lavori stanno avvenendo in collaborazione con il dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Salerno, gli aspetti architettonici sono a cura di Ottavio Voza e Paolo Vitti. Sotto il coordinamento della direttrice Cipriani e della professoressa Angela Pontrandolfo, del dipartimento dei Beni culturali, nei lavori sono impegnati a tempo pieno gli archeologi Serena De Caro e Pietro Toro. Indispensabile si è rivelato l’uso del database per la catalogazione dei blocchi realizzato da Alfonso Santoriello. Intanto all’interno del museo è in fase di allestimento una sala che ospiterà i reperti di epoca preistorica e protostorica, centinaia di tombe dipinte di epoca lucana disposte su supporti mobili saranno presto visitabili. Nonostante un’inevitabile lieve calo di presenze, il 28 maggio Paestum contava ben 208.491 visitatori dall’inizio dell’anno. Efficace si sta rivelando la promozione all’estero. Dopo Amburgo, infatti, Paestum questo mese approda a Barlino per una mostra al museo Martin-Gropius-Bau dove saranno esposte 43 lastre tombali e sette tombe complete provenienti dal museo di Paestum e 55 dipinti che rappresentano i templi di Paestum, realizzati tra il 1750 e il 1850.

PALMANOVA Vecchi sepolcri scoperti in Duomo

PALMANOVA Vecchi sepolcri scoperti in Duomo
Mauro Mazzilli
13 GIUGNO 2008, IL GAZZETTINO ONLINE

Verrà effettuata una mappatura del sottosuolo. Il geosonar ha individuato altri segreti

Una ventina di tombe emergono dalla rimozione del pavimento datato 1841

Palmanova
Stanno riservando numerosissime sorprese i lavori per l'installazione del nuovo impianto di riscaldamento nel duomo dogale: Con la rimozione dell'antico pavimento datato 1841, sono venuti alla luce una ventina di nuovi sepolcri, alcuni forniti di relativa lapide con inciso il nome del defunto mentre altri sono del tutto anonimi. La tomba più antica ritrovata risale al 1641 e un'altra scoperta ha consentito di accertare che di fronte alle tre absidi sono state posizionate dei tumuli per ospitare gli associati alle tre maggiori Confraternite della fortezza. Al centro quella del Santissimo Sacramento, a destra quella del Rosario e a sinistra quella della Vergine del Carmine. Si evince dal ritrovamento che ahimè anche in tempi antichi esisteva differenza fra ricchi e poveri. Infatti le spoglie dei notabili e della gente facoltosa erano conservate sotto pietre tombali con le loro iscrizioni e stemmi mentre quelle dei popolani venivano sepolte alla buona senza fasti né scritte. Monsignor Angelo Del Zotto, arciprete di Palmanova, unitamente all'architetto Paolo Coretti, responsabile del cantiere, sta seguendo da vicino gli sviluppi dell'intervento ed è già stata contattata la Sovrintendenza che ha effettuato un primo sopralluogo. Si tratta di studiare come salvaguardare le urne ritrovate, vale a dire se lasciarle al loro posto o collocarle sui muri perimetrali del sacro edificio oppure trovare una soluzione di compromesso e conservare una parte nel loro originale sito ed altre spostarle in luogo diverso. Nel prosieguo dei lavori verrà messo in funzione un geosonar per effettuare una mappatura del sottosuolo poiché è stato accertato che ci sono delle camere a varia profondità. Un altro ritrovamento riguarda l'impiantito. Si è accertato che prima di quello adesso asportato ve n'era una in cotto bicromatico con colori fra il rossiccio e il giallognolo. Quello posizionato a metà dell'800 invece era composto da piastrelle bianche in pietra di Aurisina e pietre nere provenienti dalla Val Rosandra. E' stato stabilito inoltre che nella parte di maggior usura, cioè quella centrale del duomo, le mattonelle sono state realizzate in cemento. In un suo suo libro il compianto monsignor Pierto Damiani afferma che il primo documento che parla dell'apertura di un tumulo in duomo risale al 1610. Fu fatto scavare dal Provveditore Generale Giovanni Pasqualigo per ovviare alla scomodità di portare i cadaveri al lontano cimitero di Palmada. Così, la principale chiesa cittadina sta svelando i suoi segreti. E siamo soltanto all'inizio.

Scopre reperti nei campi Un tesoro da 3 milioni

Scopre reperti nei campi Un tesoro da 3 milioni
Daniela Andreis
Sabato 14 Giugno 2008 L'ARENA

ARCHEOLOGIA. Eccezionale recupero di oggetti preistorici: spicca un’ascia in rame collegabile all’uomo di Similaun (3.000 a.C.), ma anche monete e una Venere

Contadino della Bassa pronto a vendere il «bottino» al mercato nero: la Finanza lo intercetta e recupera tutto il materiale

Non è chiaro se il contadino della Bassa si fosse reso conto di avere, chiusi dentro una scatola da scarpe, pezzi archeologici del valore di almeno tre milioni di euro. Di certo aveva il sentore che tutti quei reperti qualcosa gli avrebbero potuto rendere, perché i suoi contatti con il mercato nero dei collezionisti erano già a buon punto. Del resto, l’importanza degli oggetti era evidentissima anche a uno sprovveduto. Basti dire che il «bottino» scoperto dalla Guardia di Finanza comprende una preziosissima ascia di rame del terzo millennio avanti Cristo, 65 monete dell’età imperiale di Roma, due asce in selce del terzo millennio a.C, una piccola Venere ellenistica in bronzo, dieci punte e un pugnale in selce, un peso in piombo, un’ascia in pietra, un’antica tegola in terracotta dell’età imperiale romana, una campana e una presa di coltello entrambi in bronzo dell’età romana.

Per il contadino della Bassa - che vive in un paese il cui nome non è stato rivelato - le cose si sono invece messe male, visto che è stato denunciato. A quanto pare nei giorni scorsi - questa è la versione ufficiale - l’agricoltore, mentre lavorava in un campo, sarebbe incappato in una ricchissima tomba, probabilmente appartenente al capo di un villaggio preistorico. All’interno della sepoltura sarebbe stata trovata una parte degli oggetti, naturalmente quelli più antichi. L’uomo, però, è stato intercettato, scoperto e denunciato dagli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, coordinati dal colonnello Pierluigi Pisano.
L’uomo, di cui non sono state rese note le generalità, è stato deferito a piede libero per violazioni in materia di ricerche archeologiche e per essersi impossessato in maniera illecita di beni appartenti allo Stato.
Il ritrovamento di questo eccezionale «tesoretto» ha messo in movimento anche la Soprintendenza archeologica di Venezia. Come ha confermato il direttore, il professor Luigi Fozzati, i reperti emersi nella Bassa veronese rappresentano un’importantissimo tassello, un anello di congiunzione che permetterà di comprendere meglio il significato del corredo dell’uomo del Similaun, la celebre mummia «Oetzi», scoperta sui monti della Val Senales nel 1991, in rapporto con le antiche civiltà che vivevano nel territorio padano, in particolare nel veronese e nel bresciano. I reperti che sono stati sequestrati, tra l’altro, saranno, per il loro eccezionale valore, subito esposti nella grande mostra che si terrà a Venezia, a Ca’ Foscari, dal titolo «Veri, falsi e ritrovati», nella quale verranno presentati i principali reperti archeologici e artistici recuperati dal nucleo specializzato delle Fiamme gialle.
La Bassa avrà quindi parecchie vetrine dedicate in questa speciale mostra: basti dire che nell’ottobre 2007, a Veronella, era stato denunciato per analoghi reati un’altra persona che deteneva illegalmente qualcosa come 12 mila reperti. Una conferma della grande ricchezza archeologica del territorio veronese, in particolare lungo l’asta dell’Adige. Le indagini sui preziosissimi materiali preistorici sono coordinate dal pubblico ministero di Verona Francesco Rombaldoni.

PRATO - Le nuove origini della città

PRATO - Le nuove origini della città
DOMENICA, 15 GIUGNO 2008 il tirreno Pagina 4 - Prato

Anche la “Lucy pratese” nel Museo dell’Opera del duomo

Sono i resti della pratese più antica mai trovati risalgono all’885 d.C. «Storia da riscrivere»

PRATO. Per don Renzo Fantappiè, uno dei maggiori esperti delle origini di Prato, gli scavi archeologici compiuti sotto al Palazzo Vescovile «hanno, insieme a quelli ben più importanti di Gonfienti, riscritto la storia di Prato». I “risultati” di quella campagna di scavi condotta tra il 1997 e il 1999 sono ora visibili all’interno del Museo dell’Opera del Duomo - che ha sede proprio nel Palazzo vescovile - grazie al nuovo percorso museale inaugurato ieri mattina.
Alla cerimonia hanno preso parte il vescovo Gastone Simoni e la nuova Soprintendente Toscana per i Beni Archeologici Fulvia Lo Schiavo; con loro il vicario Eligio Francioni, il direttore dei Musei diocesani Claudio Cerretelli, il direttore dell’Ufficio beni culturali della Diocesi don Renzo Fantappiè, l’assessore alla cultura del Comune Andrea Mazzoni, la funzionaria della Soprintendenza Anna Wentkowska.
«Fino a quindici anni fa - ha affermato Fantappiè - pensavamo che le origini di Prato fossero longobarde. Oggi invece, con l’area archeologica di Gonfienti e con gli scavi del palazzo vescovile, sappiamo che la presenza dell’uomo in questa terra è molto più antica». Wentkowska ha fissato le prime tracce stabili di presenza umana intorno alla fine del IV-inizi del III secolo avanti Cristo, in pieno periodo ellenistico. Gli scavi, da lei guidati insieme a Gabriella Poggesi, sotto il palazzo Vescovile hanno individuato uno strato agricolo contenente materiali risalenti proprio a quel periodo; di particolare rilievo i frammenti di una kelebe etrusca (vaso per mescolare vino e acqua), una lucernina e resti di ampolle romane, fino a ceramiche databili intorno al IV secolo dopo Cristo.
Poi, un grande salto temporale: fino alla metà del IX secolo d. C. non si sono trovate nuove tracce. In quel periodo già «pulsava la vita - ha spiegato Wentkowska - di Borgo al Cornio, il primitivo nucleo cittadino»: i resti di tre forni e di una capanna sono testimonianza di attività artigianali forse promosse dai canonici della vicina Pieve di S. stefano.
Ma gli scavi hanno portato alla luce anche i resti della “Lucy pratese”, come l’ha ribattezzata Claudio Cerretelli: si tratta della più antica pratese finora rinvenuta. Lo scheletro è databile intorno all’885 d. C. ed è riferibile ad una donna di circa 65 anni - per l’epoca un’età molto avanzata - di circa 152 cm di altezza, abituata forse alla fatica, il cui cranio evidenzia una fortissima malattia parodontale.
Quella tomba, lasciata intatta e in vista nel percorso museale sotterraneo, porta con sé un mistero. «Si tratta - ha spiegato Wentkowska - di una sepoltura isolata, fuori da un contesto cimiteriale. Non riusciamo a spiegarne il motivo».
Interessante anche il fatto, svelato stamattina, che il livello del terreno dell’attuale piazza del Duomo sia salito, in 2.300 anni, dall’epoca ellenistica fino ad oggi, di circa 2 metri e mezzo.
La campagna di scavi fu avviata per creare un percorso interno al Palazzo che ricollegasse tutte le sale del Museo dell’Opera, un tempo accessibili in parte dal chiostro della cattedrale. Nessuno immaginava quali scoperte avrebbe portato. Don Fantappiè e Cerretelli hanno ringraziato la Fondazione Cassa di Risparmio di Prato e la Provincia per il sostegno al nuovo allestimento del Museo.
Nell’occasione è stato presentato il volume “La ricerca archeologica nell’area del Palazzo vescovile di Prato”, promosso da Diocesi e Soprintendenza, che contiene un aggiornato studio di don Fantappiè sulla storia di Prato.

PECHINO - Antiche carte : mostra di preziose mappe geografiche del Sei-Settecento

PECHINO - Antiche carte : mostra di preziose mappe geografiche del Sei-Settecento
FEDERICO RAMPINI
DOMENICA, 15 GIUGNO 2008 LA REPUBBLICA Pagina 42 - Cultura

Qualcosa, in una mostra di preziose mappe geografiche del Sei-Settecento, ha indispettito le autorità di Pechino al punto da spingerle a chiedere di non esporre alcune tavole. Il fatto è che i cartografi del passato contraddicono l´odierna storiografia ufficiale: le loro raffigurazioni dimostrano che il Tibet fu a lungo un regno indipendente

Nel 1584 il gesuita-scienziato Matteo Ricci, che già da due anni viveva in Cina, vi realizzò un planisfero disegnato secondo la tradizione cartografica europea: con il nostro continente al centro e il Celeste Impero relegato sul bordo orientale della mappa. L´opera fu accolta dal gelo. Già per i cinesi era un trauma dover accettare il ridimensionamento del loro impero, in un mondo improvvisamente affollato da altre terre vaste e lontane. Vedersi per di più confinati alla periferia era una mancanza di rispetto, una raffigurazione offensiva. Ricci capì di aver commesso un errore. Duttilità culturale e tatto diplomatico non gli mancavano. Nei sedici anni successivi si ingegnò a ridisegnare un planisfero, altrettanto accurato, ma basato su una prospettiva completamente diversa: con il Celeste Impero collocato sul meridiano centrale, l´Europa schiacciata sulla sinistra e l´America a destra. Intitolato Carta geografica completa dei monti e dei mari, il mappamondo del 1600 ebbe un successo straordinario, venne replicato in numerose edizioni, e fu adottato da potenti notabili locali come il governatore di Guizhou, il letterato Guo Qingluo.
Sono passati quattrocento anni ma i cinesi del XXI secolo non sono meno suscettibili, anzi. Se n´è accorto il sinologo Riccardo Scartezzini, che dirige il Centro studi Martino Martini di Trento. Lo studioso italiano ha portato in Cina una pregevole esposizione di carte antiche, intitolata Visioni del Celeste Iimpero. È riuscito a farla esporre, prima a Pechino e in questi giorni a Hangzhou, offrendo al pubblico cinese un´opportunità straordinaria: riscoprire l´immagine della Cina nella cartografia occidentale, un´immagine che dal Seicento in poi contribuì anche alla conoscenza che i cinesi hanno del proprio Paese. Ma questa mostra ha rischiato di non aprirsi mai. I fulmini della censura di Stato stavano per abbattersi sui pregevoli documenti storici. La ragione? In quelle magnifiche carte antiche c´è la prova inconfutabile che il Tibet e altre regioni della Repubblica popolare come il Xinjiang islamico furono a lungo indipendenti. «Nel clima teso dopo la rivolta del Tibet e le contestazioni alla fiaccola olimpica», racconta Scartezzini, «abbiamo avuto la richiesta di non esporre alcune tavole». Anche se vecchie di secoli, gli hanno spiegato i suoi interlocutori locali, quelle rappresentazioni potevano «dare luogo a malintesi». Potevano cioè rivelare all´ignaro visitatore di Pechino e Hangzhou la mistificazione della storia ufficiale: nei manuali contemporanei infatti l´appartenenza del Tibet alla Cina viene fatta risalire molto più indietro, nientemeno che a Gengis Khan (XIII secolo). Per salvare l´esposizione Scartezzini ha dovuto fare ricorso alla stessa flessibilità di Matteo Ricci. Alcune carte "oscene" sono state rimosse. L´incidente politico è stato scongiurato. I curatori locali della mostra sono stati messi al riparo dalle sanzioni del regime.
Scartezzini ha avuto ragione a piegarsi. È importante che i cinesi possano vedere questa esposizione, sia pure senza le mappe-tabù. Anche dopo questo sacrificio di alcuni pezzi, Visioni del Celeste Impero rimane un´esposizione di straordinario valore. Per l´affascinante bellezza delle carte antiche, e per la storia che c´è dietro. È il ricordo di un´epoca felice - e troppo breve - in cui il confronto tra «noi» e «loro» avvenne in un clima di straordinaria apertura e tolleranza: una parentesi di contaminazione reciproca, quando l´Europa si liberò dai suoi pregiudizi, e la Cina dal suo orgoglioso senso di superiorità. Questi reperti rivelano l´eccezionale ruolo che svolsero i gesuiti - prima di essere a loro volta censurati dalla Chiesa romana - come mediatori culturali fra l´Occidente e la Terra di Mezzo. Furono quei missionari a farci conoscere per la prima volta una Cina reale, depurata dalle leggende dell´antichità greco-romana o dai racconti un po´ troppo favolosi di Marco Polo. E furono sempre loro, i gesuiti, a far conoscere ai cinesi una rappresentazione oggettiva del resto del mondo. La loro maestria consisteva nel fondere le metodologie scientifiche più avanzate dell´Europa, insieme con lo straordinario bagaglio di conoscenze che la Cina aveva sviluppato per conto suo. Massimo Quaini, geografo italiano dell´università di Genova, nell´introduzione al catalogo della mostra ricorda quale fu il vantaggio competitivo dei gesuiti, basato sulla loro capacità di dialogo con la cultura confuciana che gli aveva spalancato le porte dell´Impero celeste. «I gesuiti», scrive Quaini, «poterono beneficiare di circostanze eccezionali e del favore dell´imperatore Kangxi, che aprì ai missionari gli archivi di tutte le provincie e fece collaborare localmente i mandarini e i letterati».
I religiosi applicarono da un capo all´altro dell´impero le tecniche di triangolazione e di calcolo delle longitudini per mezzo dell´osservazione dei satelliti di Giove, messe a punto dall´Osservatorio astronomico di Parigi e dallo scienziato italiano Gian Domenico Cassini. Il loro lavoro gli valse l´ammirazione di un filosofo non particolarmente tenero verso la Chiesa: Voltaire. Nella voce Geografia del suo Dizionario filosofico, Voltaire scrisse: «La Cina è il solo paese dell´Asia di cui si abbia una misura geografica, perché l´imperatore Kangxi impiegò i gesuiti astronomi per costruire delle carte esatte; ed è ciò che i gesuiti hanno saputo fare di meglio. Se si fossero limitati a misurare la Terra, non sarebbero stati proscritti sulla Terra». (L´avventura in Estremo Oriente dei gesuiti si concluse con una cocente sconfitta quando il Vaticano condannò la loro tolleranza per i «riti cinesi», una liturgia troppo liberamente adattata ai costumi del luogo).
Quelle carte ebbero un ruolo cruciale in Europa. Divennero strumenti di lavoro indispensabili nelle grandi spedizioni marittime del Settecento. Aiutarono i mercanti inglesi, olandesi e francesi a orientarsi nelle terre che offrivano nuove opportunità di arricchimento. Contribuirono al dilagare di una vera e propria «sinomania», di cui sono rimaste tracce ben visibili nel gusto rococò per le cineserie. A partire dall´Illuminismo si diffuse nei nostri Paesi la convinzione che la Cina era una civiltà di grande valore. Voltaire la considerava superiore nell´arte del buongoverno, visto che l´Impero Celeste aveva creato la prima burocrazia statale selezionata con esami di Stato, secondo criteri meritrocratici.
I capolavori della cartografia non nascono per caso, sono il frutto di un metodo che contraddistingue i gesuiti dell´epoca. Consapevoli di avere a che fare con una società molto avanzata, e piuttosto refrattaria al proselitismo religioso, i missionari puntano a conquistarsi il rispetto della élite intellettuale che governa l´impero offrendo il meglio della cultura scientifica occidentale. Al tempo stesso fanno tesoro del patrimonio di conoscenze cinesi. Verso la cartografia infatti i Figli del Cielo hanno un grande rispetto. La considerano uno strumento essenziale per una buona amministrazione pubblica. Lo attesta il Documento sui riti della dinastia Zhou: «I direttori delle regioni sono incaricati delle carte dell´impero, sulla cui base sovrintendono alle terre dei diversi distretti. Il geografo reale ha la responsabilità delle carte dei circuiti provinciali. Quando l´imperatore compie un giro d´ispezione, il geografo cavalca accanto al veicolo imperiale per fornire spiegazioni sulle caratteristiche del Paese e sui suoi prodotti».
Il pioniere Matteo Ricci è il primo scienziato europeo a realizzare un planisfero del mondo con spiegazioni e didascalie in lingua cinese, una svolta storica che rappresenta un ponte fra le culture d´Occidente e d´Oriente. Dopo Ricci l´autore più importante per la nuova visione geo-cartografica del Celeste Impero è Martino Martini, gesuita di Trento che sbarca nella provincia dello Zhejiang nel 1643, in un´epoca di conflitto tra le dinastie Ming e Qing. Nel 1655 fa pubblicare ad Amsterdam il Novus Atlas Sinensis: 170 pagine di testo, 17 tavole, con le coordinate di 2.100 località cinesi. È un salto formidabile nella conoscenza della Terra di Mezzo. È Martini che corregge per la prima volta gli errori dei cartografi europei che collocavano la Grande Muraglia e Pechino sul 50° di latitudine nord, anziché al 39° 59´. Il Novus Atlas Sinensis calcola le distanze tra le città cinesi con una tale precisione, che in larga parte coincide con le mappe di oggi. L´opera di Martini confluisce poi nell´Atlas Maior, la più grande impresa editoriale del Seicento (dodici volumi, tremila pagine di testo e seicento tavole), strumento indispensabile per generazioni di mercanti e viaggiatori in Estremo Oriente. È uno choc per la coscienza europea: fa piazza pulita di tante leggende e mitologie che avevano condizionato l´approccio alla Cina.
Martini conclude il suo lavoro monumentale solo dopo avere perlustrato personalmente diverse regioni dell´Impero Celeste. Ma ha l´umiltà necessaria per riconoscere i suoi debiti verso le fonti locali: «Né alcuno deve pensare che queste cose siano state partorite dal mio cervello o addirittura inventate; infatti io dichiaro sinceramente e con germanica onestà che ho attinto tutte queste notizie dai libri di geografia e dalle mappe cinesi, per ciascuna provincia dai cinesi stessi decorati, composti e stampati, che ho ancora con me, e che sono pronto a esibire davanti a chiunque sia interessato a queste cose». La modestia - e la prudenza diplomatica - gli consiglia di sorvolare sul fatto che la sua opera ha rivoluzionato la visione della realtà degli stessi cinesi. Tradizionalmente essi avevano raffigurato un mondo piatto sovrastato da un universo ricurvo. La superiorità della Terra di Mezzo (la loro) derivava proprio dal fatto che essa era fisicamente la più vicina alla convessità del cielo, ricavandone tutte le influenze benefiche, mentre i barbari delle periferie non avevano questo privilegio. L´epoca felice in cui i Figli del Cielo erano interessati al dialogo con i gesuiti è l´ultimo periodo di feconda apertura della Cina verso il mondo esterno. Poi verrà una lenta decadenza, alimentata da un senso di autosufficienza e di presuntuoso disinteresse verso i progressi dell´Occidente.
Le stupende carte antiche delle Visioni del Celeste Impero - nella versione integrale e non censurata - contraddicono la propaganda del regime comunista. A dispetto della versione ufficiale, i confini odierni della Repubblica popolare sono il frutto di conquiste territoriali imperialiste. Contrariamente a quel che dicono i dirigenti attuali di Pechino, anche la Cina ha avuto un espansionismo aggressivo e una politica di annessione di altre nazioni. Il perimetro attuale dei suoi confini è il risultato di guerre coloniali non diverse da quelle di cui si macchiò l´Occidente. La Repubblica popolare racchiude dentro le sue frontiere l´ultimo impero multietnico dell´èra contemporanea. Nella China Illustrata di Athanasius Kircher (ispirata ai lavori di Martini) è ben visibile nel 1667 un «Tibet Regnum» separato e indipendente. Nell´Atlas Nouveau di Guillaume Delisle del 1730 l´estensione del Tibet è ancora più vasta, ancorché lo si chiami «Tartarie Indépendante».
Nel 1735 le ricerche dei gesuiti vengono incluse e aggiornate in un´altra opera grandiosa, la Description géographique de l´Empire de la Chine di Jean-Baptiste du Halde. Un´opera così voluminosa e costosa che in Europa a quei tempi ne vengono prodotte numerose edizioni-pirata. Viene citata nella Encyclopédie dell´Illuminismo. Servirà a guidare le missioni diplomatiche inglesi in Cina dell´ammiraglio Anson e dell´ambasciatore Macartney. Du Halde parla esplicitamente del «Regno del Tibet» come di un´entità ben distinta. In questo e in molti altri atlanti fino ai primi del Novecento appaiono come Stati indipendenti anche la Mongolia interna e il Turkestan orientale oggi ribattezzato Xinjiang: tutti ormai ridotti al rango di provincie della Repubblica popolare. I cui manuali di storia sono stati opportunamente riscritti per dimostrare la continuità della Cina nelle sue dimensioni "allargate" da tempi immemorabili. Quelle che furono autentiche civiltà, con storie e culture ben distinte, oggi devono accontentarsi dello statuto di minoranze etniche. A loro Pechino offre spazi vigilati di folclore locale come fossero concessioni magnanime. La verità è nascosta nelle carte maledette che i cinesi non possono vedere.

L’ultimo mistero "Era il Pantheon della preistoria"

La Repubblica 27.5.08
L’archeologo: lì venivano sepolti i leader Lo provano le tombe di tre individui cremati
L’ultimo mistero "Era il Pantheon della preistoria"
di Cinzia Dal Maso

Non era un osservatorio astronomico, né un tempio per culti della fertilità e neppure un luogo di guarigione. Per l´archeologo Mike Parker-Pearson dell´Università di Sheffield, Stonehenge era un cimitero e il cerchio di pietre era un tempio per il culto di defunti. La prova sono tre sepolture di individui cremati, trovate negli anni ´50 del secolo scorso vicino al terrapieno e al fossato di Stonehenge, che solo ora Parker-Pearson ha datato con precisione. Le prime due furono deposte attorno al 2900 a.C. cioè alle origini di Stonehenge quando si costruirono il terrapieno e il fossato circolari, mentre la terza risale agli anni 2570-2340 a.C. quando fu eretto il monumentale cerchio di pietre. E siamo a conoscenza di altre 49 tombe scavate negli anni ´20 ma poi riseppellite, trovate in parte in livelli di terreno analoghi a quelli delle due sepolture più antiche, e in parte nei livelli più recenti. Ciò significa che "Stonehenge è stato luogo di sepoltura dall´inizio alla fine", scrive Parker-Pearson nella relazione pubblicata sul sito internet dell´università. "Anche quando si costruì il cerchio di pietre, Stonehenge continuò a essere il regno dei morti".
Finora si credeva che Stonehenge, a cui il "National Geographic Italia" dedica un lungo servizio nel numero di giugno, fosse stato usato come luogo di sepoltura solo nei suoi primi secoli di vita, quando aveva solo terrapieni e strutture lignee, e che la costruzione del tempio di pietra avesse fatto dirottare le sepolture altrove. Ora invece scopriamo che si è continuato a portare lì i defunti almeno per 500 anni. "Però non gente comune, perché Stonehenge era un posto speciale", afferma Parker-Pearson. "Abbiamo calcolato che in 500 anni vi si portarono circa 240 defunti". Dunque un´élite, dei capi, una sorta di dinastia al potere. Stonehenge fu forse il Pantheon della preistoria britannica.
È questa una prova importante per l´ipotesi che ha spinto Parker-Pearson a indagare Stonehenge. Ipotesi ispirata dalle sue ricerche in Madagascar dove la gente associa il legno alla transitorietà della vita e alla donna, mentre la dura pietra alla morte perenne e all´uomo. Parker-Pearson ha pensato che anche Stonehenge funzionasse in modo analogo. Qualche chilometro più a nord del famoso circolo, nel sito dell´enorme terrapieno circolare di Durrington Walls, ci sono infatti altri circoli di pali di legno dove, sostiene Parker-Pearson, si svolgevano banchetti e cerimonie di passaggio tra la vita e la morte. Poi i defunti venivano portati in barca lungo il fiume Avon e raggiungevano Stonehenge, la casa di pietra garante della vita eterna. Le indagini sono cominciate nel 2003. Ed è stato subito identificato un viale che conduce da Durrington Walls al fiume Avon, molto simile alla via che collega Stonehenge con lo stesso fiume. L´ipotizzato percorso rituale tra i due complessi, incentrato sul fiume come via per l´oltretomba, era dunque una realtà.
A Durrington Walls gli archeologi hanno poi trovato i resti di diverse case di graticcio e fango, il "villaggio dei costruttori di Stonehenge" come ha annunciato Parker-Pearson un anno fa. Ora ha stimato che le case fossero circa 300, sistemate attorno a edifici di culto: il villaggio preistorico più grande di tutta l´Europa nord-occidentale. Abitato però solo stagionalmente, come rivelano le analisi ambientali. Solo per le cerimonie, come i villaggi delle novene in Sardegna. Ma non molti archeologi condividono le teorie di Parker-Pearson. Se plaudono alla sua idea di considerare Stonehenge come parte di un insieme di monumenti, attendono però prove più stringenti per accettare che fosse un complesso funebre. E in questi giorni un´altra tesi suggestiva è proposta dall´archeologo di Oxford Anthony Johnson nel libro "Solving Stonehenge". Convinto che Stonehenge fu costruita usando avanzatissimi principi di geometria. I suoi costruttori conoscevano geometria e simmetria già duemila anni prima di Pitagora.

E il vescovo censura il libro sull’Inquisizione

La Repubblica 11.6.08
La Curia di Nocera Inferiore: quel saggio deve andare al macero
E il vescovo censura il libro sull’Inquisizione
Nel volume sono riprodotti documenti su avvenimenti accaduti fra Sei e Settecento "Potrebbero scandalizzare il lettore", replica il prelato
di Adriano Prosperi

Al lettore normale, smarrito davanti all´abbondanza dei libri e in cerca di recensioni che lo aiutino a scegliere, diciamo subito che il libro di cui si parlerà qui non lo troverà in libreria né ora né - forse - mai. Ma il libro esiste, anche se forse non lo potremo leggere. Ne parliamo perché la sua vicenda riporta tra lettori annoiati da storie di censure più o meno inventate per ragioni di bottega il fantasma di una censura antica, che ha operato a lungo nel passato remoto e che credevamo scomparsa.
Si tratta di un libro di storia che racconta vicende accadute in un luogo d´Italia in un passato remoto, tra ´600 e ´700. Vi si incontrano persone e fatti di vita quotidiana, passati attraverso il filtro di carte processuali. C´è la storia di un uomo che aveva l´abitudine di bestemmiare la Trinità, la Madonna e san Michele Arcangelo, si rifiutava di andare in chiesa, non ascoltava le prediche; e c´è quella di un francescano che giocava a carte e quando perdeva prendeva a calci il crocifisso appeso nella sua cella; o quella di una ragazza che raccontò "con molto rossore" al vescovo e ai consultori dell´Inquisizione come si fosse trovata a confessarsi da preti che tentavano in molti modi di rubarle baci e di fare l´amore con lei.
Inquisizione: ecco la parola. Una istituzione ecclesiastica già molto temuta, che esplorava comportamenti e idee delle persone e i cui documenti sono stati ricercati e studiati dagli storici. Per molto tempo la ricerca storica ha dovuto scontrarsi col segreto imposto dagli archivi delle curie vescovili e dall´archivio del Sant´Uffizio romano, istituzione che da papa Paolo VI ricevette la nuova denominazione di Congregazione per la Dottrina della Fede.
Una svolta fondamentale si ebbe quando papa Giovanni Paolo II, preparando il giubileo del 2000 sotto il segno di una solenne "purificazione della memoria", volle l´apertura alla consultazione dell´archivio centrale dell´Inquisizione Romana. L´annuncio fu dato dall´allora cardinal Joseph Ratzinger il 22 gennaio 1998 nella sede dell´Accademia Nazionale dei Lincei. Ratzinger disse fra l´altro: «Sono sicuro che aprendo i nostri archivi si risponderà non solo alle legittime aspirazioni degli studiosi, ma anche alla ferma intenzione della Chiesa di servire l´uomo aiutandolo a capire se stesso leggendo senza pregiudizi la propria storia».
Da allora circola in questo settore di studi un nuovo fervore di interessi e di ricerche e un clima di collaborazione tra studiosi e archivisti ecclesiastici. Un´intesa tra lo Stato italiano e la Conferenza episcopale, del 2000, ha fissato una serie di punti sulla tutela e sull´apertura alla consultazione degli archivi di interesse storico appartenenti a istituzioni ed enti ecclesiastici che dovrebbe garantire sviluppi positivi alle indagini degli storici. Per quanto riguarda in particolare i fondi documentari relativi alla storia dell´Inquisizione, il loro censimento sul piano nazionale è in atto per opera di studiosi di grande e riconosciuta serietà scientifica. La ragione dell´interesse che oggi guida la maggior parte degli storici risiede non più in una volontà di polemica anticlericale ma nella ricerca di una storia più ricca e più viva. Dall´esplorazione di queste carte emergono migliaia e migliaia di volti umani, di pratiche, idee e sentimenti che attraverso il filtro del tribunale ecclesiastico dell´Inquisizione si sono calate in documenti scritti e si offrono oggi al lettore come un deposito di uno speciale tipo di archeologia: quella dei pensieri, delle pratiche, dell´economia morale di un popolo intero.
La ragione è semplice: quel tribunale, la cui segretezza ha alimentato un tempo fosche fantasie di sadica violenza, era un luogo che faceva parte della vita quotidiana anche dei piccoli centri. Lì era obbligatorio recarsi per denunziare la bestemmia del vicino, per riferire con vergogna e rossore la violenza subìta dal prete in confessione. Di tutto questo serbano memoria le carte degli archivi ecclesiastici. Su questa faccia nascosta della storia d´Italia, sulla folla di storie di vita che si sono sedimentate in quelle carte, da tempo stanno lavorando gli storici al solo scopo di capire, di restaurare una memoria meno lacunosa degli atti e dei sentimenti che hanno reso il nostro paese quello che è.
Ma ecco che in una cittadina italiana la cortina del segreto e la durezza delle intimazioni ecclesiastiche si sono levate di nuovo. Un libro scritto da una studiosa, Gaetana Mazza, su documenti dell´inquisizione conservati nell´archivio diocesano di Sarno, Curia diocesana di Nocera Inferiore, ha scatenato la furia di una entità che sembrerebbe un fantasma da operetta se non fosse reale: la censura ecclesiastica. All´autrice, che aveva inviato copia al vescovo della diocesi prima di mettere in distribuzione l´opera già stampata, è stato intimato di mandare al macero l´intero secondo volume dell´opera che riproduceva documenti d´archivio (definiti «testi di dubbia delicatezza, che potrebbero scandalizzare non poco il lettore») e di sottoporre il primo volume all´esame di una commissione ad hoc al fine di emendarlo secondo quello che le sarebbe stato imposto.
L´intimazione riporta in vita l´antico linguaggio e le abitudini della censura ecclesiastica - quella, per intenderci, dei tempi di Galileo. Ci sarebbe da credere a uno scherzo, se non fosse che quella intimazione è fatta a termini di norme concordatarie e sulla base della condizione degli archivi ecclesiastici che sono da considerarsi non pubblici anche se godono di finanziamenti statali. In quella intimazione si legge il senso di vergogna di una istituzione per i comportamenti del clero del passato e per una realtà antica di uso dei suoi poteri da cui non riesce a concepire la liberazione se non nella forma della cancellazione o segretazione dei documenti, insomma di un bavaglio agli storici. Vedremo presto se questo episodio è - come si potrebbe temere - un segno di ritorno all´antico o se è solo il riflesso condizionato di una cultura che non si è aggiornata alle intenzioni delle autorità centrali della Chiesa e alle parole solenni dell´allora cardinal Ratzinger. Basterà vedere se il libro contestato arriverà o meno in libreria.

Le credenze e il metodo storico: perché si può essere relativisti

Corriere della Sera 11.6.08
In discussione Una confutazione di Emmanuel Le Roy Ladurie: ciò che oggi risulta falso ha avuto un senso profondo nei secoli passati
La verità al tempo delle streghe
Le credenze e il metodo storico: perché si può essere relativisti
di Quentin Skinner

Emmanuel Le Roy Ladurie nel saggio I contadini di Linguadoca (Laterza), riguardo all'insorgenza delle credenze sulla stregoneria nel periodo della Riforma, inizia sottolineando che quelle convinzioni dei contadini erano chiaramente false, ed erano poco più del prodotto di ciò che lui chiama un «delirio di massa». Per spiegare perché queste convinzioni siano state ampiamente condivise, dice Ladurie, ci serve un resoconto di ciò che può avere compromesso il processo di ragionamento e può aver fatto sì che, come lui dice, la coscienza dei contadini rompesse gli ormeggi. Afferma Ladurie che il problema sta in cosa causò l'insorgere di un simile oscurantismo e di una epidemia di convinzioni patologiche.
Il mio punto di vista è che seguire questo approccio è semplicemente fatale per la buona pratica storica, perché significa presumere che ogni volta che uno storico si trova di fronte a una convinzione che considera falsa, la spiegazione sarà sempre quella di una mancanza di razionalità. Ma questo significa identificare l'avere convinzioni razionali con l'avere convinzioni che lo storico considera vere. Si esclude pertanto la possibilità che, anche nel caso di convinzioni che oggi consideriamo chiaramente false, possano essere esistiti nel passato buoni motivi per considerarle vere.
Mi pare, in altre parole, che lo storico della cultura debba operare mantenendo ben separate la verità e la razionalità. La ragione sta nel fatto che, quando cerchiamo di spiegare convinzioni che consideriamo irrazionali, è allora — e non quando le giudichiamo false — che sorgono ulteriori problemi su come dare la migliore spiegazione. Mettere sullo stesso piano l'avere false convinzioni e la mancanza di razionalità è pertanto una preclusione di un tipo di spiegazione a spese di altre. Le cause per cui qualcuno segue quelle che sono considerate giuste norme di ragionamento saranno di ordine diverso dalle cause per cui tali norme sono violate. Ne consegue che non possiamo essere certi di identificare correttamente ciò che deve essere spiegato né, di conseguenza, impostare le nostre ricerche nella giusta direzione. Se si dimostra che esistevano basi razionali perché l'agente avesse tale convinzione, dovremo esaminare le condizioni di tale risultato. Se risultasse che avere tale convinzione non era molto razionale o era addirittura assurdo, dovremo esaminare il tipo di condizioni che possono avere impedito all'agente di seguire i canoni riconosciuti dell'evidenza e del ragionamento, o che forse hanno dato all'agente un motivo per sfidarli.
Per illustrare l'importanza di questi punti, riprendo il resoconto di Ladurie riguardo alle credenze sulla stregonerie ampiamente diffuse tra i contadini di Linguadoca. Egli non solo inizia facendo notare che queste convinzioni erano false, ma la sua spiegazione presuppone che sarebbe stato irrazionale non considerarle false. Ladurie presume che la falsità di queste credenze sia di per sé sufficiente per mostrare che non erano sostenute razionalmente. Operando su questo presupposto, si preclude ogni spazio per considerare un tipo di spiegazione storica diversa. Non può accettare il fatto che i contadini possano avere creduto all'esistenza delle streghe come conseguenza del loro avere tutta una serie di convinzioni a partire dalle quali si sarebbe potuti arrivare razionalmente a tale particolare conclusione. Per considerare soltanto la più semplice delle possibilità, supponiamo che i contadini avessero anche la convinzione — ampiamente accettata come razionale e quindi certa nell'Europa del XVI secolo — che la Bibbia sia la diretta parola di Dio. Se questa era una delle loro convinzioni, e se per loro era razionale abbracciarla, allora non credere nell'esistenza delle streghe sarebbe stato per loro il massimo dell'irrazionalità. Non solo, infatti, la Bibbia afferma che le streghe esistono, ma aggiunge che la stregoneria è un abominio e che non si può permettere alle streghe di vivere. Dichiarare di non credere all'esistenza delle streghe sarebbe equivalso a dichiarare di dubitare della credibilità della parola di Dio. Che cosa avrebbe potuto essere più irrazionale di questo? Ladurie esclude a priori la possibilità che coloro che credevano nelle streghe lo facessero come risultato dell'avere seguito una tale catena di ragionamento. Ma questo non significa solamente che lui avanza una spiegazione delle credenze magiche che, per quel che ne sa, può essere completamente irrilevante. Significa anche che ignora tutta una serie di interrogativi sul mondo mentale dei contadini a cui può essere indispensabile rispondere se si vogliono bene comprendere le loro convinzioni e il loro comportamento.
Lo storico può arrivare alla conclusione che, nonostante le credenze sulle streghe del secolo XVI fossero false, fosse assolutamente razionale considerarle vere a quel tempo. Un'altra possibile conclusione può essere quella per cui fosse razionale avere convinzioni con grado di probabilità anche piuttosto basso. Infine credo che lo storico non possa escludere di arrivare alla conclusione che le convinzioni in questione non solo erano false, ma che nemmeno a quel tempo esistevano ragioni sufficienti per considerarle vere.
L'essenza della mia argomentazione è quindi che quando uno storico della cultura vuole spiegare i sistemi di pensiero imperanti nelle società del passato, deve addirittura evitare di porsi domande sulla verità o falsità delle convinzioni che sta studiando. Ci si deve appellare al concetto di verità soltanto per domandarsi se i nostri antenati avessero ragioni sufficienti per considerare vero ciò che loro credevano che fosse vero.
So bene che chiunque si esprima in questo modo è destinato, prima o poi, ad essere biasimato (o encomiato) come relativista, quindi devo terminare spendendo qualche parola per spiegare se ho o meno adottato una posizione relativista. Per un verso, la mia argomentazione è ovviamente relativista. Ho relativizzato l'idea di «considerare vera» una certa convinzione. Come ho indicato, per i contadini di Linguadoca il credere all'esistenza di streghe alleate con il demonio poteva avere una base razionale, pur se ora tale convinzione non ci appare più razionalmente accettabile. Tutti gli storici della cultura devono essere relativisti in questo senso. Devono avere sempre presente che è possibile abbracciare una convinzione falsa in modo razionale.
È però un errore supporre che gli storici che adottano questa posizione stiano abbracciando una tesi di relativismo concettuale. Il relativismo concettuale afferma che la verità è semplicemente l'accettabilità razionale in una forma di vita. Ma non è questo ciò che ho sostenuto. Non ho asserito che fosse vero che in certo periodo siano esistite streghe alleate con il demonio. Ho semplicemente affermato che ci può essere stato un tempo in cui era razionale affermare che era vero che esistevano streghe alleate con il demonio, pur se ora tale convinzione ci appare falsa. Più in generale, mi sono limitato ad osservare che il problema di che cosa possiamo razionalmente considerare vero varia in base alla totalità delle nostre convinzioni. Non ho mai avanzato l'originale tesi che la stessa verità può variare allo stesso modo.
In altre parole, non sto dicendo che quando Tommaso d'Aquino affermava che il sole gira attorno alla terra, o quando Locke affermava che le pietre crescono, queste affermazioni erano vere per loro (come dicono i relativisti) pur se non sono vere per noi. Voglio dire che queste affermazioni non sono mai state vere. L'unico punto che ho sostenuto è che, per spiegare il loro mondo, dobbiamo accettare il fatto che loro possano avere avuto buoni motivi per ritenere vere molte convinzioni che a noi appaiono palesemente false. Ad esempio, che le pietre possano crescere.

Lo storico Quentin Skinner dell'Università di Cambridge, nato nel 1940, è uno dei massimi studiosi del pensiero politico moderno, in particolare di Hobbes e Machiavelli. Il testo pubblicato in questa pagina è una rielaborazione sintetica del discorso su «Verità e spiegazione della storia» da lui tenuto a un seminario organizzato dalla Fondazione Balzan.

L'impero ottomano. Un'organizzazione multietnica e multireligiosa che fondò il suo successo sull'inclusione

La Stampa Tuttolibri 14.6.08
L'impero ottomano. Un'organizzazione multietnica e multireligiosa che fondò il suo successo sull'inclusione
Sono i turchi gli eredi di Roma
di Silvia Ronchey

Nel XVI secolo, quando l'età moderna iniziò la sua corsa, il mondo era dominato da quattro imperi. Il più ricco e potente era la Cina, governata dai Ming. Gli altri erano l'impero safavide in Iran, l'impero moghul in India e l'impero ottomano a cavallo tra i confini orientali dell'Anatolia e le sponde occidentali del Mediterraneo. Complessivamente, gli ultimi tre imperi amministravano la parte del mondo che si estendeva da Vienna a Pechino, arricchendosi con il commercio tra Asia e Europa. A presidiare la cruciale area geopolitica che faceva da ponte verso le grandi vie dei traffici orientali alle discordi potenze europee, proprio nel momento in cui Spagna e Portogallo conquistavano il Nuovo Mondo e i suoi tesori, era un unico, fondamentale interlocutore: l'impero ottomano.
Non lo si poteva definire un impero orientale. Nel 1453, con la conquista di Costantinopoli, la città nella quale mille e cento anni prima Costantino aveva trasferito l'eredità dei cesari, il sultano turco era diventato un cesare lui stesso, erede dichiarato della successione dinastica romano-bizantina. Per gli oltre quattrocento anni successivi, come ricorda Donald Quataert nel suo Impero ottomano, «i dominatori ottomani onorarono il fondatore romano ricordandolo nel nome della capitale», che sino al crollo dell'impero, al principio del XX secolo, rimase Kostantiniyye/Costantinopoli nella corrispondenza ufficiale, sulle monete e, dall'Ottocento, sui francobolli.
Mentre all'estremo Ovest del continente europeo l'Inghilterra elisabettiana, la Spagna imperiale, la Francia dei Valois e la repubblica olandese andavano costruendo la loro potenza e la loro futura identità nazionale attraverso sanguinose guerre di religione, l'impero che dominava il centro di quella medesima Europa, oltre che nella sua parte orientale il crocevia stesso tra Europa, Asia e Africa, imponeva un modello di amministrazione basato sulla tolleranza.
Dalla seconda Roma, di cui era diventato successore, lo stato turco aveva infatti ereditato non solo le forme di gestione della terra, il sistema fiscale, il dinamismo verticale delle élites, ma anche il cosiddetto cesaropapismo: «un sistema in cui lo stato controllava il clero» e dove era prescritto che «amministratori e ufficiali proteggessero i sudditi nella pratica della loro religione, che fosse l'islam, l'ebraismo o il cristianesimo, in qualsiasi loro versione (sunnita, sciita, greca, armena, siro-ortodossa o cattolica) ».
Nell'Europa occidentale, al tempo delle guerre di religione, le confessioni cristiane antagoniste facevano a gara nel demonizzare gli «abominevoli turchi»: Lutero li considerava una punizione divina per la corruzione del papato, i cattolici un castigo all'Europa per l'eresia protestante. Eppure gli ottomani, di recente islamizzati ma impregnati della spiritualità sciamanica delle loro radici turcomanne, non avevano creato uno stato confessionale islamico bensì, come scrive Quaetert, «un'organizzazione multietnica e multireligiosa che fondò il suo successo sull'inclusione», sulla capacità, già bizantina, di «incorporare le energie della vasta e variegata moltitudine di popoli che incontrava» e inglobava.
Quando nell'occidente europeo le madri minacciavano i bambini disobbedienti che i «turchi» sarebbero venuti a mangiarli, con quel nome evocavano una realtà complessa. Gli eserciti con cui i sultani avevano conquistato il loro impero erano composti tanto di musulmani quanto di cristiani. La trasversalità nella composizione etnica dei fronti era evidente fin dal grande assedio del 1453, quando sotto le insegne turche combattevano molte milizie cristiane e sotto quelle bizantine molti turchi. Una secolare politica matrimoniale aveva del resto ibridato di sangue bizantino la stessa dinastia regnante ottomana, come racconta limpidamente Bernard Lewis nel suo classico La Sublime Porta. Istanbul e la civiltà ottomana. E una parte consistente della sua élite era tanto contraria all'offensiva militare quanto l'ala turcofila della corte bizantina era pronta a una coesistenza pacifica con gli eredi di Osman: preferiva «il turbante turco alla tiara latina».
Se Mehmet II si considerava imperatore romano per avere conquistato la seconda Roma, Süleyman il Magnifico puntava alla prima. Non fu la battaglia di Lepanto, ora ricostruita e attualizzata da Niccolò Capponi nel suo Lepanto 1571. La Lega Santa contro l'impero ottomano, a cambiare le sorti della storia d'Europa. Né Venezia né Genova, le repubbliche che con la loro guerra commerciale avevano consentito la caduta di Bisanzio, potevano realmente arginare la potenza turca, che si riprese presto dalla distruzione della sua flotta e non solo continuò la sua espansione nel Mediterraneo, ma intervenne sempre più spesso e più a fondo nello scacchiere occidentale, per inserirsi a pieno titolo nel sistema politico europeo.
Se c'è una data che segna il tramonto definitivo della minaccia turca alla prima Roma, che già Isidoro di Kiev aveva predetto, non è il 1571 ma il 1683: quando l'impero ottomano arrivò per la seconda volta sotto le mura di Vienna e venne definitivamente sconfitto. Da allora non fu più questo esotico impero a incarnare l'eredità di quello romano, ma un altro, nato sul Danubio proprio con la missione di arginare l'espansione turca. Dopo che i regni balcanici avevano fallito, fu l'Austria ad acquistare, come scrive Quataert, «il ruolo e l'identità di prima linea di difesa per l'Europa». Da allora in poi gli Asburgo mobilitarono sotto le insegne imperiali le risorse di tedeschi, ungheresi, cèchi, croati, slovacchi e italiani, associando veneziani e polacchi, costruendo un impero multietnico e multireligioso, che durerà fino al 1918. Sarà così l'impero asburgico il vero continuatore di quello bizantino: crinale tra oriente e occidente, difensore e insieme ibridatore di popoli e culture, mediatore di forme d'arte, di musica, di letteratura. Erede, nell'era degli stati nazionali, di quella Sehnsucht imperiale, di quel nostalgico, malinconico senso di un dovere storico sempre venato dal presagio di una fine, che aveva pervaso per secoli la civiltà di Bisanzio

Negli anni ruggenti della Contriforma, quando la battaglia contro le eresie fu vinta, gli amori proibiti, fino a quel momento leciti,

Il Sole 24 Ore Domenica 15.6.08
Addio mia concubina
Negli anni ruggenti della Contriforma, quando la battaglia contro le eresie fu vinta, gli amori proibiti, fino a quel momento leciti, entrarono nel mirino della Chiesa
di Massimo Firpo

È sotto gli occhi di tutti il fatto che il matrimonio, inteso come vincolo giuridico (e sacramentale per i cattolici) di una coppia eterosessuale non può esaurire il magmatico e mutevole universo dei rapporti affettivi, delle pratiche sessuali, delle forme di convivenza di adulti consenzienti, e che pertanto lo stesso concetto tradizionale di famiglia sta conoscendo mutamenti profondi. Le iniziative di legge sulla regolamentazione delle coppie di fatto hanno occupato in tempi recenti le prime pagine dei giornali, e in merito la Chiesa di Roma non ha mancato di far sentire la sua prevedibile voce per contrastare il riconoscimento di pur minimi diritti ai protagonisti di forme alternative di convivenza che, evidentemente, non sono soltanto il deplorevole esito dei processi di secolarizzazione, del relativismo culturale, del dilagante edonismo che il magistero papale non si stanca di denunciare, ma riflettono mutamenti sociali profondi e inarrestabili, che riguardano la condizione della donna, il lavoro, l'educazione dei figli eccetera. Il problema esiste, insomma, e deve (o dovrebbe) essere affrontato in termini di civile tolleranza, senza presunti monopoli ideologici.
Tanto più che esso è sempre esistito, per l'impossibilità di coartare entro rigidi scherni normativi l'irriducibile pulsione di sentimenti, affetti, passioni, desideri che si annida nel cuore di uomini e donne. Non è quindi sugli «amori proibiti» in quanto tali che il nuovo libro di Giovanni Romeo si sofferma, ma sul delinearsi e affermarsi della loro repressione da parte dell'istituzione ecclesiastica tra Cinque e Seicento, negli anni ruggenti della Controriforma, quando la battaglia contro il dilagare delle eresie anche al di qua delle Alpi era stata ormai vinta e la Chiesa poté dedicarsi a un sempre più capillare controllo dei pensieri, delle pratiche sociali, dei comportamenti deifedeli, utilizzando sia gli strumenti pastorali della pedagogia e della persuasione sia, e sempre più intensamente, quelli repressivi della punizione e della condanna. Solo nel 1514, del resto, il Concilio lateranense V aveva proibito il concubinato dei laici, e solo con molta fatica riuscirono infine a imporsi i canoni tridentini che vietavano la diffusissima prassi delle convivenze prematrimoniali tra fidanzati. Certo, si trattava di una questione delicata, non solo perché comportava di spiare nelle case e nei letti della gente, ma anche perché all'indomani della conclusione del Concilio di Trento concubinato e famiglie di fatto allignavano largamente anche nel clero, di cui occorreva salvaguardare il prestigio, mentre il rispetto del voto di castità via via impostosi non avrebbe fatto altro che alimentare nelle sue fila una ipersensibilità per le questioni sessuali (peraltro destinata a lunga e tenace fortuna), da cui sarebbero scaturiti nuovi e gravi problemi, quali - per esempio - la solicitatio ad turpis durante la confessione o forme di esasperato misticismo in cui la presunzione di impeccabilità avrebbe consentito e alimentato disordini gravissimi nei conventi femminili.
Il bel libro di Giovanni Romeo si focalizza su Napoli, allora la più grande città europea, brulicante di vita, di uomini, di miseria, di espedienti, di creatività popolare, e segue con grande [mezza, sulla base di una documentazione ricchissima e in molti casi di straordinaria suggestione, il progressivo imporsi della Chiesa su reati che in passato erano di esclusiva competenza dello Stato o di foro misto (non solo il concubinato, ma anche la bigamia, l'adulterio, la sodomia), usando se necessario il grimaldello inquisitoriale in virtù del sospetto che comportamenti ralmente eteronomi nascondessero idee logicamente eterodosse. Debolissime furono nella capitale del Regno le resistenze giurisdizionali dell'autorità politica, incapace di porre un freno all'affermarsi della Chiesa quale unica tutrice della morale pubblica. Di qui l'avvio di una nuova politica di occhiuta sorveglianza e severa repressione (scomuniche, multe, punizioni infamanti, carcere, sepoltura in terra sconsacrata) contro ogni forma di convivenza e relazione non sancita dal vincolo matrimoniale, che poté avvalersi di nuovi ed efficacissimi strumenti per il controllo delle coscienze quali la confessione frequente, propagandata soprattutto dai gesuiti, e la verifica della comunione pasquale.
Contro questa dirompente offensiva rigorista dell'autorità ecclesiastica, contro le sue pretese di «entrare con forza nella vita quotidiana» e di «combattere senza tregua tutte le idee e le pratiche ritenute lesive dell'ortodossia, anche quelle più insignificanti, da sempre trascurate o rimesse allo zelo pastorale di vescovi, curati e confessori» (p. VII): non mancarono tuttavia moltepli resistenze, variamente modulate nel popolo, nella borghesia, nel ceto aristocratico fatte di espedienti, artifici, ipocrisie, talora anche grazie alla saggezza pastorale di parroci pronti a chiudere un occhio, ma anche della scelta di "tenersi" la scomunica e talora addirittura di plateali proteste e rabbiose ribellioni, spesso all'origine di ulteriori più gravi guai per i malcapitati, quasi sempre donne, ferite nell'onorabilità, talora costrette a separarsi dai figli, spesso rimaste prive di ogni forma di sostentamento. Da questo tenace «impegno moralizzatore» (p. 165) di vescovi e vicari per imporre alla società un severo «governo della sessualità» (p. 73), certo responsabile di molte sofferenze e approdato infine a scarsi risultati emerge un quadro tutt'altro che edificante del cosiddetto «disciplinamento» tridentino. L'intransigenza con cui la Chiesa cercè di regolare la vita sessuale e familiare dei fedeli contrasta vistosamente, per esempio, con la sostanziale tolleranza nei confronti del flagello dell'usura, evidentemente ritenuto di rilevanza morale assai inferiore al concubinato. Nel suo riflettere una scala di priorità, anch'essa destinata a lunga durata, è questo un dato su cui riflettere, anche perché - come sempre - solo nelle sue radici storiche il presente può rivelarsi intelligibile.

Giovanni Romeo, «Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione», Laterza, Roma-Bari, pagg. 256, € 18,00.

Da un picchio a un popolo: storia e ricchezze dei Piceni

l’Unità 15.6.08
Nelle Marche. A Matelica «Potere e splendore» restituisce un volto a una civiltà cancellata dai romani
Da un picchio a un popolo: storia e ricchezze dei Piceni
di Marco Innocente Furina

Finora erano solo un’ombra. Un nome o poco più. Narra la leggenda che raggiunsero le loro sedi storiche durante una Ver sacrum (primavera sacra), una migrazione rituale in cui i giovani della tribù andavano alla ricerca di nuove terre. Li condusse là, sull’Appennino che guarda l’Adriatico il loro animale totem, il picchio. Picus, in latino da cui Piceni, Picenti, Picentini. Ovvero i giovani del Picchio. Lo stesso uccellino che ora appare sulla stemma della regione Marche. Forse là, sul medio Adriatico, c’era già qualcuno ad attenderli, un’ancora più misteriosa civilizzazione orientale. I Pelasgi sono quasi un fantasma, ma nel nome di Ascoli i linguisti ritrovano echi dell’antica Anatolia. Chissà.
Occuparono le terre che vanno dall’attuale provincia di Pesaro sino a quella di Teramo in Abruzzo, poi, dopo la conquista romana, se ne persero le tracce, ma ora questa bella esposizione organizzata nelle Marche nell’entroterra maceratese - Potere e splendore. Gli antichi Piceni a Matelica - restituisce loro un volto. Ne emerge una civiltà originale, ricca, a tratti fastosa, pienamente inserita nella vita e nei traffici mediterranei di quei tempi lontani. Bronzi di tutti i tipi, monili, armature, scudi, elmi, lance, carri di battaglia, scettri finemente intarsiati raccontano di una popolo guerriero che ambiva a imitare il lusso e gli stili di vita dell’aristocrazie etrusche e greche della Penisola con cui erano da poco entrati in contatto. Ecco allora, da una sepoltura femminile provenire un’olla gigante, vasi, raffinati attrezzi bronzei per la cucina, un’onoichoe, una sorta di brocca decorata. Il tumulo di un principe-guerriero ci restituisce le immancabili armi, coltelli impreziositi da manici d’avorio lavorati, che ci parlano di scambi con paesi lontani, un carro da battaglia, due levrieri che riposano accanto al giovane principe sacrificati nella speranza di chissà quali cacce ultraterrene. Lo stile dei reperti è quello internazionale del tempo, detto orientalizzante: quando quel popolo aprì gli occhi sulla storia, fu abbagliato dalle grandi civiltà del vicino oriente e ne mutuò le espressioni formali. Come gli etruschi loro vicini o i greci che solcavano il mare fino ad Ancona e Numana.
Reperti sono affiorati in grande quantità un po’ dappertutto in questa vallata appenninica ricca di acque e di miele, coltivata a vigna, frutteti e grano. I più solerti negli scavi furono al solito i tombaroli. Si raccontano in paese strane storie, di ritrovamenti casuali: una trentina d’anni fa giocando a «ruzzola», la ruota si perse dietro un cespuglio. Dalle fratta riemerse pure una statuetta di bronzo, poi venduta per tre pezzi di stoccafisso… Ma per fortuna qui si è saputa e voluta scrivere un’altra storia. Il sindaco-archeologo di Matelica, Patrizio Gagliardi è riuscito a far passare nei regolamenti comunali una norma che prevede la presenza obbligatoria dei funzionari della Soprintendenza per ogni nuovo lavoro di scavo. E così man mano che la città s’espandeva e i sepolcri circolari degli antichi Piceni venivano alla luce a centinaia, gli archeologi hanno potuto salvare e catalogare i reperti. Così è nato il museo archeologico della cittadina quattro anni fa. «Archeologia preventiva», l’hanno chiamata. Solo buon senso verrebbe da dire, se l’amore per la storia non fosse merce rara nel nostro paese. E anche grazie a questa sensibilità che gli antichi Piceni non sono più solo un nome sui libri di storia o una mera indicazione geografica. La ricchezza delle scoperte in questa valle angusta, stretta tra due fila di monti, aggiunge un nuovo tassello alla nostra conoscenza della protostoria italica e fa di questa cittadina una tappa obbligata per la comunità scientifica. E infatti la mostra è già stata richiesta da alcuni dei più importanti musei archeologici d’Europa, un bel biglietto da visita per la regione. Anche perché in un vaso sono stati trovati semi di vite, che dimostrano l’antichità della vocazione vitivinicola delle colline marchigiane. E qui sono già tutti sicuri: non può trattarsi che del nostro verdicchio.

Potere e splendore Gli antichi Piceni a Matelica
Matelica Palazzo Ottoni Fino al 31 ottobre