martedì 26 maggio 2009

Cento anni dal ritrovamento della Villa dei Misteri

Cento anni dal ritrovamento della Villa dei Misteri
SUSY MALAFRONTE
23/05/2009 IL MATTINO

Pompei. Sono trascorsi cento anni dal ritrovamento della domus più bella, suggestiva e interessante dell'area archeologica, la Villa dei Misteri. A scoprirla e a regalarla agli occhi del mondo fu il cavaliere Aurelio Item. L'evento è stato ricordato nel convegno, organizzato dalla città di Pompei in collaborazione con la soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei, che si è tenuto nell'Auditorium degli Scavi. Nel corso della manifestazione «1909-2009 i cento anni della villa dei Misteri, Aurelio Item, le sue origini e la storia della scoperta», il nipote dello scopritore, Nico Item, ha presentato il libro nel quale racconta i segreti del suo illustre avo legati alla scoperta della «misteriosa» domus. «Il nipote di Aurelio Item, Nico - spiega il sindaco di Pompei Claudio D'Alessio - il cavalier Aurelio Item scopriva uno dei monumenti archeologici più belli e significativi dell'era romana. Suo nipote ha scritto un interessante libro di grande valore documentale e sociale che, abbracciando i cento anni dalla scoperta, delinea la storia di una famiglia che è anche la storia delle origini della nostra città di arte e cultura che mi onoro di rappresentare». La villa suburbana, prima signorile poi rustica dopo il terremoto del 62 dopo Cristo, risale al II secolo avanti Cristo fu ampliata e ristrutturata tra il 70 e il 60 avanti Cristo. Il cambiamento di uso dopo il terremoto del 62 d.C. Scoperta, appunto, nel 1909 e chiamata Villa Item, appunto dal nome dello scopritore, nel 1920, terminata l'interpretazione degli affreschi, fu chiamata Villa dei Misteri. Emerse da primi scavi parziali del 1902 all'estremo limite della via dei Sepolcri, al di fuori della zona sacra, cioè del centro, ove si trovano solo le divinità ufficialmente riconosciute da Roma. Sulla parete di una sala triclinare è raffigurato il più grandioso affresco dell'età classica che, secondo gli esperti, raffigura l'iniziazione dionisiaca di giovani spose. Probabilmente fu la stessa signora della villa, ministra del culto dionisiaco, ad aver ispirato la scena dipinta da un pittore campano del I secolo avanti Cristo. Una sequenza di scene, di un'unica azione, pone una stessa figura femminile come protagonista del viaggio nel mistero dionisiaco o orfico. Alla cerimonia assistono o partecipano figure divine. Gli atteggiamenti sacrali delle figure, tutte su uniforme fondo decorativo architettonico, rievocano la penombra segreta, il religioso silenzio dei riti dovuti a divinità misteriose. Nella sequenza degli affreschi si vede che la donna ammantata appare grave e composta nei primi momenti dell'azione sacra, poi atterrita e sconvolta, martoriata, infine festante nelle ultime fasi della liturgia.

venerdì 15 maggio 2009

Vetulonia, pioggia di monete

Vetulonia, pioggia di monete
VENERDÌ, 15 MAGGIO 2009 IL TIRRENO -- Grosseto

Una straordinaria mostra apre all’Isidoro Falchi

VETULONIA. Sono 121 monete in oro, argento e bronzo che raccontano la storia dell’Etruria, e saranno esposte al museo archeologico di Vetulonia in una mostra che s’inaugura domani alle 21 nell’ambito de “La Notte Europea dei Musei” promossa dal Museo del Louvre di Parigi. “Vetulonia: le monete degli Etruschi” è il titolo di questa mostra che sarà visitabile fino all’8 giugno. Dopo l’inaugurazione della mostra la serata proseguirà oltre mezzanotte. Alle 22 il pubblico potrà conversare con il numismatico Fiorenzo Catalli, direttore Monetiere al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, per approfondire tutti gli aspetti relativi alle monete che sono indicatori del prestigio e della condizione socio economica delle città etrusche. Alle 23 è previsto un “dolce dessert” con il ristorante “la Vecchia Cantina” di Vetulonia. La mostra è stata curata, oltre che dal direttore Simona Rafanelli, dal vice soprintendente e responsabile delle Collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Giuseppina Carlotta Cianferoni, e dallo stesso Catalli. «Come sempre ringraziamo la Soprintendenza per la grande collaborazione in tutti questi anni che ci ha permesso di fare crescere molto questo museo. Voglio ringraziare anche quelle persone che qui a Vetulonia ci aiutano in modo volontario e con grande passione per l’allestimento: Lamberto Bai, l’archeologa Roberta Borgianni e Barbara Costanzo, laureanda in Beni Culturali, gli architetti Luigi e Marca Rafanelli». L’evento che sarà inaugurato domani rappresenta una novità assoluta nel suo genere poiché verrà esposta la quasi totalità della produzione monetaria attribuibile agli etruschi con un ventaglio cronologico che va dagli inizi del V alla fine del III secolo a.C. Ci saranno monete prodotte nelle città di Populonia, di Vulci e da Volterra e, naturalmente di Vetulonia. Completerà il quadro espositivo una scelta di volumi del XVIII, XIX e XX secolo della Biblioteca della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana dedicati alla civiltà etrusca con i primi capitoli riservati alle monete etrusche e italiche nella penisola italiana ancora in età preromana. Il tema riveste un’importanza fondamentale per l’antica città di Vetulonia che deve il suo nome proprio a tre monete recanti la scritta “Vatl” e all’intuizione del medico archeologo Isidoro Falchi che condusse le prime campagne di scavo a Vetulonia. Falchi seppe interpretare in maniera corretta la legenda che portò alla riacquisizione di un nome antico, sostituito nel Medioevo da quello di Colonna di Buriano.

domenica 10 maggio 2009

Dal Guercino ad Artemisia Gentileschi, la risposta dell’arte alla rivoluzione galileiana

l’Unità Firenze 10.1.09
La mostra A Pisa la raffigurazione del cannocchiale dello scienziato datata già 1614
Dal Guercino ad Artemisia Gentileschi, la risposta dell’arte alla rivoluzione galileiana
La prima volta di Galileo Galilei
di Gianni Caverni

Il primo dipinto, dello Spagnoletto, che già nel 1614 raffigura il cannocchiale di Galileo, quadri e strumenti: l’unione tra arte e scienza all’ombra dello scienziato in una poderosa mostra allestita a Pisa.

Si chiama «La vista» e pare proprio si tratti della prima rappresentazione del cannocchiale di Galileo: la tela si deve a Jusepe De Ribera detto Lo Spagnoletto che la dipinse nel 1614 all’indomani della pubblicazione a Roma dell’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari (1613). Proveniente dal Museo Franz Mayer di Città del Messico è forse il pezzo più curioso fra i molti capolavori esposti in «Il Cannocchiale e il pennello. Nuova scienza e nuova arte nell’età di Galileo», la mostra, curata da Lucia Tomasi Tongiorgi e Alessandro Tosi, che da ieri al 19 luglio è al Palazzo Blu, in Lungarno Gambacorti 9, a Pisa.
Il pittore spagnolo anticipa i dipinti di Jan Bruegel o le invenzioni di Jacques Callot. Centocinquanta opere, fra quadri, libri, sculture e oggetti, raccontano il percorso umano e intellettuale dello scienziato, evidenziando la fitta trama di relazioni con cui le scienze e le arti si trovarono a rispondere alla «rivoluzione» galileiana: da Caravaggio a Ribera, da Artemisia e Orazio Gentileschi, a Francesco Furini, Filippo Napoletano, Jacopo da Empoli al Guercino, da Arcimboldo al Passignano, e poi strumenti, libri, manoscritti e inediti autografi.
La mostra, promossa dal Comitato nazionale per le celebrazioni galileiane e altri enti, si conclude con il ritratto eseguito da Justus Suttermans.

sabato 9 maggio 2009

Ostuni, scoperta una necropoli

Ostuni, scoperta una necropoli
Marcello Orlandini
Corriere del Mezzogiorno – Bari 9/5/2009

Individuate 18 tombe di bambini, 6 sepolture di adulti e mura perimetrali

Ostini. Molti ostunesi non lo sanno ancora ma il professore Donato Coppola, quando nel 1983 allegò ad un suo studio un grafico in cui tracciava lo sviluppo dell'antica cinta muraria messapica della città, aveva colto nel segno. Ed ha avuto ragione, lo stesso direttore del Museo delle Civiltà predassiche, a chiedere la precedenza assoluta per le ragioni della tutela del patrimonio storico di fronte a quelle dell'urgenza di completare un'opera pubblica. E' un vecchio problema per il nostro Paese, lo è anche per Ostuni. E lì, in contrada Spirito Santo, nella parte nord della fascia degli antichi orti terrazzati che cingeva e cinge la Città Bianca da secoli, a poche decine di metri dal punto in cui le ruspe sono state fermate dalla Soprintendenza di Taranto, sta affiorando una necropoli a ridosso di opere monumentali e ad un perimetro difensivo di quattro metri di spessore. E' una notizia medita, i saggi sono iniziati da poco. Le sepolture, numerose, risalgono probabilmente ad un periodo compreso tra il IV ed il III secolo avanti Cristo. Prima che i Romani conquistassero Brindisi (272 a.C.).
Le ruspe e la storia
Le ruspe anche questa volta erano entrate in azione senza un preventivo parere della Soprintendenza archeologica, misura d'obbligo anche quando non si è in presenza di vincoli ma ci si muove in un territorio abitato sin dal Paleolitico. Era urgente realizzare un collettore di drenaggio delle acque pluviali, e le ruspe sono entrate, scavando una ferita profonda 4 metri, tra le terrazze realizzate e curate sin dall'epoca romana per scopi agricoli. «Un monumento al lavoro umano», le definisce Coppola. Il primo stop è arrivato la scorsa estate quando sono arrivati i carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio artistico e la Soprintendenza, avvertiti da una segnalazione fatta da alcuni cittadini, tra i quali il giovane segretario del Prc, Giancarlo Scalone. Che dal suo appartamento nelle vecchie case popolari che dominano la contrada aveva visto una benna sfondare un manufatto medievale e un antico acquaio. La Soprintendenza chiese al Comune di frenare le ruspe, e si giunse ad una soluzione: l'amministrazione civica avrebbe pagato le spese delle indagini archeologiche preventive, affidate ad una ditta specializzata sotto il controllo della stessa Soprintendenza. Meglio tardi che mai. Così sono affiorati i primi tratti di mura messapiche. Ma le ruspe erano solo in stand-by: a gennaio si sono rimesse in moto, quasi incalzando l'equipe al lavoro. Sino a quando non sono venute alla luce le prime sepolture. Tombe di bambini Le deposizioni più numerose già scavate nel corso dei saggi sono quelle di bambini in tenerissima età, almeno 18 piccole tombe. Ma ci sono già anche 5-6 sepolture di adulti. Sembra che non siano stati trovati corredi funerari. Troppo presto per dire perché: gli archeologi hanno bisogno di tempo per capire se la necropoli sia sta in parte saccheggiata, o trovare altre spiegazioni all'assenza di terrecotte e oggetti che in vita appartenevano ai defunti. C'è anche una sepoltura con i resti di due corpi affiancati. C'è una tomba più ricca, realizzata con blocchi squadrati e un lastrone di copertura. La necropoli è dominata dai resti di una possente costruzione. Sono le prime, frammentarie notizie che girano attorno al cantiere, impenetrabile per gli estranei, dove lavorano i dipendenti della D'Auria coordinati dall'archeologa Giuseppina Caliandro. La direzione degli scavi è della dottoressa Assunta Cocchiaro. Ecco un'altra parte dell'antica Stu che esce dall'oblio. Una città che nel suo libro «I leoni di Messapia», Ferdinando Sammarco non aveva inserito nella potente Dodecapoli, la lega composta secondo alcuni da dodici polis messapiche, secondo altri da tredici, ma di cui certamente facevano parte Kaìlia (Ceglie Messapica), Manduria, Mesania (Mesagne), Neriton (Nard ), Orra (Oria), Hodrum/Idruntum (Otranto), Sybar (Cavallino), Thuria Sallentina (RoCa), Alytia (Alezio), Aoxentum (Ugento), Brention/Brentesion (Brindisi), Hyretum/Veretum (Vereto). I giardini pensili In età tardo-romana, e soprattutto nei secoli seguenti sui resti delle costruzioni messapiche comprese tra cinta muraria esterna e l'acropoli, generazioni di coltivatori hanno realizzato i terrazzamenti che Coppola chiama «giardini pensili». Sul recupero di questo ambiente di grande pregio ed importanza -basti pensare al filtraggio naturale dell'acqua assicurato alle coltivazioni dalle rovine sottostanti, esempio di sapienza contadina- le polemiche politiche si incrociano da anni. Di fatto, non è stato raggiunto l'equilibrio ottimale tra opere da realizzare nell'interesse della «città moderna» e tutela piena del patrimonio. Lo scorso anno, sempre ad agosto, per realizzare alcuni parcheggi, è stato sbancato il sito di un luogo di culto antichissimo e sono state sventrate alcune tombe. Anche in questo caso è arrivata la Soprintendenza, e i carabinieri hanno sequestrato l'area. Ora i sigilli sono spariti.

martedì 5 maggio 2009

Leoni ruggenti alle pareti, pittura rosso fuoco Gli archeologi: «È un evento incredibile»

Leoni ruggenti alle pareti, pittura rosso fuoco Gli archeologi: «È un evento incredibile»
di LUCA LIPPERA
Venerdì 16 Giugno 2006, Il Messaggero

Le “rivelazioni” raccolte da un pm

«È un ritrovamento eccezionale dicono al museo di Villa Giulia, sede della Soprintendenza per l’Etruria Meridionale Ha un secolo in più delle sepolture di Tarquinia ed è più vecchia di quelle già molto antiche ritrovate a Veio. Ci sono fregi con uccelli acquatici e migratori, simbolo del passaggio dalla vita alla morte, e poi, alle pareti, i dipinti con i leoni. È un ritrovamento che di sicuro accrescerà le conoscenze complessive sulla pittura nell’antichità del mondo occidentale. E di certo non era la tomba di una persona qualunque. Molto probabilmente fu costruita per un principe».
Il sarcofago non è stato ritrovato. Ma il saccheggio, secondo gli esperti, «deve risalire a molto tempo fa», perché invece c’erano vasellame e suppellettili funerarie. Veio, rasa al suolo dal generale Furio Camillo nel 396 a.C., al termine della guerra tra Roma e gli Etruschi, era la più meridionale tra le città dell’Etruria. Nell’omonimo Parco, creato dalla Regione Lazio nel 1997 tra la Cassia e la Flaminia, sono state trovate nel corso degli anni decine di tombe già depredate. «Ma nessuna dicono alla Soprintendenza ha lo splendore e l’importanza storica di questa». Gli studi sono alle prime battute. Gli archeologi ieri stavano preparando il terreno per la “visita guidata” alla quale oggi prenderà parte lo stesso ministro dei Beni Culturali.
Ma il nuovo tesoro di Veio potrebbe essere solo il primo di una serie. Il sepolcro la Tomba dei Leoni, ormai è chiaro che sarà questo il suo nome è stato scoperto in un’area finora ritenuta «di scarso interesse» dai ricercatori. Il “pentito” che ne ha rivelato l’esistenza si è detto pronto a fornire altre notizie sulla zona. Pierluigi Cipolla, il magistrato che ne ha raccolto le confidenze, è stato il primo a verificarne il racconto, recandosi nel Parco insieme ai carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Artistico. «Se posso dirlo afferma Cipolla questo è un tipico caso di ”archeologia giudiziaria”. Speriamo che questa persona diventi ciò che fu “Omero l’Etrusco”, il tombarolo che anni fa, anche lui pentito, rese possibili decine di scoperte eccezionali».
C’è, nella vicenda, anche una dose di calcolo. Il tombarolo, il prossimo 7 luglio, verrà processato alla VII Sezione penale per le razzie commesse nella necropoli di Crustumerium e nella stessa Veio. Cipolla è il pubblico ministero che è riuscito a portare alla sbarra i presunti responsabili dei furti, tra cui un ricettatore austriaco, e farne già condannare due con il rito abbreviato. L’uomo che ha deciso di parlare evidentemente spera di ottenere dai giudici le attenuanti. È accusato, insieme ai complici, di associazione a delinquere. Rischia grosso: almeno quattro anni di carcere.
Ma il peso della scoperta, “genesi” a parte, resta. Il pm Cipolla è stato il primo, insieme ai carabinieri, a scendere sotto terra dopo le rivelazioni del trafficante. «La tomba è bellissima racconta Gli archeologi sono travolti dall’entusiasmo, non stanno più nella pelle. I leoni ruggenti, con le fauci aperte, sono veramente particolari. È un ritrovamento che arriva del tutto inaspettato, proprio perché la zona in cui è avvenuto (il punto esatto verrà rivelato soltanto oggi, ndr) veniva ritenuta di scarso interesse archeologico. Lo stato di conservazione dei dipinti sulle pareti, per di più, è fuori dal comune». Il rosso dei dipinti, secondo alcuni, potrebbe dire molto sui rapporti tra gli Etruschi, popolo tuttora misterioso, e le altre civiltà italiche. Forse il passato, da Veio, ha ripreso a “parlare”.
(Ha collaborato Giuseppe Martina)

La più antica tomba dipinta degli estruschi

La più antica tomba dipinta degli estruschi
Giulia Salvatori
Il Mattino 17/6/2006

Una vera e propria tomba principesca. Il più antico monumento della pittura non solo d'Etruria ma dell'intero bacino del Mediterraneo occidentale ha avuto per un giorno un cicerone d'eccezione: il ministro per i Beni e le Attività culturali, Francesco Rutelli, che ha presentato ai media la «Tomba dei Leoni Ruggenti», l'ultima scoperta archeologica avvenuta circa due settimane fa a Veio, nei pressi di Roma. In una conferenza stampa nel bel mezzo di un campo di grano dove è stata rinvenuta la tomba, il ministro ha descritto le fasi di questo «ritrovamento unico ed eccezionale», come lo ha definito, che presto sarà aperto al pubblico. «Nell'ambito di un'importante indagine sviluppata già due anni fa dal nucleo per la tutela del patrimonio dei carabinieri, attraverso la collaborazione di una persona - ha detto Rutelli -abbiamo individuato quest'area. Scavando è venuta alla luce una magnifica tomba principesca databile attorno al 690 a.C, che ne fa la vera origine della pittura occidentale».
Ma questo è soltanto un assaggio. «Potrebbe essere la prima di altre sorprese», aggiunge il ministro che ha garantito che su quel terreno, di proprietà privata, saranno svolti altri scavi in futuro. «Nei magnifici affreschi della tomba -ha spiegato la sovrintendente per l'Etruria Meridionale, Annamaria Moretti - compaiono figure di animali, leoni e uccelli, carichi di
significati, in particolare emblemi del passaggio dalla vita alla morte. E nel dromos, cioè nel corridoio d'accesso, era seppellito un carro, di cui sono visibili ancora le ruote, che sottolinea il rango dei sepolti, forse dei principi». Visitata dai tombaroli, che l'hanno probabilmente spogliata di reperti, la tomba potrebbe ancora nascondere qualche sorpresa.
La tomba è stata denominata «dei leoni ruggenti» proprio dalle raffigurazioni di alcune fiere con artigli e fauci spalancate che gli archeologi hanno identificato come dei leoni. Accanto è raffigurato un volo di uccelli acquatici che nell'uso etrusco raffigurano l'anima che sì stacca dal corpo, di fronte alla morte rappresentata dalle fiere. E oltre al carro sono stati ritrovati elementi della bardatura, una spada, frammenti vari di suppellettili, fibule e gioielli. La tomba più antica, con pitture parietali che si conosceva fino ad oggi era quella cosiddetta «delle anatre», rinvenuta a Veio nel 1958 e datata intorno al 680/670 a.C. ma quella ritrovata in questi giorni, ha fatto notare l'etruscologo Giovanni Colonna, è «oltre che più antica, senz'altro più spettacolare. Siamo agli albori di quella che è stata definita la civiltà orientalizzante: la pittura è campita con la tecnica dei quattro colori, nero, rosso e giallo al quale si aggiunge il rosato della parete».

La tomba dei leoni

La tomba dei leoni
Andrea Barcariol
Il Tempo - cronaca Roma 17/6/2006

Scoperto il più antico monumento funebre affrescato non solo d'Etru-ria ma dell'intero bacino del Mediterraneo. All'interno del Parco archeologico di Veio è stata rinvenuta infatti una tomba a camera dipinta che dovrebbe essere appartenuta a un principe etrusco. Gli affreschi raffigurano dei leoni ruggenti.
Il ritrovamento è stato presentato ieri pomeriggio dal ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli

Anche i tombaroli hanno un'anima. E proprio la confessione di uno di loro ha consentito al Reparto operativo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, guidato dal generale Ugo Zottin, di individuare, all'interno del parco archeologico di Veio, una tomba a camera dipinta che dovrebbe essere appartenuta a un principe etrusco.
Una scoperta tenuta nascosta per due settimane al fine di consentire agli studiosi di effettuare i primi rilevamenti che hanno dato un risultato eccezionale. La tomba, infatti, risale al secondo decennio del VII secolo a.C. e precede nella datazione sia le sepolture di Tarquina sia le altre di Veio. Si tratta, quindi, del più antico monumento affrescato non solo d'Etruria ma dell'intero bacino del mediterraneo occidentale, un ritrovamento importantissimo che sicuramente contribuirà a migliorare le conoscenze relative alla pittura dell'antichità.
La scoperta è stata presentata ieri pomeriggio davanti a uno stuolo di giornalisti, italiani e stranieri, dal ministro dei Beni Culturali, Francesco Rutelli, che ha sottolineato l'eccezionaiità del ritrovamento.
«Ci troviamo di fronte a un evento sensazionale che siamo riusciti a tenere segreto per 16 giorni - ha spiegato il ministro - Questa è una tomba unica, perché ci riporta alle origini della pittura occidentale e potrebbe chiarire ulteriormente i rapporti tra il popolo etrusco e le altre civiltà italiche. La scoperta è frutto di un'indagine (la cosiddetta Operazione Mozart ndr) che il Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale ha portato avanti per due anni».
All'interno del monumento funerario c'è una parete affrescata con un motivo di uccelli acquatici disposti in alternanza su due file, tutti in movimento verso destra e leoni con le fauci spalancate che si muovono in senso opposto. Il soffitto, la parte inferiore delle pareti e gli stipiti della porta ad arco sono dipinti in rosso vivo.
«Gli animali simboleggiano il passaggio dalla vita alla morte ed evidenziano il grande timore per il viaggio nell'Aldilà - ha spiegato la professoressa Moretti, soprintendente Archeologico per l'Etruria meridionale - l'artista che li ha dipinti era sicuramente etrusco ma ci sono evidenti importazioni dal mondo greco. Noi l'abbiamo ribattezzata "La tomba dei leoni ruggenti" ma il dibattito è aperto».
Il nuovo tesoro potrebbe non essere l'unico. È facile ipotizzare che la zona, finora ritenuta dai ricercatori di scarso interesse, nasconda altri reperti di grande valore storico. «Da questo costone potrebbero venir fuori importanti sorprese - ha sottolineato il ministro Rutelli -Dobbiamo assolutamente trovare i soldi per completare gli scavi e ampliarli anche alle zone circostanti».

Presentata ieri la più antica tomba etrusca dipinta - E i leoni di Veio tornano a ruggire

Presentata ieri la più antica tomba etrusca dipinta - E i leoni di Veio tornano a ruggire
Francesca De Sanctis
17/06/2006, L'Unità

Una freccia con la scritta «Terre di Veio», pochi chilometri fuori Roma, conduce verso una delle tante stradine che tagliano il Parco, esteso a vista d’occhio rivestito dall’oro dei campi di grano, macchiati qua e là dal verde capace di nascondere sorprese archeologiche imprevedibili. La più preziosa è venuta alla luce un paio di settimane fa e ieri è stata annunciata dal ministro della Cultura Francesco Rutelli, accompagnato dal presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra e dall’assessore capitolino alla Cultura Gianni Borgna: una “tomba ipogea”, scavata nella roccia, risalente al 690 a. C. Èla più antica tomba etrusca dipinta mai rinvenuta prima. «Una scoperta unica» ha detto Rutelli. Probabilmente il più antico monumento della pittura non solo d’Etruria ma dell’intero bacino del Mediterraneo occidentale, ritrovato grazie all’attività del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale con la collaborazione di un tombarolo austriaco di 82 anni fermato nell’ambito dell’operazione denominata “Mozart”. L’hanno chiamata “Tomba dei leoni ruggenti” ed ha qualche anno in più rispetto alla vicina “Tomba delle anatre” risalente al 680-690 circa a. C.. Il nome deriva dai disegni incisi sulle pareti: in alto due file di uccelli acquatici in movimento verso destra e in basso dei leoni con le fauci spalancate e la coda arricciata (che se non fosse per le quattro zampe ben visibili sarebbero più simili a dei pesci). «Si tratta di figure animali disposte su due livelli - ha detto la sovrintendente archeologico per l’Etruria Meridionale Annamaria Moretti - carichi di significati come la morte e il passaggio dalla vita alla morte». A chi apparteneva questa tomba a camera? Senza dubbio era una tomba principesca. Tant’è vero che lì sotto erano custoditi anche materiali di particolare pregio, vasellame, ornamenti preziosi e perfino un carro bronzeo, ha spiegato Francesca Boitani, che ha curato lo scavo. La dottoressa Moretti aggiunge che «sono la solennità del corridoio di accesso, la porta ad arco, e il carro stesso che sottolineano il rango del personaggio». Per un tipo di pittura parietale precedente a questa bisogna risalire al paleolitico, ha precisato l’etruscologo Giovanni Colonna: «Non c’è nulla di simile nel Mediterraneo - ha aggiunto -. Questo è un esempio di “pictura linearis”, proiettata e scontornata su una parete bianca a cui sarebbe seguita la pittura a campitura. Siamo al centro di un immenso sepolcreto villanoviano. Qui ci sono migliaia di tombe». Non a caso Gasbarra ha parlato di un possibile «parco etrusco», un vasto parco archeologico che vada da Roma a Formello, fino a Cerveteri, e si spinga anche sul mare.«Un grande lavoro - ha detto -, che ha bisogno anche di grandi fondi». E Rutelli già annuncia altre sorprese: «Nel Parco di Veio scopriremo altre tombe etrusche e trasformeremo questa zona in una grande area archeologica visitabile ».

A Fuorigrotta un villaggio di 35 secoli fa

A Fuorigrotta un villaggio di 35 secoli fa
Carlo Avvisati
Il Mattino, 26 giugno 2006

I NAPOLETANI di 3500 anni fa erano anche agricoltori e pastori. Ma il loro Dna era comunque strutturato perché fossero marinai e pescatori. Alcuni galleggianti per reti da posta, costruiti magistralmente e sagomando in forma circolare delle pietre pomici scelte tra le tante espulse nel corso delle eruzioni vesuviane o flegree, ritrovati dagli archeologi, hanno dato la cifra dell'importanza di quel rinvenimento. Nella zona di Piazzale Tecchio, proprio nell'area oggi occupata dal palazzone della Facoltà di Ingegneria, secondo gli esperti della Soprintendenza archeologica di Napoli, trentacinque secoli fa, ci doveva essere un villaggio abitato da pescatori, pastori e agricoltori. La parte periferica dell'insediamento, datato dagli archeologi al «Bronzo medio», è stata intercettata durante i lavori per la realizzazione del metrò cittadino a una profondità di quasi dieci metri, al centro della piazza.
Le indagini hanno consentito di trovare un recinto con tracce di frequentazioni preistoriche, materiali ceramici di uso comune come scodelle, brocche, bicchieri, e scorie di produzione del bronzo. Cosa che secondo gli archeologi dimostra come in quell'area fosse presente una notevole attività - quindi con l'uso di fornaci appositamente attrezzate - destinata alla lavorazione e alla fusione di rame e stagno, trasformando gli elementi nella lega Bronzo. Lo studio dei sedimenti - microrganismi, conchiglie - ha quindi permesso di accertare come la linea di costa, in antico, fosse molto più arretrata rispetto a quella attuale. Vale a dire che il mare, tra il 1550 e il 2000 a. C. si spingeva nell' entroterra sin quasi ad occupare per intero l'area dell'attuale abitato di Fuorigrotta.
Quanto fosse esteso poi quel villaggio, costruito su una leggera altura per restare all'asciutto, e se ve ne fossero altri in zona, forse non si potrà mai sapere: si dovrebbe scavare e indagare sotto mezza Fuorigrotta. Comunque, una ipotesi sulla forma delle capanne, secondo Giuseppe Vecchio, l'archeologo della Soprintendenza di Napoli, responsabile delle le indagini, si può azzardare e porterebbe a immaginare un'architettura «a ferro di cavallo», non molto differente da edifici della stessa epoca trovati in via Polveriera a Noia, cinque anni fa. «Ovviamente - sottolinea l'archeologo - l'eccezionalità del ritrovamento sta tutta nel fatto che il villaggio era abitato anche da pescatori, visto che pastorizia e agricoltura all'epoca erano un fatto comune». Il mare poi, secondo gli esperti, avrebbe lasciato libera quell'area in seguito a fenomeni dovuti al bradisismo, anche se gli studi di settore, poco frequenti, forniscono scarsi elementi a sostegno delle ipotesi.
Lo scavo ha anche consentito di trovare presenze di epoche successiva, in particolare romana. Numerosi solchi appartenenti a coltivazioni, datati dagli esperti al I e al II secolo avanti Cristo, e segni di arature, testimoniano di campi coltivati in prossimità di una villa rustica. Anche per quest'altro dato, come per il villaggio del «bronzo», vista la profondità, sarà difficile recuperare elementi capaci di squarciare i veli sulla vita di Parthenope - Neapolis - Napoli.
E viene ancora una volta confermata l'identità di Napoli come città fatta a strati e a livelli, di cui si erano già intuite storia e valenza attraverso i rinvenimenti, ancorché scarsi, del secolo scorso. E oggi, con le indagini favorite dagli scavi del metrò, la quantità di rimandi al passato della città si sta rivelando assolutamente straordinaria. Basta pensare solo ai rinvenimenti del periodo greco sotto piazza Nicola Amore, ai mosaici, al porticato romano imperiale presso il tempio, con la parete di fondo rivestita di lastre di marmo con segnati i nomi dei vincitori dei giochi Isolimpici napoletani, i Sebastà; alle barche e all'antico portò di Piazza Municipio; ai reperti del cantiere per la stazione di Toledo. Adesso, il villaggio preistorico di Piazzale Tecchio. E c'è il progetto per valorizzarlo: si realizzeranno pannelli con ricostruzioni virtuali della zona e delle capanne e si metteranno in mostra nella stazione quando sarà completata.

Una tomba di età ellenistica torna alla luce nel municipio

Una tomba di età ellenistica torna alla luce nel municipio
Gianni Sollitto
La Gazzetta del Mezzogiorno (Capitanata) 09/07/2006

VIESTE Una struttura funeraria, presumibilmente di età ellenistica (III secolo a.C.) è venuta alla luce a Vieste, nel cortile interno dell'edificio municipale, dove è ospitata anche una scuola elementare, durante i lavori di costruzione di una vasca antincendio. Secondo gli esperti, si tratta di una scoperta «di estremo interesse», poiché nell'area garganica e tra i ritrovamenti recenti «tale tipologia architettonico-funeraria, appare nuova e forse unica nel suo genere». Come spesso accade, la scoperta archeologica è avvenuta per caso. Sono stati gli operai dell'impresa «Florio costruzioni», intenti a scavare un vano sotterraneo nel cortile interno dell'imponente edificio del Comune, a rinvenire la struttura funeraria, in un primo momento scambiata per un grosso masso di roccia calcarea. Appena resisi conto che quella lastra non era una semplice pietra, gli operai hanno avvertito le competenti autorità, tra cui l'ispettore onorario di Vieste dei beni architettonici e del paesaggio, Giuseppe Ruggieri. Questi, in un primo sommario sopralluogo, ha potuto rilevare che la struttura funeraria, rinvenuta nel banco sabbioso fossile a circa 3 metri e mezzo dal piano di calpestio, è allocata in asse nord est-sud ovest, per una lunghezza di due metri circa, la cui copertura, cioè la parte finora venuta alla luce, è costituita da blocchi di calcare a doppia falda insistenti su altri blocchi che formano la semicamera funeraria. Segnalato da Ruggieri l'importante rinvenimento al soprintendente archeologo di Taranto, Giuseppe Andreassi, questi ha inviato sul posto l'archeologa responsabile, Giovanna Pacilio, la quale ha confermato la straordinarietà dell'evento. «Anche se occorre ancora evidenziarla per esprimerci con più precisione - ha riferito Pacilio - la circostanza importante è che si tratta della prima struttura tombale di questo genere in ambito dauno. La scoperta ci potrà riservare poco o tanto, a seconda della fortuna che avremo. Ma anche se questa tomba dovesse essere vuota, ma non credo, si tratta in ogni modo di una scoperta importantissima». L'attenzione degli archeologi è puntata sul contenuto della tomba che, come detto, è completamente intatta. Per cui, come era costume all'epoca, all'interno, considerate anche le dimensioni del sepolcro, è del tutto probabile che sia custodito il corredo funerario, oltre ai resti del defunto o dei defunti, in quanto, sempre secondo le ipotesi degli esperti, potrebbe trattarsi di una tomba di famiglia. Particolarmente entusiasta del rinvenimento, l'ispettore onorario di Vieste dei beni architettonici, Giuseppe Ruggieri, il quale parla di un caso unico: «Documenti storici ci hanno fatto sapere della presenza nel territorio viestano di strutture funerarie di una certa importanza, ma mai si era riusciti a portarli alla luce. Questa tomba - afferma Ruggieri - assume una particolarissima importanza in considerazione della sua monumentalità, espressione di un ceto emergente ed aristocratico che viveva in questa cittadina che batteva anche moneta». Domani, intanto, riprenderanno i lavori di scavo, dopo che tutto il sito è stato messo in sicurezza (vigilano carabinieri e polizia municipale). L'amministrazione comunale ha confermato il pieno appoggio alla Sovrintendenza, manifestando piena disponibilità a contribuire al recupero e alla valorizzazione della struttura funeraria che, oltre all'aspetto prettamente storico-culturale, può costituire un valore aggiunto al settore turistico della città.

sabato 2 maggio 2009

Sull’acqua sacra del Vallo di Diano

Sull’acqua sacra del Vallo di Diano
FRANCESCA GARGIULO
Corriere del Mezzogiorno 29/04/2009

Un prezioso e raris­simo, quasi unico gioiello dell’arte tardoantica cam­pana sarà oggi re­stituito alla fruizione dei visita­tori. È il battistero paleocristia­no di San Giovanni in Fonte, a Sala Consilina, in provincia di Salerno. L’antica struttura è sta­ta sottoposta a una lunga serie di restauri (costo complessivo: un milione e 200 mila euro), nel­l’ambito di un progetto di riqua­lificazione dell’intera area ar­cheologica di San Giovanni in Fonte, nella quale è stato realiz­zato tra l’altro un percorso in trekking adatto anche ai disabi­li. Stamane alle 10 la cerimonia di riapertura, presenti il vesco­vo della diocesi di Teggiano-Po­licastro monsignor Angelo Spi­nillo, il presidente della Provin­cia di Salerno Angelo Villani, il soprintendente ai Beni architet­tonici e paesaggistici Giuseppe Zampino e la soprintendente ai Beni archeologici di Salerno e Avellino Maria Luisa Nava.

Costruito nel 308 dopo Cri­sto, dunque all’epoca dell’impe­ratore Costantino, il Battistero si caratterizza per essere l’unico al mondo che catturi l’acqua bat­tesimale direttamente dalla sor­gente. Esso si trova sul sito nel quale sorgeva Marcellanium, su­burbio dell’antica Cosilinum, città della Lucania romana. Al­l’epoca della costruzione del monumento, a Marcellanium si teneva, nel giorno dedicato a San Cipriano (il 16 settembre), una importante fiera annuale, frequentata da mercanti prove­nienti dal Bruzio (l’odierna Cala­bria), dall’Apulia e dalla Luca­nia.

Sopra una sorgente perenne considerata sacra fu dunque rea­lizzato il Battistero, in cui il bat­tesimo veniva amministrato per immersione. Del Battistero fa menzione Cassiodoro in una let­tera ( Var. VIII, 33) del 527 dopo Cristo, ricordando come Marcel­lanium prendesse nome pro­prio dal fondatore del Battiste­ro («a conditore sanctorum fon­tium nomen accepit»), cioè Pa­pa Marcello I (308-309). Nello stesso documento si parla del­l’aumento miracoloso del volu­me delle acque che si verificava sul sito durante la cerimonia del Sabato Santo.

La nobile storia di questo luo­go avrebbe poi conosciuto un momento di drammatica frattu­ra intorno al IX secolo, in conse­guenza degli attacchi saraceni. Nel XII secolo, sulle macerie del Battistero fu costruita una chie­sa dedicata a San Giovanni Batti­sta, divenuta poi una commen­da dell’Ordine dei Templari, cui rimase fino all’abolizione del­l’Ordine stesso nel 1312, per poi passare all’Ordine Gerosolimita­no, quindi al demanio.

Con difficoltà, oggi, si legge il corpo centrale dell’opera, una quadruplice arcata su cui era im­postata un’ampia cupola a tutto sesto, raccordata al quadrato di base tramite trombe angolari. Qui avveniva l’iniziazione cri­stiana dei fedeli, che accedeva­no per sette simbolici scalini, come ricorda Cassiodoro. Gli ambulacri perimetrali e l’abside mostrano una fisionomia archi­tettonica che trova riscontro ne­gli edifici mediorientali del VI secolo, e che fa supporre un rifa­cimento del manufatto in epo­ca giustinianea, dopo la conclu­sione della lunga e sanguinosis­sima guerra gotica. Alla stessa epoca sarebbero da ascrivere i volti che dai pennacchi assiste­vano al rito battesimale: sono quelli dei quattro Evangelisti.

Museo Archeologico Corredi, armi e splendore dei principi di 2.700 anni fa

Museo Archeologico Corredi, armi e splendore dei principi di 2.700 anni fa
BRUNELLA TORRESIN
GIOVEDÌ, 30 APRILE 2009 LA REPUBBLICA - Bologna

Sono esposti fino al 13 settembre i reperti emersi dalle necropoli di Matelica, nelle Marche

Viaggio nel tempo, fino a risalire all´VIII secolo avanti Cristo, sulle pendici dell´Appennino marchigiano: la mostra Potere e Splendore. Gli antichi Piceni a Matelica, allestita al Museo Archeologico conduce il visitatore all´interno di una comunità italica, la cui aristocrazia praticava la guerra e il commercio di generi di lusso, commissionava oggetti di squisito artigianato e si apriva di buon grado agli influssi della vicina civiltà etrusca, ma anche, lungo la via Adriatica, delle più lontane civiltà della Grecia e del Medio Oriente. Ne sono la prova i corredi funerari portati alla luce, restaurati e interpretati nell´arco di vent´anni di campagne di scavo condotte dalle soprintendenze archeologica e regionale nel territorio di Matelica (Macerata). Ne sono emersi gli oggetti d´uso e simbolici del rango di figure principesche: vasi, situle, armi, monili, resti di carri e di calessi, olle (i vasi per le bevande), brocche, fibule decorati con motivi ornamentali e contenuti narrativi giunti da oltremare. «È un´ideale prosecuzione della mostra sui Principi Etruschi che il museo Archeologico realizzò nel 2000», ha spiegato ieri Cristiana Morigi Govi, che ha presentato l´iniziativa con l´assessore Angelo Guglielmi e i curatori: ne esplora la stessa epoca in un diverso versante geografico, e riafferma come i rapporti di commercio (e di conquista) tra clan principeschi abbiano impresso direzione ed evoluzione ai passi della storia. Vi sono spade la cui elsa di avorio intarsiato, per forma e decorazione svela la provenienza orientale, e una rarissima brocca realizzata con un uovo di struzzo decorato con la scena dell´incontro tra Ulisse e Circe, oggetto di lussuoso esotismo; di un altro corredo funerario si sono conservati i pendenti in avorio, ambra e pasta di vetro che impreziosivano la stola di una giovane donna.
Potere e Splendore giunge a Bologna a un anno esatto dal suo debutto a Matelica: scandirà la primavera e l´estate del museo Archeologico fino al 13 settembre, dal martedì al venerdì ore 9-15, sabato e domenica ore 10-18.30, chiuso il lunedì e il 1° maggio. La mostra è arricchita di un laboratorio didattico strepitoso: ai ragazzi offre la possibilità di partecipare a banchetti, cortei funebri e festeggiamenti per l´insediamento di un principe, con costumi da indossare, e oggetti e suppellettili ricostruiti fedelmente.

Tesori (e segreti) funerari dei Sanniti

Tesori (e segreti) funerari dei Sanniti
Giancarlo Izzo
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, 01 MAGGIO 2009

La scoperta

Dagli scavi di Trebula, nell’alto Casertano, un ricco corredo di vasi. Con residui di essenze profumate

Dopo duemilacinquecento anni ritornano alla luce testimonianze dell’opulenza e dello splendore dell’antica Trebula. I lavori di scavo nel perimetro dell’antica città, roccaforte sannita sulle colline del Montemaggiore, in provincia di Caserta, restituiscono alcuni eccezionali reperti. In una sepoltura — datata fra il V e il IV secolo avanti Cristo — gli archeologi hanno infatti rinvenuto diversi crateri in bronzo e due grandi vasi in terracotta rossa, finemente decorati.

Ma una ulteriore sorpresa è rappresentata dal contenuto rinvenuto in uno dei crateri di bronzo, all’interno del quale è stata accertata, ancora ben conservata, la presenza di una sostanza che gli esperti ipotizzano essere il residuo di essenze usate per accompagnare i defunti nel viaggio verso l’aldilà. La sostanza sarà sottoposta ad analisi di laboratorio che dovranno indicarne la precisa composizione. Tuttavia appare già straordinaria la conservazione del preparato dopo tanti secoli.

Secondo il sovrintendente Mario Pagano, la sepoltura apparterrebbe ad un uomo di rango, certamente ricco e potente; contestualmente, il corredo funerario testimonierebbe che Trebula intratteneva ottimi rapporti commerciali con le città della pianura, fino al mare. L’attività di scavo — finanziata con un milione di euro attraverso il progetto del Pit Monti Trebulani e del Matese— si pone l’obiettivo di riportare alla luce l’antica città e di rendere fruibili i resti di Trebula, oggi Treglia, piccola frazione di Pontelatone. I lavori di scavo, avviati da circa un anno, hanno già restituito una nuova porzione delle terme, diverse sepolture e ulteriori tratti di imponenti mura megalitiche. In particolar modo, è in fase di scavo un grande bastione, lungo oltre quindici metri e largo cinque, con una altezza superiore ai quattro metri. Nel centro del bastione, c’è una imponente porta megalitica, ancora intatta. L’ispettore onorario della soprintendenza, Domenico Caiazza, evidenzia come quella porta sia unica nel panorama della quattrocento cinte murarie sannitiche conosciute finora. L’unicità della porta — conclude Caiazza — è data sia dall’impianto della struttura, sia dal suo grado di conservazione: assolutamente perfetto, nonostante due millenni e mezzo di storia.