lunedì 29 agosto 2011

Oetzi, la mummia che cambiò la storia

La Stampa 29.8.11
Oetzi, la mummia che cambiò la storia
Vent’anni fa ritrovato in Alto Adige il reperto che ha retrodatato l’Età del Rame e avvalorato l’effetto serra
3300 avanti Cristo. È la datazione attribuita a Oetzi con la tecnica del radiocarbonio. La sua mummia ha 5300 anni
di Piero Bianucci

Tra poco saranno vent’anni esatti. Era il 19 settembre 1991 quando una coppia di alpinisti tedeschi, scendendo dalla Punta di Finale, Alto Adige, a quota 3210 metri vide affiorare dal ghiaccio i resti di un uomo. Una scena macabra ma non insolita. L’estate 1991 aveva già restituito sei corpi di escursionisti periti decine di anni prima. Eppure quella foto diventerà storica.
Non subito, però. I coniugi Erika ed Helmut Simon scesero al Rifugio del Similaun e segnalarono la vicenda, senza suscitare grandi emozioni. Tre giorni dopo erano di nuovo nella loro casa a Norimberga. La polizia italiana dimostrò poco interesse al recupero. Ci pensò la gendarmeria austriaca, e la mummia finì all’Università di Innsbruck.
Erika ed Helmut non potevano immaginare di aver fatto una scoperta che avrebbe cambiato, se non la paleoantropologia, almeno la percezione popolare di questa scienza. I resti che avevano fotografato erano quelli dell’Uomo del Similaun, o l’Uomo venuto dal Ghiaccio, o ancora, nome che poi si è affermato, Oetzi, dal toponimo del luogo di ritrovamento. Quando se ne resero conto cercarono di cavarne la giusta gloria e anche un po’ di soldi: la causa legale si è conclusa solo l’estate scorsa e ha fruttato 175 mila euro. Ma Helmut Simon non se li è goduti: è morto nel 2004 precipitando in una scarpata sulle Alpi di Salisburgo.
Per la mummia approdata a Innsbruck incominciò una serie di retrodatazioni. Era così ben conservata e aveva un aspetto così «moderno» che dapprima si pensò a un alpinista scomparso nel 1941 (ma il suo cadavere era già stato recuperato nel 1952). Qualcuno poi parlò di un escursionista ottocentesco e poco per volta si arretrò fino al tardo Medioevo ipotizzando che l’Uomo del Similaun fosse un soldato di ventura al servizio di un certo conte del Tirolo vissuto intorno al 1420.
Il colpo di scena arrivò con la datazione fatta con la tecnica del radiocarbonio. I risultati ottenuti nei laboratori di vari Paesi non lasciavano dubbi: Oetzi era vissuto fra il 3300 e il 3200 avanti Cristo, la sua mummia ha 5300 anni. Dunque valeva la pena di contendersi resti così preziosi, e le autorità italiane uscirono dalla loro indifferenza per rivendicare la mummia. Numerose spedizioni tornarono sul posto, raccolsero altri reperti, e soprattutto stabilirono che Oetzi era morto in territorio italiano, a 92 metri e 56 centimetri dalla linea di confine tra Italia e Austria. Così, dopo tanta carta bollata e complesse acrobazie diplomatiche, adesso Oetzi a buon diritto dorme il suo sonno nel Museo archeologico di Bolzano, conservato alla temperatura di 6 gradi centigradi sotto zero, in un’atmosfera a umidità controllata.
Decine di migliaia di visitatori ogni anno entrano nella sua «tomba» arredata da vetrine con le suppellettili recuperate, mentre lui, Oetzi, riposa al di là di una finestra antiproiettile di 30 per 40 centimetri: quasi una feritoia alla quale il visitatore deve affacciarsi per gettare uno sguardo fugace sul mondo di 5000 anni fa.
Chi era Oetzi? Era un cacciatore-raccoglitore, forse anche un pastore, alto un metro e 60, con età fra i 30 e i 40 anni, di rango sociale medioalto. Il suo ultimo pasto fu a base di carne di stambecco. Il corpo ha svelato 57 piccoli tatuaggi fatti inserendo erbe secche sotto pelle. Poiché aveva con sé funghi allucinogeni, qualcuno sostiene che era uno sciamano.
Sulla sua fine si è lavorato di fantasia. La spiegazione più semplice è che sia stato sorpreso da una tormenta di inizio autunno e sia morto assiderato: nuove nevicate avrebbero conservato il cadavere intatto. Ma poi si è trovata traccia di una freccia in una scapola, e allora si è pensato a un conflitto. Del resto, Oetzi è stato colto dalla morte mentre riparava il suo arco, ed era ben armato: aveva una lama di selce e un’ascia di rame.
Proprio questa è la cosa scientificamente più interessante. «Oetzi – spiegano gli antropologi Enzo Maolucci e Alberto Salza, curatori di una mostra sui cacciatori raccoglitori al Museo di Scienze naturali di Torino – fa retrodatare di mille anni l’Età del Rame. A modo suo era un pioniere della nuova tecnologia dei metalli, che stava subentrando a quella della pietra». L’altra scoperta importante che dobbiamo a Oetzi riguarda il clima. Nel 1991 due tempeste di sabbia coprirono il ghiacciaio del Similaun accelerandone la fusione: è evidente che mai negli ultimi 5000 anni il clima era stato così caldo. Una prova a favore dell’effetto serra. Un monito per l’uomo del Duemila.

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