domenica 31 agosto 2008

BOLOGNA - A Porta Galliera ritornano i segni delle mura e il canale

BOLOGNA - A Porta Galliera ritornano i segni delle mura e il canale
MICOL LAVINIA LUNDARI
la Repubblica (Bologna) 30/08/2008

Il passato architettonico della Bologna medievale sta per tornare visibile a Porta Galliera, tra segni delle antiche mura e lo scorrimento sotterraneo delle acque, grazie al Programma triennale dei lavori pubblici che si prenderà cura soprattutto di Rocca Galliera: quelle rovine strette fra la Montagnola e l´Autostazione, dove per cinque volte, fra il Trecento e il Cinquecento, i pontefici tentarono la costruzione di un castello. Ogni volta i bolognesi si ribellarono, distruggendo quanto era stato costruito. I ruderi che si possono vedere oggi è quanto rimane dell´ultimo tentativo, quello di Giulio II, naufragato per volere dei cittadini nel 1512.
Due sono i progetti che riguardano l´area: il primo vuole ridisegnare il percorso delle mura, l´altro invece vuole portare alla luce il canale che scorre sotto via Indipendenza e che si collega a quello già scoperto in piazza XX settembre. La prima parte dell´intervento è iniziata lunedì scorso. Gli operai stanno lavorando per rendere visibile sul manto stradale di via Indipendenza la traccia delle mura di Bologna, con una «lettura a pavimento»: un cordolo di ciottoli contornato da pietre indicherà quello che era il percorso delle mura che collegavano la Rocca a Porta Galliera. Il cantiere in questi giorni sta occupando la corsia preferenziale utilizzata da chi da via Indipendenza voglia dirigersi verso la periferia; appena questa prima parte sarà finita (il cartello esposto al cantiere indica il 14 settembre), in altre due tappe l´occupazione della strada si sposterà verso il Cassero. La carreggiata si restringerà, creando qualche probabile difficoltà a bus e taxi, ma i due sensi di marcia saranno comunque garantiti. Sempre entro marzo verrà poi continuato il percorso pedonale che conduce fino a via del Pallone.
Ma proprio a marzo, o al più tardi in aprile, quando questo cantiere avrà chiuso, ne aprirà subito un altro, come prevede il calendario del Programma triennale dei lavori pubblici, in continuità con i lavori già fatti nella zona di Porta Galliera. E stato infatti approvato nei giorni scorsi il progetto esecutivo (l´autorizzazione della Soprintendenza per i Beni architettonici era pronta già da quattro anni) che conclude il restauro delle mura della zona di Porta Galliera: un intervento finanziato dal Ministero dei Beni Culturali con 167mila euro. Si vuole recuperare un tratto del canale che scorre a fianco delle rovine della Rocca e che è stato tombato nel 1925; con uno scavo di tre metri e mezzo si scoprirà gran parte della volta di copertura del canale e sarà possibile così vedere per alcuni tratti lo scorrere delle acque.
Così si recupererà un tratto del canale, riportando anche alla luce i manufatti in muratura e il percorso sotterraneo che si ricollegano allo scavo già fatto davanti al Cassero e che ha abbellito piazza XX settembre.

PRATO - Una città sepolta e pezzi di grande valore

PRATO - Una città sepolta e pezzi di grande valore
Il Tirreno 31/08/2008

PRATO. Il bollino dei “quattro sassi” durò poco. Serviva, più che altro, a giustificare l’avanzamento dei lavori di un interporto per il quale, a dirla tutta, ancora non si intravedono ruolo e collocazione precisi. I ritrovamenti comprendono una kylix d’inestimabile valore, attribuita a Douris; una domus di dimensioni eccezionali; strade e mura. Con tutto un ventaglio di gioielli, sculture, vasi, ornamenti di raro pregio e addirittura rarissimi per l’epoca. Se il cartello degli ultimi lavori porta la data del 2007, la cronistoria è presto ricostruita. Nell’inverno 1997, i lavori di sbancamento per la realizzazione dell’interporto fecero emergere le prime testimonianze archeologiche. Due anni dopo, estate 1999, vennero effettuate le prime indagini archeologiche.
Nella nota inviata dalla Soprintendenza al Comune si legge che a seguito di alcuni scavi e di una indagine archeologica vera e propria, finanziata dalla Società Interporto, «nell’area del bacino di compenso di Gonfienti stanno tornando alla luce complessi strutturali di dimensioni notevoli, d’età ellenistica». In autunno, si decide di effettuare sondaggi in località Gonfienti e nel 2000 si ritiene che l’abitato sia di oltre 2 ettari mezzo. In realtà, nel 2003 i soci di Interporto ritengono «inopportuna» l’ubicazione della città etrusca che intanto è riconosciuta essere almeno dodici ettari. Nel 2004, si riconosce la straordinaria importanza della scoperta e due anni dopo si ribadisce come la città etrusca sia uno degli insediamenti più importanti del centro-nord dell’Italia e contemporanemente si autorizza a costruire su parte dei reperti ritrovati.

giovedì 28 agosto 2008

Archeologia in laguna : origini di Orbetello e della sua laguna

Archeologia in laguna : origini di Orbetello e della sua laguna
MERCOLEDÌ, 27 AGOSTO 2008 IL TIRRENO - Spettacolo

Decisamente preziosa la bella opportunità di domani per conoscere meglio le origini di Orbetello e della sua laguna, un’opportunità da cogliere al volo per tutti i vacanzieri ancora in Maremma. Protagonista della giornata che avrà inizio alle ore 11 sarà la Duna di Feniglia (ingresso lato Ansedonia) dove sono state riportate alla luce le rovine di un abitato villanoviano. I lavori dello scavo archeologico, per conto dell’Università di Milano (alla ricerca di tracce dell’età del bronzo), erano già in essere nel 2002 e, all’epoca, la parte della duna di Feniglia, presa in considerazione era quella adiacente alla caserma della Forestale di Ansedonia. Ad accompagnare tutti i visitatori nell’escursione guidata di domani mattina, penserà la prof. Nuccia Negroni Catacchio con il prof. Massimo Cardosa dell’Università di Milano. La visita guidata di fine agosto, rientra nella programmazione di Estate al Museo. (a.m.)

Gavette di ghiaccio, veleni e sciacalli

Gavette di ghiaccio, veleni e sciacalli
Laura Guardini
Corriere della Sera – Milano 28/8/2008

Memorie del '15-'18 Non c'è pace tra i fortini e le trincee dell'Adamello. La vicenda dei musei di Temù
Denunciati dieci «cacciatori di cimeli». Una querela per diffamazione
La «battaglia» tra i due musei della Grande Guerra ha un risvolto giallo, protagonisti i «cacciatori di cimeli»

TEMU'(Brescia) — E ora, tra amministrazione di Temù e Museo della Guerra Bianca in Adamello, è arrivata anche una denuncia per diffamazione: l'ha presentata ieri mattina ai carabinieri il vicesindaco Giuseppe Pasina contro il curatore del museo Antonio Trotti. È il capitolo più recente di una vicenda annosa e complicata, con sullo sfondo la realizzazione della nuova sede del museo: dove però sabato scorso il Comune ha inaugurato il «Museo civico camuno della Grande Guerra», mentre i responsabili dell'altro museo, istituito nel 1974, minacciano di lasciare Temù e trovare sistemazione altrove per le migliaia di reperti del primo conflitto mondiale.
Venerdì scorso il vicesindaco, nonché presidente del nuovo museo («ma che ancora non è formalmente costituito» osservano dal vecchio) ha organizzato una serie di rilievi fotografici in diverse zone dell'Adamello, salendo in quota in elicottero insieme a una ventina di persone.
Nello stesso giorno, i forestali della Provincia autonoma di Trento, guide alpine e volontari del comitato storico della Sat (Società alpinisti tridenti), insospettiti dai numerosi viaggi di elicotteri hanno sorpreso un gruppo di persone — due delle quali denunciate alla magistratura di Trento, indaga il pm Fabio Biasi — con bombe a mano e nastri di munizioni per mitragliatrici. Altri otto «predatori» erano stati denunciati nei giorni precedenti.
Si parla subito di giallo: perché se l'Adamello pullula di «recuperanti» che alimentano un mercato non chiaro (proprio su questo il museo ha compilato un .«decalogo» di raccomandazioni antisciacalli) è ben curioso che il fatto avvenga alla vigilia di un'inaugurazione che divide e produce polemiche.
«Li abbiamo incontrati e fotografati, si sono qualificati come Amici del Museo della Guerra Bianca» racconta Franco Zani mostrando le istantanee scattate alla Vedretta del Lares, sotto il Corno di Cavento durante la ricognizione organizzata dal vicesindaco di Temù.
Dal museo — che una convenzione decennale siglata nel 2006 (e unica nel suo genere) ha reso partner della direzione dei Beni culturali per quanto riguarda studio e tutela dei reperti del '15-'18 — replica Antonio Trotti: «Il Museo non ha autorizzato alcun recupero. Chiunque l'abbia fatto ha commesso un'azione illecita. Ma fuori regola è anche condurre senza permessi il monitoraggio fotografico di un'area che, come chiarito con soprintendenza e carabinieri del Noe, è paragonabile, per delicatezza, a un'area archeologica. Aspettiamo dalla magistratura altre notizie sulle indagini».
Il museo custodisce la sua autonomia, la sua cultura, la sua specificità: «Abbiamo dato a queste operazioni di recupero un carattere di studio scientifico e conservativo che è modello anche per altri, in tutta l'Italia settentrionale».
L'amministrazione di Temù ora vorrebbe «entrare» nel museo: avere più controllo sul direttivo.
«Vorremmo quasi chiedere un sequestro dei beni del museo: non hanno diritto di muovere nulla da qui, come invece hanno minacciato di fare».
E mentre continua la guerra sui ricordi di guerra, i «vicini» trentini stanno a guardare con un distacco piuttosto freddo: «Probabilmente qualcosa è stato portato via anche in territorio nostro benché l'autorizzazione al sorvolo riguardasse solo la parte lombarda dell'Adamello — dice Margherita Cogo, vicepresidente della Provincia autonoma e assessore alla Cultura —. È una vergogna: ma sono certa che l'indignazione stessa della gente porterà a smascherare i responsabili». In territorio trentino, domenica, i vandali si sono accaniti anche contro le serrature della Caverna di Cavento, a 3-300 metri: «Qui stiamo ultimando un'operazione di recupero unica — aggiunge Margherita Cogo —. A metà settembre, quando la caverna sarà "scongelata" avremo la foto di quello che yi accadde quasi cent'anni fa». È aria calda («come un phon») che riporterà alla luce brandine, suppellettili, stufe, anche i diari dei soldati, italiani e austriaci, che qui si avvicendarono a mano a mano che il Cavento era preso e perso dagli uni e dagli altri. Quella guerra, la Grande, è finita. Non questa, la piccola.

martedì 26 agosto 2008

Rinvenuta una maschera di 2 mila anni fa

MOLISE - Rinvenuta una maschera di 2 mila anni fa
Il Tempo (Molise) 13/08/2008

LONGANO Ha più di duemila anni la maschera di bronzo rinvenuta qualche tempo fa in territorio di Longano. È databile alla prima meta' del VI secolo a.C." A parlare della scoperta il soprintendente ai Beni Archeologici della Regione Molise Mario Pagano.
«Fin dall'inizio non abbiamo avuto dubbi sulla sua autenticità - ha spiegato qualche tempo fa Pagano a RaiUtile - visto che da un sopralluogo effettuato sul sito del ritrovamento sono stati raccolti numerosi frammenti, databili dalla fine dell'età del ferro all'eta' arcaica. Il contesto archeologico, il luogo, lo stile non danno dubbi sul fatto che sia vera. Questo e' stato in parte confermato dalle analisi in corso presso l'Istituto Centrale del Restauro e dai restauratori che hanno condotto gli interventi di conservazione". Rimane avvolta nel mistero la funzione della maschera. Per il soprintendente Pagano: "L'oggetto riporta dei fori praticati in epoche diverse a scopo di riparazione, che testimoniano un uso prolungato nel tempo. Quindi, la maschera doveva essere applicata ad un supporto o a un volto. Due sono le ipotesi. La prima e' che venisse indossata in cerimonie rituali da personaggi di altissimo rango della comunità sannitica locale. La seconda e' che fosse parte di uno xoanon, ovvero un immagine di culto, di fattura magnogreca e di epoca arcaica, di cui rappresentava il volto."
Gli xoana sono statue di vari materiali, come legno, metalli o avorio, di epoca arcaica, sul cui volto poteva essere applicata una maschera, come nel caso del Guerriero di Capestrano (VI sec. a. C.).
Infine sulla provenienza della maschera, Pagano ha spiegato a RaiUtile potrebbe trattarsi di un manufatto magnogreco, proveniente da Cuma o Taranto, attraverso la rotta dell'ambra che passava per l'Adriatico. L'oggetto testimonia inoltre un deciso influsso magnogreco in ambito sannitico, gia' in età arcaica.

Arte rupestre, nuove scoperte in Valcamonica

Arte rupestre, nuove scoperte in Valcamonica
MARIELLA TANZARELLA
MERCOLEDÌ, 20 AGOSTO 2008 LA REPUBBLICA Milano

Orme di piedi, un uomo che impugna tre chiavi: ecco i risultati dell´ultima campagna archeologica nel Bresciano

Un´area montuosa, a tratti impervia, con ampie zone coperte da una vegetazione fitta di castagni, olmi, ontani, noccioli, ciliegi, arbusti, frutti selvatici, piante aromatiche e officinali. Perfetta per una gita nella natura, la zona della Valcamonica che si estende più o meno tra Capo di Ponte (Parco nazionale di Naquane), Ceto, Cimbergo e Paspardo in realtà racchiude un vero tesoro: le incisioni rupestri, in una quantità nettamente superiore a qualunque altro sito europeo e di qualità notevole, fanno di questa regione (iscritta dal 1979, primo sito italiano e numero 94 nel mondo, nella lista del Patrimonio culturale mondiale dell´Unesco) una fonte unica di informazioni su arte e storia (e molta preistoria).
Il periodo rappresentato è vastissimo: oltre ottomila anni, a partire dal 7° millennio avanti Cristo. Per capire l´eccezionalità della cosa, bisogna considerare che alcuni dei siti più importanti all´estero abbracciano al massimo un millennio, a parte l´intero Paleolitico superiore raccontato nelle grotte della regione franco-cantabrica. Archeologi, paleontologi, storici, antropologi continuano a cercare, studiare, esaminare, e ogni tanto avvengono nuove scoperte. L´ultima, appena annunciata, riguarda una serie di figure, che si aggiungono agli oltre trecentomila segni già classificati (tra cui la celebre "rosa camuna", dal ‘75 simbolo della Regione Lombardia), individuate su alcune rocce tra Campanine e Malonno.
«Questo sito copre un´area di quattro o cinque ettari», spiega Umberto Sansoni, direttore del Centro Camuno di Studi Preistorici di Niardo, «e in questa campagna appena conclusa abbiamo individuato cinque nuove superfici istoriate». Tra le nuove figure emerse, alcune risalgono alla media Età del Ferro, ovvero alla metà del primo millennio avanti Cristo: la forma di impronte di piede (interpretate come segno di presenza in un luogo sacro), una capanna con una spirale (dal significato ancora incerto). Altre risalgono invece al periodo tardo-medievale, come la figura di un uomo con tre chiavi, identificabile in San Pietro: le chiavi sono riconducibili sia all´iconografia cristiana che a quella della peste.
Le foto sono dei rilievi ottenuti appoggiando un foglio di nylon trasparente sulle incisioni e ripassando i disegni con i pennarelli.
Una visita alla Riserva Regionale delle Incisioni Rupestri è un vero viaggio alle nostre radici, grazie alle immagini che questi antenati dotati di particolare creatività hanno immortalato nei secoli e nei millenni: la loro opera ci è arrivata perché, a differenza di loro simili che affidavano le ispirazioni artistiche a legno o altri materiali deteriorabili, loro le hanno incise nelle rocce di arenaria di cui è disseminata la zona. «È come leggere una storia a fumetti - dice ancora Sansoni - , come visitare il pensiero e l´ideologia di tutte le nostre ere: perché l´arte, sempre, riflette il pensiero».
Così, grazie a questi artisti vissuti in epoche di una lontananza incomprensibile, abbiamo la possibilità di gettare uno sguardo nella loro mente e nella loro società: religione, guerre, pace, credenze, simboli, rapporti umani, riti, caccia, usanze, famiglia. Davvero una gita illuminante, magari guidati dai consigli che si possono ottenere al Centro di Niardo. E per chi ama camminare, un´ottima opportunità di fare trekking.

POMPEI: DAL PRIMO SETTEMBRE APRONO LE DOMUS CHIUSE

POMPEI: DAL PRIMO SETTEMBRE APRONO LE DOMUS CHIUSE
Pompei (Na), 22 ago. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) -

Firmato oggi l'accordo strategico tra il soprintendente archeologico di Pompei Pietro Giovanni Guzzo, Uil, Cgil, Flp, Una e Rdb che consentira', dal 1 settembre, la riapertura a costo zero di 17 domus chiuse. Lo afferma il coordinamento nazionale Uil Beni e Attivita' Culturalia in una nota diffusa oggi, secondo la quale sarabbero state individuare piu' di 30 unita' di personale che saranno impiegate nell'azione di rilancio degli scavi, ma anche per dare risposte agli assetti organizzativi della Soprintendenza di Napoli Pompei.

"L'accordo di oggi - si legge nella nota - rappresenta una risposta in termini di trasparenza all'operazione di facciata messa in campo dal Commissario Profili e che, di fatto, da' sostanza alla denuncia annunciata dal segretario generale della Uil alla Procura della Corte dei Conti per eventuale danno all'erario ma anche alla Procura della Repubblica circa le procedure seguite. Infatti l'accordo permettera' di risparmiare circa 860.000 euro che saranno impiegati per l'attivita' di restauro e non per pagare vigilantes privati". Questo l'elenco delle Domus previste dall'accordo: Villa di Diomede, Domus del Chirurgo, Domus di Apollo, Casa di Meleagro, Zona regio ottava Domus 2 e 16, Casa del giardino di Ercole, Casa del Larario di Achille, Casa del Menandro, Terme Suburbane, Domus del Principe di Napoli, Casa dell'Ara Massima.

"Una volta completati i lavori di rifacimento - si legge ancora nella nota - restauro e transennatura, auspicabilmente entro il mese di novembre, si apriranno alla fruizione del pubblico anche le restanti domus: Casa di Obellio Firmo, Casa di Trebio Valente (eccetto la parte sottoposta a sequestro), Casa di Ifigenia, Casa del Moralista, Casa dei quadretti teatrali, Casa di Marco Lucrezio Frontone e Casa dei Gladiatori".

ABRUZZO. Civitaluparella. Archeologi di Pisa scoprono graffiti di epoca preistorica.

ABRUZZO. Civitaluparella. Archeologi di Pisa scoprono graffiti di epoca preistorica.
il messaggero ed. abruzzo/regioni/, 22-08-2008

LANCIANO - Millenari graffiti affiorati nel Medio Sangro; ecco una straordinaria scoperta archeologica effettuate da ricercatori dell’Università di Pisa. L’arte rupestre preistorica è affiorata sulle stupende rocce presenti nel comune di Civitaluparella. Uno dei due siti individuati potrebbe costituire una sorta di santuario preistorico all’aperto. I ritrovamenti saranno analizzati in una conferenza che si terrà nel locale Municipio, sabato 23 agosto, alle 18. Sarà il professor Tommaso Di Fraia, docente presso il Dipartimento di
Scienze Archeologiche dell’ Università di Pisa, ad illustrare la scoperta. Previsti interventi anche di Silvano Agostini, della Baaas d’Abruzzo, e del professor Aurelio Manzi, scopritore di alcune delle raffigurazioni.
Le manifestazioni artistiche preistoriche, costituite da numerose incisioni e pitture realizzate su ampie pareti rocciose, sono state oggetto di una campagna di ricerche autorizzata dal Ministero dei Beni Culturali, in accordo con la Soprintendenza di Chieti, e diretta da Di Fraia, coadiuvato dagli esperti Gianna Giannessi, Marta Colombo, Marco Serradimigni gli studenti pisani Federico Mela e Anna Cannavale. «La campagna di ricerche - precisa Di Fraia - è stata resa possibile grazie anche alla collaborazione del Comune di Civitaluparella e della Comunità Montana di Quadri». (W.B.)

PRATO - Un campo incolto? No sono gli scavi etruschi di Gonfienti

PRATO - Un campo incolto? No sono gli scavi etruschi di Gonfienti
DOMENICA, 24 AGOSTO 2008 IL TIRRENO - Prato

La protesta del comitato: «Erbacce e degrado che testimoniano il disinteresse di questa città»

PRATO. Più che scavi archeologici, sembrano campi incolti. Robaccia di periferia da ricoprire in attesa delle ruspe. E invece è il territorio della città etrusca sul Bisenzio. Che peccato.
A denunciare, un’altra volta, le condizioni degli scavi di Gonfienti è Francesco Fedi, del comitato Città etrusca al quale un cittadino infuriato si è rivolto, corredando la protesta di foto che documentano «il completo stato di degrado e abbandono - spiega Fedi - del sito archeologico». «E ancora una volta - aggiunge - qualche rappresentante delle istituzioni, sempre un pò scocciato, tornerà ad allargare le braccia farfugliando qualche sproloquiante giustificazione». «Chi ha fatto la segnalazione - aggiunge - ha riferito anche di aver chiesto informazioni a un passante che, con parole testuali, avrebbe risposto: “No, qui non ci sono gli etruschi, ci son solo gli spedizionieri”. Vorrei illudermi che si trattasse solo di una battuta sarcastica - continua - invece temo che riassuma il disinteresse di questa nostra società, nella quale sono pochi quelli che si indignano per degli scavi archeologici abbandonati e magari invece si esaltano per le fondazioni di un nuovo centro commerciale».

Pompei. Molte dimore non sono neanche segnate nella piantina degli Scavi.

CAMPANIA - Pompei. Molte dimore non sono neanche segnate nella piantina degli Scavi.
SUSY MALAFRONTE
24/08/2008 il Mattino

Eppure ci sono. Rappresentano le più belle e incantevoli dimore dei pompeiani di duemila anni fa. Da decenni inviolabili dagli sguardi dei turisti, dal primo settembre ritorneranno a incantare il mondo con i meravigliosi e suggestivi affreschi e mosaici. Sette giorni di attesa a partire da oggi, dunque: 11 subito aperte, altre otto completamente visitabili da novembre. Poi, c’è da credere che ci sarà una folla di appassionati che tornerà a vedere le case rimaste per anni solo nella memoria, oppure mai viste prima. Come la dimora di Ifigenia, riportata alla luce tra il 1824 e il 1825, una tipica domus pompeiana dove nel peristilio fu rinvenuto il famoso sacrificio di Ifigenia. Quella del principe di Napoli, dei gladiatori, di Trebio Valente, dei quadretti teatrali, di Marco Lucrezio Frontone e di Obellio Firmo, casa disabitata quando la furia del Vesuvio si abbatté sulla Pompei romana del 79 dopo Cristo. «Allontana dalla donna altrui gli sguardi lascivi e le occhiate languide, e non dir parolacce», questo suggerimento, inciso su una delle pareti del triclinio della casa del Moralista e da anni vietato al pubblico, ritornerà a esortare quanti lo leggeranno, ad assumere comportamenti sobri. Tra le più belle dimore che saranno incluse nel nuovo itinerario dell’area archeologica ci sono la Villa di Diomede (dove durante i lavori di scavo tra il 1771 e il 1774 furono rinvenuti due corpi aggrovigliati, uno dei quali aveva un anello d’oro al dito, una chiave d’argento e 1356 sesterzi aggrovigliati in mano). Ecco la casa del Chirurgo, (strumenti chirurgici, in ferro e in bronzo, sonde, forcipi, cateteri e bisturi). Ancora la domus di Apollo e poi quella del Meleagro. Ci sono poi le case numerate con il 2 e il 16 della zona ottava, le case del giardino di Ercole, del Larario di Achille e del Menandro. Si passa subito dopo alle Terme suburbane, (regno dell’eros per i pompeiani) e l’Ara Massima. Nell’attesa dell’evento della riapertura continuano le polemiche a distanza tra i sindacati e il commissario Renato Profili. Lo scontro è sul reclutamento di vigilantes privati a guardia dei tre ingressi del sito archeologico. Cgil, Uil, Flp, Unsa e Rdb hanno sottoscritto un accordo con il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo per l’impiego di trenta unità della soprintendenza per la sorveglianza delle nuove domus. La Cisl, invece, continua a «non riconoscere nel professore Guzzo il giusto interlocutore per le trattative e invoca un tavolo di confronto con il prefetto Profili». Le agenzie di vigilanza privata dell’hinterland partenopea, intanto, continuano a presentare le offerte al commissariato dell’area archeologica. Il termine ultimo per la presentazione è a mezzogiorno del 5 settembre. Sull’argomento torna a prendere posizione il segretario generale della Cgil beni culturali, Antonio Santomassimo, che sottolinea il pericolo di «infiltrazioni di camorra attraverso le agenzie di vigilanza privata». «L’intenzione di privatizzare la vigilanza del sito non solo produce ulteriori e inutili costi alle casse pubbliche - dice Santomassimo - ma rischia di esporre la pubblica amministrazione alla mercé di questa o quella società privata, spesso non in regola con le normative antimafia, proprio in un settore delicato come quello del controllo e della vigilanza».

VOLTERRA: La tomba nascosta avvolta da ragnatele

TOSCANA - VOLTERRA: La tomba nascosta avvolta da ragnatele
di Elena Bizzotto
MARTEDÌ, 26 AGOSTO 2008 IL TIRRENO - Pontedera

Un altro sito etrusco dimenticato: si trova vicino a Montebradoni

VOLTERRA. La necropoli dimenticata, vicino a Badia, sta cadendo a pezzi. Un’altra tomba etrusca si aggiunge alla lista del patrimonio artistico lasciato in stato di semi abbandono nella zona di Volterra. Dopo le tombe di San Giusto, si tratta stavolta della necropoli di Badia - Guerruccia. La situazione è diversa: non più problemi prevalenti di spazzatura, ma di abbandono. Può darsi che siano stati iniziati dei lavori, come testimoniano dei guanti e un monticcio di terra, ma non sono mai stati portati a termine. La valorizzazione di questa testimonianza storica è pari a zero, c’è solo un cartello con qualche accenno storico, ma nemmeno un’indicazione sulla strada. Tutti i vasi trovati all’interno della tomba si trovano a Firenze.
Chissà quante meraviglie inesplorate dell’era etrusca si nascondono nei dintorni di Volterra. È un dubbio che sorge spontaneo ogni volta che si scopre un posto nuovo, dimenticato dal tempo e dalle persone.
Sul bordo della strada che va in direzione di Montebradoni bisogna per forza essere accompagnati da qualcuno che sa dove si trova la tomba, se la si vuole vedere.
Basta fare due passi fra gli alberi, attraversare un buco nella rete attaccata al cancello chiuso, e ci si ritrova davanti a un grossa cavità nel terreno: è la necropoli di Badia, praticamente dimenticata dagli abitanti della città.
“Zona vietata al pubblico” si legge su un cartello caduto in terra, mezzo coperto dalle foglie secche. Se un turista appassionato di storia etrusca venisse a Volterra in cerca di reperti archeologici, non troverebbe mai questa tomba a meno che per caso non rimanga a secco con la macchina vicino all’antico convento di Badia.
Purtroppo per lui anche se la trovasse, il divieto gli impedirebbe di entrare a osservare, prima che la struttura sprofondi, quel che resta di un periodo ormai lontano.
In questo piccolo “tesoro” di Volterra nascosto tra cespugli, erba alta, foglie e rami si può ammirare una marea di ragnatele, qualche bottiglia di plastica, un paio di guanti abbandonati e una montagna di sabbia nella quale si sprofonda quando si entra.
Ormai tutto il materiale che è stato trovato al suo interno si trova a Firenze.
Un cartello sul lato della strada recita “Necropoli di Badia, tomba a camera. Rinvenuta casualmente a seguito di lavori agricoli nel 1984, fu scavata dalla Soprintendenza Archeologica in collaborazione con il museo Guarnacci”.
La tomba è composta di un vano ipogeo di forma circolare scavato nel terreno cui si accede tramite un corridoio in pendio. Lungo il perimetro del vano è ricavata la banchina di deposizione. All’interno della tomba, sicuramente depredata in antico, sono stati rinvenuti il coperchio di un’urna in tufo e un corredo di vasellame a vernice nera.
Nel corridoio di accesso era seppellito un uomo con il suo corredo di vasi. I materiali sono conservati al museo Archeologico di Firenze.
In poche parole, questa necropoli protagonista di lunghe ricerche, ma mai valorizzata, andrà a finire dimenticata da tutti e sepolta solo dalla vegetazione.

lunedì 11 agosto 2008

Ritrovata la Feltre medioevale

FELTRE - Ritrovata la Feltre medioevale
Anna Valerio
06 AGOSTO 2008, IL GAZZETTINO ONLINE

lavori per la sistemazione del Bosco Drio Le Rive (progetto Gold Ring) hanno portato alla luce la Porta nord

Il sindaco Vaccari: «È una grande scoperta, ora cerchiamo i fondi per il restauro»


La Feltre medioevale svela i suoi più reconditi segreti e a nord di Colle delle Capre rispunta l'antica porta d'accesso alla città.

Dopo la Feltre rinascimentale che tutti possiamo ammirare ogni giorno entrando in cittadella e percorrendo via Mezzaterra e via Paradiso, il sottosuolo regala alla città anche quella medioevale con la sua porta a nord e le mura difensive.

La scoperta è stata fatta nei giorni scorsi da un'équipe di archeologi coordinata dalla dottoressa Marisa Rigoni, della Soprintendenza ai beni archeologici del Veneto.

«In realtà si sapeva che da qualche parte c'era la porta nord del centro storico - spiega con grande soddisfazione il sindaco Gianvittore Vaccari - ne avevamo notizia nelle vecchie carte topografiche e qualche anno fa quando spostammo la cabina dell'Enel vicino al palaghiaccio ci rendemmo conto che sotto terra c'era qualcosa. Vestigia che facevano ben sperare. L'occasione di mettere in atto una vera e propria ispezione archeologica ci è stata data con il cantiere in corso per la sistemazione del bosco Drio Le Rive, compreso nel pacchetto di progetti del Gold Ring».«Adesso abbiamo la certezza che c'è la porta nord di accesso alla cittadella. Un manufatto di datazione medievale che si trova molto sotto terra, gli esperti hanno dovuto scavare parecchio prima di trovarla. Ma c'è e questo ci apre la strada verso un secondo importantissimo stralcio dei lavori».

Il recupero della quarta porta di accesso alla cittadella, infatti, non avverrà in questa fase dedicata invece alla sistemazione e al recupero del bosco per finalità turistico-ambientali.«Adesso sarà necessario reperire i fondi per avviare una campagna vera e propria - spiega il primo cittadino - per mettere in luce non solo la porta ma anche le mura medioevali che difendevano la città considerato che in origine il Drio Le Rive in realtà non ospitava un bosco, sarebbe stato troppo pericoloso e molto comodo per i nemici che avrebbero visto facilitato l'attacco alla città di Feltre».«È una scoperta molto importante che intendiamo valorizzare sempre nell'ottica del rilancio turistico e culturale della nostra città. Ora dobbiamo metterci al lavoro. La posta in gioco è "pesante".

AQUILEIA - Riappare la domus del quarto secolo

AQUILEIA - Riappare la domus del quarto secolo
Livio Nonis
07 AGOSTO 2008, IL GAZZETTINO ONLINE

Si conclude la campagna estiva di scavi 2008 dell’ateneo triestino con buoni risultati scientifici

Nell’abitazione, considerata tipica dell’epoca e del luogo, ritrovati anche ambienti riscaldati

Aquileia
Sta per essere conclusa ad Aquileia per quest'anno la campagna di scavi del dipartimento di Scienze Antichità della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Trieste. I lavori hanno dato ulteriore risposta agli interrogativi degli archeologi riguardanti la ricostruzione completa di una domus del quarto secolo (datazione certa per il ritrovamento, su un pavimento, di una moneta), quale modello di una domus aquileiense, che finora non era mai stata rilevata nella sua interezza. Importante anche l'aver trovato nella domus degli ambienti riscaldati, mediante la messa in luce di un'intercapedine fra un primo pavimento in coccio e tegole e un secondo pavimento, posizionato su pilastrini di circa 50 centimetri di altezza, e anche aver rinvenuto parti di vetro delle finestre, che danno ulteriore certezza della datazione della domus.

La domus si presenta di dimensioni rilevanti, con ambienti pavimentati a mosaici policromi molti belli, che fanno pensare all'abitazione di un personaggio importante della burocrazia romana. Nelle prossime escavazioni si cercherà di mettere in luce anche la parte antistante alla domus, per il tratto che la collega alla strada già visibile, se quella è effettivamente la parte dell'ingresso principale.Il cantiere didattico posizionato di fronte al campo sportivo, una fucina per la formazione di nuovi archeologi, è iniziato nel 2005 su un sito che già negli anni '30-'40 era stato oggetto di una campagna di scavi di Giovan Battista Brusin, allora soprintendente archeologico delle Tre Venezie, e da Luisa Bertacchi, che aveva in tal modo bloccato l'attività edilizia nella zona. La campagna di scavi diretta dall' archeologo Federica Fontana, docente della facoltà, impegna circa 25 studenti, anche stranieri, provenienti dalla Repubblica Ceca e dalla Svizzera, per cinque settimane, che compiono in questo modo un'esperienza completa, imparando dall'uso del piccone all'elaborazione dei dati, alla lettura del materiale raccolto.

AOSTA La seduzione dei frammenti antichi

AOSTA La seduzione dei frammenti antichi
LUNEDÌ, 11 AGOSTO 2008 la Repubblica

Ad Aosta la collezione raccolta negli anni da Bardini


Aosta, la Augusta Praetoria Salassorum dei Romani, ospita, divisa tra le imponenti strutture del Criptoportico romano e le sale del Museo archeologico regionale, una mostra sofisticata e complessa (Augusta Fragmenta, mostra e catalogo Electa a cura di Mario Scalini, aperta fino al 28 ottobre). Costruita con materiale proveniente nella sua totalità dai musei fiorentini, la mostra ruota essenzialmente intorno a oggetti della collezione Bardini, l´immensa ed eclettica raccolta di antichità romane, pitture gotiche e rinascimentali, rifacimenti e restauri, che l´antiquario Stefano Bardini aveva ammassato nella sua casa-museo fiorentina. Bardini era un personaggio tipico di quel mondo un po´ pioneristico e molto truffaldino che, una volta compiuta l´unità del paese, si lanciò senza eccessivi scrupoli nel saccheggio e nel commercio del patrimonio artistico italiano. Ma nel costruire la propria fortuna, Bardini portò alla luce e mise in salvo migliaia di opere d´arte, le cui copie erano spesso quelle che, nel massimo segreto, prendevano la strada delle grandi collezioni d´oltreoceano.
Il recente recupero e restauro di parte della sterminata e variegata raccolta permette di ricostruire una panoramica sul come l´arte antica, in ogni sua forma e materiale, sia sopravvissuta e abbia influenzato architetti e scultori durante tutto il Medioevo, fino al momento del recupero cosciente e della ricostruzione colta e filologica tipica del tardo Rinascimento e del Manierismo.
Nella sua esauriente introduzione alla mostra, Mario Scalini sottolinea il fatto che sin dall´epoca carolingia, la cesura con l´antichità non fu mai percepita. Pezzi di spoglio venivano riutilizzati e reinterpretati, con molta libertà, dato che quello che si era perso non era la sensibilità alla bellezza intrinseca del reperto, bensì la coscienza del suo significato originale. Ma nel corso della storia tutto, o quasi tutto, era sempre stato riutilizzato, modificato e rivisto, come testimonia il grande ritratto di imperatore, in nudità eroica e incoronato di quercia, che, come il recente restauro mette in evidenza, ha acquisito nuovi lineamenti e posizioni, perso e ritrovato corone, frange, riccioli, drappeggi e accessori a seconda del momento storico-politico e della fantasia dei restauratori. Un esempio affascinante e brillante del millenario sistema antiquariale a cui vennero sottoposti quei reperti, considerati minori, che l´antichità ci ha tramandato.

Andar per cippi etruschi nell’Ipogeo del Belvedere

PARCO ARCHEOLOGICO Andar per cippi etruschi nell’Ipogeo del Belvedere
LUNEDÌ, 11 AGOSTO 2008 IL TIRRENO - Pontedera

TERRICCIOLA. I cippi funerari etruschi fanno il loro ingresso nell’Ipogeo del Belvedere. «E’ il primo passo verso l’ampliamento del percorso archeologico sperimentale. Al momento si tratta della raccolta più completa del territorio», sono parole di entusiasmo quelle del sindaco di Terricciola Alessandro Guerrini. «Si tratta di un’operazione riuscita grazie all’impegno non solo nostro, ma anche della Sovrintendenza archeologica e del gruppo Tectiana». Il primo cittadino ripercorre quel lungo filo di Arianna fatto di scoperte, ostacoli da superare e successi che hanno caratterizzato il territorio.
La riscoperta dei cippi funerari etruschi della Valdera fatta da Giulio Ciampoltrini della Sovrintendenza archeologica della Toscana sul finire degli anni settanta gettò luci insperate sulla classificazione e comprensione di un reperto archeologico tipico ma allo stesso tempo raro dell’Etruria settentrionale, che tanto interesse aveva già suscitato negli studiosi del ’700.
Il nuovo importante contributo allo studio dei segnacoli tombali di questo distretto è stato dato da Lorenzo Bacci del Gruppo archeologico Tectiana dal 2001 ad oggi, campo nel quale gli studi sono ancora aperti e riservano molti punti di interesse.
Nel 2001 fece notizia, seguita dalle lodi di Ciampoltrini e della Sovrintendenza, la scoperta di Bacci ed il recupero condotto dall’ispettore onorevole Giuseppe Mostardi, oggi anche vicedirettore Nazionale dei Gruppi archeologici d’Italia, del cippo marmoreo di grandi dimensioni emerso in località Baloccaia nel comune di Lajatico, seguito nel corso degli anni dal recupero, scoperta, classificazione di ben altri sette rari ed importi cippi della tipologia a clava o “pisani”, tutti provenienti dal territorio comunale di Terricciola: un grande lavoro che si è espanso su tutto il territorio della Valdera e che è tuttora nel vivo.
Da pochissimo tempo, i cippi funerari del territorio sono confluiti in pubblica raccolta all’interno dell’Ipogeo del Belvedere, ipogeo di origine etrusca riutilizzato nel corso dei secoli come annesso e scavato nel 2002.
Per informazioni e visite del percorso archeologico, contattare il gruppo archeologico Tectiana - sede di Terricciola - al numero 333 9761176.