martedì 29 luglio 2008

Dai fondali del Mediterraneo il più grande bastimento greco

La Repubblica 29.7.08
Dai fondali del Mediterraneo il più grande bastimento greco
Il relitto era stato individuato da due sub nel 1988. Ora verrà restaurato in Gran Bretagna
Nell'insediamento archeologico di Bosco Littorio nascerà un museo della navigazione
di Luigi Bignami

È in buono stato di conservazione lo scafo di 2.550 anni fa recuperato ieri al largo di Gela, in Sicilia Si tratta di un esemplare raro, realizzato con una tecnica arcaica: i legni sono legati con corde vegetali

Gela. Era adagiata da 2.550 anni sui fondali argillosi di fronte a Gela. Oggi, grazie a una delicata operazione di recupero, è tornata alla luce in tutta la sua imponenza per raccontarci pagine di una storia antichissima. Si tratta di un´imbarcazione greca (tra le più grandi recuperate nel Mediterraneo) carica di mercanzie che circa 500 anni prima di Cristo era in procinto di approdare a Gela, un passaggio obbligato per tutto il commercio navale del Mediterraneo di allora, ma affondò a soli 800 metri dalla costa. Una tempesta la travolse e la affondò velocemente.
È rimasta lì per 25 secoli, poi nel 1988 due appassionati di subacquea, Gino Morteo e Gianni Occhipinti, la scoprirono e la segnalarono alla soprintendenza. Anni di lavoro in mare, con diverse operazioni di recupero, hanno finalmente permesso di portare in superficie la parte più imponente della barca, composta dalla ruota di poppa e dalla chiglia. Queste parti, nell´insieme lunghe 11 metri, con quelle già recuperate fanno immaginare che l´imbarcazione fosse lunga ventuno metri e larga otto. Era una nave da trasporto a propulsione mista, remi e vela. Insieme alla nave sono stati recuperati numerosi reperti archeologici, come vasi di provenienza ateniese e due rarissimi askoi con dipinti rossi. «Sulla base dei rinvenimenti ceramici - spiega la soprintendente ai beni culturali e ambientali di Caltanissetta, Rosalba Panvini - si potrebbe tentare di ricostruire alcune tappe del viaggio della nave, che dovette fare scalo nel porto di Atene e poi in uno del Peloponneso. Da lì, deve aver attraversato il Canale d´Otranto e puntato verso la Sicilia per approdare a Gela, dove non arrivò mai».
L´imbarcazione giaceva su un fondale di cinque metri di profondità ed è stata recuperata con l´impiego del pontone "Vincenzo Casentino" dell´Eni sul quale era stata posizionata una gru da 200 tonnellate. È stata la gru a sollevare dal mare una grande cesta metallica contenente il reperto, trasportato al porto di Gela e da qui all´emporio greco-arcaico di Bosco Littorio, dove il relitto è stato immerso in una grande vasca con acqua dolce per essere desalinizzato. Presto l´imbarcazione verrà trasportata e restaurata nel laboratorio Mary Rose Archaeological Services, nell´Hampshire inglese. Lì si trovano anche gli altri pezzi lignei recuperati nel 2003, nell´attesa di tornare a Gela dove si sta lavorando al progetto per creare il Museo della navigazione a Bosco Littorio. «Il lavoro, al di là dell´aspetto spettacolare, è di grande importanza dal punto di vista scientifico, mai una nave di 2.500 anni era stata ripescata in così buono stato», afferma Panvini. «Si tratta di un´operazione eccezionale - commenta Antonello Antinoro, assessore regionale ai Beni culturali - che deve spronarci a continuare. Presto recupereremo un´altra nave del genere che abbiamo da poco individuato».
L´imbarcazione appena riportata in superficie era del tipo "cucita", un metodo di costruzione molto antico. Era un´imbarcazione a scafo portante, costruita unendo tavole di fasciame con corde fatte passare attraverso fori e bloccate con spinotti di legno. Nell´area mediterranea gli esempi di "navi cucite" sono rari anche se diluiti nel tempo, con testimonianze che arrivano fino all´età medievale. Tra i più noti vi sono lo scafo della stessa epoca della nave di Gela, forse di origine etrusca, localizzato vicino all´isola del Giglio, in Toscana, e la nave greca del Bon Porté, sulla costa meridionale della Francia, assegnabile alla seconda metà del VI secolo avanti Cristo.

domenica 27 luglio 2008

POMPEI : Il New York Times "Salviamo Pompei". Intervista all´archeologo Ellis: ma il sito non va affidato ai privati

POMPEI : Il New York Times "Salviamo Pompei". Intervista all´archeologo Ellis: ma il sito non va affidato ai privati
DOMENICA, 27 LUGLIO 2008 la repubblica - Napoli

Il quotidiano statunitense dedica un servizio alla città degli Scavi

Il "New York Times" lancia un appello per salvare Pompei. Nel titolo di un ampio servizio, pubblicato dal quotidiano statunitense nelle pagine dell´arte dell´edizione di ieri si invita l´Italia a una mobilitazione per porre rimedio «ai danni» arrecati «dal tempo e dai turisti» a uno dei patrimoni archeologici più famosi del pianeta. La crisi degli Scavi oltrepassa dunque i confini del Paese e preoccupa anche gli osservatori che si trovano dall´altra parte dell´Oceano. Nel corso dell´articolo, vengono affrontati i nodi venuti clamorosamente al pettine in questi giorni con la scelta del governo Berlusconi che, ricorda il "New York Times", «per la prima volta ha dichiarato uno stato di emergenza di un anno per Pompei». Il servizio riporta tra le altre le considerazioni del ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, del prefetto Renato Profili, scelto dall´esecutivo come commissario straordinario per risanare gli Scavi, del sovrintendente Giovanni Guzzo, dell´assessore regionale al Turismo Claudio Velardi.
Nelle pagine dell´autorevole quotidiano sono ospitate inoltre le considerazioni di studiosi esperti della storia di Pompei come Antonio Irlando, che da anni si batte per la conservazione e la valorizzazione del tesoro custodito nella città vesuviana, che attira ogni anni milioni di visitatori da tutto il mondo. Nel servizio si sottolinea poi che molti progetti per il futuro sono attualmente allo studio e che, ai vari livelli di responsabilità, le diverse autorità le stanno esaminando, compresi quelli che prevedono la privatizzazione. Possibilità, quest´ultima, che però non piace agli esperti consultati dal quotidiano statunitense. «Pompei - afferma infatti uno degli archeologi americani impegnati sugli Scavi, Steven J. Ellis, intervistato nel lungo articolo del "New York Times" - è una responsabilità del governo, è un sito del patrimonio mondiale e non può essere affidato a privati per trasformarlo in una sorta di Disneyland. La preoccupazione - prosegue Ellis - è che affidandolo ai privati prevalga poi l´interesse a fare profitti piuttosto che quello volto alla valorizzazione culturale».

Montecatini. Svelati i segreti del monastero

Montecatini. Svelati i segreti del monastero
DOMENICA, 27 LUGLIO 2008 IL TIRRENO

Ricostruite tracce di vita quotidiana tra Sei e Settecento

Da due anni un’équipe coordinata dal professor Milanese lavora sui reperti rinvenuti Previsto uno scavo

PESCIA. Iniziano ad avere una storia, un’origine, i vari reperti trovati nel monastero di San Michele durante i lavori di restauro che si sono susseguiti negli anni. È una storia di vita quotidiana, che riemerge tra le carte degli archivi ed il sottosuolo della città: un complesso puzzle, che giovani studiosi dell’Università di Pisa stanno cercando di ricomporre.
La storia. Anche la Coop di Pescia si è interessata a questa ricerca, che studia la cucina e la tavola di antichi monasteri ed ha voluto contribuire alla sua realizzazione. Vediamola.
Il 4 novembre 1682 arrivò al monastero femminile di San Michele di Pescia una pentolaia, che consegnò una partita di pentole per la cucina dell’istituto religioso. Le monache pagarono quasi 30 lire per questa consegna e la pentolaia si fermò anche a desinare. Si trattava della stessa pentolaia Lessandra, che nel 1665 aveva portato altre pentole al monastero?
Negli stessi anni, anche un vasaio portava di frequente piatti e scodelle al monastero: non sappiamo se si trattava sempre dello stesso artigiano, ma un’annotazione del 1678 ne precisa anche il nome. Si trattava del maestro Antonio Dotoli stovigliaio, che consegnò al monastero alcune centinaia di piatti e sostò a desinare. Da dove venivano il vasaio Dotoli e la pentolaia Lessandra?
L’équipe di ricerca. Dopo aver rintracciato queste notizie all’Archivio di Stato di Pisa, un gruppo di ricerca dell’Università di Pisa, guidato dal professor Marco Milanese, ordinario di Archeologia e titolare della cattedra di Archeologia Medievale nelle Università di Pisa e di Sassari, sta lavorando su reperti recuperati a Pescia da volontari locali e dal Gars (gruppo locale archeologico), per risolvere questi ed altri interrogativi. Il tutto è reso possibile anche grazie alla collaborazione dell’amministrazione (Istituzione Comunale Socialità, Cultura, Educazione e Sport), del Museo di Scienze Naturali e di Archeologia della Valdinievole (dove i reperti sono conservati e in parte esposti), della Soprintendenza Archeologica della Toscana ed all’importante sostegno della Coop di Pescia.
Il dossier. I ricercatori e gli studenti lavorano, ormai da due anni, più di dieci ore al giorno con l’obiettivo di consegnare al termine dei lavori un dettagliato dossier al Comune ed alla Soprintendenza.
Quali le prime conclusioni? «Il vasaio Dotoli che riforniva il monastero del San Michele lavorava probabilmente a Fucecchio, dove tra Sei e Settecento esisteva una concentrazione particolare di fornaci per ceramica - afferma il professor Milanese - ma anche altri indizi portano a sostenere questa ipotesi. Non abbiamo invece idea della provenienza della pentolaia Lessandra, certamente il suo laboratorio non doveva essere a Pescia o nelle immediate vicinanze, se si fermò a pranzo al monastero. Stiamo comunque cercando di identificare nei reperti-frammenti forse proprio di quelle pentole di cui parlano i documenti caratteristiche fisiche o chimiche che ci possano indirizzare nell’identificare il luogo di origine».
Nuove rivelazioni. Altre scoperte appaiono interessanti: le monache, che appartenevano a famiglie facoltose di Pescia, nel Seicento usavano piatti e scodelle personalizzate con il proprio nome e cognome inciso dal vasaio Dotoli. Un lusso che all’epoca ben pochi religiosi potevano permettersi. Alcuni dei piatti e delle scodelle rinvenute - tra il San Michele e Piazza del Grano - sono contrassegnate con le iniziali del monastero (SMN per Santa Maria Nuova; SM per San Michele), a testimonianza di un vero e proprio servizio personalizzato.
Lo scavo. Terminato lo studio specialistico, il professor Milanese ha intenzione di progettare uno scavo scientifico nel monastero di San Michele e di valorizzare questi reperti, anche nel contesto della futura ristrutturazione dell’istituzione museale pesciatina. Anche il vasaio Dotoli e la pentolaia Lessandra, personaggi finora sconosciuti per la Pescia del Seicento, vi troveranno un loro spazio.

sabato 26 luglio 2008

Un’eccezionale scoperta archeologica nel Castello Superiore di Attimis. Spunta il sigillo dell'imperatore

Un’eccezionale scoperta archeologica nel Castello Superiore di Attimis. Spunta il sigillo dell'imperatore
26 LUGLIO 2008, IL GAZZETTINO

Il ritrovamento durante la campagna di scavi. Il reperto in oro bianco appartiene all’imperatore bizantino Alessio I Comneno. Buora: «È l’unico rinvenuto in tutta Europa»

Eccezionale scoperta ad Attimis in occasione dell'undicesima campagna di scavo eseguita dalla Società friulana di archeologia di Udine nell'antico sito del Castello Superiore. Nel cuore più verde delle colline della Val Malina, che già hanno restituito stupefacenti reperti di enorme rilevanza storica (basta citare l'accampamento goto sulla vicina altura di San Giorgio, unico in regione e in tutto il nord Italia, al centro di una recente mostra) è venuto alla luce un sigillo in oro bianco realizzato alla corte dell'imperatore bizantino di Costantinopoli, Alessio I Comneno. «Una scoperta eccezionale - ha commentato sul posto il direttore dei Civici musei di Udine, Maurizio Buora - Si tratta infatti dell'unico sigillo di questo tipo rinvenuto in scavo in tutta l'Europa. Purtroppo il documento collegato al sigillo è andato perduto». Del destinatario di quello che pare essere stato a tutti gli effetti un titolo nobiliare si conosce però il nome. Si tratterebbe di Corrado I d'Attimis, cavaliere che abitò nel Castello Superiore di Attimis appunto, insieme a un gruppo militare posto a presidio della zona. Il suo nome era già noto nella zona di Cividale e in quella di Aquileia come persona potente e dagli incarichi di rilievo.
Corrado fece parte di una delle prime spedizioni per la liberazione della Terra Santa, in una sorta di pre-crociata. È allora che si distinse per meriti agli occhi dell'imperatore Alessio I (vissuto tra il 1081 e il 1118); fu proprio il regnante che lo onorò con la consegna del prezioso documento, pergamena cui appose il sigillo trovato ad Attimis. Il reperto, in ottimo stato di conservazione (privo unicamente di una piccola cordina), raffigura da un lato un Dio Padre con nimbo e con i simboli del suo potere (il bastone, al pari dei patriarchi di Aquileia, e il globo con la croce svettante), dall'altro lo stesso imperatore dell'Impero Romano d'Oriente raffigurato invece con accanto la scritta identificatoria in greco: "Alexio Despote", dove despote non va letto nell'accezione di tiranno, ma in quella di regnante, condottiero o cesare. Il sigillo è stato rinvenuto in un locale integro annesso al Palazzo centrale (che ha subito una ricostruzione negli anni '70): si tratta della fucina di un fabbro che ha restituito proprio ieri mattina un altro piccolo tesoro messo in luce da Luigi, uno degli studenti impegnati nella ricerca. Il giovane ha rinvenuto infatti una moneta di bronzo. Sono stati scoperti, infine, piccoli pesi, resti di ciotole per pasto, resti di ossa animale, un sonaglio in bronzo, dadi da gioco ed elementi di una collana per ornamento.Paola Treppo

Gli etruschi a Monterappoli Nel cantiere archeologico trovati alcuni frammenti

EMPOLI. Gli etruschi a Monterappoli Nel cantiere archeologico trovati alcuni frammenti
SABATO, 26 LUGLIO 2008 IL TIRRENO - Empoli

Lo scavo resterà aperto per tutto il mese di agosto. «Speriamo di continuare nel 2009»

Assistere ad uno scavo archeologico, anche solo per pochi attimi, fa vivere delle emozioni intense. Basta lasciar andare la mente e sembra di popolare la scena di un film. Oppure si può immaginare di essere parte di una scoperta epocale. O ancora si può tornare indietro nel tempo e far finta di partecipare ad una caccia al tesoro tra bambini. L’immaginario legato all’archeologia è ricco e affascinante. E sembra popolare l’animo di quei tanti volontari dell’associazione archeologica del Mediovaldarno che dal 16 luglio scorso stanno portando avanti lo scavo al giardino di Monterappoli.
«Più precisamente si dovrebbe parlare di un saggio di scavo esplorativo - rivela Leonardo Terreni, responsabile dei lavori e presidente dell’associazione archeologica -, che è stato finanziato e realizzato interamente dall’associazione. Il nostro interesse per questo sito è nato circa 10 anni fa, quando, durante i lavori di terrazzamento del giardino, ad opera del Comune, iniziarono ad emergere degli archi a mattoni che sorreggevano il terreno. Facemmo fermare subito i lavori per non danneggiare la struttura. L’anno scorso, grazie alla consulenza del geologo Paolo Mauriello, dell’Università del Molise, abbiamo condotto analisi approfondite e ci siamo resi conto che ci poteva essere qualcosa di interessante». Attraverso una misurazione geoelettrica, basata cioè sulla trasmissione di onde elettriche nel terreno, sono emerse delle anomalie. Gli strati sottostanti alla superficie presentavano una composizione diversa, che faceva pensare ad una sedimentazione di materiale risalente ad epoche storiche passate. Quello che attualmente è un giardino comunale, infatti, una volta era l’interno di una rocca. La prima attestazione documentaria di questa struttura risale al XII secolo, ma non si esclude una presenza ancora più antica. La derivazione longobarda del toponimo Monterappoli e il ritrovamento di frammenti attribuibili all’epoca etrusca sembrano confermare questa ipotesi. Ma nessuno degli addetti ai lavori si sbilancia.
D’altronde l’archeologia è una scienza sperimentale, che si basa prevalentemente sui fatti. E per ora l’equipe formata dai volontari dell’associazione e guidata dagli archeologi professionisti Walter Maiuri, Martina Filippi e Leonardo Terreni, ha trovato diversi frammenti sparsi di vasi etruschi, ceramiche del 1200 e del 1600. Ciò dimostra il gran vissuto che c’è stato in questa zona. Inoltre dallo scavo, che ha un’ampiezza di una cinquantina di metri quadrati per 1,70 metri di profondità, sta emergendo un piano, forse un pavimento, formato da mattoni e pietre allineati e sedimentati.
«Per ora siamo nella fase di individuazione delle anomalie - continua Leonardo Terreni -, ma rimaniamo fiduciosi perchè le nostre previsioni si sono rivelate esatte. Il cantiere chiuderà verso la fine di agosto e speriamo di riaprirlo il prossimo anno, magari con dei finanziamenti anche pubblici. Quel che è certo è che il fine ultimo di questo scavo è la valorizzazione del territorio di Monterappoli».
Marco Pagli

giovedì 24 luglio 2008

PALMANOVA Nuovi resti funerari emergono dai lavori nel Duomo

UDINE - PALMANOVA Nuovi resti funerari emergono dai lavori nel Duomo
23 LUGLIO 2008, IL GAZZETTINO

Palmanova
Ancora reperti nuovi nel sottosuolo del duomo dogale dove si vanno eseguendo i lavori per un moderno impianto di riscaldamento. In ordine di tempo sono state scoperte due nuove tombe con dentro resti umani risalenti ai primi del 1600 ed un pavimento in materiale molto povero di circa sei metri quadri posto su un letto di calce e collocato all'ingresso della chiesa. Un altro pavimento è venuto alla luce al centro della navata ed è lungo 12 metri per una larghezza di un metro e mezzo. Sulla datazione di questa struttura regna la massima incertezza e gli studiosi della soprintendenza che segue da vicino l'intervento sono propensi a farla risalire alla fine del 1500 quando venne costruita una prima chiesa in legno. Anche gli scheletri ritrovati nelle due tombe sono riconducibili a quel periodo. Dalla conformazione ossea è stato possibili stabilire che uno appartiene ad un uomo di mezza età mentre l'altro ad un neonato di appena sette settimane. Questi tumuli saranno rivestiti con materiale geotessuto e sabbia in modo da preservarli nel migliore dei modi e consentire ad eventuali ricercatori di svolgere le loro indagini. I due sacelli hanno però una caratteristica: sono perpendicolari rispetto all'asse dell'edificio.

Tutte le altre urne finora scoperte, 25 in tutto alcune con lapide altre con piccole volte, erano allineate al presbiterio e quel che più interessa erano completamente vuote segno che i miseri resti che contenevano erano stati rimossi allorchè, attorno al 1840, venne messo in opera un nuovo pavimento. Adesso il piano operativo subirà un aggiornamento programmatico che porterà il duomo a non essere agibile prima di dicembre. Fra gli accorgimenti che saranno adottati per le camere mortuarie principali verranno posti dei tombini di modo che l'accesso ne sia facilitato; per le altre sepolture sarà posizionata una semplice indicazione in maniera che la loro individuazione sia certa.

A Gela il recupero del più grande relitto del Mediterraneo

SICILIA - A Gela il recupero del più grande relitto del Mediterraneo
Il tempo 24/07/2008

E' fissato per lunedì, a largo di Gela, il recupero del più grande relitto del Mediterraneo a cura della Soprintendenza di Caltanissetta. Intorno al 500 a.C. l`imbarcazione, carica di mercanzie e in procinto di approdare a Gela passaggio obbligato per tutto il commercio navale del Mediterraneo - a soli 800 metri dalla costa fu colta da una tempesta a poca distanza dall`Emporio di Bosco Littorio.
Lo schianto delle onde fece reclinare la barca su un lato e la zavorra produsse un grosso squarcio nella fiancata: la nave "cucita" - tecnica antichissima attestata nel secondo libro dell`Iliade - inghiottita dai flutti e dai fondali argillosi, sparì velocemente non lasciando traccia. Una storia che, dopo 25 secoli, è stata raccontata grazie a due sub - Gino Morteo e Gianni Occhipinti - che nel 1988 denunziano la spettacolare scoperta alla Soprintendenza. Custodita nel mare di Gela, non c`era soltanto un`imbarcazione di 21 metri ma anche una considerevole quantità di reperti archeologici, tra cui vasellame attico a vernice nera e due rarissimi askoi a figure rosse. Dopo anni di scavi e lavori di archeologia marina (con diverse operazioni di recupero gia` effettuate), la parte più «imponente», formata dalla ruota di poppa e la chiglia della nave lignea (oltre 11 metri), verrà finalmente portata a galla. I resti dello scafo giacciono su un fondale di 4-5 metri, a 800 metri dalla costa, l`appuntamento - per le autorità e i giornalisti - è fissato per giorno 28 luglio alle 10, presso il porto di Gela (banchina mezzi navali), per salpare con le motovedette della Guardia Costiera e raggiungere lo specchio di mare in cui avverrà l`operazione. Il relitto sarà recuperato grazie all`intervento di Eni-Raffinerie di Gela e Saipem che - con l`ausilio della ditta Eureco forniranno per l`occasione un moto pontone polivalente.
L`imbarcazione verrà successivamente trasportata in Inghilterra, nel laboratorio Mary Rose Archeological Services di Portsmouth nella regione dell`Ampshire - dove si trovano già gli altri
pezzi lignei recuperati nel 2003, per il lavoro di restauro per tornare a Gela dove si sta già lavorando al progetto di musealizzazione - il Museo della Navigazione a Bosco Littorio - che, oltre a "restituire" a Gela i suoi tesori, assumerebbe un significato importantissimo per il rilancio del territorio.

martedì 22 luglio 2008

Riemerge a Gela mega relitto del Mediterraneo

Riemerge a Gela mega relitto del Mediterraneo
Il Messaggero 20/07/2008

Riemergeranno dal fondale argilloso del mare di Gela la chiglia e la ruota di poppa del relitto greco più grande trovato nel Mediterraneo: un`imbarcazione di 21 metri di lunghezza e 6,50 di larghezza, datata intorno al 500 a. C., del tipo "cucito" come la nave di Cheope e quelle di cui Omero fa cenno nel secondo libro dell`Iliade. Il recupero sarà eseguito il prossimo 28luglio grazie ai finanziamenti del Por 2000-2006 coordinato dall`assessorato regionale ai Beni culturali e dalla soprintendenza di Caltanissetta.

lunedì 21 luglio 2008

ARCHEOLOGIA. GELA Il mare restituisce una nave greca di 2.500 anni fa

ARCHEOLOGIA. GELA Il mare restituisce una nave greca di 2.500 anni fa
Domenica 20 Luglio 2008 BRESCIA OGGI

Lunga 21 metri, era simile a quella descritta da Omero


Dal fondale argilloso del mare di Gela, in provincia di Caltanissetta, lunedì 28 luglio riemergeranno la chiglia e la ruota di poppa del più importante relitto greco del Mediterraneo, datato intorno al 500 a.C. Si tratta di un’imbarcazione di 21 metri di lunghezza e 6,50 metri di larghezza, del tipo «cucito» come la nave di Cheope e quelle alle quali Omero fa cenno nel secondo libro dell’«Iliade». È unica nel suo genere per tipologia e stato di conservazione.
La parte del relitto di oltre 11 metri - che riemergerà dai fondali che lo hanno custodito per 2.500 anni grazie al fango che ha impedito ai batteri di divorare il fasciame - verrà recuperata con una lunga «barella» di rete metallica e con i mezzi che saranno messi a disposizione dalla Capitaneria di Porto di Gela.
Nell’ottobre 2003 era stata riportata a galla la prua e ciò aveva permesso il recupero di un vasto carico di coppe, lucerne, crateri attici, ceramiche di fattura greca e persino canestri in fibra vegetale per il trasporto delle merci.
L’insieme delle scoperte a terra e in mare dimostrano come Gela fosse un centro commerciale e di smistamento di primaria importanza tra il VI e il V secolo a.C.
I materiali ritrovati nella nave greca, come i vasi attici a vernice nera, a figure nere o rosse, i piatti, le ciotoline, le arulette e le anfore da trasporto, di tipo chiota, massaliota, samio, attico, corinzio, lesbio, attestano che Gela era un punto di riferimento di prim’ordine. Era infatti al centro delle rotte e commerciava con altre importanti e grandi città del bacino del Mediterraneo, rivestendo un ruolo di primo piano nell’ambito dei traffici marittimi.
Verso la fine del VI secolo a.C., la nave commerciale greca carica di mercanzie, proveniente da Siracusa, era in procinto di arrivare sulla costa di Gela, passaggio obbligato per tutto il commercio navale del Mar Mediterraneo, quando vi fu un imprevisto: un fortunale la affndò bel volgere di pochi minuti, senza che il suo equipaggio potesse cercare di salvarla. Il posizionamento dei reperti attesta che la nave si inavissò "di piatto".
Nel 1988, dopo ben 25 secoli, i resti della nave sono stati ritrovati casualmente da due subacquei, Gino Morteo e Gianni Occhipinti, che ne hanno subito denunciato la scoperta alla Soprintendenza. Era una nave da trasporto a propulsione mista, remi e vela quadrata, costruita con la tecnica a guscio (ovvero col fasciame inserito sulla chiglia e con l’ossatura di rinforzo inserita nello scafo), e con le tavole del fasciame, oltre che incastrate col sistema del tenone-mortasa, rafforzate da cuciture vegetali, che garantivo una resistenza maggiore rispetto alle tecniche tradizionali. Unico esempio, questo, scoperto fino ad oggi.

sabato 19 luglio 2008

PUGLIA - Capanne preistoriche a Torre Guaceto Scoperto un villaggio dell´età del Bronzo poi distrutto da un incendio

PUGLIA - Capanne preistoriche a Torre Guaceto Scoperto un villaggio dell´età del Bronzo poi distrutto da un incendio
TITTI TUMMINO
SABATO, 19 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA Pagina XV - Bari

Trovati reperti con percorsi e resti di un muro. "Era un insediamento organizzato"

Scavi archeologici sugli Scogli di Apani: "Prima facevano parte di un promontorio"

Abitavano sull´estremità del promontorio di Torre Guaceto, prima che il lembo di terra si staccasse dalla costa per diventare gli odierni Scogli di Apani; vivevano in un villaggio organizzato, costituito da capanne, protetto da una struttura muraria e dotato di una rudimentale viabilità; si dedicavano alla caccia e alla pesca, ma realizzavano anche manufatti in argilla, osso, selce e pietra. Una realtà risalente a due millenni prima di Cristo che oggi sta clamorosamente venendo alla luce, grazie alla campagna di scavi avviata dall´Università del Salento.
Torre Guaceto non finisce di sorprendere. Non solo oasi fra terra e mare, paradiso e rifugio sicuro per tartarughe caretta caretta, folaghe, germani reali e aironi, che dal mare blu-turchese scivola oltre le dune, attraverso la macchia mediterranea e le paludi, fino ad un uliveto secolare. La riserva naturale statale nel territorio di Carovigno è anche uno scrigno di tesori che racconta le dinamiche di popolamento lungo la fascia costiera adriatica della Puglia centro-meridionale già nella Preistoria.
È partita il 30 giugno la prima campagna di indagini archeologiche agli Scogli di Apani nel territorio dell´oasi, affidata al Dipartimento di beni culturali dell´ateneo salentino in collaborazione con il Consorzio di gestione della riserva, naturalmente con il via libera del ministero per i Beni culturali e della Soprintendenza archeologica della Puglia. Le ricerche, che si concluderanno il 2 agosto, sono dirette da Riccardo Guglielmino, docente di Archeologia e antichità egee, e coordinate da Teodoro Scarano della Scuola superiore Isufi. A metà dell´indagine, gli Scogli di Apani, estesi per complessivi due ettari e posti a 400 metri dalla costa della riserva, stanno svelando segreti custoditi sin dalla notte dei tempi.
«Le prospezioni condotte sugli isolotti - spiega il professor Guglielmino - hanno confermato le segnalazioni relative alla presenza di depositi antropici di epoca protostorica e quindi suggerito la necessità di avviare indagini archeologiche, utili alla valutazione della consistenza e della qualità degli stessi depositi, specie nelle aree sottoposte all´azione erosiva degli agenti meteo-marini». Gli studi di carattere paleoambientale appena intrapresi indicano un livello del mare 3-4 metri inferiore rispetto a quello attuale, una particolarità che porta gli studiosi a ritenere che gli Scogli di Apani siano stati nel lontano passato l´estremità di un promontorio. «Lo scavo in corso sul maggiore degli Scogli - racconta l´archeologo - riguarda due differenti aree per un´estensione complessiva di circa 60 metri quadri. Finora abbiamo potuto accertare, al di sotto di esigui livelli di frequentazione tardo-imperiale romana, la presenza di strutture e materiali riferibili ad un villaggio databile ad una fase avanzata del Bronzo Medio, in pratica intorno alla metà del II millennio a.C.».
Le tracce del villaggio di capanne sono evidenziate dal ritrovamento di abbondanti resti di intonaco delle pareti e da numerosi contenitori ceramici a impasto frammentati sui piani pavimentali. Intorno al villaggio, gli indizi di un´organizzazione complessa, con percorsi ad acciottolato ancora da indagare e i resti di una struttura muraria in pietrame a secco, costruita dal lato terra, presumibilmente a difesa dell´abitato. Un insediamento abitativo organizzato e attrezzato, che un furioso incendio cancellò dal giorno alla notte. «Le capanne - spiega ancora il professor Gugliemino - al cui interno abbiamo rinvenuto manufatti in argilla, osso, selce e pietre dure, locali e non, sono state distrutte dalle fiamme. Gli effetti del rogo sono evidenti: la cottura dell´intonaco delle pareti, all´origine di argilla cruda, la presenza di elementi vegetali carbonizzati e la ricottura e deformazione di alcuni contenitori ceramici».
La campagna di scavi in corso, supportata dall´assessorato comunale alla Cultura di Carovigno, rientra nel programma di ricerche archeologiche terrestri e subacquee che il Dipartimento di beni culturali dell´Università del Salento ha avviato da due anni nella riserva di Torre Guaceto, nell´ambito di un più ampio progetto di archeologia del paesaggio costiero diretto da Cosimo Pagliara, docente di Antichità greche: quali altri misteri svelerà la riserva?

mercoledì 16 luglio 2008

Castel dell’Ovo, il ponte ritrovato

CAMPANIA - Castel dell’Ovo, il ponte ritrovato
Carlo Avvisati
15/07/2008 IL MATTINO

Era largo circa quattro metri e consentiva il transito sia ai carri con le merci che alle compagnie di armigeri diretti ai corpi di guardia di Castel dell’Ovo. Di più. Quasi certamente, quel ponte levatoio era la barriera più difficile da superare per chi attaccava il forte dalla terraferma. Costruito verosimilmente con legno di pino o di quercia perché resistesse meglio all’azione dell’acqua salata, del passaggio mobile si era perduta la memoria da più di un secolo. Ben si sapeva, invece, degli altri due: uno, simile, posto all’ingresso del castello, e l’altro, a saracinesca, situato sulla seconda rampa. Era sparito tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, ingoiato dalla colmata del «risanamento» che si volle realizzare a est del castello. Area poi divenuta «Borgo Marinaro»: una lingua di terra sottratta al mare dove costruire le case per i Luciani sgombrati dai vicoli e dalle abitazioni malsane sotto monte Echia. Le tracce del ponte sono state trovate dagli esperti della Soprintendenza archeologica speciale Napoli-Pompei, coordinati dall’archeologo Giuseppe Vecchio, mentre esercitavano l’alta sorveglianza sulle opere di ristrutturazione che il comune ha messo in cantiere per il monumento. Nello spazio di fronte ai locali degli ascensori, durante la posa delle condotte per i servizi, sono venuti fuori i resti di due battiponte. Formati da tre pezzi singoli, e sovrapposti a scalare perché potessero ben sostenere il grosso peso del ponte (ma anche di chi vi transitava) allorché questi veniva abbassato, erano stati realizzati in pietra lavica e risultavano incastrati saldamente sul verso della rampa proveniente dalla terraferma. Sui lati, il passaggio aveva anche delle torri in cui erano ospitati gli argani per le operazioni di sollevamento e calata del ponte. Anche di quelle strutture, che avevano peraltro funzioni di posto di guardia, si sono trovate le tracce. Ma c’è ancora un altro dato interessante: proprio in corrispondenza del passaggio, l’isolotto, secondo le antiche mappe, si incuneava all’interno, aprendosi in una sorta di piscina naturale. Solo alcune centinaia di metri quadrati di superficie e tuttavia sufficienti ad accogliere, nel I secolo avanti Cristo, una peschiera in cui favorire l’allevamento in cattività di pesci e murene. Su quello che in antico fu l’isolotto di Megaride, approdo cumano dove nel VII secolo avanti Cristo sarebbe sorto il primo nucleo della futura Napoli, le fonti storiche dicono che Licinio Lucullo si fosse fatto costruire una villa sfarzosa. E la peschiera poteva essere esattamente l’area dove il nobile romano allevava i pesci che poi offriva appunto nei banchetti «luculliani». Ma la storia del castello è legata per lo più alla leggenda che indica come Virgilio, che era considerato un mago straordinario, avesse nascosto nelle segrete dell’edificio, sotto il livello del mare, un uovo alla cui integrità dipendeva la vita del castello: se si fosse rotto l’uovo, non solo sarebbe crollata la fortezza ma sarebbe sprofondata l’intera città di Napoli. Insomma Castel dell’Ovo, dall’epoca romana a oggi, è stato testimone di tutte le vicende storiche della città: vi fu imprigionato l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo; con Ruggiero il Normanno diventò una fortezza inespugnabile per l’epoca. Fu quindi roccaforte per Svevi e Angioini. E fortezza spagnola durante il Viceregno. Il ponte ritrovato potrebbe essere stato realizzato appunto dopo il 1600, quando il castello subì una radicale trasformazione. L’obiettivo, adesso, è quello della ricostruzione filologica dell’opera. «L’idea - conferma Vecchio, che lavora sul progetto assieme a Paola Bovier, architetto della Soprintendenza ai Beni architettonici di Stefano Gizzi - prevede un taglio del muro attuale e il recupero della torre e del ponte, che ricostruiremmo. Insomma, se il comune ci da l’ok potremo recuperare un altro pezzo di storia della città». «L’amministrazione ha tutta l’intenzione di finanziare il recupero - rivela dal canto suo Giancarlo Ferulano, l’architetto responsabile dei lavori nel castello - cosa che si potrà fare solo con il nuovo Por (Piano Operativo regionale) perché non ci aspettavamo il rinvenimento. Il piano 2007-2013 prevede infatti l’inserimento del forte nel programma d’intervento sul centro storico. Per adesso lavoreremo al fine d’acquisire il maggior numero di dati possibile, poi ricostruiremo il ponte come in origine».

Svolta sull´Uomo di Altamura "Ricostruiremo l´età e l´habitat"

PUGLIA - Svolta sull´Uomo di Altamura "Ricostruiremo l´età e l´habitat"
TITTI TUMMINO
MARTEDÌ, 15 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA Pagina XV - Bari

In quale epoca è vissuto l´Uomo di Altamura, il reperto scoperto nel 1993 nella grotta di Lamalunga? Nel suo habitat c´erano palme o faggi? Elefanti o daini? A quindici anni dalla scoperta che mise a rumore l´ambiente internazionale degli studiosi, i misteri che circondano il fossile dello scheletro umano ben conservato sono ancora tanti e fitti. La scienza italiana e internazionale è al lavoro. Anzi, nuovamente al lavoro, dopo anni di stasi e buio. Grazie a un finanziamento di 300mila euro stanziato dal ministero per i Beni culturali, è stato messo a punto un programma di studio con un comitato scientifico che coinvolge specialisti come Carlo Peretto del Dipartimento di biologia ed evoluzione dell´Università di Ferrara, Marcello Piperno dell´Università La Sapienza di Roma, Guido Biscontin del Dipartimento di scienze ambientali dell´Università Ca´ Foscari di Venezia.
La svolta è stata presentata ieri, nella sala consiliare del comune di Altamura, dal direttore regionale dei Beni culturali, Ruggero Martines, insieme al sindaco Mario Stacca, al soprintendente archeologo Giuseppe Andreassi e all´assessore regionale ai Beni culturali, Domenico Lomelo. «L´Uomo di Altamura - spiega l´architetto Martines - sarà oggetto di studi e analisi molto sofisticati e complessi, di tipo fisico-chimico, paleontologico, paleobotanico, ai quali stanno già lavorando in équipe studiosi di importanti Università italiane, ma anche statunitensi e britanniche. Contiamo di avere i primi riscontri entro un anno, a cominciare dall´accertamento della datazione che ancora non si conosce».
L´Uomo di Altamura è ritenuto un reperto di grande importanza, non solo perché si colloca nel periodo pre-neanderthaliano o neanderthaliano - sarà appunto la datazione ad accertarlo - ma perché è integro in tutte le sue parti: particolarità, questa, che, secondo gli studiosi, consentirà di effettuare una mappatura del dna. «Le ricerche appena avviate - aggiunge il direttore regionale dei Beni culturali - mirano anche a studiare l´intero microclima della grotta dove le spoglie riposano e i fossili di fauna rinvenuti, fino ad arrivare a un´analisi approfondita delle concrezioni calcaree ed, eventualmente, allo studio dei residui di cibo».
Una volta raccolti i dati scientifici, lo step successivo riguarderà la fruizione e la valorizzazione dell´Uomo, attraverso ricostruzioni virtuali e una ricostruzione scenotecnica della grotta da realizzare al Museo archeologico di Altamura. Nell´immediato, invece, si procederà a bonificare la grotta di Lamalunga da attrezzature, telecamere e pezzi di tecnologia da tempo fuori uso, che facevano parte del sistema di fruizione remota realizzato con il progetto "Sarastro".

martedì 15 luglio 2008

Graffiti, tesori in quota

BresciaOggi, Martedì 15 Luglio 2008

ALTA VALLE. L’archeologo Priuli e i suoi collaboratori hanno indagato una vasta area tra i 1.800 e i 3.000 metri
Graffiti, tesori in quota
Coppelle e massi incisi sono sparsi tra il Montozzo e i laghi del passo del Gavia sul «Sentiero dei cacciatori»


Vania Zampatti
Che le incisioni rupestri e le tracce della presenza umana in Valcamonica riconducibili all’epoca preistorica non fossero limitate all’area di Capodiponte era cosa nota già da tempo; ma le recenti ricerche condotte dall’archeologo camuno Ausilio Priuli in diverse aree dell’alta valle hanno dato una serie di importanti conferme a questa certezza, dimostrando una intensa frequentazione, anche a sfondo «sacro» di territori che probabilmente non sono mai stati troppo ospitali.
In sintesi, l’inventore dell’«Archeopark» di Darfo Boario e i suoi collaboratori hanno rinvenuto una serie di «coppelle» e di massi incisi in un vasto areale che si colloca tra il Montozzo e il passo Gavia; una ricca serie di reperti sparsi a una quota variabile tra i 1.800 e i tremila metri, in un territorio in cui già più di 8.000 anni fa si muovevano cacciatori mesolitici e pastori preistorici animati da una profonda religiosità, e dalla necessità di comunicare con gli spiriti della montagna.
«Le ricerche hanno preso il via nel giugno del 2006 su una mia intuizione alla quale l’Unione dei comuni dell’alta Valcamonica ha subito creduto, e che ha dato buoni frutti - commenta l’archeologo -. Io e i miei collaboratori abbiamo percorso tutti i possibili passaggi dei cacciatori mesolitici dal Trentino alla Valcamonica alla Valtellina, e i risultati sono strabilianti».
Qualche esempio? Nella conca del Montozzo è stato trovato un masso-altare con iscrizioni pro latine, probabilmente in caratteri etruschi e con adattamenti alfabetici locali: trovandosi a quota 2.700 metri è probabilmente il più alto d’Europa. Più a valle, all’altezza del bellissimo laghetto di Viso, sono invece state scoperte tracce di un possibile accampamento mesolitico e i resti di una struttura molto antica, forse un casolare.
Massi incisi con coppelle sono stati trovati anche nelle vicinanze del rifugio Bozzi, mentre sull’altopiano di Ercavallo sono presenti otto massi incisi, uno dei quali riporta persino una mappa preistorica dei laghetti circostanti. Non è finita: una decina di rocce incise sono state scoperte nei dintorni del lago Nero del Gavia, che con la conca del Linge e la Valle delle Messi sarà presto al centro di ulteriori ricerche.
Ora l’Unione dei comuni dell’alta Valcamonica vuole valorizzare queste scoperte anche in chiave turistica, creando itinerari tematici. Intanto, mercoledì 23 luglio e mercoledì 13 agosto, Priuli condurrà, nell’ambito delle attività di «Adamello card», due escursioni sul «Sentiero dei cacciatori mesolitici», ovvero al rifugio Bozzi e al Montozzo, per presentare le scoperte; che saranno anche il tema di una conferenza lunedì 18 agosto alle 21 a Pontedilegno

domenica 13 luglio 2008

Monaco: 247 reperti delle dinastie dei faraoni, da ieri allo Spazio Ravel del Grimaldi Forum

Corriere della Sera 13.7.08
Monaco: 247 reperti delle dinastie dei faraoni, da ieri allo Spazio Ravel del Grimaldi Forum
Cimarosa: «ouverture» per Cleopatra
che, nella mostra sulle regine d'Egitto, fa la parte del leone
di Sebastiano Grazzo

Benché di origine greca, la regina d'Egitto più popolare è senz'altro Cleopatra, sia per i suoi amori (amante di Cesare e di Antonio) che per la sua fine drammatica (suicida, col morso di un'aspide, per la vittoria di Ottaviano).
La leggenda ha, poi, fatto il resto. Plutarco, Jordelle, Shakespeare, Alfieri, Shaw in letteratura; Cimarosa, Berlioz, Massenet in musica, solo per citarne qualcuno. Una notte di Cleopatra di Téophile Gautier inaugurò, addirittura, una nuova maniera di narrare (il cosiddetto «racconto archeologico»), molto seguita da altri scrittori.
Proprio con la scenografia La stanza di Cleopatra inizia il viaggio fra le regine d'Egitto, un'interessante rassegna di 247 reperti — fra statue, bassorilievi, paramenti, gioielli, tavolette d'argilla incise con caratteri cuneiformi, papiri, maschere provenienti per lo più dai musei del Cairo, Torino, Parigi, Berlino, Monaco, Londra, New York e Mosca —, aperta ieri, curata da Cristiane Ziegler, che dal 1993 al 2007 ha diretto il dipartimento di antichità egizie del Louvre.
La scenografia di Francois Payet — che, in undici ambienti, vuole sintetizzare tremila anni di storia — diventa un elemento indispensabile della mostra perché la trasforma in un set cinematografico straordinario.
Con la differenza che nella Hollywood monegasca i «pezzi» sono autentici. Solo l'atmosfera, la sua evocazione sono costruite. Quadri originali per cornici finte. Ma le cornici aiutano a capire le opere, a scandagliare storia, usi, costumi e ruolo politico delle regine, il cui titolo era loro dato dal faraone regnante:
Madre del re, Figlia del re. o Sposa del re. «L'associazione madre-figlia-sposa è stata concepita come simbolo di creazione perpetua», scrive la Ziegler.
Accanto a visi e corpi scolpiti, racchiusi nelle teche, sono stati ricostruiti luoghi rituali, in modo che il racconto del regno delle piramidi possa avere un fascino particolare, addirittura, ridare vita al lusso e alla raffinatezza in cui, nella Valle del Nilo, vivevano i faraoni e le loro famiglie.
Si spazia dalla prima dinastia (2920 a. C.), alla trentunesima (332 a. C.) per arrivare sino all'epoca tolemaica ed alla conquista romana, vale a dire al 30 a. C. In che modo sono stati ricostruiti gli ambienti? Aiutandosi con la storia, con le scoperte archeologiche e persino prendendo in prestito l'ambientazione creata per il film Cleopatra (1963) di Joseph Mankiewicz, con Elisabeth Taylor e Richard Burton.
La mostra, quindi, ha anche un aspetto, diciamo così, romanzato. Certo, fra le regine, ci sono quelle note al gran pubblico, ma ce ne sono anche di sconosciute o note solo agli addetti ai lavori, ma non per questo meno interessanti. Per esempio, l'ultima regina d'Egitto, Taousert.
Bene, ad essa si è ispirato Gautier per
Il romanzo di una mummia. Lo scenografo ha ricostruito la sala della tomba di Taousert (che si trova nella Valle dei re). Pitture alle pareti, torce che danno una luce tremula.
C'è la morte, è vero, e l'atmosfera pesante dei luoghi di culto o dove si esercitava l'autorità, ma ci sono anche i paesaggi del Nilo, le bellezze femminili, le barche di Nefertiti, Nefertari, Tiy o Hatschepsout, figure emblematiche di grande fascino.
Su tutte, comunque, domina Cleopatra — protagonista di romanzi, opere teatrali, melodrammi, spartiti musicali, dipinti, balletti persino —-, vista come donna perversa e capricciosa, ambiziosa e raffinata, enigmatica e dissoluta, seducente e esperta di ogni arte amorosa, che i romantici muteranno in una sorta di idolo, in un mito.
Sullo sfondo, i profumi orientali, simbolo e termometro di un ellenismo sempre più sfatto e decadente.
REGINE D'EGITTO Monaco, Spazio Ravel, Grimaldi Forum, sino al 10 settembre. Tel. +377/99993000.

venerdì 11 luglio 2008

nuove tombe scoperte nella necropoli punica di corso Calatafimi

SICILIA - nuove tombe scoperte nella necropoli punica di corso Calatafimi
VENERDÌ, 11 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Dopo due anni di scavi condotti dalla Soprintendenza, oggi alle 10,30 riaprirà al pubblico la necropoli punica di Palermo, all´interno dell´area della caserma Tukory, in corso Calatafimi 90/a.
Si tratta di un´importante testimonianza dei primi secoli del periodo punico della città, ora dotata di un nuovo allestimento, con un sistema di passerelle che consente un´ampia visione dall´alto del complesso cimiteriale, grande più di mille metri quadrati: la necropoli è costituita da tombe a fossa scavate nel banco di calcarenite, sarcofagi poggiati sul piano d´uso della necropoli e principalmente da tombe a camera ipogeica, a cui si accede attraverso ripidi corridoi a gradoni, intagliati nella roccia. «In particolare, l´ultima campagna di scavo ha riportato alla luce una novantina di tombe di varia tipologia risalenti alla fine del VI secolo avanti Cristo - spiega Francesca Spatafora, responsabile del Servizio archeologico e direttrice dei lavori - Ci sono tombe a camera con corredi funerari e monili d´argento. Ma è anche emerso un percorso viario interno alla necropoli stessa, con strada larghe tre metri».
La necropoli sarà visitabile dal lunedì al sabato dalle 9 alle 19, e la domenica solo la mattina, a ingresso libero.
l. n.

La passione dell’Occidente per i faraoni dalla Grecia antica all’età dei Lumi

l’Unità Roma 11.7.08
Egitto, un fascino bimillenario
La passione dell’Occidente per i faraoni dalla Grecia antica all’età dei Lumi
di Flavia Matitti

«PRIMI TRA GLI UOMINI, dicesi che gli Egizi ebbero conoscenza degli Iddii, rizzarono templi e sacri edifici». Queste parole di Luciano di Samosata, del II secolo d.C., mostrano come fin dall’antichità l’Egitto venisse il luogo d’origine di ogni sapienza e reli-
gione. Attraverso la mediazione della cultura greca la passione per il mondo egizio passò a Roma per irradiarsi in tutto l’Occidente dando vita all’egittomania, dal Rinascimento all’Età dei Lumi.
Alcuni episodi salienti di questa fascinazione bimillenaria – basti pensare agli obelischi che ornano le principali piazze di Roma, alla presenza sul Campidoglio delle statue del Tevere e del Nilo, o alla Fontana dei Fiumi in piazza Navona – vengono ora narrati nella mostra intitolata “La Lupa e la Sfinge. Roma e l’Egitto dalla storia al mito”, ideata da Eugenio Lo Sardo e curata da Elisabetta Interdonato per la sezione archeologica, Manuela Gianandrea per il Medioevo e Rinascimento e Federica Papi per il Sei-Settecento (catalogo Electa). Sede della mostra è Castel Sant’Angelo e certo non si sarebbe potuta immaginare cornice migliore, visto che il castello sorge sui resti del Mausoleo di Adriano: il percorso espositivo si apre con alcune statue di Antinoo, il giovane amato da Adriano e morto tragicamente nelle acque del Nilo. Nella Villa di Tivoli l’imperatore fece ricostruire un braccio del delta del Nilo, il famoso Canopo, ornato di sculture di divinità egizie. Comunque la diffusione del culto di Iside è attestata a Ostia già nel II secolo a.C. e il mosaico di Palestrina, i cui soggetti nilotici ispireranno schiere d’artisti dal Rinascimento in poi, prova la precoce presenza di artigiani alessandrini a Roma.
Nel corso del Medioevo e del Rinascimento, come appare da alcuni splendidi volumi in mostra, l’interesse per l’Egitto si mantiene vivo soprattutto nei confronti della scrittura geroglifica. Papa Alessandro VI però si spinse al punto di sostenere la discendenza della sua famiglia, i Borgia, il cui animale araldico era un toro, dal mitico bue egizio Api, figura di Osiride, le cui storie, con quelle di Iside, fece affrescare da Pinturicchio negli appartamenti Vaticani. Il reperto forse più interessante sul culto di Iside e Osiride è però la Mensa Isiaca, anche nota come Tabula Bembina, una tavola d’altare in bronzo con agemine in argento e rame del I secolo d.C., ritrovata a Roma nel 1525 e appartenuta al cardinale Pietro Bembo (Torino, Museo Egizio). Nel Seicento è fondamentale a Roma la presenza del gesuita tedesco Athanasius Kircher, che dedicò molti volumi alla civiltà egizia, apprezzati dagli artisti del suo tempo. Tra questi Poussin, il cui quadro col “Riposo dalla fuga in Egitto”, proveniente dall’Ermitage di San Pietroburgo sarà in mostra dal 16 luglio.
Concludono idealmente l’itinerario espositivo le incisioni di Piranesi e il bando del 1791 che condanna Cagliostro, colpevole di aver fondato la massoneria di rito egizio.
Fino al 9/11, Castel Sant’Angelo. Info: 199.757511.
Dal martedì alla domenica: 9.00-19.00 (lunedì chiuso).

mercoledì 9 luglio 2008

Al via i corsi per strappare all'oblio 30 mila manoscritti della Mauritania

Corriere della Sera 9.7.08
La missione Antichi testi arabi minacciati da sabbia e sole. Per non perderli gli esperti sfidano Al Qaeda
Operazione biblioteche nel deserto Libri in salvo dal Sahara a Udine
Al via i corsi per strappare all'oblio 30 mila manoscritti della Mauritania
di Michele Farina

PASSARIANO (Udine) — Vedendo questi ragazzi chini sui manoscritti, nella cornice meravigliosa di Villa Manin a Passariano, Lalla sarebbe orgogliosa. Lalla Feliciangeli, l'italiana più amata del Sahara occidentale, è morta a gennaio. L'idea di salvare le biblioteche del deserto in uno dei Paesi più sperduti del mondo è venuta a lei, anima della nostra Croce Rossa in Mauritania. La sua prima cura era per i bambini e le donne. Cibo e microcredito. Su sua indicazione un anno fa il Corriere
visitò un villaggio dell'Adrar che la sabbia si sta mangiando. La gente sposta le case più in là, il deserto le insegue. Impressionante. «Allora dovresti vedere Tichitt», disse Lalla. Rideva. «Pensa che voglio mandarci i patologi del libro». Chi? «Quelli della Scuola di Restauro in Friuli». A fare cosa? «A salvare le biblioteche. Stanno andando tutte in malora. Non solo a Tichitt. E' il patrimonio di questa gente. E un po' anche nostro. Manoscritti passati di padre in figlio per secoli, volumi che i pellegrini portavano a casa di ritorno dalla Mecca. Ricchezze di famiglia in mezzo al niente. A Tichitt c'era un vecchio bibliotecario cieco. Non ricordo il nome. Custodiva religiosamente dentro valigie polverose i libri che intanto gli insetti e l'umidità distruggevano. Dobbiamo aiutarlo, mi son detta. È importante quasi come dare cibo ai bambini dell'Adrar».
Lalla sarebbe orgogliosa: domani il progetto salva-biblioteche sarà presentato ufficialmente a Villa Manin. In realtà è già operativo. Il Corriere lo segue da un anno. Bilancio: 900 mila euro. Fondi del ministero degli Esteri (Cooperazione e sviluppo, 600 mila euro), realizzazione a carico della Regione Friuli in collaborazione con due istituti di ricerca mauritani (300 mila euro). Come si salvano 30 mila manoscritti che marciscono in case private di villaggi a centinaia di chilometri l'uno dall'altro, spesso raggiungibili soltanto con i fuoristrada? Ci hanno provato in tanti: americani, francesi, tedeschi. La ricetta friulana: terapia d'urto e piano di cure a lunga scadenza. «Apriremo laboratori in ognuna delle quattro località interessate», dice Alessandro Giacomello, direttore della Scuola Regionale di Restauro e responsabile del progetto Mauritania. Primo obiettivo: passare i manoscritti all'interno di «macchine» speciali che uccidono gli agenti patogeni. L'idea di raccogliere tutti i volumi in un museo, magari nella capitale, è sbagliata. «Queste biblioteche sono la ricchezza del territorio e devono restarci » sostiene Carlo Federici, probabilmente il maggior patologo librario d'Italia. Ha da poco curato il «restyling » della Biblioteca Apostolica Vaticana. Il medico degli 80 mila manoscritti del Papa, lo scorso dicembre con la benedizione di Lalla, arrancò sulla pista verso Tichitt per il primo sopralluogo alle valigie del vecchio cieco. Certo i manoscritti del Sahara non sono comparabili con i tesori del Vaticano, un esemplare inestimabile dell'Eneide piuttosto che la Bibbia di Federico di Montefeltro. Sono testi religiosi e di giurisprudenza, «ma anche una copia del Corano che ha attraversato il Sahara nel XII secolo a dorso di cammello riveste un valore straordinario». E poi per un patologo ogni paziente è uguale.
Il primo nemico? «La luce — dice Federici —. Infatti i mano-scritti del Vaticano stanno» in un bunker «di cemento armato, senza finestre». Difficile tenere lontana la luce del Sahara... «Faremo il possibile per isolarli. D'altra parte è importante che questi manoscritti siano fruibili. Possiamo allungargli la vita, digitalizzarli, ma anche per i libri non esiste eternità».
Chi allungherà la vita ai manoscritti come quelli della meravigliosa Chinguetti, settima città santa dell'Islam? Sidi e Mohammed sono venuti in Italia per questo. Sono due dei 12 allievi del corso di restauro che si snoda tra Nouakchott e Villa Manin. Da domani al 26 settembre proseguiranno le lezioni cominciate in Mauritania con la supervisione di Irene Zanella, che ha già lavorato tra i tesori del Monastero di Santa Caterina sul Sinai. Mohammed ha 35 anni, è di Chinguetti: «Quest'anno abbiamo perso la Parigi-Dakar ma abbiamo trovato gli italiani che ci aiuteranno a salvare le nostre biblioteche». La corsa con la sua coda di stranieri costituisce una manna per la Mauritania («il costo di una capra passa da 10 a 100 euro»), ma è stata cancellata per le minacce di Al Qaeda. «A noi Al Qaeda ci fa un baffo — dice il direttore Giacomello —. In Friuli siamo sopravvissuti al terremoto». Un'esperienza di ieri che spiega la passione di oggi: «Non dimentichiamo il tempo in cui altri hanno aiutato noi. Aiutare i mauritani è un modo per dire grazie ». Anche di queste parole Lalla sarebbe orgogliosa. Quando un saggio muore, si dice in Africa, è una biblioteca che brucia. Il vecchio bibliotecario cieco di Tichitt è morto, la sua biblioteca risorge.

domenica 6 luglio 2008

ARCHEOLOGIA: stele precristiana con iscrizioni su resurrezione

ARCHEOLOGIA: stele precristiana con iscrizioni su resurrezione
(AGI) - New York, 6 luglio

Un stele di pietra chiara, alta un metro, proveniente dal mar Morto con iscrizioni in ebraico e, soprattutto, datata dagli studiosi qualche decennio prima della nascita' di Gesu' sta alimentando nuove polemiche tra gli archeologici e i biblisti: il testo sembra parlare di "un Messia che resuscitera' tre giorni dopo la sua morte". E' quanto scrive il sito web del New York Times secondo cui se le analisi confermeranno l'autenticita' del manufatto e il contenuto delle 87 righe di testo avremmo la prova che la figura di un messia assimilabile a Cristo faceva gia' parte dell'antica cultura ebraica. La maggior parte del testo, e' una visione dell'apocalisse trasmessa dall'arcangelo Gabriele, basata sul vecchio testamento, specialmente sui racconti dei profeti Daniele, Zaccaria e Haggai, scrive il Nyt.

venerdì 4 luglio 2008

CIVIDALE - Scoperte antiche sepolture in centro

CIVIDALE - Scoperte antiche sepolture in centro
Paola Treppo
Il Gazzettino (Udine) 04/07/2008

Non accade tutti i giorni di rifare i pavimenti di un edificio e di trovarsi faccia a faccia con cinque antiche sepolture. Se poi succede nella Città ducale, candidata patrimonio dell'umanità Unesco, la scoperta diventa veramente eccezionale. La messa in luce di quelle che paiono a tutti gli effetti tombe di epoca longobarda è stata resa nota ieri ma risale alla fine di gennaio. È in quel mese, infatti, che Simone Rossi (che a Cividale è regista del Palio di San Donato), comincia a lavorare in piazza Paolo Diacono, all'incrocio con il Corso (una delle strade dal tracciato più antico della cittadina). Il cantiere mira a ristrutturare il piano terra di un palazzo per farne un bar, che sarà il Bar al Corso. Nel momento in cui la squadra di operai affronta il pavimento con l'obiettivo di rifarlo, una parte della superficie crolla. Sotto l'inaspettato: una sorta di discarica rinascimentale (preziosa per quel che può restituire della vita vissuta quattro-cinque secoli fa) e cinque sepolture di epoca longobarda. «Siamo rimasti stupiti e piacevolmente sorpresi dice Rossi . In realtà, scavando sotto Cividale è facile capire che ci si può imbattere in resti antichi. La città infatti, per la sua lunga storia, è ricca di documenti e resti ancora custoditi nel cuore della terra. Il piano che calpestiamo oggi si trova a due, tre metri da quello originale romano; uno spessore che può arrivare fino a un metro e ottanta in alcuni punti del paese».

Contrariamente a quanto purtroppo accade in altri siti oggetto di scavo edile, in piazza Paolo Diacono i lavori sono stati bloccati immediatamente: «Abbiamo avvisato chi di dovere per fare i sondaggi e tutte le indagini necessarie. Le tombe non avevano corredo ma sono comunque una testimonianza fondamentale per Cividale. La nostra città vive anche grazie a questi preziosi resti. Vive di turismo e di storia. Tutti dovremmo rendercene conto. Abbiamo rallentato i lavori per due mesi ma sessanta giorni non sono niente per un'azienda. Per la nostra città invece valgono moltissimo».

I resti delle sepolture sono stati asportati e messi al sicuro. Il futuro gestore del bar e il proprietario dell'immobile, in accordo, festeggeranno in agosto l'apertura del nuovo locale. Nuovo sì ma con una lunga e curiosa storia da raccontare alla clientela. Alcune sepolture erano state rinvenute di recente anche nella zona vicina al centro, sulla strada che porta a Udine. Anche in quel caso è intervenuta la Soprintendenza. Per le nuove tombe del Corso le referenti sono state la dottoressa Serena Vitri (direttrice del Museo nazionale archeologico di Cividale) e l'archeologa Angela Borzacconi.

giovedì 3 luglio 2008

IL CODICE SFUGGITO AI GESUITI Su Archeo i segreti Inca

IL CODICE SFUGGITO AI GESUITI Su Archeo i segreti Inca
MERCOLEDÌ, 02 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA Pagina 43 - Cultura

Una corda più grossa, detta quipu, e tante altre cordicelle pendenti: un vero rompicapo inca, da secoli. Se le è studiate per più dieci anni quelle pagine roventi sulla vera fine degli Inca, sopravvissute alla censura dei Gesuiti, e quelle loro funicelle annodate in maniera strana, e le mille pietruzze che ritmavano con colori diversi la vita dei Peruviani prima di Colombo e dell´arrembaggio spagnolo.
E stato così che Laura Laurencich Minelli, si è resa conto che se le annodature erano in verso volevano dire «merci entrate»; se invece erano al contrario erano «merci previste, ma non entrate»: altre annodature ancora simbolizzavano le «merci uscite» dai magazzini. Un sistema a partita doppia, assai complesso ed efficace. Non solo: si è anche accorta che certi segnali cromatici all´inizio di quei quipu davano immediatamente il senso di ogni computo: certi tipi di lana, certi colori, tutto aveva un senso. E che, più o meno, anche il loro antico calendario - anch´esso tutto spaghi e nodini - funzionava in maniera analoga.
E ora, la Laurencich Minelli ha affidato l´anteprima di questo suo lavoro di decodificazione degli alfabeti e dei sistemi numerali incaici ad Archeo, la rivista d´archeologia italiana che, nel numero da domani in edicola dedica la sua copertina e 11 pagine al libro della docente di Storia e Civiltà Precolombiane dell´Università di Bologna.
Il titolo? Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum. Sottotitolo: Indios, Gesuiti e Spagnoli in due documenti segreti sul Perù del XVII secolo, edito dalla Clueb a 40 euro.
Gran bella avventura questa sua: nasce indagando e traducendo quei due testi gesuitici della prima metà del XVII secolo non destinati alla pubblicazione e, quindi, integri da tutte le purghe che segnarono quell´epoca. A sorpresa vi sopravvivono ammirazioni per quelle civiltà senza il nostro Dio, che altrove è difficile rintracciare. Attraverso le righe di padre Blas Valera, di F. Joan Antonio Cumis e del padre Joan Anello Oliva, autori di resoconti d´oltremare finiti nella Collezione Miccinelli di Napoli, la studiosa non solo ricostruisce la logica di tutti quei sistemi annodati - compustici, calendariali, alfabetici - che hanno fatto da rompicapo per secoli anche per gli specialisti, ma fa riaffiorare una sorta di giallo sulla morte fittizia di uno degli autori (il Valera, esiliato) testimone assai scomodo di vittorie spagnole sugli Incas, assai meno onorevoli di quel che la tradizione ufficiale tramonta .
Sergio Frau

A piedi sull´antica via degli etruschi

TOSCANA - A piedi sull´antica via degli etruschi
MERCOLEDÌ, 02 LUGLIO 2008 LA REPUBBLICA - Firenze

Due studiosi fiorentini percorrono per la prima volta il tracciato Comacchio-Pisa come si faceva 2500 anni fa

Al centro visite "Manifattura dei marinati" di Comacchio (Fe) è stata presentata la "Via etrusca dei due mari" (www. viaetruscadeiduemari. it) che verrà percorsa per la prima volta da oggi all´11 luglio da Gianfranco Bracci e Sergio Gardini. Questo percorso andrà a riscoprire la più antica strada d´Italia, quella che conduceva merci e materie prime da Spina (Comacchio) a Pisa, dalla foce del Po a Bocca d´Arno. L´itinerario - concordato con gli archeologi Daniele Vitali, Claudio Calastri dell´Università di Bologna e Giuseppe Centauro dell´Università di Firenze - è patrocinato dal Cai che lo studierà e segnalerà sul territorio in modo che diventi una proposta turistica e del tempo libero atta ad attraversare le due regioni, Emilia e Toscana. Enti territoriali, parchi, zone protette ed archeologi si ritroveranno il 15 ottobre presso la Borsa del turismo sportivo di Montecatini per mettere le basi del progetto.
Da oggi intanto Gardini e Bracci inizieranno questo viaggio alla ricerca degli antichi selciati su cui 2500 anni or sono il ferro dell´Elba andava in un senso e i vasi attici e l´ambra nell´altro. Se Pisa era lo scalo mediterraneo più importante, Spina era la Venezia di allora. Tutto il mondo orientale vi confluiva rendendola città importantissima. Il percorso si presenta quanto mai vario: a piedi, in bici o su una dragon boat (l´ultimo giorno a Pisa) contrapponendosi allo spirito dell´alta velocità ci si muoverà col ritmo della pedalata e del passo dopo passo come i nostri antenati. "Repubblica" ospiterà i resoconti di alcune tappe del percorso scritte dallo stesso Gianfranco Bracci.