venerdì 31 luglio 2009

Archeo-revisionismo

Archeo-revisionismo
di Redazione
articolo di venerdì 31 luglio 2009 - IL GIORNALE



Roma, autunno del 1931. Mussolini, in basco e pantaloni alla zuava, batte alacremente col piccone, gettando da parte tegole frantumate e mattoni. Sono cominciate le demolizioni nella zona dei Fori per costituire il tracciato di quella che verrà chiamata la Via dell’Impero, celermente ribattezzata nel dopoguerra Via dei Fori Imperiali nell’ambito della «defascistizzazione» della capitale.

Problematica la nascita di Via dell’Impero, scenografico asse viario che collega piazza Venezia al Colosseo, riscoprendo il cuore monumentale della città imperiale. Esaltata dal celebre scrittore e critico d’arte Ugo Ojetti come «una di quelle luminose vie romane lunghe non chilometri ma millenni», «impresa meravigliosa» secondo l’allora direttore dell’Istituto Archeologico Germanico Ludwig Curtius, la strada anni dopo riceverà più critiche che osanna.

Esempio dell’attività indefessa di quel «piccone demolitore» fascista che negli stessi anni abbatteva la Spina di Borgo per creare Via della Conciliazione, la Via dell’Impero (nata anch’essa dalla demolizione di un antico e caratteristico quartiere) fu considerata un’espressione della retorica «imperiale» del fascismo. Il severo Antonio Cederna è stato uno dei critici più inflessibili: la via non è che il frutto di quella «eterna fissazione sventratoria che si afferma subito dopo l’Unità». Cederna - uno dei padri fondatori di «Italia Nostra» - attacca duramente l’ostinazione degli archeologi e il loro «occhio radiografico puntato esclusivamente sul rudere nascosto... L’ammirevole stratificazione dei secoli... cioè la Roma medievale, rinascimentale, barocca e neoclassica... fu considerata alla stregua di un deposito alluvionale da rimuovere e setacciare».

Dilemma antico che da sempre divide archeologi, urbanisti, storici dell’arte. È legittimo eliminare testimonianze secolari per riportare alla luce i reperti più antichi? O è meglio rispettare la naturale stratificazione operata dai secoli, che riutilizzano, riadattano, trasformano, ma anche cancellano? È preferibile veder «giganteggiare i monumenti millenari nella necessaria solitudine» (come proclamava Mussolini) o indovinarli appena sotto le sovrastrutture successive? La risposta probabilmente non arriverà mai. E gli archeologi possono solo sperare in eventi «fortunati» come le bombe alleate che nell’ultima guerra spianarono la sommità di Palestrina portando alla luce i grandiosi resti del tempio della Fortuna Primigenia. Nel frattempo ripercorriamo la Via dell’Impero nei giorni esaltanti della sua nascita, guidati da una mostra appena inaugurata ai Musei Capitolini («Via dell’Impero. Nascita di una strada», fino al 20 settembre, catalogo Palombi, informazioni al numero 06 0608).

Naturale prosecuzione della mostra dello scorso anno («L’invenzione dei Fori Imperiali. Scavi e demolizioni»), la rassegna si avvale dello sterminato materiale documentario conservato negli archivi del Museo di Roma e degli stessi Musei Capitolini. Sono esposte sessanta delle settecento fotografie raccolte in sette enormi album, una documentazione iconografica che testimonia come la scelta demolitrice non fu indolore. Il Governatorato di Roma (nel 1931 era governatore il principe Francesco Boncompagni Ludovisi) affidò ai migliori professionisti romani dell’obiettivo (Filippo Reale, Michele Valentino Calderisi, Cesare Faraglia) il compito di fotografare non solo gli scavi e gli sterri ma anche gli edifici e le chiese che venivano abbattuti. Contemporaneamente chiese a una serie di pittori (Maria Barosso, Lucia Hoffman, Giulio Farnese, Odoardo Ferretti, Vito Lombardi) di eternare sulla tela gli angoli più pittoreschi di una Roma nobiliare e popolana al tempo stesso che scompariva per sempre.

Consenso e nostalgia è il doppio registro della grandiosa operazione urbanistica che sancisce la nascita della «nuova Roma» ma dice addio a due chiese medioevali, assiste allo spianamento della collina della Velia e alla cancellazione della cinquecentesca via Alessandrina.

È stato troppo alto il costo delle demolizioni per riscoprire i Fori e aprire Via dell’Impero? Umberto Broccoli, sovraintendente ai Beni culturali del Comune di Roma non si sbilancia: «Alla provocazione di smontarla - dichiara - risponderei: quale livello salvare? Quello del Foro di Cesare, Augusto o Traiano? Si badi che per ogni Foro corrisponde una discesa in metri».
La scelta, spesso drammatica, nasce proprio dalla natura delle nostre città che prima di essere romane sono state greche, sabine, picene, celtiche. E poi sono state comunali e papali e principesche. Uno strato sopra l’altro. E scavando non si scende di metro in metro ma di millennio in millennio.

giovedì 30 luglio 2009

Taranto ritrova le tracce del legame con Sparta

Taranto ritrova le tracce del legame con Sparta
MARIO DILIBERTO
MERCOLEDÌ, 29 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA - Bari


Rinvenuto un vaso votivo con un´iscrizione dedicata alla divinità greca Artemide Orthia
L´ammiraglio Ricci segue i lavori dal 2003: scoperti frammenti del IV e V secolo a.C.
Viaggio alla scoperta dei nuovi scavi realizzati nei sotterranei tra i bastioni della fortezza aragonese resi possibili e visitabili nell´ambito del progetto Città Aperte

Tremila anni di storia rivivono tra le mura del castello Sant´Angelo di Taranto. Dal 1492 la fortezza aragonese troneggia sul borgo antico della città. Quei bastioni imponenti hanno assistito a invasioni e battaglie. A saccheggi e distruzioni. Ed ogni epoca ha lasciato traccia nel fortilizio i cui sotterranei giorno dopo giorno regalano un pezzo di storia, raccontando le vicende di una città che nel suo passato scava affannosamente per trovare la forza di rialzarsi. E nel cuore del castello Aragonese da sei anni quotidianamente lavora alacremente una task force voluta dalla Marina Militare. A guidarla è l´ammiraglio Francesco Ricci, sino al 2007 comandante in capo del dipartimento dello Ionio e del Canale d´Otranto. Da due anni è in pensione e su mandato della Marina ha adottato quella fortezza costruita su un banco di roccia dal quale sembra scrutare con sguardo austero il ponte girevole e il canale navigabile che separa la zona nuova da quella vecchia. L´ammiraglio sin dal 2003 ha avviato un lavoro di recupero del castello che ancora oggi ha funzioni di presidio militare. Ha ordinato scavi e restauri, spianando la strada all´apertura al pubblico. Picconata dopo picconata sono cadute tonnellate di cemento e intonaco che nei secoli hanno invaso corridoi e segrete, nascondendo i tesori del castello. Così l´antica configurazione aragonese ha ripreso vita. Sono tornate alla luce gallerie e camminamenti, in passato riempite di terra per stabilizzare la fortezza. Sono state scoperte feritoie, caditoie, camminamenti e casematte dove sono stati riposizionati i grossi pezzi di artiglieria. Il terreno ha regalato le maggiori sorprese. Da anni gli uomini dell´ammiraglio Ricci sono affiancati dagli archeologi dell´Università di Bari e della Soprintendenza. Quel plotone di esperti ha affondato le mani nelle stratificazioni plurisecolari riportando alla luce frammenti e reperti che raccontato Taranto sin dalle sue origini.
"Il castello - spiega l´ammiraglio Ricci - è un monumento di straordinario interesse. Gli scavi hanno evidenziato i resti della fortezza svevo angioina sulla quale venne edificato l´attuale struttura. Ma abbiamo trovato tracce anche del castrum bizantino e frammenti risalenti al IV e V secolo A. C. ".
Nell´area del castello delimitata da quattro dei cinque torrioni originari, sono state scovate testimonianze di vita quotidiana di ogni epoca. Nel cuore della fortezza, proprio sotto la cappella di San Leonardo è stato rinvenuto il frammento di un vaso votivo. Una iscrizione ha rivelato che era un oggetto dedicato alla dea Artemide Orthia, divinità venerata a Sparta. Il reperto conferma da un lato l´origine spartana di Taranto, ma anche che la chiesetta venne realizzata in epoca cristiana in una zona già destinata al culto in epoca greca. Nelle stanze segrete svelate dagli scavi sono state rinvenute 90 monete, in larga parte spagnole, ma anche di epoca romana e bizantina. Tra queste anche tre piccole monete di rame coniate nel 1500 dalla repubblica di Venezia. Quelle monetine sono ciò che resta del passaggio delle galere veneziane prima della battaglia di Lepanto. Tutti i reperti oggi sono esposti nel castello. "Riportare alla luce questi tesori per noi della Marina significa continuare a servire il nostro paese" - confessa con un pizzico di emozione l´ammiraglio Ricci che in sei anni ha portato a termine il restauro del 50% del castello. Da quando il monumento è stato aperto al pubblico già 83.000 persone hanno visitato la fortezza.
Il programma allestito dalla Marina prevede visite guidate di un´ora e mezza. I turisti fruiscono gratuitamente delle guide e per 90 minuti possono tuffarsi nei tremila anni di storia che grondano dalle spesse mura del castello Aragonese di Taranto.

lunedì 27 luglio 2009

tornano i tesori della Villa dei Papiri.Riallestita, all´Archeologico di Napoli, la sezione dei preziosi reperti

tornano i tesori della Villa dei Papiri.Riallestita, all´Archeologico di Napoli, la sezione dei preziosi reperti
LUNEDÌ, 27 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA - Cultura

In autunno riaperta al pubblico parte degli scavi


Napoli Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è al centro di una trasformazione profonda: nei mesi scorsi è stato presentato il riordinamento delle sale dedicate alle pitture pompeiane, ora è stata appena riallestita la sezione dedicata ai materiali provenienti dalla Villa dei Papiri, nel prossimo autunno verrà riordinata l´intera collezione Farnese.
L´intervento di queste settimane non è di poco conto: la Villa dei Papiri a Ercolano costituisce infatti una delle testimonianze più rilevanti giunte sino a noi dal mondo romano. La sua scoperta si deve agli scavi voluti dai Borbone e che iniziarono proprio alla metà del Settecento: i primi interventi si ebbero infatti a partire dall´aprile del 1750 e proseguirono sino al febbraio del 1761. Indagini di minore impegno vennero svolte nel 1763 e nel 1764, quando si decise d´interrompere le ricerche. Non dobbiamo immaginare di trovarci di fronte a un cantiere di scavo a cielo aperto e dove si procedeva togliendo il terreno per strati sino ad arrivare al piano di calpestio antico, ma a tutt´altro. Gli scavatori del tempo realizzarono pozzi di discesa e una fitta rete di cunicoli sotterranei: uno scavo archeologico dove si lavorava di fatto come all´interno di una miniera. E la Villa si rivelò in effetti una miniera, ma di opere d´arte e di testimonianze preziose come gli oltre mille rotoli di papiro in grado di suggerire la cultura filosofica e letteraria, intrisa di ellenismo, del proprietario della raffinata residenza.
Quei reperti preziosi non indicarono comunque il suo nome che possiamo solo provare ad intuire. I più - sulla scia di Domenico Comparetti - lo hanno identificato con Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console nel 58 a. C. e suocero di Giulio Cesare; altri hanno pensato al figlio di Cesonino, o a Marco Ottavio, o a Appio Claudio Pulcro. La lettura dei papiri ha consentito anche d´ipotizzare il soggiorno del filosofo Filodemo di Gadara, un epigono della scuola epicurea protetto proprio da Cesonino secondo la testimonianza di Cicerone.
Le sculture ricuperate durante gli scavi settecenteschi sono confluite - con qualche dispersione - nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: si tratta di 82 opere in bronzo e in marmo. Esse rinviano, nella maggior parte dei casi, agli anni tra il 50 e il 25 a. C..
I curatori del rinnovato allestimento - coordinati dal soprintendente Pietro Giovanni Guzzo - hanno tentato, sulla scorta della rilettura della documentazione d´archivio settecentesca, di offrire una ricostruzione dell´apparato scultoreo di alcuni ambienti della villa come, ad esempio, il peristilio rettangolare e l´atrio. Nel nuovo percorso espositivo sono illustrate anche le affascinanti vicende della riscoperta del monumento e gli accorgimenti avuti per conservare e soprattutto studiare i papiri già nel Settecento.
In una sala è riproposta la macchina ideata da Antonio Piaggio per stenderli: l´apparecchio attirò l´attenzione di J. J. Winckelmann che ebbe modo di vederlo in azione e incuriosito di descriverlo: «assomiglia al banco di un legatore di libri».
Il prossimo autunno - grazie ai lavori portati avanti da Maria Paola Guidobaldi - i settori scavati della Villa dei Papiri saranno aperti al pubblico: sarà un´occasione unica per avvicinarsi a Ercolano dove lavora con successo da alcuni anni il Packard Humanities Institute.

domenica 26 luglio 2009

Tombe fenicie, giallo alla Certosa Ghedini: solo ossa e cocci. L´Espresso: lui partecipò al sopralluogo

Tombe fenicie, giallo alla Certosa Ghedini: solo ossa e cocci. L´Espresso: lui partecipò al sopralluogo
MAURO FAVALE - GIUSEPPE PORCU
DOMENICA, 26 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA - Interni

ROMA - Al massimo un mucchio d´ossa antiche: «Una mandibola, alcune vertebre, un frammento d´osso». Nessuna tomba fenicia, insomma.
E male hanno fatto Repubblica e L´Espresso a sollevare il caso: «Un tentativo di diffamazione del presidente del Consiglio che continua miseramente a fallire». Niccolò Ghedini difende Silvio Berlusconi. L´avvocato del premier è intervenuto anche ieri per mettere l´ennesima toppa sul caso delle «30 tombe fenicie del 300 a. C. « a Villa Certosa, della cui esistenza Berlusconi si vantava con la escort Patrizia D´Addario.

La exit strategy prende la forma di un lungo comunicato. Il legale risponde all´Espresso che ieri ha raccontato (attraverso un articolo pubblicato nel marzo 2005 dall´Unione Sarda) di un sopralluogo a Villa Certosa durante il quale, l´avvocato Ghedini «ha accompagnato alcuni funzionari della Soprintendenza archeologica e una pattuglia di carabinieri, in un punto del parco dove sarebbero stati ritrovati importanti reperti archeologici». Secondo il quotidiano sardo, si tratterebbe «di un sito di notevole importanza, risalente al terzo secolo a. C., con alcuni resti di vasellame e tracce di una piccola necropoli».

«Esattamente quello che dice Berlusconi a Patrizia», ribadisce l´Espresso. Ghedini, stavolta, non smentisce: «Notizia assolutamente vera - dice - ma niente ha a che vedere con le tombe fenicie». Il sopralluogo ci fu (richiesto dall´avvocato) e portò al ritrovamento «di ossa antiche frammiste a pezzi di ceramica pertinenti ad un´anfora». Il tutto risalente «all´età romana medio-imperiale».

Alla procura di Tempio Pausania ricordano la vicenda e il fatto che - dice il procuratore Valerio Cicalò - «non furono riscontrate violazioni penali». A Olbia, dalla Soprintendenza per i beni archeologici, si tende ad escludere la presenza, a Villa Certosa, di resti di una necropoli fenicia. Sarebbe un «vero scoop», dicono gli esperti dell´Università di Sassari.

Un giallo archeologico, fonte di polemica politica. Per Fabrizio Cicchitto, Pdl, le inchieste dell´Espresso e della Repubblica sono «eversive». L´Udc sceglie di ironizzare con i deputati Bruno Tabacci e Roberto Rao sulla possibilità di un «condono tombale, in tutti i sensi, perché qualcuno l´ha detta o l´ha fatta grossa». Il Partito Democratico, invece, chiede al ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi «urgenti chiarimenti». Prima di parlare, il diretto interessato - dicono dal suo staff - attende di acquisire tutti gli elementi necessari.

venerdì 24 luglio 2009

Rinvenuti blocchi lapidei nel mare di Squillace. Forse citta sepolta

Rinvenuti blocchi lapidei nel mare di Squillace. Forse citta sepolta
IL QUOTIDIANO DI CALABRIA, 24/07/2009

Sensazionale scoperta archeologica nel Catanzarese. A pochi metri dalla battigia un sub occasionale ha individuato i blocchi che fanno pensare all'antichissima Skylletion
Rinvenuti blocchi lapidei nel mare di Squillace. Forse citta sepolta

Sensazionale scoperta archeologica nel mare di Squillace. Un sub occasionale, l’architetto Alessandro Ciliberto, ha rinvenuto e individuato, la presenza di un gruppo di blocchi lapidei in mare che fanno pensare a una antichissima città sepolta al di sotto dei fondali marini. Secondo l’occasionale archeologo subacqueo - che ha comunicati il rinvenimento con una lettera ufficiale alla Soprintendenza per i beni archeologici di Reggio Calabria e ad altre autorità – «la scoperta è avvenuta a una distanza di circa 15 metri dalla battigia e a una profondità di circa 3-4 metri». Lo stesso architetto Ciliberto precisa che «a spiccare dal fondale sabbioso in posizione distesa, è una forma di circa 2 metri di lunghezza e 0,50 do larghezza di colore scuro, che dall’apparenza sembrerebbe un manufatto con superficie non ben definita. Continuando a perlustrare la zona, a pochi metri di distanza dal primo rinvenimento, emerge un basamento di colore bianco, alto circa 0,50 metri poggiato su 4 tori. Ancora più in là, un paio di blocchi, l’uno rettangolare di modeste dimensioni, 0,20 x 0,40 metri circa, l’altro di forma indefinita». Appena avuta conoscenza dell’importante avvenimento archeologico, il sindaco di Squillace, Guido Rhodio, si è messo immediatamente in contatto con i responsabili delle Soprintendenze archeologiche e monumentali della Calabria e con le altre autorità interessate, ai quali ha anche indirizzato una lettera per apprezzare e sostenere la richiesta dell’architetto Ciliberto, volta a preordinare un urgente un sopralluogo da parte delle stesse Soprintendenze e di esperti del settore, che possano decifrare la struttura dei blocchi lapidei e il collegamento eventuale con un’area urbana più vasta, interamente sommersa, di cui i reperti rinvenuti potrebbero costituire i vertici attualmente in emersione. Fa molto pensare, favorevolmente però, la presenza di una manufatto «poggiato su quattro tori», come fa pensare favorevolmente – ha sottolineato il Sindaco Rhodio– l'affannosa e controversa ricerca, finora, da parte di studiosi ed archeologi, del reale sito dell’antica e importante città di Skylletion, situata fin dai tempi di Aristotele al centro del leggendario Golfo di Squillace, dove, a pochi passi del rinvenimento dei blocchi lapidei, sfocia il fiume Pellene-Alessi, fascinosamente evocante antichissime città e divinità della Grecia antica.

Alla scoperta della città perduta: la missione archeologica

Alla scoperta della città perduta: la missione archeologica
Edoardo Meoli
24/07/2009 il secolo xix


Un genovese racconta la spedizione nelle delle Ande: trovati i resti di un villaggio Incas
UN LAGO SACRO a 3.500 metri di altitudine nel cuore delle Ande peruviane, a mille chilometri da Lima. È qui che una spedizione di genovesi ha scoperto i resti di un villaggio precolombiano. Si tratta, probabilmente, della mitica "città perduta" di Ciquate, che, secondo la leggenda, fu un fiorente centro Incas, fino a quando gli abitanti, per difendere i propri tesori dai conquistadores spagnoli, non la fecero inabissare nel lago sacro: «Così, secondo quanto è stato tramandato, la città ha potuto continuare a vivere protetta da ogni male e da ogni contaminazione» - racconta Ottorino Tosti, archeo-speleologo genovese, che naturalmente non crede alla leggenda, ma si basa sulla ricerca scientifica.
«In questo senso si può davvero parlare di scoperta. Con la missione del progetto "Ande del Nord" abbiamo trovato i resti di una strada di 200 metri, coperta da rovi e arbusti, muretti di epoca precolombiana e segni inequivocabili che lì, tra il lago e le sue sponde, c'è stata una città».
Alla spedizione dell'associazione Perigeo, hanno partecipato anche Mario Polia, antropologo e archeologo, Gianluca Frinchillucci direttore tecnico del progetto, Laura Bacalini, Valentina Francia, Chiara Maracci, Giorgio Marinelli per la logistica; con loro Pierfrancesco Intini per le ricerche subacquee. In Perù i ricercatori italiani hanno potuto contare su Paolo Pastori, storico peruviano (di origini italiane), Paolo Lopez, fotografo, Lorena Zúñiga, archeologa e Dionisio Guerrero, guida andina.
«Le scoperte archeologici effettuati sono di grande importanza non solo dal punto di vista archeologico, ma anche ambientale. Nella provincia di Huancabamba, dove si trovano il lago e i resti di Ciquate, si sta effettuando una dura opposizione all'apertura di una miniera, che provocherebbe forti danni all'ambiente e alla falda acquifera, unica risorsa idrica per una enorme parte del territorio».
La prova dell'esistenza d'importanti resti archeologici e l'evidente importanza turistica e culturale della regione attiverebbe l'articolo della costituzione peruviana che impedisce l'apertura di miniere e di centri industriali in siti d'interesse archeologico e turistico.
La spedizione, che ha lavorato dal 10 giugno al 16 luglio, si è svolta nelle Ande del Nord, nelle province di Ayabaca e Huancabamba, a oriente della città di Piura. Questa regione, una delle più isolate dell'intero territorio peruviano, complice il suo territorio impervio che assieme all'attaccamento alle tradizioni ha permesso di preservare il bagaglio storico del suo popolo, è riuscita a mantenere la cultura degli antenati, difendendola e facendola sopravvivere prima alla violenza dei conquistadores spagnoli, e poi all'occidentalizzazione. «A circa 3.500 metri di quota si trovano una serie di laghi, chiamati Huaringas, cuore dello Sciamanesimo andino, che nelle tradizioni locali vengono indicati come il luogo mitico dove ebbe origine il mondo . In questo comprensorio sono state compiute prospezioni speleologiche ed è stata esplorata una grotta, la Cueva del Cerro Blanco, abitata da una folta colonia di pipistrelli».
Tutta la zona era completamente sconosciuta dal punto di vista speleologico, e in questo settore di ricerca si potrebbero verificare altre importanti scoperte, anche in relazione alla frequentazione da parte di popolazioni precolombiane. Oltre alla città Inca della leggenda, sono state riportate alla luce alcune incisioni proprio da parte dello speleologo genovese, che hanno inequivocabilmente dimostrato la funzione sacra ricoperta nelle epoche passate, forse in epoca Inca, del lago. Gianluca Frinchillucci e Pierluigi Intini hanno effettuato un'immersione nelle sue acque effettuando prelievi di limo dal fondale. Si tratta di un primato mondiale, essendo la prima immersione subacquea al mondo realizzata in una delle Huaringas, ed una delle poche effettuate ad una quota così elevata.
È questa l'unica zona del Perú dove esiste l'ecosistema altoandino del "páramo", esteso dalla latitudine di Piura fino al Venezuela, che differisce dagli altri sistemi per la maggiore umidità ambientale e le intense precipitazioni.
Questo ecosistema possiede una vegetazione ricca e una fauna peculiari, che comprendono piante medicinali, grande varietà di uccelli, e specie in pericolo di estinzione come l'orso dagli occhiali ed il tapiro di montagna. I "páramos", con le residue foreste pluviali di alta montagna, rappresentano una fonte permanente d'acqua dolce che alimenta la falda acquifera, che rendono possibile la vita.

giovedì 23 luglio 2009

Antica stele gettata tra i rifiuti

Antica stele gettata tra i rifiuti
Mercoledì 22 Luglio 2009 PROVINCIA Pagina 25 l'arena

Stava per finire triturato un cippo di epoca romana con incisioni. L’ha salvato Giorgio Vandelli che l’ha visto in un’abitazione

Trovata in una discarica da un cittadino che l’ha portata a casa. Poi è stato convinto a consegnarla

Prima era finita in una discarica e stava per essere triturata. Poi un cittadino l’ha presa e l’ha portata a casa. E infine Giorgio Vandelli, ex presidente dell’Archeoclub di Verona, è riuscito a farla consegnare al Comune. È stata recuperata così un’antica stele funeraria romana. Ha raccontato la vicenda lo stesso Vandelli, in occasione della rievocazione storica sull’incontro tra papa Leone Magno ed Attila a Salionze. La stele era stata provvisoriamente trasportata ai campi sportivi della frazione e ieri pomeriggio è stato necessario usare una gru munita di verricello per prelevare il cippo dalla zona dei campi sportivi e trasportarla alle ex scuole elementari. Così, dopo aver interdetto il passaggio (eccettuati i residenti) nella zona interessata, sia per le macchine provenienti da Peschiera che per quelle provenienti da Valeggio, la stele è stata stesa sul prato antistante intorno alle tre del pomeriggio. «Hanno preferito», dice Vandelli, «metterla in orizzontale perché il basamento è rovinato, l’equilibrio precario e non si voleva correre il rischio che qualcuno si facesse male. Ora s’attenderà la Sovrintendenza e poi si potrà pensare ad un basamento che la metta in sicurezza e la renda visibile dall’esterno».
Vandelli sottolinea come sia importante il ritrovamento di reperti che devono assolutamente essere sottratti all’oblio, quando non alla distruzione, cosa che stava accadendo anche in questo caso: «La stele era finita in un punto di raccolta di materiali lapidei ed era pronta per essere macinata. L’aveva vista una persona cui è piaciuta la sua lavorazione e che l’aveva prelevata, salvandola.
Quando poi l’avevo notata a casa sua, gli avevo detto che era una stele romana e che bisognava segnalarla alle autorità competenti (entro 24 ore) ed in cambio gli avevo promesso una copia». Avuto il via libera dal momentaneo custode, Vandelli aveva segnalato all’allora sindaco, Albino Pezzini, la presenza di questo cippo funerario ed ora lancia un appello: «Questo è un territorio (Salionze, Valeggio e dintorni) dove, quando si scava, si possono ancora trovare cose interessanti. Chiederei a chi inizia una lottizzazione o fa una miglioria fondiaria di prestare attenzione, perché reperti come questo ci permettono di riappropriarci di brandelli della nostra storia che altrimenti andrebbero perduti. C'è anche la possibilità di avere un premio per i rinvenimenti. Spero anche che una volta diffusa la notizia, si faccia vivo chi sa da dove arriva la stele, in modo da permettere di inserirla in un contesto. Toccherà alla Sovrintendenza di studiarla e rivelarci con più precisione datazione, provenienza e contenuto». Il cippo, alto più di un metro e pesante almeno 2-3 quintali riporta una scritta ancora in parte intellegibile. Oltre all’intitolazione (D,M, abbreviazione di Dis Manibus) agli dei Mani, le divinità funerarie romane, si può pensare che sia dedicata ad Atilia Apra, cui probabilmente s’assegna l’appellativo di dolcissima. È in gran parte rovinato, invece, il pezzo che solitamente era dedicato al committente.
La collocazione provvisoria vicino agli impianti sportivi non è risultata la più idonea. «Sarebbe stato grave», commenta Vandelli, «che questo reperto fosse sparito nuovamente. Se poi la Sovrintendenza lo prelevasse definitivamente, si potrebbe pensare di realizzarne una copia».

Maxi-recupero di reperti preistorici

Maxi-recupero di reperti preistorici
Giovedì 23 Luglio 2009 CRONACA Pagina 13 L'ARENA

I Carabinieri riportano a Verona un patrimonio di 6.231 pezzi esportato illecitamente in Germania. Gli oggetti saranno mostrati oggi a Palazzo Forti

La collezione vale 100 milioni. Prima della vendita era tenuta illegalmente da un privato veronese

Un ritrovamento importantissimo. I reperti tornati a casa dopo il rinvenimento del Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale di Venezia che oggi verranno mostrati in conferenza stampa a palazzo Forti faranno luccicare gli occhi agli esperti e solleticheranno la curiosità dei venali considerato che uno soltanto di questi frammenti di freccia è stato stimato avere un valore variabile tra i 4 e i 500 mila euro.
Il Nucleo carabinieri tutela patrimonio culturale di Venezia ha sequestrato una collezione di 6.231 reperti paletnologici, del valore di oltre cento milioni di euro, di eccezionale interesse scientifico e archeologico, esportati illecitamente dall’Italia e recentemente recuperati in Germania, a Monaco di Baviera.
Da giorni i reperti erano conservati a Verona, in attesa che la magistratura desse il placet per rendere pubblica la notizia. Stamattina il comandante del Nucleo, Salvatore Distefano, terrà una conferenza stampa per illustrare alcuni particolari dell’attività. I reperti tornano a casa poichè fanno parte di una collezione illegale che deteneva un nostro concittadino deceduto. Gli eredi avevano venduto questa raccolta di cui per un po’ di tempo s’erano perdute le tracce. Altri reperti trovati «appartengono» ai nostri monti. Per questo la conferenza stampa si tiene nella nostra città, e anche perchè serviva una sede, sufficientemente protetta, dove custodire questo patrimonio culturale, ma anche economico.
La paletnologia o archeologia preistorica è la scienza che studia la cultura delle civiltà umane preistoriche e protostoriche attraverso l’analisi dei reperti materiali. Oggetto della disciplina sono pertanto solo le specie appartenenti al genere Homo che abbiano prodotto manufatti (ovvero a partire dall’Homo habilis).
«Abbiamo recuperato reperti molto importanti, basti considerare che generalmente in un museo si possono trovare alcuni di questi reperti e noi ne abbiamo recuperato decine», dice il capitano Distefano. Si tratta di pezzi di lancia, di frecce tutte realizzate in pietra. Oggetti che hanno permesso all’uomo di cacciare, di uccidere, quindi di cominciare a nutrirsi di carne. Gli strumenti più antichi, a partire da 2 milioni e mezzo di anni fa, sono piccoli ciottoli di quarzite rozzamente scheggiati. Ma già 1,8 milioni di anni fa gli ominidi erano in grado di produrre strumenti ben più raffinati: i bifacciali, pietre appuntite in grado di agire come percussori e come strumenti da taglio.
Il bifacciale più diffuso del Paleolitico era una pietra lavorata a forma di mandorla, l’amigdala, la cui produzione richiedeva notevoli capacità mentali ed esecutive. E anche esempi di questi reperti oggi verranno mostrati.

Associazione archeologi: tombe fenicie a Villa Certosa nuovo fronte di ricerca

Associazione archeologi: tombe fenicie a Villa Certosa nuovo fronte di ricerca
Libero.news.it 23/7/2009

Roma, 23 lug. - (Adnkronos) - "Se confermato, il ritrovamento di 30 tombe fenicie nella proprieta' sarda del Presidente Berlusconi, finora ignoto alla comunita' scientifica, rappresenta un dato importantissimo per lo studio dell'espansione fenicia nell'isola, ed in particolare per la ricostruzione delle antiche dinamiche insediative nel territorio di Olbia". Lo afferma, in una nolta, L'Associazione Nazionale Archeologi, auspicando che "quanto prima vengano resi noti i risultati delle indagini e l'entita' dei ritrovamenti effettuati, nella certezza che siano state rispettate tutte le procedure previste dal capo VI del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio".

"Da anni -dichiara il Presidente dell'Associazione Nazionale Archeologi-Sardegna, Giuseppina Manca di Mores- gli studiosi dibattono se la fondazione dell'antica citta' di Olbia debba attribuirsi a gruppi di provenienza greca o fenicia. L'ipotesi di una fondazione greco-orientale per Olbia e di una identificazione con il toponimo Olbi'os sembrava ormai supportata dai materiali di provenienza greco-orientale scoperti qualche anno fa all'interno della citta'. Se confermato, il ritrovamento di nuovi materiali fenici all'interno di Villa Certosa rappresenterebbe un nuovo tassello per la storia fenicio-punica dell'isola e aprirebbe nuovi scenari sul fronte della ricerca".
http://www.libero-news.it/adnkronos/view/159451

lunedì 20 luglio 2009

Eccezionale scoperta nei mari siciliani Archeologi ritrovano veliero del 1400

Eccezionale scoperta nei mari siciliani Archeologi ritrovano veliero del 1400
Giornale di Sicilia 09/07/2009

CASTELLAMMARE DEL GOLFO. Un veliero del XV secolo, naufragato per il mare in tempesta, è stato scoperto a un centinaio di metri dalla spiaggia di Castellammare del Golfo, nel Trapanese, al confine con la provincia di Palermo. Il relitto, che giaceva su un fondale non molto profondo, è stato individuato dal gruppo di archeologi della Sovrintendenza del mare guidata da Sebastiano Tusa. Punto di partenza della ricerca è stato un documento del 1481 che parla di una nave «perduta» mentre trasportava un carico di grano. L'indicazione era generica: tracciava la rotta e riferiva che il veliero, di circa 25 metri, aveva caricato il grano a Balestrate, ultimo Comune in provincia di Palermo, prima di prendere il largo aveva fatto sosta nel porto di Castellammare. Subito dopo la ripartenza avrebbe per fatto naufragio. Il documento dell'epoca non riferisce nulla sulla sor te dell'equipaggio: data la breve distanza dalla riva, è probabile che qualcuno si sia salvato. Per individuare il relitto, rimasto per cinque secoli coperto sotto uno strato di sabbia, il gruppo di Sebastiano Tusa ha chiesto la collaborazione dei marinai del posto. Ma ha avuto la certezza della presenza del veliero solo quando una mareggiata ha fatto riemergere una parte del fasciame. Era da tempo che la Soprintendenza del Mare era sulle tracce di questa imbarcazione. C'era anche un documento datato alla fine del 1400 che concorreva ad animare la ricerca tra Castellammare del Golfo e la foce del San Bartolomeo, di fronte alla località oggi definita Plaja . Del carico non si intravede alcunché. Del resto, se era effettivamente grano, esso and completamente perso, mentre una gran massa di materiale ferroso non identificabile è sparso nell'area del relitto enel- le sue immediate vicinanze. Al momento, sono stati attivati i dispositivi di tutela affinché non venga sottoposto a danneggiamenti o razzie. Ci che emerge oggi è una sequenza di quattro spezzoni di imbarcazione per un totale di 22 metri, Per l'assessore regionale ai Beni culturali, Gaetano Armao «questa ulteriore pagina di storia marinara siciliana contribuisce a connotare ancora di pi il comprensorio castellammare- se come luogo fortemente legato ai momenti della storia dell' isola». E il soprintendente del Mare, Sebastiano Tusa, sostiene che «i ritrovamenti effettuati in questa feconda stagione non sono frutto di casualità bensì di una presenza della struttura nel tessuto marinaro isolano, e di un' attività sistematica di ricerca».

Scoperto a S. Concordio il Porto della Formica

Scoperto a S. Concordio il Porto della Formica
il Tirreno, 15 luglio 2009

Il Laboratorio chiede lo stop allo steccone

C’è davvero è stato scoperto l’antico porto fluviale della Formica, nell’area del cantiere per lo steccone Gesam a S. Concordio. Ne dà notizia il Laboratorio di urbanistica partecipata che cita i risultati delle verifiche della Soprintendenza archeologica guidata dal prof. Giulio Ciampoltrini.
«Un anno fa, a fronte del rilascio da parte del Comune del permesso di costruire il cosiddetto “Steccone”, fummo noi cittadini a chiedere alla Soprintendenza che venisse a controllare gli scavi del nuovo insediamento edilizio - dice il Laboratorio -. Erano 10 anni che chiedevamo al Comune di valorizzare il sito del Porto e di non considerare l’area Gesam una banale area edificabile.
«Ma il Comune ha respinto tutte le osservazioni sia al piano strutturale che al regolamento urbanistico, ha ignorato la nostra proposta di parco, elaborata con l’università di Firenze, e ci ha costretto a presentare un ricorso al Tar per ottenere che fosse reintrodotto il piano attuativo per l’area Gesam, tolto dalla precedente amministrazione.
«La determinazione del Comune e della Polis a realizzare “lo Steccone” è stata feroce, basti ricordare che il progetto è stato licenziato due giorni prima che venisse approvata una variante che avrebbe reso obbligatorio il piano attuativo, e che il sindaco si è perfino rifiutato di prendere in considerazione la nostra petizione sottoscritta da oltre 1000 cittadini perché “il rilascio del permesso a costruire era un atto perfetto”. «L’unica destinazione possibile dell’area è quella di un parco archeologico e archeoindustriale. Lo steccone va archiviato definitivamente, e con esso quella insulsa proposta di una vasca d’acqua artificiale a memoria del porto. Ancora una volta, di fronte alla insipienza urbanistica dell’amministrazione, a salvare in extremis il territorio, è la Soprintendenza».

Restaurato lo scafo su cui gli abitanti tentarono la fuga dalla furia del Vesuvio

Restaurato lo scafo su cui gli abitanti tentarono la fuga dalla furia del Vesuvio
STELLA CERVASIO
GIOVEDÌ, 16 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA - Napoli

L´imbarcazione è esposta da oggi ai visitatori, fu rinvenuta coperta di sabbia nel 1982

È uno dei reperti più importanti mai trovati al mondo. Torna dopo una prima fase di restauro. Non era più grande di un gozzo, ma quella barca doveva portare in salvo gli ercolanesi dalla furia del vulcano. Non riuscirono ad arrivare all´altra sponda. Il "surge", la folata di gas soffiata su Pompei ed Ercolano, colpì prima che quel guscio lungo nove metri, largo due metri e venti e alto neanche un metro, potesse salpare. Fu capovolto, investito in pieno dal vento bollente. E così la trovarono il 3 agosto 1982 nell´area davanti alle Terme Suburbane. Il direttore degli Scavi di Ercolano, Giuseppe Maggi, aveva intuito dalla sabbia che quella doveva essere l´antica spiaggia dove gli ercolanesi, come anime dannate in attesa di essere traghettate, si erano affollati. E così sono riapparsi i loro corpi, un ammasso di ossa senza un inizio e una fine, i trecento uomini, donne, bambini, vecchi senza più identità ma sigillati insieme da una tragedia comune. Mai partiti e mai più ritornati. Come per i terremoti, il miglior riparo gli era parso sotto gli archi costruiti per reggere la sovrastante Area sacra. Aspettavano soccorsi che non sarebbero arrivati.
Sarà esposta da questa settimana ogni sabato e domenica nella Sala della Barca, all´ingresso della città antica, a testimonianza dei diversi effetti che l´eruzione ebbe su Ercolano, dove, a differenza di Pompei, non si conservarono legni.
La barca aveva sei scalmi, tre per lato, un timone esterno a remo che era ancorato alla barca da una cima, anche quello ritrovato durante lo scavo. Lo scafo è composto da tavole spesse tre centimetri collegate tra loro da incassi con il sistema di mortase e tenoni, denti di legno che alloggiano in apposite scanalature. L´allestimento prevede una protezione anche da eventuali scosse sismiche e permette di osservare la barca romana anche dentro lo scafo.
Il restauro che viene presentato oggi alle 15.30 nella sala didattica all´ingresso degli Scavi di Ercolano dal soprintendente Pietro Giovanni Guzzo, dall´assessore ai Beni culturali Oberdan Forlenza con il direttore degli Scavi Maria Paola Guidobaldi, il sindaco di Ercolano Nino Daniele e, per la Regione, Guglielmo Allodi, avrà una seconda fase. Per i pezzi carbonizzati della barca, attualmente tenuti insieme da un supporto in vetroresina, nel corso dello step successivo è prevista l´eliminazione del supporto e l´ambientazione della barca restituita alla sua forma nella stessa sala su una distesa di sabbia che simulerà la posizione originaria nella quale fu rinvenuta. L´esposizione prevede un percorso attraverso le vetrine che contengono gli altri reperti "imparentati" con la barca ercolanese, un argano, le cime e altri strumenti utili alla navigazione. «Il padiglione della Barca - dice il direttore Guidobaldi - preannuncia la musealizzazione degli scheletri dei fuggiaschi nei Fornici della spiaggia, monumento di un popolo anonimo catturato nel suo ultimo istante di vita». Oggi sarà presentata anche a Villa Maiuri in via IV Orologi la futura sede del Centro Internazionale per gli Studi di Herculaneum, che nasce dalla collaborazione tra Comune, Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei e della British School at Roma. Il restauro della barca romana è finanziato con Fondi Por 2000-2006, insieme agli interventi di valorizzazione dei dieci ettari di area archeologica compresa tra Nuovo Ingresso e Villa dei Papiri, dove sono stati realizzati un parco attrezzato, un nuovo ponte di accesso agli Scavi ed è stata messa in sicurezza la Scarpata Nord, che franava a causa dell´abusivismo edilizio della città nuova.

Ecco la prima libreria archeologica

Ecco la prima libreria archeologica
ILARIA URBANI
GIOVEDÌ, 16 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA - Napoli

"Archeologiattiva" è lo spazio, in via Duomo, dedicato ai cultori dell´antichità e alle scuole

Sarà possibile pubblicare testi a costo zero e organizzare viaggi

Definirla una libreria sull´antichità è davvero riduttivo. Apre oggi in via Duomo 228 "Archeologiattiva", uno spazio interamente dedicato al mondo dell´archeologia. L´idea è venuta ai tre giovani archeologi napoletani under 35, Francesco Panzetti, Alberto Giudice e Daniele Petrella, direttore nazionale dell´associazione nazionale archeologi e capo della prima missione archeologica italiana in Giappone per riportare alla luce le flotte del Kubilai Khan affondate nel 1281.
"Archeologiattiva" è la prima libreria archeologica del Sud. Nell´open space si possono trovare testi di archeologia, storia dell´arte e antropologia culturale, ma è possibile anche pubblicare libri che riguardano queste discipline a costo zero e organizzare viaggi con itinerari archeologici. La vendita dei libri sarà anche in e-commerce. La società cooperativa preparerà anche corsi di formazione e pacchetti didattici per le scuole. Ma non solo, si trasformerà in una sorta di agenzia lavorativa per giovani archeologi con la creazione di un database e la promozione di eventi di archeologia.
«In questi ultimi anni – spiegano i fondatori - stiamo assistendo ad un fenomeno preoccupante: da un lato l´aumento delle iscrizioni alle facoltà che si occupano, a vario titolo, di beni archeologici, dall´altro la chiusura del mercato del lavoro per chi vuole operare come professionista. La nostra sfida è quella di pensare di innovare il mercato non solo dell´archeologia, in favore della quale già si stanno battendo le principali associazioni di categoria del Paese, ma dei professionisti disoccupati e dei neolaureati che non riescono più ad entrare in un mercato del lavoro in forte contrazione».
Info www.archeologiattiva.wordpress.com

Un altro tesoro del Neolitico in cantina in attesa del nuovo museo

Un altro tesoro del Neolitico in cantina in attesa del nuovo museo
Luca Angelini
20 luglio 2009, Corriere della Sera

Mantova

Il cacciatore e il suo cane vennero sepolti insieme sei o settemila anni fa nella zona di Valdaro

Orione e Sirio ora cercano casa



Sono romantici, questi primitivi. Prima gli Amanti, gli scheletri abbracciati da seimila anni. Adesso Orione e Sirio, ma potremmo anche chiamarli Osso e Molosso: insomma, un cacciatore e il suo cane. Pure loro scheletrici, pure loro sepolti assieme, sei o settemila anni fa, e pure loro vicino a Valdaro, nella zona del porto fluviale di Mantova, a due chilometri scarsi in linea d’aria dagli Amanti.

Gli scavi della Sap, la società che esegue i rilievi per conto della Soprintendenza archeologica, mandano in onda uno dopo l’altro neolitici spot in omaggio ai buoni sentimenti. Oltretutto con un tempismo degno d’un esperto di marketing: i Romeo e Giulietta della preistoria vennero scoperti nel febbraio del 2007, pochi giorni prima di San Valentino. Qualcuno li utilizzò per promuovere la ricorrenza, un quotidiano addirittura per una prima pagina polemica su Pacs e Dico. Adesso, con Osso e Molosso, qualche creativo farà forse lo stesso, magari, chissà, per una campagna contro l’abbandono estivo degli animali, visto il periodo.

Anche se, a ben guardare, per il preistorico miglior amico dell’uomo l’essere sepolto ai piedi del suo padrone significò probabilmente un’interruzione forzata del proprio passaggio terreno (e non è escluso che lo stesso sia capitato a uno degli Amanti). Ma, insomma, non è il caso di sottilizzare.

Meglio gioire dell’ennesimo scheletro da giostra mediatica (per gli Amanti si scomodarono anche Cnn e Al Jazeera), come fa la responsabile in loco della Soprintendenza, toccando, alla lettera, il proverbiale cielo con un dito: «Abbiamo voluto chiamarli il cacciatore Orione con il suo cane Sirio perché in estate, in cielo, c’è la costellazione di Orione con il canis maior, la stella di Sirio».

Forse, però, converrebbe guardare anche a problemi più terra terra. Tipo quello del museo che non finisce mai. Era il 1989 quando il ministero dei Beni culturali decise che nell’ex teatro di corte dei Gonzaga, annesso a palazzo Ducale, poi mercato dei bozzoli di seta e infine ingrosso ortofrutticolo, sarebbe nato il museo archeologico di Mantova: tre piani, duemila metri quadrati, una sezione per le mostre temporanee, una per le collezioni permanenti e spazi per convegni, laboratori, apparati multimediali. L’ultima tranche di lavori, finanziata all’epoca con 9,3 miliardi di vecchie lire arrivate dai proventi del Lotto, partì nel settembre 2006. «Ancora 500 giorni e il museo sarà pronto» annunciò allora la responsabile del nucleo operativo della Soprintendenza archeologica. La data di fine lavori era sul cartello all’ingresso del cantiere, ormai un reperto pure quello: 1 febbraio 2008. Niente da fare. Il museo resta confinato a una sola sala.

Gli Amanti sono dietro una parete, confinati in uno stanzino, nella loro zolla di terra chiusa in un cassone di legno, visibili solo agli occhi elettronici del sistema dall’allarme. Osso e Mo-losso, pardon Orione e Sirio, già «prelevati» dal terreno di Valdaro, ora arrivano a far loro compagnia, insieme allo scheletro di un uomo sepolto a faccia in giù (suggeriamo di chiamarlo il Trapassato Prono) e a quello di una donna inumata con accanto un vasetto, trovati nello stesso punto di cane e cacciatore. Sperando che i quattro milioni e mezzo di euro che mancano per vederli esposti nel museo completato arrivino prima che tutti si siano dimenticati di loro. E prima che altri scheletri s’accumulino nel retrobottega.

domenica 5 luglio 2009

Paestum. Dall’archeologia dell’antica Poseidonia al centro storico di Agropoli.

Paestum. Dall’archeologia dell’antica Poseidonia al centro storico di Agropoli.
01/07/2009 IL MATTINO

Sarà un percorso nella storia e nella cultura quello che da oggi e fino al 31 agosto si effettuerà a bordo del City Sighteeing, il bus turistico scoperto a due piani che ormai da anni percorre le strade dei principali centri turistici italiani e stranieri. L’inaugurazione stamattina alle 11 presso Porta Aurea a Paestum, da dove partirà il primo bus diretto ad Agropoli che per l’occasione ospiterà l’assessore regionale al Turismo Riccardo Marone, il presidente del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano Amilcare Troiano, gli assessori provinciali Alberigo Gambino, Mario Miano ed Ernesto Sica, i sindaci di Capaccio e Agropoli Pasquale Marino e Franco Alfieri, la direttrice della società City Sightseeing di Napoli Antonietta Sannino, la soprintendente ai beni archeologici di Salerno Avellino e Benevento Marilena Nava, la direttrice del Museo di Paestum Marina Cipriani, il presidente di Paestum In Bartolo Scandizzo e il presidente della Bcc di Capaccio Enrico Di Lascio. Il bus, in via sperimentale, ha già viaggiato tra Agropoli e Capaccio per il ponte dell’1 maggio, riscuotendo notevole successo. I turisti che decideranno di utilizzarlo percorreranno i principali luoghi di interesse delle due cittadine. Grazie alla collaborazione della Regione Campania, del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, della Provincia di Salerno, del Consorzio Albergatori “Paestum In”, del Comune di Capaccio, del Comune di Agropoli e della Bcc Capaccio. pa.de.

Il sito di Villagrazia di Carini custodisce reperti del Paleolitico superiore

Il sito di Villagrazia di Carini custodisce reperti del Paleolitico superiore
CLAUDIO PATERNA
GIOVEDÌ, 02 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA Palermo

LA GROTTA DEI PUNTALI SCRIGNO DELLA MEMORIA

La mappa virtuale dei rinvenimenti rivela ossa di ippopotami e bisonti nell´area d´ingresso ed elefanti nani nella zona più profonda. I graffiti riportano figure di animali

Gli scrittori giapponesi di fumetti riscoprono i miti della Sicilia antica. È il caso della serie "I cavalieri dello Zodiaco" di Masami Kurumada e Shiori Teshirogi che reinterpretano le "Metamorfosi" di Ovidio in un grande racconto con al centro l´isola, i vulcani e gli dei pagani. In principio erano i giganti come Encelado a governare l´isola, e se il mito della "gigantomachia" non avesse previsto la loro sconfitta ad opera di Atena, probabilmente si sarebbe conservata una memoria "felice" di quell´Età dell´oro; ma prima i coloni greci col mito di Ulisse contro Polifemo, poi quei testardi naturalisti dell´ottocento che hanno dato un´altra spiegazione ai ritrovamenti di "teschi" giganti con un «un solo occhio», hanno demolito quella «grandiosa» e immaginaria discendenza ciclopica dei siciliani.
Messi da parte i Caruso, i Fazello, i Rezzonico e gli Arezzo, autori di una storia «erudita», è toccato agli Scinà, ai Bernardi-Bivona e ai Salinas, andare ad analizzare quelle gigantesche ossa ritrovate nelle cavità di San Ciro e dei Puntali a Carini, riscrivendo la storia dell´isola, mettendo in rilievo, a loro volta, un´Età dell´oro sconosciuta, in cui vivevano sull´isola migliaia di elefanti, ippopotami, bisonti, e iene, ma l´uomo ancora non esisteva.
Di quelle tracce paleontologiche eccezionali, che da metà Ottocento hanno attirato la visita in Sicilia di studiosi da ogni parte, rimangono i reperti conservati nei musei di mezzo mondo ma anche a Palermo (il Gemmellaro, il Salinas, il d´Aumale), e soprattutto nelle grotte del palermitano, dove furono trovate a tonnellate dai pastori, vendute talvolta come pietrame grezzo, prima che fossero oggetto di studio.
Oggi torna d´attualità l´impegno finanziario del bilancio regionale e dei Por per la salvaguardia di questi siti e il riaffidamento triennale delle riserve, tra cui numerose grotte d´intereresse paleontologico. Con il loro ambiente naturale il loro microclima, le grotte pleistoceniche della Conca D´Oro, sono state salvate solo in parte dall´aggressione edilizia e dal vandalismo. Si pensi allo scempio della Montagnola di Capaci, a quella di Billiemi, e alla cava di San Ciro-Maredolce. Per fortuna, quelle superstiti vengono affidate ad associazioni di volontariato che si occupano della loro tutela.
È il caso del "riparo" dei Puntali o di quello di Carburangeli a Carini, affidate ai Gruppi di ricerca ecologica e alla Lega per l´Ambiente, ma anche della grotta Molara a Cruillas, salvata dalle esplosioni di una vicina cava, per merito di un coraggioso archeologo-speleologo.
La riserva naturale integrale dei Puntali, raggiungibile da Villagrazia di Carini, si presenta facilmente visitabile per via di una pensilina in legno da poco allestita da Biosphera che porta, dopo un comodo sentiero, direttamente nell´interno della cavità naturale, nascosta dalla flora spontanea e dagli animali al pascolo. Si sviluppa in orizzontale per 110 metri, con una larghezza che raggiunge i 15 metri. Chi lo direbbe?
A prima vista appare come una semplice fessura piuttosto bassa all´entrata, poi quando cambia la temperatura interna appare nella sua grandezza misteriosa: insieme alle grandi concrezioni carbonatiche (tra cui stalattiti ancora in formazione), ospita una popolosa colonia di chirotteri (pipistrelli) suddivisi in sei specie, studiati da naturalisti di svariati paesi.
Proprio la parte d´immediato accesso è quella che ha spinto gli archeologi a studiare i resti fossili della grotta. Ma non solo: sotto uno strato di un metro di terriccio organico sono i resti documentati di incisioni sulle pareti della grotta, indizio di una antichissima frequentazione, fin dal paleolitico superiore.
I resti dei pasti consumati da questi nostri progenitori migliaia d´anni fa, quando il mare arrivava fin sotto la grotta, si trovano ancora là davanti, insieme alle selci scheggiate che servivano a produrre utensili. Ma il "riparo" è stato frequentato fino alla media età del bronzo (IV Millennio) e sono stati rinvenuti pure scheletri umani.
Quella dei grandi fossili dei vertebrati è una scoperta ottocentesca. Le guide esperte del Gre, dirette da Umberto Balistreri, mostrano una mappa virtuale dei rinvenimenti: gli ippopotami nell´area d´ingresso, gli elefanti nani nel solco profondo della grotta, i cervi, i bovidi, i cinghiali, i bisonti nel vano d´accesso, e così via per gli altri resti giganteschi che la pioggia e il fango lasciano affiorare ancor oggi.
«L´impresa di salvare queste grotte - ci spiega Balistreri, che col suo Gruppo gestisce anche l´abisso Molara - nasce fin da quando Giovanni Mannino, assistente dell´allora Soprintendente Vincenzo Tusa, nel 1970, iniziò a documentare tutti i ritrovamenti (di recente pubblicazione il volume "Guida alla preistoria del palermitano", ndr). Poi con la legge regionale sulle riserve, nel 1980, ci siamo fatti avanti con le altre associazioni di volontariato per tutelare il sito, già preso di mira dalle villette abusive. Ma solo nel 2002 abbiamo ottenuto la gestione didattica del sito, oggi meta di scolaresche e studiosi non solo italiani. Ogni anno distribuiamo alle scuole migliaia di depliant illustrativi e i risultati si vedono dal crescente numero di visite prenotate. Chi viene da piccolo in questi musei naturali li tutelerà anche da grande. È una scommessa sul futuro».
La grotta dei Puntali, come quella della Molara, è una piccola stazione di rilievo naturalistico poiché tenta di conservare l´ambiente così com´era prima del saccheggio edilizio. Quindici ettari di sviluppo la riserva dei Puntali (nome derivante dalle lunghe zanne ritrovate) e quaranta ettari la riserva della Molara, unica oasi naturale palermitana completa di oleastri, ginestre, euforbie, acetoselle, capperi spinosi e galactiti.
Un bel muretto in pietrame a secco ha ridato alla Molara l´accessibilità che meritava, così come gli speleologi da lungo tempo gli assegnavano. Oggi il Gre tenta di farne un laboratorio di progettualità ecologica, così come è già stato fatto nell´oasi di Santa Venerina (Acireale) e a Cava Porcaro (Comiso). Si attende da tempo un secondo scavo della Soprintendenza: c´è ancora molto da scoprire.

Villa dei Misteri, nuove scoperte

Villa dei Misteri, nuove scoperte
02 luglio 2009, corriere del Mezzogiorno

Gli scavi ostacolati dalla presenza di costruzioni abusive

L a Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei ha reso noti ieri una serie di risultati relativi alle ultime scoperte effettuate sul sito della famosa Villa dei Misteri. Proprio qui, infatti, a cento anni dall’inizio degli scavi, nuove e significative scoperte hanno coronato di recente il continuo lavoro degli archeologi. Nel monumento, celebre specialmente per la grande, ammiratissima pittura delle nozze di Bacco e Arianna, sono state messe recentemente in luce, tra l’altro, la cella vinaria con un primo filare di dolia (grandi contenitori sferici), gli ambienti rustici i cui manti di tegole sono ancora integri, ambienti di pertinenza del primo piano della Villa e coltivazioni sul fianco della via Superior che costeggiava il lato Est, nonché una porzione del grande portico meridionale che era ancora sepolta.

Queste novità restituiscono una più completa conoscenza della Villa, la cui prima costruzione risale al secondo secolo avanti Cristo, anche se rifacimenti e modificazioni si sono susseguiti sul sito fino al momento dell’eruzione del Vesuvio nell’anno 79 dell’era cristiana.

La Soprintendenza ha inoltre effettuato una serie di lavori allo scopo di garantire un più ampio spazio paesaggistico intorno alla Villa dei Misteri medesima, ricavando così un più agevole ingresso per i visitatori che vi provengono dalla città antica.

Questi lavori, come comunica la stessa Soprintendenza con una polemica nota conclusiva, «si sono svolti con notevoli difficoltà, a causa della presenza di costruzioni abusive, come un ristorante, e dell’opposizione dei proprietari circostanti. Gli ostacoli che si frappongono ad un più decoroso inquadramento paesaggistico della celebre Villa non sono stati superati neanche dall’impegno del Commissario delegato all’emergenza di Pompei».

R. C.

Antiquarium di Zanca, la storia è touchscreen

Antiquarium di Zanca, la storia è touchscreen
Nuccio Anselmo
Gazzetta del Sud 3/7/2009

Nei prossimi giorni verrà installato all’interno un supporto multimediale curato dalla Soprintendenza che arricchirà in modo significativo la struttura

Sarà possibile conoscere tutto quello che la ricerca archeologica ha rintracciato negli anni nella nostra città

L'Antiquarium di Palazzo Zanca è finalmente una bella realtà, grazie all'impegno del Servizio archeologico della Soprintendenza, che ha curato l'allestimento, e dell'amministrazione comunale, che ha finalmente trovato il personale per garantire l'apertura anche pomeridiana. Proprio in questi giorni l'area di scavo si è arricchita di una serie di pannelli didattici realizzati per rendere ancora pi leggibile quell'eccezionale palinsesto riportato alla luce nell'area del cortile. Si tratta degli ultimi interventi portati a compimento con i fondi Por di Agenda 2000, tra i quali rientra anche una grande novità: il supporto multimediale (sistema touch-screen) che nei prossimi giorni verrà montato all'interno dell'Antiquarium, arricchendo in modo significativo la struttura. Il touch screen, semplificando, è un monitor con il quale si può navigare nel programma toccandone la superficie, quindi l'utente può interagire per crearsi un proprio personale percorso di conoscenza, offrirà al visitatore la possibilità di conoscere tutto quello che la ricerca archeologica ha rintracciato negli anni nella nostra città. Sarà possibile infatti, ed è un vero e proprio evento culturale per questa città, vedere le scoperte archeologiche note e meno no- te o quasi del tutto dimenticate che sono state realizzate in città, a testimonianza della grande ricchezza del patrimonio conservato nel nostro sottosuolo. Il programma del sistema touch screen è stato strutturato per periodi cronologici (età preistorica, età greca, età romana, ed età medievale) e per argomenti (abitato, necropoli, aree sacre) con filmati recitati e schede di dettaglio (sintetiche o pi elaborate con immagini e testo) apribili dalla carta archeologica, ed è stato elaborato dall'equipe di lavoro del Servizio archeologico della Soprintendenza coordinato dal dirigente Gabriella Tigano e composto da Elvira D'Amico, Maria Clara Martinelli, Maria Ravesi, Maria Grazia Vanaria, Giusi Zavettieri, e dai tecnici informatici della casa editrice Gem . E’ un grande strumento di conoscenza che metterà per la prima volta a disposizione di tutti una gran mole di informazioni su Messina in modo facile e divertente. L'Antiquarium di Palazzo Zanca è la necessaria premessa conoscitiva per la visita dello scavo del cortile. Ci sono in sostanza una serie di splendide vetrine che raccolgono una serie studiata di manufatti che «... testimoniano la qualità della vita di un quartiere centrale della città medievale, porto privilegiato per i traffici commerciali tra l'Occidente (Toscana, Liguria) e il luoghi delle Crociate, nonché sede di arsenale militare... essi... costituiscono a tutt'oggi una delle rare testimonianze note della cultura materiale di uno dei centri della Sicilia Orientale». In questo percorso c'è in pratica una «densa introduzione sulla storia di Messina, a partire dalla fondazione della colonia greca (Zancle) all'età moderna, alla quale si affiancano importanti testimonianze che offrono una vivida immagine della città, per le epoche pi antiche, attraverso le parole di due viaggiatori arabi (Ibn Gubayr e Edrisi) e per la storia recente attraverso uno stralcio del rilievo dell'Istituto geografico militare (1909-1910) eseguito per conto del Comune di Messina dopo il tragico terremoto del 1908». Scriveva proprio Edrisi nel 1154: «... E’ da noverare Messina tra i più egregi paesi e più prosperi anche per la gran gente che va e viene. Qui l'arsenale; qui un continuo ancorare, scaricare e salpare di legni provenienti da tutti i paesi marittimi dei R m, qui raccolgonsi le grandi navi: i viaggiatori e i mercatanti sia delle terre sia delle terre dei Rom, o sia del Mussulmani, vi traggono d'ogni branda. E per splendidi mercati, numerosi i compratori, facilissima la vendita. I monti di Messina racchiudono miniere di ferro che si esporta nei paesi vicini. Il porto inoltre è una gran maraviglia, rinomato in tutto il mondo...». Dov'è finito tutto ciò? Non esiste più.

Scoperta necropoli ad Ischitella. Ci furono gli etruschi sul Gargano?

Scoperta necropoli ad Ischitella. Ci furono gli etruschi sul Gargano?
di FRANCESCO MASTROPAOLO

Finalmente anche Ischitella ha la consapevolezza del suo patrimonio culturale «immenso»

ISCHITELLA - Un unico filo culturale per risalire alle radici della popolazione garganica, partendo da quelle che sono le testimonianze dell'immenso patrimonio che, grazie alla Sovrintendenza regionale e alla Guardia di finanza, è possibile oggi "leggerne" tracce significative. Una vera e propria miniera di reperti che, periodicamente, vengono portati alla luce. L'ultimo, alcuni settimane fa, in località "Monte Civita", a pochi chilometri dal centro abitato di Ischitella, dove sono state recuperate cinque sepolture, di cui quattro integre e una parzialmente manomessa, all'interno delle quali insieme alle ossa c'era un ricco corredo, tra cui "testimonianze", che potrebbero essere accostate ad una eventuale presenza etrusca, ma su questo la responsabile della Sovrintendenza regionale ha chiesto di andarci molto cauti. Certamente, però, la quasi totalità de reperti è databile al IV secolo a.C.

L'area era da tempo sotto stretta vigilanza da parte degli uomini della brigata di Rodi Garganico, i quali non sono intervenuti prima semplicemente perchè - come ha spiegato il comandante provinciale, Riccardo Brandizzi - fino a quando «gli insediamenti restano contestualizzati è preferibile lasciare tutto intatto; interveniamo solo nel caso di manomissioni, come, purtroppo, è accaduto per il ritrovamento di Monte Civita». Una vigilanza costante, anche ricorrendo a mezzo aerei e a sofisticati strumenti elettronici.
Scavi archeologici sul gargano, scheletro di guerriero
Finalmente anche Ischitella ha la consapevolezza del suo patrimonio culturale «immenso - ha sottolineato il Sovrintendente regionale Giovanna Pacilio - di cui quello ritrovato rappresenta, in termini di dimensioni, soltanto una "pillola" del nostro passato». In sintesi, ci si trova di fronte a una vera e propria miniera, inesauribile e, proprio per questo, non è ancora possibile conoscere con certezza, ma soltanto ipotizzare, che insieme alle tombe potranno essere individuati anche insediamenti. «Tutto questo si potrà sapere soltanto - ha aggiunto la Pacilio - quando saremo in grado di avviare una vera campagna di scavi, e ciò nel momento di cui potranno essere garantiti i finanziamenti necessari». Nel frattempo, un po' di risorse sono arrivate dall'Amministrazione provinciale che ha stanziato 200mila euro per gli interventi più immediati. «L'amministrazione comunale vuole partire da questo ritrovamento - ha anticipato il sindaco di Ischitella, Piero Colecchia - per muovere il "Primo passo nel futuro" il cui percorso dovrà concludersi con la nascita di un "Polo della cultura" per fare del nostro territorio punto di riferimento di grande spessore culturale, dove sarà possibile, insieme alla tutela del patrimonio che sarà recuperato, la sua migliore visibilità».

Il 21 agosto sarà organizzata una mostra dove verranno esposti tutti i reperti recuparati a Monte Civita, ma anche in altre parte del territorio ischit ellano. L'operazione della finanza della compagnia di San Severo e della brigata di Rodi Garganico fa parte di tre interventi che hanno portato all'arresto di un tombarolo e alla denuncia di una persona di San Severo, nella cui abitazione sono stati trovati numerosi reperti archeologici.
Hanno preso parte all'incontro tenutosi in una sala del convento di "San Francesco", ad Ischitella, Riccardo Brandizzi (comandante provinciale Guardia di Finanza), Corrado Palmiotti (comandante compagnia San Severo), Claudio Mancione (comandante brigata Rodi Garganico), Giovanna Pacilio (Sovrintendenza regionale), Piero Colecchia (sindaco Ischitella).
04 Luglio 2009
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=248665&IDCategoria=1