domenica 5 luglio 2009

Il sito di Villagrazia di Carini custodisce reperti del Paleolitico superiore

Il sito di Villagrazia di Carini custodisce reperti del Paleolitico superiore
CLAUDIO PATERNA
GIOVEDÌ, 02 LUGLIO 2009 LA REPUBBLICA Palermo

LA GROTTA DEI PUNTALI SCRIGNO DELLA MEMORIA

La mappa virtuale dei rinvenimenti rivela ossa di ippopotami e bisonti nell´area d´ingresso ed elefanti nani nella zona più profonda. I graffiti riportano figure di animali

Gli scrittori giapponesi di fumetti riscoprono i miti della Sicilia antica. È il caso della serie "I cavalieri dello Zodiaco" di Masami Kurumada e Shiori Teshirogi che reinterpretano le "Metamorfosi" di Ovidio in un grande racconto con al centro l´isola, i vulcani e gli dei pagani. In principio erano i giganti come Encelado a governare l´isola, e se il mito della "gigantomachia" non avesse previsto la loro sconfitta ad opera di Atena, probabilmente si sarebbe conservata una memoria "felice" di quell´Età dell´oro; ma prima i coloni greci col mito di Ulisse contro Polifemo, poi quei testardi naturalisti dell´ottocento che hanno dato un´altra spiegazione ai ritrovamenti di "teschi" giganti con un «un solo occhio», hanno demolito quella «grandiosa» e immaginaria discendenza ciclopica dei siciliani.
Messi da parte i Caruso, i Fazello, i Rezzonico e gli Arezzo, autori di una storia «erudita», è toccato agli Scinà, ai Bernardi-Bivona e ai Salinas, andare ad analizzare quelle gigantesche ossa ritrovate nelle cavità di San Ciro e dei Puntali a Carini, riscrivendo la storia dell´isola, mettendo in rilievo, a loro volta, un´Età dell´oro sconosciuta, in cui vivevano sull´isola migliaia di elefanti, ippopotami, bisonti, e iene, ma l´uomo ancora non esisteva.
Di quelle tracce paleontologiche eccezionali, che da metà Ottocento hanno attirato la visita in Sicilia di studiosi da ogni parte, rimangono i reperti conservati nei musei di mezzo mondo ma anche a Palermo (il Gemmellaro, il Salinas, il d´Aumale), e soprattutto nelle grotte del palermitano, dove furono trovate a tonnellate dai pastori, vendute talvolta come pietrame grezzo, prima che fossero oggetto di studio.
Oggi torna d´attualità l´impegno finanziario del bilancio regionale e dei Por per la salvaguardia di questi siti e il riaffidamento triennale delle riserve, tra cui numerose grotte d´intereresse paleontologico. Con il loro ambiente naturale il loro microclima, le grotte pleistoceniche della Conca D´Oro, sono state salvate solo in parte dall´aggressione edilizia e dal vandalismo. Si pensi allo scempio della Montagnola di Capaci, a quella di Billiemi, e alla cava di San Ciro-Maredolce. Per fortuna, quelle superstiti vengono affidate ad associazioni di volontariato che si occupano della loro tutela.
È il caso del "riparo" dei Puntali o di quello di Carburangeli a Carini, affidate ai Gruppi di ricerca ecologica e alla Lega per l´Ambiente, ma anche della grotta Molara a Cruillas, salvata dalle esplosioni di una vicina cava, per merito di un coraggioso archeologo-speleologo.
La riserva naturale integrale dei Puntali, raggiungibile da Villagrazia di Carini, si presenta facilmente visitabile per via di una pensilina in legno da poco allestita da Biosphera che porta, dopo un comodo sentiero, direttamente nell´interno della cavità naturale, nascosta dalla flora spontanea e dagli animali al pascolo. Si sviluppa in orizzontale per 110 metri, con una larghezza che raggiunge i 15 metri. Chi lo direbbe?
A prima vista appare come una semplice fessura piuttosto bassa all´entrata, poi quando cambia la temperatura interna appare nella sua grandezza misteriosa: insieme alle grandi concrezioni carbonatiche (tra cui stalattiti ancora in formazione), ospita una popolosa colonia di chirotteri (pipistrelli) suddivisi in sei specie, studiati da naturalisti di svariati paesi.
Proprio la parte d´immediato accesso è quella che ha spinto gli archeologi a studiare i resti fossili della grotta. Ma non solo: sotto uno strato di un metro di terriccio organico sono i resti documentati di incisioni sulle pareti della grotta, indizio di una antichissima frequentazione, fin dal paleolitico superiore.
I resti dei pasti consumati da questi nostri progenitori migliaia d´anni fa, quando il mare arrivava fin sotto la grotta, si trovano ancora là davanti, insieme alle selci scheggiate che servivano a produrre utensili. Ma il "riparo" è stato frequentato fino alla media età del bronzo (IV Millennio) e sono stati rinvenuti pure scheletri umani.
Quella dei grandi fossili dei vertebrati è una scoperta ottocentesca. Le guide esperte del Gre, dirette da Umberto Balistreri, mostrano una mappa virtuale dei rinvenimenti: gli ippopotami nell´area d´ingresso, gli elefanti nani nel solco profondo della grotta, i cervi, i bovidi, i cinghiali, i bisonti nel vano d´accesso, e così via per gli altri resti giganteschi che la pioggia e il fango lasciano affiorare ancor oggi.
«L´impresa di salvare queste grotte - ci spiega Balistreri, che col suo Gruppo gestisce anche l´abisso Molara - nasce fin da quando Giovanni Mannino, assistente dell´allora Soprintendente Vincenzo Tusa, nel 1970, iniziò a documentare tutti i ritrovamenti (di recente pubblicazione il volume "Guida alla preistoria del palermitano", ndr). Poi con la legge regionale sulle riserve, nel 1980, ci siamo fatti avanti con le altre associazioni di volontariato per tutelare il sito, già preso di mira dalle villette abusive. Ma solo nel 2002 abbiamo ottenuto la gestione didattica del sito, oggi meta di scolaresche e studiosi non solo italiani. Ogni anno distribuiamo alle scuole migliaia di depliant illustrativi e i risultati si vedono dal crescente numero di visite prenotate. Chi viene da piccolo in questi musei naturali li tutelerà anche da grande. È una scommessa sul futuro».
La grotta dei Puntali, come quella della Molara, è una piccola stazione di rilievo naturalistico poiché tenta di conservare l´ambiente così com´era prima del saccheggio edilizio. Quindici ettari di sviluppo la riserva dei Puntali (nome derivante dalle lunghe zanne ritrovate) e quaranta ettari la riserva della Molara, unica oasi naturale palermitana completa di oleastri, ginestre, euforbie, acetoselle, capperi spinosi e galactiti.
Un bel muretto in pietrame a secco ha ridato alla Molara l´accessibilità che meritava, così come gli speleologi da lungo tempo gli assegnavano. Oggi il Gre tenta di farne un laboratorio di progettualità ecologica, così come è già stato fatto nell´oasi di Santa Venerina (Acireale) e a Cava Porcaro (Comiso). Si attende da tempo un secondo scavo della Soprintendenza: c´è ancora molto da scoprire.

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