mercoledì 29 aprile 2009

Nelle sale dell´Archeologico la vita prima dell´anno 79

Nelle sale dell´Archeologico la vita prima dell´anno 79
MERCOLEDÌ, 29 APRILE 2009 LA REPUBBLICA - Napoli

In mostra fino al 31 dicembre

Metri e metri di pitture a fresco di Ercolano e Pompei tornano a risplendere nel Museo archeologico di Napoli. Dopo circa dieci anni di studi e restauri vengono riaperte al pubblico le quattordici sale del primo piano del museo con una grande mostra della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, "La pittura pompeiana", a cura di Mariarosaria Borriello e Valeria Sampaolo, che si inaugura oggi alle 18.30 e si può visitare fino al 31 dicembre. Una collezione unica al mondo che ci restituisce l´immagine dell´arte del dipingere nell´area vesuviana, prima dell´eruzione del 79 dopo Cristo. La raccolta di pittura ad affresco, che arriva in via definitiva all´allora Real Museo Borbonico nel 1827, è frutto delle molteplici campagne di scavo iniziate a Ercolano nel 1735, per volontà di Carlo di Borbone, e proseguite in seguito a Pompei.
Grazie a un nuovo allestimento sarà possibile ricongiungere gli oltre quattrocento manufatti di pittura parietale, ridotta dopo il "distacco" in quadri incorniciati, ai luoghi d´origine. Non più solo un percorso cronologico e tematico, ma la possibilità di aiutare il visitatore a immaginare le collocazioni e provenienze di queste opere d´arte. La villa di Boscoreale, la Casa di Giasone, di Meleagro e quella dei Dioscuri ospiteranno di nuovo i loro cicli decorativi, ricostruendo "idealmente" l´integrità dei luoghi da dove erano stati distaccati.
La sezione ercolanese e pompeiana del museo costituisce un eccezionale documento della storia della pittura di età romana, nella sua evoluzione e varietà, dal Secondo al Quarto stile, di cui però purtroppo non ci sono pervenuti i nomi degli autori. Si sa di una pittrice, Iaia di Cizico, vissuta intorno al 100 avanti Cristo, e di cui in mostra, quasi a conferma delle fonti, viene esposto un quadro che ritrae una donna seduta a dipingere al cavalletto. La mostra presenta il primo affresco staccato a Pompei nel 1748 e inizia con rappresentazioni del Secondo stile, poiché il Primo stile, non essendo figurato, non venne mai staccato per le raccolte museali. Il Terzo stile definito anche "ornamentale" è caratterizzato da elementi decorativi nei quali predomina il paesaggio sulla figura umana. Il passaggio tra il Terzo e il Quarto stile del periodo tra Claudio e Nerone ritrova il gusto per le architetture scenografiche e quadri mitologici. Si aprono così le porte della Casa del Poeta Tragico e si ammirano le scene di "Achille e Briseide", "Le nozze di Hera e Zeus", e "Il Sacrificio di Ifigenia".
Nella pittura pompeiana vengono spesso rappresentati paesaggi, scopriamo ritratti di personaggi del tempo e nature morte, che gli antichi chiamavano xénia (parola greca che significa "doni ospitali"). I primi, inizialmente, fanno da sfondo a scene mitologiche di gusto idillico, e poi dopo la conquista romana dell´Egitto, vengono spesso raffigurati e ambientati sulle sponde del Nilo con pigmei, coccodrilli. Tra la galleria di ritratti, Saffo e la coppia formata da Paquio Procolo e da sua moglie. In mostra anche un filone più popolare e curioso ovvero le decorazioni delle insegne del tempo di taverne e botteghe.
(renata caragliano)

venerdì 24 aprile 2009

Scoperto un edifìcio di tremila anni fa

Scoperto un edifìcio di tremila anni fa
S.C.
Il Tirreno - Pontedera, 19/07/2006

I resti sono emersi durante i lavori del Consorzio di bonifica

BIENTINA. Un edificio, probabilmente con vocazione commerciale, del 1000 avanti Cristo.

È stato scoperto - ora è ufficiale - lungo la Bientinese, nel comune di Bientina, al confine con il territorio di Orentano. Ieri mattina il sindaco Marco Braccini e il presidente del Consorzio di Bonifica del Bientina, Ismaele Ridolfi, hanno effettuato un sopralluogo nell'area del ritrovamento archeologico guidati da Giulio Ciampoltrini, funzionario della Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana.
La scoperta risale al novembre scorso. Tuttavia per ragioni climatiche lo studio del sito è stato possibile soltanto nelle ultime due settimane, grazie al lavoro delle archeologhe Elisabetta Abela, Serena Cenni e Irene Monacci.
Ciampoltrini ha tenuto a sottolineare che non si tratta di un ritrovamento casuale, ma che è stato atteso e «per certi aspetti programmato da almeno quindici anni. Infatti, siamo a conoscenza - ha detto - che tutta l'area è di notevole interesse archeologico e quindi quando sono iniziati al canale era presente anche la Soprintendenza».
Il merito del ritrovamento va anche ad Augusto Andreotti, pensionato di Orentano, che aveva scoperto i primi reperti alcuni anni fa, seguendo i lavori di rettifica del fossato lungo la Bientinese.
Secondo gli archeologi, si tratta di un insediamento proto-etrusco che presenta analogie con altri ritrovamenti effettuati a Stagno ma anche in Emilia. Ora che è stato possibile fare un saggio archeologico per realizzare un'attenta opera di documentazione preliminare, è emerso, come è stato spiegato, un tessuto stratigrafico straordinariamente conservato. Lo scavo aperto è di circa 40 metri quadrati ma si pensa che l'edificio fosse molto più grande.
Ieri, visto che nei giorni scorsi non era stato possibile esprimere valutazioni certe sul ritrovamento, è stato anche detto, a differenza di quanto era emerso una settimana fa, che l'edificio ritrovato quasi sicuramente non è una palafitta, ma una capanna probabilmente destinata ad un'attività di commercio.
«In questa fase ci limitiamo a definire l'organizzazione di queste strutture - ha detto Ciampoltrini - anche attraverso rilievi radiometrici. Tra una settimana seppelliremo tutto e riprenderemo lo scavo solo quando ci saranno le risorse economiche necessarie. Grazie ai reperti di ceramiche possiamo dire che si tratta di una scoperta sensazionale, di grande importanza per quest'area».
«Il ritrovamento avvalora ulteriormente la ricchezza del territorio del Padule del Bientina - è stato detto da Braccìni e da Ridolfi - Serve concertare quanto prima, insieme a tutti i soggetti coinvolti, un progetto complessivo di valorizzazione dell'area umida del Bientina, che riesca a dare il giusto valore alle ricchezze ambientali, archeologiche, naturali e architettoniche della zona».

La riscoperta di Spalato

La riscoperta di Spalato
23-07-2006 IL SOLE 24 ORE

Nel 1757 Robert Adam e Charles-Louis Clérisseau raggiunsero la città dalmata e la documentarono. Sette anni dopo avrebbero realizzato uno dei più bei libri illustrati mai pubblicati, attirando l'attenzione di Winckelmann - Effettuarono misure e rilievi di ogni dettaglio dello sterminato palazzo-città, da cui furono tratte sessanta incisioni
Fernando Mazzocca

La bella collana di saggi intitolata «I figli di Mercurio» della Minerva Edizioni di Bologna si arricchisce, dopo gli altri importanti volumi dedicati a Winckelmann, di un contributo molto particolare che mette in luce, attraverso una serie di testimonianze di cui alcune inedite o comunque sinora non considerate, il rapporto privilegiato che unì il fondatore della moderna storia dell'arte, convinto assertore della superiorità assoluta della civiltà greca, con l'avventuroso artista viaggiatore Charles-Louis Clérisseau, un architetto francese che fu soprattutto uno straordinario disegnatore di rovine antiche. I suoi bellissimi fogli ne fanno uno dei maggiori interpreti della magnificenza dell'architettura romana e quindi di uno "stile antico" molto diverso da quello "greco" vagheggiato da Winckelmann. Francesca Lui in L'antichità tra scienza e invenzione. Studi su Winckelmann e Clérisseau (pagg. 288, € 30,00) ricostruisce l'atteggiamento contraddittorio del grande studioso tedesco nei confronti dell'arte e della cultura francese, la "gallica peste" che dominava in Europa, da cui prendeva le distanze sostenendo la validità e la maggior attendibilità dei propri metodi rispetto a quelli dei grandi eruditi d'oltralpe come Montfaucon, Mariette, Caylus, Watelet. In questo panorama Clèrisseau rappresenta un'eccezione, come con profondità e novità di risultati illustra la Lui. A contatto diretto con la civiltà romana egli è stato forse il maggior rappresentante del "viaggio archeologico", vera passione del secolo.


Due vedute sulle rovine
di Fernando Mazzocca


In una lettera del 18 giugno 1762 Winckelmann segnalava, con un entusiasmo insolito, l'uscita imminente di «un'opera magnifica in lingua inglese, la quale conterrà disegni esatti del palazzo di Diocleziano a Solona in Dalmazia, oltre ai templi e altre rovine esistenti a Pola e in altri luoghi dell'Illiria», precisando come l'autore fosse «Adam, un inglese giovane, e molto ricco, il quale mantiene a sue spese architetti, disegnatori e incisori». Riconosceva che la relazione «èscritta con molta intelligenza, e con gusto», anticipando la sensazionale notizia di come lo stesso Adam stesse progettando di fare, sempre &la sue spese un viaggio in Grecia; traversando tutto il Levante e anche l'Egitto». La conclusione, sorprendente, è che «io potrei essergli compagno se lo volessi». Questa spedizione non avvenne. Se così fosse stato, forse sarebbe cambiato il corso della storia dell'arte e Winckelmann avrebbe avuto finalmente l'occasione di conoscere direttamente quel mondo greco che sinora aveva idealizzato ed evocato attraverso le copie romane di capolavori spesso perduti, studiate a Roma e nelle più importanti raccolte tedesche.
Il volume cui Winckelmann faceva riferimento è uno dei più bei libri illustrati mai pubblicati, uscito a Londra nel 1764 con il titolo Ruins of the Palace of the Emperor Diocletian at Spalatro in Dalmatia. In sessanta superbe incisioni rivelava al mondo lo splendore di una delle aree archeologiche più importanti e meglio conservate dell'antichità, l'immenso palazzo che alla fine del III secolo d.C. l'imperatore Diocleziano si era fatto costruire sulla riva del mare a Spalato e che dopo la caduta di Roma venne trasformato dagli Illiri in una pittoresca città articolata entro le rovine. Il luogo, subito entrato nella leggenda, aveva attirato l'interesse di alcuni architetti, come l'austriaco Fischer von Erlach che nel 1721 ne aveva pubblicato una descrizione corredata di tavole, approssimativa però, in quanto desunta da alcuni disegni che gli erano stati inviati da un antiquario spalatino. Intanto l'importanza di queste "magnifiche vestigia" era stata segnalata da Robert Wood nella prefazione del suo volume The Ruins of Palmyra del 1753, un'opera che aveva dimostrato quanto le testimonianze dell'arte romana in provincia potessero competere in bellezza con le più celebri rovine di cui era cosparso il suolo italiano.
Per due intensi anni, dal 1755 al 1757, Robert Adam, allora il più grande progettista di edifici ispirati agli esemplari antichi, e Clérisseau avevano percorso, prima di recarsi in Dalmazia, la nostra penisola, soprattutto il Lazio e la Campania, per elaborare un grande repertorio visivo dell'Italia archeologica. Decisi a realizzare un'opera illustrata esemplare cui legare il proprio nome, dopo aver vagliato varie ipotesi, relative all'appena riscoperta Villa Adriana di Tivoli o alle Terme di Diocleziano, concepirono un progetto più ambizioso, pensando a un complesso, come quello di Spalato, che avrebbe potuto essere oggetto di una vera e propria riscoperta. Nella prefazione al volume del 1764 possiamo leggere l'avvincente resoconto degli undici giorni di navigazione che comportarono una breve sosta a Pola per disegnare i resti di quell'antica provincia romana, come il grandioso anfiteatro, i templi di Augusto e di Diana, il cosiddetto Arco dei Sergi. Niente in confronto di quanto loro apparve il 22 luglio 1757, quando giunsero a Spalato.
Adam, Clérisseau e i due disegnatori si fermarono cinque settimane per perlustrare a fondo il luogo, effettuare misure e rilievi di ogni dettaglio dello sterminato palazzo-città, in modo da renderne la straordinaria bellezza originale solo in parte offuscata dalle aggiunte successive e da un utilizzo improprio. L'impresa non fu facile, per tanti motivi, tra cui i sospetti del «Veneto Governatore di Spalato», il quale «cominciòa concepire sentimenti sinistri» e &la sospettare che io andassi realmente spiando lo stato delle fortificazioni». Il volume che avrebbe visto la luce sette anni dopo era destinato a cambiare il modo di considerare l'architettura dell'antica Roma. Le sessanta incisioni che lo compongono vennero eseguite a Venezia, dopo che le vedute realizzate sul posto da Clérisseau, tenendo conto dei più originali punti di vista, erano state rese più pittoresche dall'inserimento di figure la cui ideazione fu affidata a un pittore esperto come Antonio Zucchi, il marito di Angelica Kauffmann. L'eco della riscoperta di Spalato lo ritroviamo nel 1802 in un nuovo libro illustrato, frutto di una seconda spedizione effettuata nel 1782, il Voyage pittoresque et historique de l'Istrie et de la Dalmatie, pubblicato da Joseph Lavalée, non senza livore nei confronti di chi lo aveva preceduto, sottolineando come Adam avesse «viaggiato come un inglese, con una filosofia relativa, con quell'egoismo nazionale», perché, ribadiva, gli inglesi «non viaggiano come gli altri popoli», in quanto il loro «desiderio di appropriarsi di tutto trapela ancor prima del desiderio d'istruirsi».

Sepolto e dimenticato il sito archeologico

Sepolto e dimenticato il sito archeologico
di ADRIANO CIOCI
Lunedì 31 Luglio 2006, Il messaggero, Umbria

BASTIA – Molti cittadini hanno espresso perplessità davanti al reinterramento, eseguito alcune settimane fa, del sito archeologico di Bastiola. In effetti chi percorre la strada adiacente l’antica area, si trova di fronte ad un terreno livellato dal quale a mala pena si scorge il perimetro della costruzione, il misterioso circolo di pietre riaffiorato due anni fa.
L’assessore alla cultura Giusepe Belli, che sul rinvenimento ha seguito sin dall’inizio ogni vicenda, è stato negli ultimi giorni tempestato di telefonate.
Ma subito rassicura intorno all’operazione effettuata: «Dopo la segnalazione del consigliere Giuliano Monacchia, sullo stato di degrado in cui versava il sito – chiarisce Giuseppe Belli – ci siamo attivati, sotto la guida della Soprintendenza, ed abbiamo effettuato dei lavori di messa in sicurezza. E’ stato portato a compimento un sistema per il drenaggio delle acque, che ora confluiscono direttamente verso il vicino fiume, è stato reinterrato il tutto ed è stata recintata l’intera area. Adesso non potrà più subire gli attacchi delle intemperie e del tempo».
Un’operazione giudicata necessaria dagli esperti per preservare uno dei pochi antichi “cimeli” che la storia e l’architettura bastiole possano vantare. Come si ricorderà, l’estate del 2004 fu contrassegnata da una scoperta sulla quale a lungo si era fantasticato. Dai lavori per la realizzazione di un parcheggio emerse un enigmatico circolo di pietre, del diametro di sedici metri, tre tombe, una stele funeraria del primo secolo, alcune monete e frammenti di ceramica.
Per mesi erano state azzardate ipotesi di un sito di maggiori dimensioni e comunque collocabile in età romana, per aprire una luce sul passato della città. Ma più tardi la stessa Soprintendenza scioglieva le riserve ponendo la datazione dei resti della costruzione intorno al Mille. Un po’ di delusione per i cultori della storia locale, ma questa non è bastata a frenare la richiesta di cercare una soluzione di fruibilità dei reperti. Quindi sono trascorsi due anni in cui la zona è stata abbandonata a se stessa e poi è stato effettuato l’intervento di reinterramento del quale l’assessore ha riferito.
Ma, naturalmente non basta. Dice Adriano Brozzetti, architetto ed esponente delle Liste Civiche: «Lasciare nascosto uno dei pochi monumenti emersi nel territorio è un vero peccato. Ritengo che un buon atteggiamento culturale sia quello di rendere fruibili queste tracce del passato, mediante una soluzione di arredo consona ed immediata. Per questa e per altre testimonianze, come la chiesa di San Paolo delle Abbadesse, è opportuna la segnalazione con cartelli turistici». «Sì – conclude l’assessore Belli – è tempo di fare un progetto di utilizzo. L’intervento è necessario per dare un senso alla scoperta e per valorizzare ulteriormente la nostra città. L’impegno è quello di concludere il recupero entro la fine di questa legislatura».

Scoperta un ‘antica fortezza sannita su Monte Saraceno

Scoperta un ‘antica fortezza sannita su Monte Saraceno
A.M.
Primo Piano 02-08-2006

A Cercemaggiore è stata scoperta un'antica fortezza sannita. La fortificazione sannita sta tornando alla luce sul monte Saraceno, a circa tre chilometri da Cercemaggiore. A più di mille metri d'altezza è ripresa da qualche giorno la campagna di scavi archeologici diretta dalla Soprintendenza del Molise. I primi scavi sono stati effettuati dalla Saci di Ancona, ora invece i lavori vengono effettuati da un gruppo del posto supervisionato dall'archeologa Angela Di Niro. “Il sito è di rilevante interesse — ha di- chiarato il primo cittadino del paese - al termine degli scavi infatti si dovrebbe avere un'idea completa di quella che, con tutta probabilità, era la principale roccaforte del popolo sannita”. Dagli scavi effettuati in questi giorni sta venendo alla luce uno degli ingressi dell'acropoli. Il varco del muro di cinta è largo oltre sei metri ed è difeso da un contrafforte imponente che probabilmente ospitava macchine da guerra e una nutrita guarnigione di difesa. La fortezza si trova in una posizione strategica, dalla quale si domina tutto il Molise e sono, visibili anche le località più lontane. E la prima volta che una campagna di scavi viene avviata in questa zona della Regione. Sta tornando alla luce anche un tempio dove il popolo offriva i suoi doni sacrificali agli dei. La fortezza si trova in una posizione strategica tale da dominare l'intero Molise e parte della Campania. Purtroppo per raggiungere la roccaforte si deve percorrere un sentiero a piedi che si inerpica tra sterpaglie e una folta pineta. L'amministrazione comunale si sta impegnando a rendere percorribile il tratto di strada per raggiungere monte Saraceno. A riguardo il sindaco Mascia, ha affermato che monte Saraceno diventerà il punto di forza di Cercemaggiore. “Ci stiamo impegnando nel creare dei percorsi alternativi affinché i visitatori raggiungano la roccaforte senza difficoltà - ha affermato il primo cittadino - abbiamo ottenuto dalla Regione Molise circa 200mila euro per costruire un percorso pedonale e due osservatori che sono stati già impiantati sul monte. Presto provvederemo alla sistemazione delle strade che accedono agli scavi. Insieme alla roccaforte, i turisti potranno ammirare le tante bellezze che il nostro territorio offre. Siamo pronti a far conoscere al mondo la storia di coloro che con i solidi massi di un piccolo paese costruirono una delle fortezze più inespugnabili del Molise. E la prima volta che una campagna di scavi viene avviata in questa zona della Regione.”

Libano. Baalbek, gioiello dell'archeologia simbolo dell'incontro tra culture

Libano. Baalbek, gioiello dell'archeologia simbolo dell'incontro tra culture
RORY CAPPELLI
la Repubblica, 3 agosto 2006

La studiosa Giuliana Calcati: "Se colpissero i templi il danno sarebbe incalcolabile"

UN BILANCIO pesante quello del blitz aereo di ieri notte a Baalbek, nel Libano del nord. Pesante prima di tutto per le vittime. Ma anche perché si è colpito un simbolo dell'incontro tra culture, uno straordinario sito archeologico, trale più importanti città romane del Medio Oriente. Le rovine — bellissime, uniche, di dimensioni ciclopiche — si trovano tra le
case del villaggio. Giuliana Calcati, docente di Storia dell'archeologia all'Università di Roma 3 che ha a lungo lavorato nell'area, spiega che, se dovessero continuare i bombardamenti, «il danno sarebbe incalcolabile. Sarebbe come se si perdesse la Cappella Sistina. Fermo restando che parlare di danni a monumenti o cose a fronte della perdita di vite umane è sempre fuori misura».

Cosa rende Baalbek così unica?
«Intanto le decorazioni dei templi, che si trovano ovunque: su colonne, capitelli, architravi, in un variare che accompagna il visitatore mentre percorre lo spazio. Si tratta di rilievi scolpiti con effetti molto calcolati nel chiaro-scuro, nel gioco tra luci e ombre, come si ha nell'architettura barocca. L'altra unicità di Baalbek sta nelle dimensioni. Assolutamente fuori scala: sotto le colossali colonne dei templi, ci si sente minuscoli».

Baalbek è anche un simbolo: è stata dichiarata dall'Unesco patrimonio culturale dell'umanità.
«Non solo. È uno dei luoghi in cui si sente forte l'incontro tra culture greca, romana e microasiatica. È un felice punto di convergenza, di fusione. Baalbek ha funzionato come una spugna: ha assorbito al meglio quello che veniva dalla Grecia e da Roma senza dimenticare la tradizione locale».

Perché l'identità di un popolo passa anche attraverso i monumenti?
«Perché l'identità è costituita dal passato e dalle tradizioni: che fisicamente sono i monumenti. Distruggere un monumento dunque è qualcosa di più profondo. Qualcosa che ferisce l'identità. Non a caso proprio i monumenti sono una risorsa importante nel dialogo tra le civiltà. E non a caso proprio i monumenti nella storia sono stati usati come un'arma: per dimostrare il prevalere di una civiltà».

La grotta preistorica degli «orsi volanti» distrutta da una cava

La grotta preistorica degli «orsi volanti» distrutta da una cava
Il Tempo – Abruzzo, 06-AGO-2006

PESCARA — Gli Orsi vo¬lanti si sono estinti. Un gioco di parole, ma una triste verità. La grotta preistorica degli «Orsi Vo¬lanti», che rendeva magi¬ca la zona di Rapino non esiste più: a denunciarlo sono stati tre consiglieri nazionali dell'Archeoclub d'Italia Giulio De Collibus, Raffaele Giannantonio e Rocco Valentini. La grotta si apriva a una quo¬ta di circa 700 metri sul livello del mare, era lunga 20-25 metri e si articolava parallelamente al fronte della cava che ne avrebbe causato la sparizione. «La grotta non c'è più - ha detto De Collibus - è lette¬ralmente scomparsa, non sappiamo se per dolo o per colpa, ma questa situazione l'abbiamo denuncia¬ta alla Procura della Repubblica che verificherà le varie responsabilità». Una grande perdita di bellezza e di storia: al suo interno infatti la grotta degli Orsi volanti presentava un deposito stratificato di fauna fossile, ed era stata accertata la frequentazione del¬l'uomo del Paleolitico medio, quindi parliamo di un periodo che va da 150.000 a 40.000 anni fa. «Eppure - ha proseguito De Collibus - nel 1998 avevamo avvertito la Regione Abruzzo e la Sovrintentenza Archeologica d'Abruzzo su quale grave situazione verteva la grotta». Per quanto è avvenuto a Rapino, l'Archeoclub d'Italia annuncia che, attraverso il suo rappresentante regionale, ha presentato una «denun¬cia esplicita contro ignoti» per danneggiamento di patrimonio archeologico sperando che essa riceva attenzioni maggiori che nel passato. Questo ennesi¬mo grave episodio da l'opportunità all'Archeoclub di riproporre all'attenzione dell'opinione pubblica il «gravissimo problema» delle cave in Abruzzo: «Sono anni che attendiamo un Piano cave - ha concluso De Collibus - ed è per questo che all'assessore Bianchi chiediamo di porre rimedio a questa situa¬zione che distrugge bellezze paesaggistiche e archeologiche». Oltre al Piano cave, l'Archeoclub chiede il censimento delle cave dismesse per permetterne il recupero.

scoperte: lì sono le mura medievali e ì bastioni spagnoli

scoperte: lì sono le mura medievali e ì bastioni spagnoli
(p.b.f.sa.)
06/08/2006; LA Repubblica, Milano

L'archeologo: in quella zona c'erano chiese e palazzi.

IN PRINCIPIO furono gli scheletri di Porta Romana. Il macabro ammasso di resti umani trovati nelle viscere di piazza Medaglie d'Oro. Adesso tocca ai resti medievali, o rinascimentali, emersi in un cantiere dietro palazzo di Giustizia. Sembra che a Milano ogni volta che si buca la terra per costruire un parcheggio, salti mori una sorpresa. Specialmente in quella fetta di città compresa nella cerchia dei Navigli e delimitata dalla circonvallazione interna.
Professor Marco Sannazaro, docente di archeologia medievale all'università Cattolica, che tipo di resti possono essere quelli di via San Barnaba?
«Beh, lì ci può essere di tutto. Ma tenderei a escludere cose vecchissime».
Cioè?
«Bisogna partire dalla collocazione geografica della via. Siamo tra le mura medievali — per
intenderci quelle che sorgevano dove ora c'è la circonvallazione interna, via Visconti di Modrone — e i bastioni spagnoli, lungo viale Monte Nero e viale Regina Margherita. È un'area fuori dal perimetro della città romana...«.
E questo che cosa significa?
«Che vi si possono trovare resti medievali, o rinascimentali, o addirittura di età moderna. Difficilmente andiamo più indietro nel tempo. Anche se in archeologia tutto è possibile».
Se quelle mura fossero, come sembra, medievali, quale sarebbe il loro valore da un punto di vista archeologico?
«Dipende da molte cose. È troppo presto per dirlo. Anche perché, essendo iniziato da poco il cantiere, probabilmente i primi reperti venuti alla luce sono ancora abbastanza in superficie».
Che cosa poteva sorgere in età medievale nell'area dell'attuale tribunale?
«Edifici, chiese. Di tutto. Il valore archeologico varia a seconda del tipo di costruzione. Del suo stato di conservazione. Della presenza o meno di elementi decorativi».
Lei ha subito specificato che la zona di cui stiamo parlando è fuori dalla cerchia della città romana. Questo, però, non esclude che vi possano essere scoperte di pregio...
«Certo. Ma non antichissime. In quell'area c'è una densità di resti medievali notevole. È normale che scavando vengano alla luce».
È quello che sta accadendo. Addirittura un mese fa in piazza Medaglie d'Oro sono stati scoperti 157 scheletri. E in quel caso nessuno, né il Comune né la Soprintendenza, ha ritenuto di dover comunicare la scoperta ai cittadini. Le sembra normale?
«A volte non è che non si voglia comunicare una scoperta. È che non si può, tutte le volte che si trova qualcosa, dirlo subito. A volte si usa una giusta prudenza per non creare dei falsi allarmi. Di scavi archeologici, di cantieri, ce ne sono tanti. E prima di capire davvero che cosa si è trovato, spesso passa del tempo».

Affiora la città antica, stop alle ruspe

Affiora la città antica, stop alle ruspe
PAOLO BERIZZI FERRUCCIO SANSA
06/08/2006; LA Repubblica, Milano

Gli esperti della sovrintendenza stanno già lavorando in via San Barnaba, i resti potrebbero essere medievali o quattrocenteschi.

Il ritrovamento in via San Barnaba, fuori dalla Milano romana ma a cento metri dalla chiesa di San Pietro in Gessate.

Sotto il tribunale la città del Medioevo:una rete di edifici e mura nello scavo per il posteggio; ruspe ferme.

La scoperta durante gli scavi per il parcheggio del trìbunale.

UN INTRECCIO di muri, forse di età medievale o forse quattrocenteschi, è venuto alla luce durante i lavori di scavo per il nuovo parcheggio di palazzo di Giustizia, invia San Barnaba, proprio alle spalle del tribunale. La scoperta, pochi giorni fa. Quando gli operai della Giada Macchine, l'impresa che esegue i lavori, hanno lasciato spazio agli archeologi che con martelli e pennelli hanno iniziato a ripulire la costruzione della polvere del cantiere e dei secoli. «Potrebbero essere del Medioevo ma anche più recenti» — dice Marco Sannazaro, docente di archeologia medievale all'Università Cattolica. Nessuna conferma, per ora, da parte della Soprintendenza ai Beni archeologici.
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UNA ragazza con un camice bianco e i guanti di lattice. Una biondina con la coda di cavallo che ad agosto, sotto il sole cocente, si infila armata di pennello nella buca scavata per costruire il parcheggio di palazzo di giustizia.
No, non è una pazza. È un'archeologa, arrivata qui perché proprio sotto l'asfalto di via san Barnaba, dove ogni giorno passano migliaia di persone, è emersa una traccia del passato di Milano: un intreccio di muri di mattoni rossi che potrebbe risalire al tardo Medioevo o al Quattrocento. Da mesi, ormai, i lavori di ristrutturazione del palazzo di giustizia vanno
avanti. Prima l'interno, poi la ripulitura dell'imponente facciata esterna. E pochi giorni fa sono arrivati i caterpillar per cominciare gli scavi invia San Barnaba.
Certo, il dubbio c'era: che cosa ci sarà sotto l'asfalto? Qui siamo fuori dalla zona della Milano romana, ma vicino ad una zona centrale della città del Medioevo e del Quattrocento (la chiesa di San Pietro in Gessate è a meno di cento metri). Non solo: a pochi passi da qui, nel Settecento, furono costruiti l'antico ospedale e la Rotonda della Besana (che fungeva da chiesa e da cimitero per i malati della Ca' Granda), due tracce della città antica strette d'assedio dalle costruzioni dell'epoca fascista (Palazzo di Giustizia è opera di Marcello Piacentini, l'architetto più
famoso del tempo) e degli anni Cinquanta. Insomma, meglio andarci cauti. E infatti gli operai erano stati affiancati da un archeologo.
La sorpresa, però, non è mai abbastanza grande: «Appena la ruspa ha spaccato la sottile crosta d'asfalto ci siamo accorti che avevamo trovato qualcosa», raccontano gli operai della Giada Macchine che eseguono i lavori. Dal sottosuolo ecco emergere un mattone, poi un altro. Infine un muro, anzi, un intreccio... una costruzione. E le macchine si sono fermate per lasciare spazio a strumenti più delicati. Prima i martelli, poi pennelli per ripulire l'antico edificio dalla polvere del cantiere e dei secoli. Ora i primi reperti sono stati portati in laboratorio per essere studiati. Gli archeologi ancora non possono datare con precisione i ritrovamenti non hanno ancora gli elementi per capire se si trovino o no di fronte a una grande scoperta. «Non ne sappiamo ancora niente», ammette Elisabetta Roffia, sovrintendente ai beni archeologici di Milano.
Intanto gli archeologi lavorano e si scambiano idee: «Siamo scesi ancora poco, siamo molto in superficie. Scavando ancora si potrebbero fare altri ritrovamenti», dicono, e gli si illuminano gli occhi. Intanto i pochi avvocati e magistrati rimasti al lavoro passano e guardano quei muri di mattone. E si chiedono: «Chissà cosa c'è sotto il palazzo di giustizia?».

LA CITTA' E LA MEMORIA

LA CITTA' E LA MEMORIA
MARCO GARZONIO
Corriere della Sera (Milano) 07/08/2006

L'affiorare di resti medievali vicino a Palazzo di Giustizia e di un teatro romano presso la Borsa sono gli episodi più recenti di ritrovamenti solo apparentemente «casuali». Nel giro di pochi mesi, se aggiungiamo i reperti in piazza Meda, le mura lungo la Darsena, il cimitero di Medaglie d'Oro sta riemergendo una rete di insediamenti che confermano la ricchezza degli antichi insediamenti.
La Milano moderna ha sempre guardato con fastidio alla storia e alle testimonianze delle generazioni passate. Difficile trovare una città tanto propensa a rimuovere le radici e a far coincidere nuove edificazioni e demolizioni, culturalmente incapace di integrare passato, presente, futuro. Basterebbe pensare alla distruzione del sistema urbano dei Navigli prima della guerra e a quello dei Bastioni dopo il conflitto. Con tutto l'indotto sulle sistemazioni del tessuto circostante. Una mentalità fatta di ruspe e cantieri, a cui si è riusciti a sottrarre qualcosa nelle aree dietro corso Magenta e in occasione della costruzione della linea 3 del Metrò. Ma la sindrome della smemoratezza e l'insofferenza verso la salvaguardia conservativa dei monumenti continuano ad affliggere non solo le imprese preoccupate dal «fermo lavori», ma anche vaste categorie di interessi e di opinione pubblica. Sono una conferma le polemiche che hanno accompagnato la realizzazione del parcheggio di piazza Sant'Ambrogio, le difficoltà a definire un «piano» che riqualifichi dal punto di vista artistico-archeologico-turistico l'area che va da San Vittore a San Lorenzo, San Nazaro e Sant'Eustorgio.
Ora i ritrovamenti suggeriscono una svolta. Palazzo Marino, dopo gli annunci di sindaco e assessore Sgarbi sul rilancio culturale della città, ha un'opportunità da non perdere. Milano dispone di una schiera di valenti studiosi, e di archeologi in specie, della Soprintendenza e del Comune. Valorizzi le risorse umane a lungo frustrate da intollerabili ritardi (si pensi alle promesse mancate del Museo Archeologico) e dia vita a un tavolo dove siano raccordate tutte le istituzioni, venga aggiornata una mappa dei tesori noti, nascosti o prevedibili, possano essere elaborate linee di recupero e rilancio del patrimonio. Senza memoria storica è difficile immaginare e costruire un futuro della città. Anche le grandi opere sono pensabili in un contesto. Dissociate da una tradizione hanno un domani da edifici, non da pezzi di città. Scordare ciò che ci ha portato qui è comportarsi come quel tale che, per far legna, segava il ramo su cui stava seduto.

Reperti romani all’ex Luigi Rossi

Reperti romani all’ex Luigi Rossi
08/08/2006, Corriere Adriatico

Cantiere controllato dalla Soprintendenza. Conclusi gli scavi nell’antico teatro

E' considerata un'area interessante ai fini archeologici, quella relativa alla demolizione dell'ala aggiunta, rispetto al progetto originario, all'ex Luigi Rossi. Ecco perché i lavori vengono compiuti sotto la sorveglianza della Soprintendenza ai beni archeologici che esamina attentamente la terra di scavo. Costantemente è presente un tecnico e il dirigente della Soprintendenza Gabriele Baldelli vi compie visite frequenti. Siamo nei pressi del grande quadriportico romano, i cui resti si conservano nel seminterrato e, dati i segni significativi che emergono, altre sorprese potrebbero venire alla luce.

Nel frattempo è terminata anche per quest'anno la campagna di scavi nell'area del teatro romano; ma ancora c'è molto da scoprire, anche se la terra asportata dagli archeologi ha posto allo scoperto parti interessanti della scena, il cui rivestimento di marmoreo è stato rinvenuto in frammenti sul piano di calpestio che è stato individuato e raggiunto dagli scavi. A conclusione della campagna, sull'area di via De' Amicis hanno compiuto un sopralluogo, accompagnati dal dirigente della Soprintendenza archeologica di Ancona Gabriele Baldelli, l'assessore ai lavori pubblici Marco Paolini e l'assessore alla cultura Davide Rossi. Baldelli ha posto in evidenza come gli ultimi scavi abbiano permesso ai ricercatori di individuare l'asse simmetrico dell'edificio, particolarmente importante per calcolare subito le dimensioni del teatro, il suo orientamento e il rapporto con gli edifici retrostanti. Nella prosecuzione dello scavo del primo corpo di fabbrica, è stata rinvenuta anche una colonna di pietra bianca con capitello corinzio, il primo esempio di questo ordine, rinvenuto nella nostra città. Dopo che buona parte della gradinata è stata riportata alla luce, l'attenzione degli archeologi si è spostata sulla parte posteriore della scena che si trova in stretto collegamento con la costruzione i cui resti si trovano negli ambienti sotterranei del convento di Sant'Agostino e che appare sempre più come un tempio, avvalorando la tesi che la famosa basilica di Vitruvio, semmai sia stata costruita a Fano, si trova in un'altra parte della città.

I recenti ritrovamenti e gli studi che ne conseguono, rendono ancor più necessaria la conclusione delle trattative per il possesso pubblico dell'area di via De' Amicis, affinché gli scavi una volta ultimati, possano essere accessibili da parte della cittadinanza e dei turisti. Cosa che purtroppo ancora non è avvenuta a proposito dell'anfiteatro romano, che si trova nel seminterrato del palazzo costruito nell'ex area Montevecchio, seppure l'ambiente è stato musealizzato e dotato di un apparato didascalico al servizio dei visitatori.

Necropoli, scoperti altri tesori

Necropoli, scoperti altri tesori
Edizione del 9 agosto 2006, Corriere Adriatico

SPINETOLI – Il vicepresidente della Provincia Emidio Mandozzi “Stiamo scavando per ritrovare la nostra storia”
Da alcuni giorni è scesa in campo una équipe di antropologi dell’Università di Camerino

Fino ad ora sono state trovate 60 tombe. Venti quelle già ispezionate

Tre paia di calzari (molto probabilmente militari per via delle borchie metalliche) vanno ad aggiungersi a lucerne, olle, monete e collane di pasta vitrea, venute alla luce presso la necropoli di Spinetoli, dove gli scavi degli archeologi della ditta A.B.C. di Mara Miritello (accreditata presso la Soprintendenza archeologica delle Marche), ben coadiuvati dai ragazzi che hanno appena concluso un corso professionale presso la Provincia, continuano a ritmo incessante, tanto che sono oltre sessanta le tombe sinora ritrovate , di cui una ventina già “ispezionate” al loro interno.

Una necropoli molto vasta, che a distanza di 22 giorni non finisce di stupire per l’importante ricchezza storica del materiale rinvenuto.

“Stiamo scavando per ritrovare la nostra storia”, le parole usate dal vice presidente ed ex sindaco di Spinetoli, Emidio Mandozzi, per introdurre la conferenza stampa di ieri, tenuta proprio sul campo.

“Siamo molto soddisfatti sia del ritrovamento che della sinergia prodotta insieme a comune e provincia – ha asserito la dottoressa Nora Lucentini, Soprintendente ai Beni Archeologici delle Marche -, che ci sta permettendo di portare avanti con celerità e competenza i lavori di scavo. Confermo che trattasi di una necropoli romana di età imperiale, forse del II o III secolo dopo Cristo, afferente a gente comune dell’epoca. Quindi un ritrovamento sicuramente importante, ma più propriamente dal punto di vista storico ed archeologico – ha tenuto a precisare la Lucentini -, con il materiale rinvenuto ora al centro di studi approfonditi per stabilire non solo l’esatta epoca, ma anche stili di vita riguardo alla società del tempo”.

A proposito di ciò, da alcuni giorni è scesa in campo a Spinetoli una equipe di antropologi dell’Università di Camerino (prossimamente arriverà anche quella di Macerata, ndr), con a capo il professor Ugo Rollo, che ha salutato come innovativa l’idea di investire degli esperti antropologi: “Attraverso lo studio degli scheletri (tutti allineati con il capo ad est ed i piedi ad ovest, ndr)– ha affermato infatti il professore -, si potranno stabilire molte cose, tra cui anche il tipo di società dell’epoca. I resti ritrovati sinora, indicano una sepoltura con casse lignee (tre le tipologie di tombe: semplice a fossa terragna, copertura con tegoloni orizzontali, alla cappuccina), e fanno ipotizzare un rituale funebre tutt’altro che rozzo”.

Secondo gli esperti, la necropoli potrebbe essere molto vicina ad un importante insediamento abitativo, così come incerta è ancora la vera traiettoria dell’ultimo tratto dell’antica Salaria, forse spostata un poco più a nord dell’attuale asse viario.

“Faremo di tutto affinché i reperti, una volta catalogati, rimangano nel nostro museo di Spinetoli”, hanno infine dichiarato all’unisono e visibilmente soddisfatti il sindaco Canala e l’assessore Damiani.

"Così, scoperta dopo scoperta ricostruiamo la storia della città"

"Così, scoperta dopo scoperta ricostruiamo la storia della città"
09/08/2006, La Repubblica, Milano

Parla la studiosa Elisabetta Roffia: "Ogni ritrovamento ci insegna qualcosa"

I LAVORI per i parcheggi sotterranei sono una grande occasione per recuperare una parte della storia della nostra città. Milano è cresciuta su se stessa nei secoli e, in alcuni punti, possiamo pensare che nasconda ancora qualcosa del passato. Per questo ogni volta che qualcuno scava in profondità all'in terno delle mura romane viene seguito passo passo dai nostri archeologi». Elisabetta Roffia, fino alla scorsa settimana sovrintendente ai Beni archeologici della Lombardia (tra pochi giorni il testimone passerà a Luigi Malnati), è donna prudente che non ama fare ipotesi azzardate. Ma, come tutti gli archeologi, lavora per induzione. E di una cosa è certa: «L'archeologo procede per piccoli passi, non sempre per scoperte sensazionali. Ogni piccolo ritrovamento, magari anche il frammento di un oggetto, può essere utile. Il nostro lavoro non è solo quello di salvaguardare il patrimonio antico di Milano, ma anche di ricostruirne la storia».
Lunedì sono iniziati i lavori per il parcheggio sotto piazza San Babila.
Cosa ci può essere sotto l'asfalto?
«Lo sapremo fra qualche settimana. Prima bisogna fare i saggi, poi sapremo se si nasconde qualcosa di archeologicamente rilevante».
Ma in quella zona della città cosa si potrebbe trovare?
«Edifici romani, abitazioni, se qualcosa è rimasto. Capita spesso di scoprire che interventi recenti hanno già spazzato via tutti i resti dell'antichità».
Eppure da qualche anno ogni volta che il Comune fa un buco nell'asfalto viene alla luce qualcosa. L'ultimo ritrovamento è stata la necropoli in corso di Porta Romana.
«Per fortuna qualcosa è rimasto intatto. La zona di massimo interesse per noi è il centro storico, dove sorgeva la città romana.
In particolare vicino ai grandi edifici come il teatro romano [sotto piazza Affari), l'anfiteatro [fra via Arena, De Amicis e Conca del Naviglio), il palazzo imperiale (tra corso Europa e via Circo) . Ma seguiamo anche i cantieri all'interno delle altre cerchie dove sorgeva la città medioevale, o lungo le vie d'uscita come corso di Porta Romana, corso di Porta Ticinese, Corso Italia che possono nascondere le antiche necropoli».
In quanti cantieri state lavorando?
«Sei grandi cantieri, intesi come parcheggi sotterranei. Ma interveniamo anche ogni volta che qualcuno vuole scavare per costruire un garage sotterraneo, una cantina o un ascensore nelle zone a rischio. Più o meno controlliamo una quindicina di cantieri privati all'anno, anche se la maggior parte delle volte non troviamo nulla. Gli interventi dei secoli scorsi hanno distrutto molte tracce della Milano antica».
E se invece si trovasse qualcosa?
«Dipende da cosa si trova. Se sono oggetti o tombe che si possono trasportare allora si rallentano i lavori spostando i ritrovamenti interessanti, se invece ci sono resti di edifici, mura, chiese partono gli scavi archeologici».
A quanti metri sotto l'asfalto si possono trovare resti archeologici?
«La città romana è a pochi metri sotto la strada. Si parla di quattro-cinque metri, a seconda della zona».
Come lavorano gli archeologi nei cantieri?
«Prima di tutto si studiano le carte per cercare di capire cosa fu costruito in quel punto della città nei vari secoli. Poi, quando le ruspe hanno tolto il primo strato di terreno, quello toccato dagli interventi più recenti, gli archeologi fanno un saggio preliminare nel 20 per cento dell'area interessata. Dopo un'accurata indagine valutiamo rischi e costi. Nel caso venga trovato qualcosa di rilevante entrano in scena gli archeologi».

Libano, una guerra anche all'arte e alla storia

Libano, una guerra anche all'arte e alla storia
Marco Innocente Furina
L'Unità 11-08-2006

Essi stanno ai margini del la Foresta! Osservano meravigliati l'altezza dei Cedri! Erano come estasiati all'entrata nel bosco (...)! Essi guardarono la montagna dei cedri (...)! I cedri si alzavano maestosi e lussureggianti sulla montagna! La loro ombra era gradevole! Dava la felicità a chi vi entrava!.
Migliaia di anni prima della nostra era, molto prima dell'iliade e dell'Odissea, la prima opera letteraria dell'umanità, l'Epopea di Gilgamesh, parlava del Libano e delle sue foreste. Da quel giorno il Libano sarà conosciuto per sempre come il Paese dei Cedri, albero che ancor oggi campeggia al centro della sua bandiera. Gilgarnesh, mitico re sumero di Uruk, si era recato sui quei monti per prendere il legname che invece mancava nella sua terra. Da quell'altezza l'eroe mesopotamico contemplò il sole tramontare sul mare vicino. E fu così che il Mediterraneo, nelle tavolette cuneiformi, divenne «il mare superiore del sole calante». Era l'inizio della storia. Anche l'agricoltura mosse, fra Libano e Palestina, i suoi primi passi. A Gerico sono stati trovati i primi residui di semi fossili. Per non parlare della scrittura. Certo, l'idea di tradurre le parole in segni è più antica, nasce a Sumer e in Egitto. Ma furono i fenici, i mercanti per eccellenza, a inventare la scrittura come la conosciamo. Avevano bisogno di uno strumento agile, veloce, grazie al quale stipulare contratti, prendere appunti: ed ecco l'alfabeto, una trentina di segni o giù di lì all'inizio. Un metodo che piacque ai greci che lo imitarono e da questi gli etruschi che lo passarono ai romani, con l'alfabeto dei quali, lettera più lettera meno, ancora scriviamo. I Fenici dicevamo: comprare a sud e a est e vendere a o est, secondo l'antica regola della mezzaluna fertile. Ed ecco che li trovarno sparsi per tutto il Mediterraneo: Cipro, l'Egitto, Nord-Africa, Sicilia, Sardegna, Spagna, partiti dalle loro belle città della costa siro-libanese: Biblos, Sidone. Tiro. Tiro, un'isola in mezzo al mare, resistette a tutti: assiri, persiani ma non ad Alessandro il Grande. Venne allora il turno dei greci in medioriente. Qualche secolo dopo un generale romano dal ciuffo biondo ridusse Siria e Palestina a provincia romana. Si chiamava Pompeo, nome a cui lui preferiva aggiungere Magno. Era la stessa provincia dove il figlio di un falegname cominciò a predicare di amare il proprio nemico. Ma nulla dura in eterno, neanche Roma. Dissolto l'impero fu il turno dei bizantini clic all'inizio del VII secolo non resistettero agli arabi. La popolazione tuttavia rimase in maggioranza cristiana, almeno fino alle crociate. Le repubbliche marinare, Riccardo cuor di Leone, il Saladino, l'oriente tornò ad affascinare l'Europa che era quella dei castelli e delle corti. Mamma li turchi. San Giovanni d'Acre e Tiro veneziana, ultimi avamposti cristiani, cadono nel 1292. I mammelucchi conquistano la terra santa. Ci vorrà la prima guerra mondiale - e Lawrence d'Arabia - per strappargliela. Quanta storia. E la storia non passa mai invano. Lascia i suoi segni, le sue testimonianze. D'arte e cultura. Una cultura che oggi è in forte pericolo. Perché in quei luoghi è tornata la guerra e la guerra non risparmia nessuno. Cancella tutto, anche la memoria. «Il conflitto israelo-libanese rischia di produrre danni gravissimi in quei territori. Penso a Sidone, che è un gioiellino; penso a Tiro, dove si sta scavando il forte o San Giovanni d'Acri dove c'è la cittadella dei cavalieri>. A lanciare l'allarme sulle conseguenze che il conflitto israelo-palestinese potrebbe arrecare al patrimonio artistico di quelle regioni è il professor Piero Pierotti docente di scienze dei beni culturali all'Università di Pisa e presidente della sezione italiana di Art Watch international, un'associazione che ha fra i suoi scopi la tutela del patrimonio artistico mondiale. «Il rischio è tanto maggiore in quanto le testimonianze storico-artistiche in pericolo - continua il professore - consistono essenzialniente in un'architettura ancora “vissuta” e usata. In altre parole mancano i monumenti grandi e famosi, il patrimonio storico è integrato nei tessuti urbani e per questo meno facilmente difendibile». Insomma, è la continuità degli insedianienti umani in quei stessi luoghi da millenni a costituire un problema. «Si, specialmente gli antichi centri mussulmani costruiti in pietra sono dei veri e propri bunker utilizzati nei modi più vari al loro interno». Non tutte le distruzioni sono però solo frutto del caso. La guerra, si sa, è anche guerra della memoria. Distruggere le testimonianze storiche del nemico alla lunga è più utile clic eliminare una fabbrica o una ferros ia. «A Nablus, l'antica Neapolis, l'esercito israeliano, a forza di far la caccia all'uomo, ha distrutto quasi completamente l'antico centro storico mussulmano. I militari hanno demolito apposta l'antica grotta di Santa Barbara, una santa cristiana divenuta importante anche per gli islamici». La guerra nell'ex—Jugoslavia non è passata invano. Ma la conseguenza forse più devastanto della distruzione del patrimonio storico-artistico di Israele e Libano è l'impossibilità di far rinascere in quei luoghi un'economia del turismo. «Il patrimonio culturale è una grossa risorsa. Una risorsa però che per essere sfruttata ha bisogno, Come condizione di partenza, di pace. Facendo una battaglia per la difesa del patri nonio anisuco noi difendiamo una ragione economica forte che ci lega alla richiesta di pace. Mi spiego: se in quell'area si perde anche questa opportunità, gli Stati si impoveriranno e indeboliranno ulteriormente, diventando più facilmente vitlima dei signori delle armi. Senza contare che verranno a dipendere in misura sempre maggiore dalle rimesse clic vengono dai gruppi estremisti rifugiati all'estero. Un'altra ragione di guerra dunque». E tuttavia nel gran parlare che pure si fa su tutti i media mondiali di questo nuovo conflitto mediorientale, le preoccupazioni per la distruzione dei segni dello stroardinario passato di quelle terre sembrano restare del tutto assenti. «Io mi sono mosso — ammette il professor Pierotti - perché sospetto che non lo abbia fatto nessuno. Il guaio è che la cultura diftiisa non fa notizia. Le racconto un aneddotto: nel 1944 a Pisa si diffuse la voce che all'interno della Torre pendente si nascondesse un coniando tedesco. A quel punto gli americani volevano distruggerla. Non so chi abbia messo in giro la voce, probabilmente gli stessi tedeschi clic solevano spingere gli alleati a commettere questo crimine contro l'umanità. Tuttavia gli americani non la distrussero. Proprio quando stavano per farlo, un giovane ufficiale si prese la responsabilità di verificare prima l'informazione. Ecco in Libano non «è la torre di Pisa». Che dire, resta solo la pace.

giovedì 23 aprile 2009

E’ «on line» lo straordinario tesoro rupestre

E’ «on line» lo straordinario tesoro rupestre
Corriere del Mezzogiorno 23/04/2009

Visitare lo sterminato patrimonio rupestre della pro­vincia di Taranto sarà possibile anche via internet. Gra­zie al portale «Habitat Rupestre» (www.habitatrupestre­puglia. it), chiunque potrà esplorare uno dei tesori nasco­sti di Puglia, le grotte, le chiese, le gravine. Finanziato con i Pis (progetti integrati settoriali), il portale verrà inaugurato a Laterza domani. Tredici i comuni che avran­no il compito di arricchirlo quotidianamente: Altamura, Castellaneta, Crispiano, Ginosa, Gravina di Puglia, Grot­taglie, Laterza (comune capofila), Massafra, Montemeso­la, Mottola, Palagianello, Santeramo in Colle e Statte. «La finestra che si apre sull’Europa, grazie a questo portale turistico, può essere fonte immensa di possibilità di far­si conoscere per i nostri operatori, ma soprattutto di far conoscere il nostro stupendo territorio con le sue pecu­­liarità, le sue gravine, le sue tradizioni socio-culturali e culinarie» dice Leonardo Pugliese, vice sindaco ed asses­sore alle Politiche Comunitarie di Laterza, «gli operatori dovranno lavorare sodo per riempire di contenuti il por­tale, insieme con le categorie di riferimento, turismo, commercio, artigianato, industria». Pugliese ha portato a compimento tutte quelle opere necessarie per non per­dere i finanziamenti europei, visto anche che i fondi co­munitari saranno messi a disposizione della Puglia in «obiettivo 1» (regioni svantaggiate), solo per altri sette anni attraverso le Aree Vaste.

Necropoli bizantina, le prospettive dopo la scoperta

Necropoli bizantina, le prospettive dopo la scoperta
IL TEMPO 23/04/2009

Un convegno per parlare delle prospettive archeologiche che si sono aperte dopo le ultime scoperte nell'area di Marinelle Vecchie.
Il ritrovamento di 18 tombe risalenti al periodo bizantino non solo ha infatti gettato una nuova luce sulla storia del Molise, ma potrebbe essere, secondo gli esperti, la testimonianza che esiste nella zona un ampio insediamento ancora tutto da studiare. L'incontro si terrà domani, alle ore 17,30, presso Palazzo Norante a Campomarino. Saranno esaminati e discussi i nuovi dati acquisiti e si valuteranno anche interessanti prospettive in chiave turistica. All'appuntamento, che sarà aperto dai saluti di Anna Maria Mattucci, presidente del Consiglio Comunale, e moderato da Pasquale Di Giulio, parteciperanno, in qualità di relatori, tre studiosi dell'Università degli Studi del Molise: il professor Tonino Minguzzi, preside del Corso di Laurea in Scienze Turistiche, il professor Mauro Mauriello, preside del Corso di Laurea in Archeologia, Beni Culturali e Turismo e il professor Gianfranco De Benedittis, docente di Topografia Antica. Le conclusioni saranno affidate al sindaco Anita Di Giuseppe. Il ritrovamento archeologico effettuato è il più importante degli ultimi anni, poiché è il primo, nella nostra regione, a dare testimonianza dell'influenza bizantina nell'area e ad avallare l'immagine dei nostri antenati come popolazioni aperte ai traffici via mare con l'Oriente mediterraneo. Dani.Lo.

mercoledì 22 aprile 2009

Dopo cent’anni il Comune pensa a una seconda serie di scavi

Dopo cent’anni il Comune pensa a una seconda serie di scavi
Gianluigi Valsecchi
La Provincia - Como, 16 aprile 2009

ZELBIO - Una campagna di scavi archeologici per fare luce sulla storia di Zelbio. Lo rivela il sindaco, Giuseppe Sorbini: «Il nostro paese ha una origine molto antica. Basterebbe rammentare alcune delle numerose leggende locali, secondo cui la regina Auffreda, moglie del re dei Goti Teodorico, si fece edificare un palazzo imperiale al Piano del Tivano , o – ancora – ricordare come giusto un secolo fa una campagna di scavi archeologici portò alla luce in località Malmoria numerosi reperti oggi conservati al museo archeologico di Como».

L’idea di nuovi scavi nasce dunque spontanea a, come detto, un secolo di distanza dalla prima importante campagna. «Riteniamo che al Piano del Tivano, particolarmente nella zona delle due grotte, la Tacchi e la Zelbio, vi siano numerose testimonianze della Zelbio di ieri e dell’altroieri»– continua il primo cittadino – «Scavando, insomma, potrebbero tornare alla luce importanti reperti, che permetterebbero di scoprire ulteriori verità sulla storia antica del nostro paese».

L’operazione di scavo, a norma di legge, dovrebbe essere per forza condotta con la supervisione di esperti. «Proprio così. Per questo motivo pensiamo di contattare associazioni (si pensi alla Società archeologica comense) che con la loro esperienza possono validamente indirizzare le ricerche e condurre la relativa campagna di scavo».

Per quanto riguarda i tempi, infine, si pensa di avviare l’iter tra la fine del 2009 e l’inizio del prossimo anno.



Gianluigi Valsecchi

martedì 21 aprile 2009

Sahara, arte a rischio tra vandali e incuria

il Riformista 19.4.09
Sahara, arte a rischio tra vandali e incuria
di Savino di Lernia

ALLARME. Alcune antichissime pitture nel Tadrart Acacus sono state imbrattate da ignoti. Un danno inestimabile contro una "cappella sistina" dell'antichità, patrimonio dell'Unesco. La Missione archeologica della Sapienza a Tripoli fa il possibile. Ma i turisti sono sempre di più. E i siti sempre meno protetti.

La prima e-mail arriva tre giorni fa: una collega, amante del deserto e conoscitrice di ogni piega dell'Acacus, nel cuore del Sahara libico, mi accenna ad un episodio di vandalismo contro alcuni dipinti di età preistorica. Poi una serie concitata di telefonate, messaggi sms, e la casella di posta del sito web della missione intasata di lettere dei (tanti) turisti che visitano le pitture rupestri del Sahara, da oltre venti anni Patrimonio Unesco dell'Umanità. Se all'inizio pensavo fosse un tamtam non del tutto fondato - come spesso accade per le cose africane, e libiche in particolare - la telefonata concitata del Presidente del Dipartimento delle Antichità di Libia, Giuma Anag, ha spazzato via ogni dubbio. Alcune siti nella zona di Wadi Awiss nel Tadrart Acacus, con pregevolissime pitture di età neolitica, sono stati imbrattati, non si sa ancora bene se con vernice spray, o con l'olio esausto di uno dei tanti fuoristrada che ogni giorno trasportano centinaia di turisti a visitare le testimonianze di civiltà antichissime: per usare una metafora abusata, una delle straordinarie "cappelle sistina" dell'umanità più antica.
Non sappiamo ancora molto - a parte che l'entità del danno è ingente, diversi metri di roccia dipinta completamente devastata -, certo è che quel che è avvenuto alcuni giorni fa potrebbe ripetersi, danneggiando in modo irreparabile altri contesti. Le pitture e i graffiti sono accessibili a chiunque, basta un semplice desert pass che costa pochi euro, e i controlli sono affidati a poche pattuglie di polizia turistica che devono coprire un territorio enorme, oltre 6mila kmq. Il Dipartimento di Archeologia di Tripoli sta organizzando una spedizione per verificare l'entità del danno: alcuni restauratori, al seguito della Missione Archeologica Italo-Libica della Sapienza, valuteranno le possibilità di ripristino, che appaiono per ora assai remote.
Le montagne dell'Acacus, al confine tra Libia e Algeria, nel cuore del Sahara, sono un luogo di formidabile bellezza, pinnacoli di arenaria rossastra incisi da ampie vallate sabbiose. Qui, lungo i tracciati di fiumi estinti, si snodano quasi senza soluzione di continuità decine di grotte e ripari decorati con pitture e graffiti di età neolitica, risalenti cioè ad un periodo tra 10000 e 3000 anni fa. Queste pitture, aldilà della notevolissima raffinatezza e maturità artistica, rivelano tratti scomparsi di civiltà sahariane con ricchezza di particolari e minutezza di dettagli, invisibili alla normale ricerca archeologica.
Da oltre cinquant'anni, la Missione Archeologica Italo-Libica della Sapienza lavora in strettissima collaborazione con il Dipartimento delle Antichità Libiche in queste regioni, mappando e documentando un patrimonio di livello straordinario. Graffiti e pitture rappresentano un antico universo completamente scomparso: animali di savana, popolazioni di etnie diverse, attività di allevamento di bovini istoriano con una densità senza pari le vallate di queste montagne sahariane. Le pitture, eseguite con pennelli finissimi adoperando ocre di varie tonalità, dal rosso al verde, sono certamente il cuore dell'arte sahariana, e i dipinti deturpati dell'Awiss non fanno eccezione: figure umane, personaggi armati, giraffe, oramai invisibili sotto uno spesso strato nerastro.
Le ricerche archeologiche italiane - lente, complesse e delicate - hanno rivelato alla comunità scientifica internazionale un luogo di importanza speciale per comprendere e meglio posizionare le dinamiche del popolamento umano in Africa settentrionale. Si è realizzato, in questo lembo di Sahara, uno di quei miracoli tipicamente italici, dove l'intreccio quasi casuale di capacità, competenze e coraggio ha di fatto prodotto - come mi diceva tempo fa Claudio Pacifico, allora Ambasciatore a Tripoli, e oggi al Cairo - una delle eccellenze culturali in campo internazionale. In oltre mezzo secolo, la Missione ha lavorato continuativamente ed efficacemente, indipendentemente dalla temperatura, spesso bollente in superficie, a dalle relazioni politiche bilaterali.
Da alcuni anni, e in particolare dopo l'abolizione dell'embargo, la Libia è tornata prepotentemente alla ribalta internazionale e il turismo, come naturale conseguenza, è cresciuto in modo formidabile: sono oltre 120mila le persone che ogni anno, da settembre a maggio, passano in queste regioni per ammirare la bellezza di un'arte antichissima e drammaticamente fragile. Esposta ai danni del clima desertico, alle terribili escursioni termoclastiche, alla violenza del vento, oggi l'arte rupestre dell'Acacus deve subire un ulteriore sfregio, fatto di vandalismi stupidi e violenti. Come quest'ultimo di pochi giorni fa.
Dal 2000, la Missione ha intensificato gli sforzi a ogni livello per ottenere un risultato: rendere queste regioni un luogo protetto, un Parco Nazionale, con personale formato e competente, capace di assistere e guidare i visitatori. Nel 2006, a seguito di una richiesta del Dipartimento delle Antichità libiche, sono stati suggeriti alcuni provvedimenti di minima, come recintare in modo simbolico - una semplice barriera di foglie di palma, alta poco più di un metro - i ripari con le pitture più significative, al fine di abolire, come suggerisce l'Unesco, quella sensazione classica di terra incognita che i viaggiatori hanno nell'attraversare luoghi deserti, ritenuti a torto spazi di nessuno e senza tempo. Ma ci sono anche risvolti politici e culturali che non possono essere ignorati. La Libia ospita una incredibile serie di siti archeologici: basti pensare alle splendide città di età greca e romana della costa (Sabratha, Leptis Magna, Cirene, solo per citarne alcune), alle straordinarie evidenze medievali di Ghadames, fino alla medina di Tripoli. È complicato operare scelte, spesso dolorose, dedicando risorse e sforzi ad alcuni luoghi e tralasciandone altri. Un possibile spiraglio potrebbe essere offerto dal recente "Trattato di Amicizia" tra Italia e Libia, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008 e ratificato da poche settimane dal Parlamento Italiano, che prevede tra i vari punti un rinnovato impulso alla collaborazione nel settore archeologico.
Paradossalmente, gli sfregi vandalici delle antiche pitture rupestri ci offrono l'opportunità per intervenire immediatamente, non solo per il restauro dei dipinti imbrattati, ma specialmente per realizzare con prontezza quelle iniziative che necessitano al momento uno sforzo politico e culturale: la Missione della Sapienza e il Dipartimento delle Antichità di Tripoli non possono sostenere da soli quanto oramai sta accadendo. La lunga consuetudine, che segna in modo indelebile la Missione nell'Acacus, potrebbe però essere una chiave di volta, e funzionare da volano virtuoso e operativo per avviare un processo di protezione e tutela non più rimandabile.
Nel 1996, oramai quasi quindici anni fa, Amgahr Hammadani, l'anziano capo Tuareg dell'Acacus, ci diceva sconsolato di portare via le attrezzature di scavo che ogni anno lasciavamo in un riparo sotto roccia: «troppa gente, troppe macchine: non è più sicuro qui». Il destino dell'Acacus, come di altre zone desertiche, immense e desolate, passa attraverso le parole di un vecchio Tuareg. La sicurezza di questo patrimonio, per le future generazioni, libiche e non solo, dovrà basarsi su una nuova consapevolezza, e su un modo diverso di affrontare questo formidabile deserto dipinto.

domenica 12 aprile 2009

Butovo, una Katyn alle porte di Mosca

il Riformista 12.4.09
Butovo, una Katyn alle porte di Mosca
di Ubaldo Casotto

Fosse comuni. In Russia sono oltre seicento. Dal 1918 al 1953 sono state fucilate 826.645 persone. Lidija Golovkova, musicista e professoressa d'arte, ha scoperto per caso una di queste fosse, con 20mila corpi. E, novella Antigone, ha deciso di consegnare alla nostra memoria la storia di quei martiri, uno per uno.

Ho finalmente visto "Katyn". Il film di Andrzej Wajda sulla strage di circa ventimila soldati polacchi, tra cui 4.500 ufficiali, perpetrata dai russi nell'aprile-maggio 1940. Furono tutti uccisi con un colpo alla nuca e gettati "alla rinfusa in fosse comuni" come annota nel suo diario personale il ministro tedesco per la propaganda Joseph Gobbels, alla data del 9 aprile 1943, dopo la scoperta dell'eccidio dei suoi ex alleati.
A vedere il film del grande regista polacco, fra parenti e amici, eravamo in otto. Io che mi sono laureato in filosofia agli inizi degli anni Ottanta e che conoscevo la storia, ma non perché l'avessi appresa su qualche manuale. Una professoressa di lettere in un istituto tecnico di Roma, che non ne sapeva niente. Mia figlia di diciassette anni, che ha già studiato due volte la Seconda guerra mondiale, in quinta elementare e in terza media. Una laureata in lettere e suo marito ingegnere che chiedevano lumi sulle date e sui luoghi. Una laureanda in magistero inconsapevole del fatto. Un laureato in giurisprudenza che sapeva, ma solo in virtù del suo mestiere di giornalista. E mio figlio di undici, l'unico assolvibile per la sua ignoranza, i nuovi programmi di storia per le elementari si fermano al Medio evo.
Questa premessa per dire che quello che viene chiamato maldestramente e con intento di accusa "revisionismo storico" - mentre è solo ricostruzione delle memoria censurata - ha purtroppo molto cammino da fare.
«Ancora Katyn? Ma le sappiamo da vent'anni queste cose…». Innanzitutto chiedetevi perché solo da vent'anni. In secondo luogo prendetevi la briga di entrare in una qualsiasi aula di una scuola superiore italiana o di una università, dite "Katyn" e contate le mani che si alzano per darvi una risposta. Rischiate percentuali più basse della mia comitiva cinematografica.
Ma non è di Katyn che volevo parlare, anche se consiglio a tutti di vederlo - se riescono a trovare un cinema che lo programmi, piuttosto acquistino una copia e orgnizzino proiezioni speciali. È non bello, bellissimo. Lento? Della doverosa lentezza e solennità della tragedia. Pesante? Uccidete ventimila persone con un colpo alla nuca e poi ditemi se vi sentite leggeri.
Non è di Katyn, dicevo, che voglio scrivere. Bensì di un'altra foresta, di altri boschi. Di un'altra voragine della memoria che va riempita. I boschi sono a sud di Mosca. Il posto si chiama Butovo. Qui nel 1937/38 vennero fucilate oltre ventimila persone.
Se sappiamo qualcosa di Butovo, lo dobbiamo a una sconosciuta donna russa, Lidija Golovkova. Nel suo "Liberi. Storie e testimonianze dalla Russia" (Bur, 176 pagine, 9 euro) Giovanna Parravicini la definisce «un'Antigone dei nostri giorni». Il libro è una raccolta di piccole biografia di protagonisti della vita russa del Ventesimo secolo (la pianista, il sacerdote, la scrittrice, il professore di filologia, la dattilografa del Samizdat…) conosciuti dall'autrice, che ha frequentato clandestinamente il dissenso russo fin dal 1979, e che ora vive e lavora a Mosca dove anima un centro culturale. Le sue sono storie di resistenza all'idelogia, di coraggio per la testimonianza della verità e quindi, paradossalmente - perché tutti questi personaggi, chi più chi meno hanno conosciuto la censura, il carcere, la Lubianka, gli interrogatori, il confino, il Gulag - un'esperienza di libertà.
Lidia Golovkova è una di questi "liberi". Adesso insegna Storia della Chiesa contemporanea presso l'Università ortodossa San Tichon, ma non era certo questa l'immagine che si era fatta della sua vita. Padre compositore e madre concertista di pianoforte, vive immersa nella musica fin da piccola, in un grande appartamento in coabitazione con altre famiglie perché il padre era partito per la guerra nel giugno 1941, due mesi dopo la sua nascita. Un'insegnante domestica scopre il suo talento pittorico e la indirizza alla famosa Scuola d'arte Surikov.
Inquieta, a diciott'anni riesce a farsi assumere in un circo dove si esibisce con dodici cani barboni e diciotto pappagalli indonesiani parlanti. Diplomata, diventa hostess e gira il mondo per tre anni. Poi torna alla pittura. In questo periodo, fine Sessanta inizio Ottanta, nulla sa del "dissenso" che cova sotto la vita ufficiale del mondo artistico che frequenta. È la condizione di tanti, della maggioranza delle persone, lei stessa ora si stupisce, leggendo le lettere fra suo padre e sua madre quando erano fidanzati, era il 1938, di come non ci fosse «neppure un accenno a quello che stava succedendo intorno… La verità è che, incredibilmente, la gente poteva non rendersi conto di niente».
Poi arriva la perestrojka e Lidija si ritrova senza mezzi, senza lavoro, senza soldi. La ventata di libertà del periodo riporta a galla una dimensione pubblica dell'annuncio cristiano rimasto fino allora nell'ombra. Lidija ritrova la fede. Inizia a insegnare in uno dei primi ginnasi ortodossi che riaprono. Nel tempo libero ritrae dal vero architetture d'altri tempi, spesso semidiroccate, per «fissare la memoria del passato». Costruisce una mappa di Mosca con i luoghi di questi edifici morenti: chiese monasteri, ville.
Un giorno, in una di queste sue perlustrazioni, accetta un passaggio in auto da un poliziotto che le parla di un'ex monastero. Lui ci ha fatto i corsi di polizia, era una prigione con una fama terribile. Giunto in prossimità del luogo il poliziotto però non la fa scendere, sta facendo buio, troppo pericoloso. Lidija scende alla stazione... e poi torna indietro a piedi, trova un varco nella recinzione ed entra nell'edificio. Scopre le celle, trova un proiettile... Tornerà di nascosto per mesi, e per mesi chiede notizie su quel posto. Invano. Finché un uomo nato in un lager le scioglie il segreto: «È la Suchanovka», l'ex eremo di Santa Caterina trasformato in prigione nel 1931, poi usato come luogo di tortura ai tempi di Berija; pochi ne sono usciti vivi.
Lidija inizia a cercare i sopravvissuti, i secondini e i torturatori. Riesce ad arrivare, tramite il rettore dell'università San Tichon, agli archivi della Lubjanka. Ci passa anni. Recupera i fascicoli di migliaia di vittime, ne ricostruisce la vita, l'arresto, la fine. Si rivolge anche al Memorial, l'associazione laica fondata da Sacharov all'epoca della perestrojka, tra loro e la San Tichon non corre buon sangue, ma Lidija riesce a farli lavorare insieme. Scopre due siti di fucilazione e sepoltura di massa fuori Mosca: l'ex poligono dell'NKVD a Butovo e l'ex sovchoz a Kommunarda. Continua a raccogliere storie e a catalogarle fino alla pubblicazione del "Libro della memoria" di Butovo. Ne sono usciti, per ora, otto volumi. Di libri simili in Russia ce ne sono oggi ottantanove: le fosse comuni che si scoprono sembrano non finire mai. Quelle ritrovate a oggi sono seicento. I fucilati dal 1918 al 1953 sono 826.645.
Nel poligono di Butovo è stata costruita una chiesa. In una bacheca di vetro ci sono: una scarpa sfondata, alcuni cenci, manciate di terra, proiettili... e un foglio di carta, il verbale di interrogatorio di un anziano sacerdote, con la firma dell'imputato all'inizio e alla fine, non sembra fatta dalla stessa mano, non era più la stessa persona quella che poche ore dopo aver scritto il suo nome in bella calligrafia non riusciva a portare a termine uno scarabocchio tremolante.
Il lavoro di Lidija Golovkova, film come quello di Wajda non sono una commiserazione nel ricordo, non costituiscono una sorta di risarcimento per la dimenticanza. Sono opere indispensapili per l'identità personale di molti e per la nostra identità collettiva. L'uomo non si differenzia dall'animale per il linguaggio, ma per la capacità di coscienza. E la capacità di coscienza, che è un atto del presente, è capacità di memoria. La memoria è, infatti, qualcosa di più del ricordo perché dà statura e consistenza all'altrimenti effimero istante presente. Un popolo separato dalle sue radici storiche, o impossibilitato a ricordarle, è disponibile a qualsiasi progetto totalitario.
Ma c'è un'altra conseguenza della memoria, e non si tratta di un effetto collaterale. È nel titolo del libro di Anna Parravicini: "Liberi". La memoria rende liberi. Come al solito qualcuno l'ha già detto meglio di noi: «A che serve la memoria? A liberarsi!» (T.S. Eliot, "Quattro quartetti").

Butovo, una Katyn alle porte di Mosca

il Riformista 12.4.09
Butovo, una Katyn alle porte di Mosca
di Ubaldo Casotto

Fosse comuni. In Russia sono oltre seicento. Dal 1918 al 1953 sono state fucilate 826.645 persone. Lidija Golovkova, musicista e professoressa d'arte, ha scoperto per caso una di queste fosse, con 20mila corpi. E, novella Antigone, ha deciso di consegnare alla nostra memoria la storia di quei martiri, uno per uno.

Ho finalmente visto "Katyn". Il film di Andrzej Wajda sulla strage di circa ventimila soldati polacchi, tra cui 4.500 ufficiali, perpetrata dai russi nell'aprile-maggio 1940. Furono tutti uccisi con un colpo alla nuca e gettati "alla rinfusa in fosse comuni" come annota nel suo diario personale il ministro tedesco per la propaganda Joseph Gobbels, alla data del 9 aprile 1943, dopo la scoperta dell'eccidio dei suoi ex alleati.
A vedere il film del grande regista polacco, fra parenti e amici, eravamo in otto. Io che mi sono laureato in filosofia agli inizi degli anni Ottanta e che conoscevo la storia, ma non perché l'avessi appresa su qualche manuale. Una professoressa di lettere in un istituto tecnico di Roma, che non ne sapeva niente. Mia figlia di diciassette anni, che ha già studiato due volte la Seconda guerra mondiale, in quinta elementare e in terza media. Una laureata in lettere e suo marito ingegnere che chiedevano lumi sulle date e sui luoghi. Una laureanda in magistero inconsapevole del fatto. Un laureato in giurisprudenza che sapeva, ma solo in virtù del suo mestiere di giornalista. E mio figlio di undici, l'unico assolvibile per la sua ignoranza, i nuovi programmi di storia per le elementari si fermano al Medio evo.
Questa premessa per dire che quello che viene chiamato maldestramente e con intento di accusa "revisionismo storico" - mentre è solo ricostruzione delle memoria censurata - ha purtroppo molto cammino da fare.
«Ancora Katyn? Ma le sappiamo da vent'anni queste cose…». Innanzitutto chiedetevi perché solo da vent'anni. In secondo luogo prendetevi la briga di entrare in una qualsiasi aula di una scuola superiore italiana o di una università, dite "Katyn" e contate le mani che si alzano per darvi una risposta. Rischiate percentuali più basse della mia comitiva cinematografica.
Ma non è di Katyn che volevo parlare, anche se consiglio a tutti di vederlo - se riescono a trovare un cinema che lo programmi, piuttosto acquistino una copia e orgnizzino proiezioni speciali. È non bello, bellissimo. Lento? Della doverosa lentezza e solennità della tragedia. Pesante? Uccidete ventimila persone con un colpo alla nuca e poi ditemi se vi sentite leggeri.
Non è di Katyn, dicevo, che voglio scrivere. Bensì di un'altra foresta, di altri boschi. Di un'altra voragine della memoria che va riempita. I boschi sono a sud di Mosca. Il posto si chiama Butovo. Qui nel 1937/38 vennero fucilate oltre ventimila persone.
Se sappiamo qualcosa di Butovo, lo dobbiamo a una sconosciuta donna russa, Lidija Golovkova. Nel suo "Liberi. Storie e testimonianze dalla Russia" (Bur, 176 pagine, 9 euro) Giovanna Parravicini la definisce «un'Antigone dei nostri giorni». Il libro è una raccolta di piccole biografia di protagonisti della vita russa del Ventesimo secolo (la pianista, il sacerdote, la scrittrice, il professore di filologia, la dattilografa del Samizdat…) conosciuti dall'autrice, che ha frequentato clandestinamente il dissenso russo fin dal 1979, e che ora vive e lavora a Mosca dove anima un centro culturale. Le sue sono storie di resistenza all'idelogia, di coraggio per la testimonianza della verità e quindi, paradossalmente - perché tutti questi personaggi, chi più chi meno hanno conosciuto la censura, il carcere, la Lubianka, gli interrogatori, il confino, il Gulag - un'esperienza di libertà.
Lidia Golovkova è una di questi "liberi". Adesso insegna Storia della Chiesa contemporanea presso l'Università ortodossa San Tichon, ma non era certo questa l'immagine che si era fatta della sua vita. Padre compositore e madre concertista di pianoforte, vive immersa nella musica fin da piccola, in un grande appartamento in coabitazione con altre famiglie perché il padre era partito per la guerra nel giugno 1941, due mesi dopo la sua nascita. Un'insegnante domestica scopre il suo talento pittorico e la indirizza alla famosa Scuola d'arte Surikov.
Inquieta, a diciott'anni riesce a farsi assumere in un circo dove si esibisce con dodici cani barboni e diciotto pappagalli indonesiani parlanti. Diplomata, diventa hostess e gira il mondo per tre anni. Poi torna alla pittura. In questo periodo, fine Sessanta inizio Ottanta, nulla sa del "dissenso" che cova sotto la vita ufficiale del mondo artistico che frequenta. È la condizione di tanti, della maggioranza delle persone, lei stessa ora si stupisce, leggendo le lettere fra suo padre e sua madre quando erano fidanzati, era il 1938, di come non ci fosse «neppure un accenno a quello che stava succedendo intorno… La verità è che, incredibilmente, la gente poteva non rendersi conto di niente».
Poi arriva la perestrojka e Lidija si ritrova senza mezzi, senza lavoro, senza soldi. La ventata di libertà del periodo riporta a galla una dimensione pubblica dell'annuncio cristiano rimasto fino allora nell'ombra. Lidija ritrova la fede. Inizia a insegnare in uno dei primi ginnasi ortodossi che riaprono. Nel tempo libero ritrae dal vero architetture d'altri tempi, spesso semidiroccate, per «fissare la memoria del passato». Costruisce una mappa di Mosca con i luoghi di questi edifici morenti: chiese monasteri, ville.
Un giorno, in una di queste sue perlustrazioni, accetta un passaggio in auto da un poliziotto che le parla di un'ex monastero. Lui ci ha fatto i corsi di polizia, era una prigione con una fama terribile. Giunto in prossimità del luogo il poliziotto però non la fa scendere, sta facendo buio, troppo pericoloso. Lidija scende alla stazione... e poi torna indietro a piedi, trova un varco nella recinzione ed entra nell'edificio. Scopre le celle, trova un proiettile... Tornerà di nascosto per mesi, e per mesi chiede notizie su quel posto. Invano. Finché un uomo nato in un lager le scioglie il segreto: «È la Suchanovka», l'ex eremo di Santa Caterina trasformato in prigione nel 1931, poi usato come luogo di tortura ai tempi di Berija; pochi ne sono usciti vivi.
Lidija inizia a cercare i sopravvissuti, i secondini e i torturatori. Riesce ad arrivare, tramite il rettore dell'università San Tichon, agli archivi della Lubjanka. Ci passa anni. Recupera i fascicoli di migliaia di vittime, ne ricostruisce la vita, l'arresto, la fine. Si rivolge anche al Memorial, l'associazione laica fondata da Sacharov all'epoca della perestrojka, tra loro e la San Tichon non corre buon sangue, ma Lidija riesce a farli lavorare insieme. Scopre due siti di fucilazione e sepoltura di massa fuori Mosca: l'ex poligono dell'NKVD a Butovo e l'ex sovchoz a Kommunarda. Continua a raccogliere storie e a catalogarle fino alla pubblicazione del "Libro della memoria" di Butovo. Ne sono usciti, per ora, otto volumi. Di libri simili in Russia ce ne sono oggi ottantanove: le fosse comuni che si scoprono sembrano non finire mai. Quelle ritrovate a oggi sono seicento. I fucilati dal 1918 al 1953 sono 826.645.
Nel poligono di Butovo è stata costruita una chiesa. In una bacheca di vetro ci sono: una scarpa sfondata, alcuni cenci, manciate di terra, proiettili... e un foglio di carta, il verbale di interrogatorio di un anziano sacerdote, con la firma dell'imputato all'inizio e alla fine, non sembra fatta dalla stessa mano, non era più la stessa persona quella che poche ore dopo aver scritto il suo nome in bella calligrafia non riusciva a portare a termine uno scarabocchio tremolante.
Il lavoro di Lidija Golovkova, film come quello di Wajda non sono una commiserazione nel ricordo, non costituiscono una sorta di risarcimento per la dimenticanza. Sono opere indispensapili per l'identità personale di molti e per la nostra identità collettiva. L'uomo non si differenzia dall'animale per il linguaggio, ma per la capacità di coscienza. E la capacità di coscienza, che è un atto del presente, è capacità di memoria. La memoria è, infatti, qualcosa di più del ricordo perché dà statura e consistenza all'altrimenti effimero istante presente. Un popolo separato dalle sue radici storiche, o impossibilitato a ricordarle, è disponibile a qualsiasi progetto totalitario.
Ma c'è un'altra conseguenza della memoria, e non si tratta di un effetto collaterale. È nel titolo del libro di Anna Parravicini: "Liberi". La memoria rende liberi. Come al solito qualcuno l'ha già detto meglio di noi: «A che serve la memoria? A liberarsi!» (T.S. Eliot, "Quattro quartetti").

sabato 11 aprile 2009

Montezuma non fu lapidato dai suoi ma ucciso dagli spagnoli

Corriere della Sera 9.4.09
Il British Museum rilegge documenti e reperti archeologici. A fine estate una grande esposizione
Montezuma non fu lapidato dai suoi ma ucciso dagli spagnoli
di Guido Santevecchi

I vincitori scrivono la storia e di soli­to, oltre al potere, cercano di to­gliere allo sconfitto anche la dignità. Nel 1520 gli avventurieri venuti dalla Spagna in cerca di nuove terre segui­rono questo copione con Montezu­ma, l’imperatore azteco che li aveva accolti come inviati del cielo e fu ri­pagato con schiavitù, morte e disono­re.
Secondo le cronache del tempo, Montezuma aprì le porte del suo do­minio — che si estendeva dalle coste del Pacifico al Golfo del Messico — agli uomini guidati da Hernán Cor­tés e quando il suo popolo capì che i conquistadores erano arrivati solo per depredarli delle loro ricchezze e si ribellò, Montezuma cercò ancora di trovare un compromesso, ma finì lapidato dalla folla che assalì il palaz­zo di Tenochtitlan (l’attuale Città del Messico). Questa la storia ufficiale.
Ma ora il British Museum ha lan­ciato un’operazione per riabilitare l’imperatore. La revisione sostiene che Montezuma, divenuto ostaggio degli stranieri che aveva accolto co­me ospiti di riguardo, fu tenuto pri­gioniero e al momento opportuno as­sassinato con oro fuso colato in gola; poi Cortés ordinò ai suoi scrivani di fabbricare ad arte la versione della la­pidazione per legittimare l’interven­to «pacificatore» della potenza spa­gnola.
L’impero azteco cadde, travolgen­do anche la reputazione di Montezu­ma, tanto che nel Messico moderno non c’è alcun monumento che lo ri­cordi. Il British Museum, che dedi­cherà al sovrano una mostra, ha tro­vato materiale a sostegno della sua teoria negli archivi dell’università di Glasgow e di Cuernavaca.
Si tratta in particolare di testi illu­strati del XVII secolo che mostrano Montezuma con una corda al collo e in catene: la prova che l’imperatore non era un traditore asservito agli in­vasori ma un prigioniero.
Neil MacGregor, il direttore del Bri­tish Museum, spiega che l’obiettivo di questa rivisitazione è di corregge­re la prospettiva «eurocentrica» del­la storia. Un segno di questa strate­gia culturale è nel titolo stesso della mostra che aprirà alla fine dell’estate a Londra: Moctezuma, Aztec ruler, non Montezuma, un cambio di gra­fia per adeguarla alla pronuncia azte­ca.
Oggetti, gioielli, una maschera tur­chese pagata come tributo all’impe­ro dai popoli della regione racconta­no la parabola di un sovrano che for­se amava più la religione che la forza delle armi: Moctezuma aveva osser­vato una serie di portenti come co­mete visibili in pieno giorno che lo avevano illuso sull’imminente ritor­no in terra del dio Quetsalcoatl. Ma Hernán Cortés non era un dio, solo un conquistatore e forse un inquina­tore della storia.

martedì 7 aprile 2009

Una catena umana per salvare la necropoli punica

Una catena umana per salvare la necropoli punica
Alessandra Sallemi
La Nuova Sardegna 06/04/2009

CAGLIARI Un operaio del settore pneumatici è venuto col figlio da Olbia perché «prima che olbiese sono sardo» e il destino della necropoli di Tuvixeddu è un problema che riguarda tutta l’isola: una bella frase che testimonia l’interesse ancora vivo dopo vent’anni di tira e molla sul progetto Coimpresa, riaccreditato sul piano politico con l’avvento alla Regione della giunta amica di centrodestra. Il variegato gruppo di oppositori all’accordo di programma che anni fa diede il via libera alla costruzione di palazzine eleganti affacciate sul parco-necropoli, con strada di snellimento del traffico costruita in mezzo al canyon a spese del Comune, ieri si è riunito nella manifestazione organizzata da Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Cagliari Social Forum e Studenti di Cagliari per dire, ancora una volta, che Tuvixeddu non sono quattro sassi da abbellire con un centro residenziale, ma è l’unica necropoli fenicio-punico sopravvissuta nel mare Mediterraneo ed è un luogo ancora vasto, con discese e salite che portano a godere di panorami improvvisi e vasti. Centinaia di persone di estrazione molto diversa erano tutte lì per lo stesso motivo: nella partita a scacchi che dura da anni tra la vita e la morte di un monumento inestimabile, c’è un tifo immutato. Il tutto perché le ragioni della cultura prevalgano e il diritto dei privati di costruire e di ricavare denaro da un’operazione immobiliare sia gestito con sincerità attraverso proposte alternative del livello necessario. Perché ieri le persone, circa un migliaio, che camminavano in fila ordinata da via Bainsizza fino a via Is Maglias e poi via Codroipo e il viale Sant’Avendrace davanti alla Grotta della Vipera, dimostravano di conoscere il problema nei dettagli per averlo seguito con passione lungo tutte le sue alterne vicende. A nessuno mancava la risposta quando si chiedeva: cosa dovrebbero fare i proprietari delle aree? «Ai proprietari delle aree si dia un’altra possibilità e qui si faccia il parco»: è la sintesi estrema di tutte le risposte. Per stare assieme gli organizzatori hanno tirato fuori un chilometro di quei nastri bianchi e rossi che si vedono lungo i perimetri dei cantieri e a mano a mano che il gruppo si ingrossava srotolavano il filo coi partecipanti che reggevano il loro pezzetto. Una signora mette il piede nella solita buca tipica dell’asfalto cagliaritano: cade, finisce con le mani avanti, si sbuccia il palmo della destra, sente male a un ginocchio, si rimette in piedi e riparte. Tornare a casa? «No sto qui, voglio stare qui perché condivido che si manifesti contro chi mette in secondo piano la bellezza della città». La decisa signora è docente di marketing all’università e ha qualcosa, appunto, da insegnare: «Qui si dovrebbe parlare di marketing territoriale, dove il territorio non è considerato un bene fisico e ci dovrebbe essere consapevolezza sulla necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile. Nel caso di Tuvixeddu c’è la rottura delle relazioni di civiltà che rendono virtuoso il territorio. Si bada all’immediato e non si pensa al medio e al lungo termine». Vincenzo Tiana delegato regionale di Legambiente indica una palazzina bianca sul lato di via Is Maglias: qui c’era un villaggio neolitico, nonostante qualcuno oggi dica che via Is Maglias non ha valore paesistico e archeologico «e in fondo è vero, lo stanno cancellando...». Una psicoterapeuta e una comandante di Marina: «Siamo qui per difendere Tuvixeddu e la sua bellezza. Il fatto curioso è che certa parte parla tanto di turismo e a questa noi diciamo che difficilmente i turisti verrebbero per visitare un complesso turistico». Pietro Lallai un disoccupato oggi attivista dell’Irs una volta è stato operaio di un’impresa socia di Coimpresa, poi fallita. Racconta tante cose: varie speculazioni sono già passate su questo colle, alcune perpetrate anche attraverso le aste giudiziarie di terreni provenienti da aziende fallite dal valore miliardario ma pagati una manciata di lire. Secondo Pietro Lallai anche le banche hanno giocato un ruolo nelle speculazioni qua attorno, «situazioni che in Sardegna si ripetono spesso, le aste giudiziarie in cui finiscono i terreni degli agricoltori nascono dalle stesse logiche speculative...». Un consulente finanziario e la moglie medico anestesista sono in corteo «per testimoniare con la presenza la protesta contro la cementificazione di Tuvixeddu. Il progetto avrà il suo valore, ma bisogna realizzarlo altrove. Andremo avanti nella battaglia, il ricorso che il Tar ha respinto è soltanto di forma, peraltro in passato le stesse forme andavano bene, oggi no: non importa perché i gruppi ambientalisti stanno già preparando il ricorso al Consiglio di Stato». Una tecnica di neurofisiopatologia spiega: «Questo è un risveglio, è una presa di coscienza: intanto bisogna parlarne». Un sociologo: «Ci stiamo mangiando quel che la storia ci ha consegnato, negli altri paesi si stanno veramente ponendo il problema del cambio di modello economico: davvero l’edilizia è un meccanismo di rilancio economico? E’ un meccanismo di tipo contingente: e domani? E sulle case di Tuvixeddu: a chi le venderanno?». Amalia Schirru parlamentare: «Su quest’area si sta commettendo un grande errore. La mancanza di coscienza è inammissibile in chi amministra». Un’insegnante di storia dell’arte: «In passato si sono fatti sconci in questa zona: non si deve continuare». Claudia Zuncheddu consigliere regionale Rossomori: «A Cartagine la necropoli è stata distrutta dall’edilizia, a Beirut dalla guerra: l’unica necropoli fenicio punica superstite del Mediterraneo è Tuvixeddu. Basterebbe il buonsenso per decidere di salvaguardarla. Lancio un appello a tutta la società civile perché si vigili su ciò che di buono ha fatto la precedente amministrazione regionale».