lunedì 23 marzo 2009

L'altra verità sui bronzi di Riace

L'altra verità sui bronzi di Riace
Giuseppe Bragò
Il Quotidiano della Calabria 17-08-2006

Agosto 1972. Giorno sedici. Riace, spiaggia. Agosto 2006. Giorno diciassette. Vibo Valentia, casa mia. Oggi i Bronzi compiranno trentaquattro anni. Dal ritrovamento. Dalla creazione, oltre duemilacinquecento. Non se ne conosce il nome dell’Autore, o degli Autori. Dello scopritore, sì.
Mariottini dr. Stefano, laziale con residenza in Monasterace (l’antica Kaulon), deve la notorietà mondiale ai fatti di quel caldissimo giorno.
Molte le ipotesi su chi possano rappresentare, i due capolavori.
Una delle più accreditate, avanzata sul finire degli anni ’80 dallo storico d’arte Paolo Moreno, ci suggerisce di vedere raffigurata, rispettivamente per la Statua A, la mitica figura di Tideo, semidio e, per la statua B, Anfiarao, detto anche il profeta. Secondo l’autorevole professore dell’Università Tre di Roma, i Bronzi sono stati “fusi” col risoluto metodo della “cera persa” in Grecia, rispettivamente ad Argo e ad Atene. Lo provano le residue terre di fusione che i restauratori fiorentini hanno cavato dall’interno delle due opere d’arte. Queste farebbero parte, sempre su opinione del professor Moreno, di un gruppo di sculture raffiguranti, in copia, i “Sette di Tebe”, installato venticinque secoli fa ad Argo, e replicato in seguito a Delfi dove tuttora esiste il poggio su cui l’insieme fu collocato. Il ricercatore asserisce che sono ancora nettamente visibili le tracce della sistemazione dei Bronzi. Per quale motivo sono stati rinvenuti a Marina di Riace?
Anche in questo caso il noto studioso propone la sua teoria. Facevano parte, Tideo ed Anfiarao, di un indefinito numero di simulacri “espropriati” dai Romani in terra greca, cosa non impossibile considerando la sete di “confisca” tipica delle milizie civiche del tempo, in special modo nei confronti d’opere del talento greco. Si suppone siano stati imbarcati per raggiungere, dalla costa ellenica, il più consono (allo scopo finale) porto di Ostia, circumnavigando la punta dello stivale. Dalle parti di Riace qualcosa, però, non andò per il verso giusto e, presumibilmente per un affondamento della nave, il prezioso carico si riversò in mare, aspettando per venticinque secoli che il dr. Mariottini, o il signor Rossi, sarebbe passato di là: se di naufragio si è trattato, appare molto probabile che abbiano tentato di ripescare il prezioso carico, senza riuscirvi.
Questo, nella combinazione che ci siano stati dei superstiti al catastrofico evento. Iventicinque secoli d’attesa si spiegano solamente nel caso d’equipaggio annegato e alcun testimone a riva. Altra congettura: riposti al sicuro per poi essere ripescati. Al sicuro da cosa? Dai Romani, probabilmente. In effetti, una certa razionalità di posizione originaria è testimoniata dal racconto di chi ha sollevato, col sistema del pallone riempito d’aria, le due celebri figure. La costa in oggetto, oggi si chiama Riace Marina.
All’epoca, faceva parte del territorio di Kaulon, odierna Caulonia. Forse, sarebbe giusto chiamarli Bronzi di Caulonia. Non me ne vogliano i Riacesi ma, storicamente, questi è un popolo moderno. Si ha certezza della fondazione del primo borgo abitativo da parte aragonese. Nello stesso territorio, sono visibili più antiche tracce d’alcuni cenobi bizantini. La Riace moderna era, all’epoca, unicamente zona di frequentazione greca.
Al contrario della vicina Monasterace che vanta presenze testimon i a l i notevoli, dal tempio dorico all’abita t o, con attigue necropoli greche e brettie. In sostanza voglio affermare che la denominazione di “Bronzi di Riace” è ragionevole semplicemente perché di fronte questo piccolo centro furono essi rinvenuti, sì come sarebbero stati chiamati “Bronzi di Catanzaro” se, nelle acque che bagnano questa cittadina il dr. Mariottini, o qualsiasi altro, avesse ritrovato le statue. C’è anche da ricordare che, giuridicamente, il mare è considerato “territoriale” quindi, legittimo il trasferimento dei bronzi presso l’unico, vero Museo della grecità, in quel di Reggio Calabria. Non è stata solo questa la ragione per la quale li hanno trasbordati in quel luogo: vi era urgenza d’interventi di base, prima del trasferimento a Firenze per il succe s s i v o restauro.
Certo, a R i a c e q u e s t o non sarebbe potuto avvenire.
Alcun nesso pare ci sia, al momento, tra le mitiche figure e la zona c i r c o stante, per la qual cosa nessuna rivendicazione di proprietà Riace può avanzare nei riguardi delle medesime. Potrebbero i Riacesi inoltrare richiesta di restituzione? Solo provando attinenza di territorio tra le statue ed il paese in questione. Ancora: in tale sorte però, non lievi sarebbero tuttavia le difficoltà legate ad una credibile “operazione rientro”. Cederebbero i Reggini il vanto della Città, della Calabria, dell’Italia stessa? Non appena, e se sarà risolto l’enigma, proveremo a chiederlo.


La storia ufficiale
RIACE MARINA, sedici agosto 1972: è qui che, stando all’ufficialità dei fatti, il dr. Stefano Mariottini, chimico romano in vacanza e subacqueo provetto, durante una battuta di pesca scopre fortuitamente due superbi manufatti, riconducibili al periodo classico dell’arte greca, semisommersi dalla sabbia in un fondale di appena sette-otto metri.
Sarebbero in seguito diventati noti in ogni angolo del mondo come i Bronzi di Riace. Recuperati dal nucleo sommozzatori dei Carabinieri di Messina nei giorni 21 e 22 seguenti, furono trasferiti
al Museo di Reggio Calabria, dove restarono per alcuni anni, ricevendo le prime, sommarie cure.
Spostati nel gennaio del 1975 a Firenze, subirono un successivo trattamento conservativo più completo nel Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana, per mano di Renzo Giachetti e Edilberto Formigli, i due “maghi” che liberarono le statue dalle incrostazioni e dalle insidie degli anni.
I lavori richiesero cinque anni di tempo. Dal 15 dicembre 1980 al 30 giugno 1981 furono esposti al Museo Archeologico di Firenze in Piazza SS. Annunziata, per poi essere dislocati in mostra al Quirinale, nella “Sala della vetrata”, su decisa volontà del Presidente Sandro Pertini, che smorzò autorevolmente sul nascere la polemica di persone influenti le quali, rivolgendosi a Oddo Biasini, Ministro dei Beni Culturali, pretendevano di trattenere per sempre le due opere nella Capitale, piuttosto che “relegarle in fondo alla penisola”...
I Bronzi sostarono a Roma quasi quindici giorni prima di tornare al Museo di Reggio Calabria. Fecero storia le code interminabili di visitatori. L’immaginario collettivo bramò la conquista visiva di due tra le opere d’arte più belle e rappresentative del mondo.
Il rientro dei Bronzi a Reggio fece riscoprire, e non solo agli Italiani, questo lembo di Sud, notoriamente “trattato” per altre costumanze meno...talentuose.
A distanza di trentaquattro anni dal rinvenimento costituiscono di per sé Museo, e la città che li ospita ne gode i frutti.
Chiunque sa dove andarli ad incontrare. Molte le teorie avanzate dagli studiosi del ramo su chi essi abbiano voluto rappresentare.
Le più concordanti ce li propongono come opere quasi coeve,
di mano diversa, però. Potrebbero riprodurre Tideo ed
Anfiarao, f a c e n d o parte di un numeroso g r u p p o
scultoreo andato fuori memoria e, naturalmente, tratteggiando
perciò ancora oggi pretesto d’ipotesi interpretative d’ogni tipo. La terra di fusione cavata dall’interno delle due statue ha restituito non poche informazioni agli specialisti, identificandone costoro addirittura -con lieve margine d’errore- il luogo di provenienza. Secondo il professor Giuseppe Foti, direttore della Soprintendenza Archeologica per la Calabria all’epoca del ritrovamento “...una almeno, il guerriero senza elmo, potrebbe essere del periodo giovanile di Fidia. Bisogna certo ritrovare i puntuali riferimenti storici, oltre che stilistici, ma Fidia può proprio entrarci.”


La versione Mariottini
IL CORRIERE della Sera del 16 maggio 1981 riporta un’interessante intervista fatta a Stefano Mariottini da Pietro Lanzara.
La riportiamo integralmente. “...Era la mattina dopo Ferragosto, nove anni fa, l’ultimo giorno di vacanza. Avevo pescato fra gli scogli a riva: ombrine, saraghi, corvine. A mezzogiorno, ho deciso di andare più lontano, a cercare tane migliori. A trecento metri dalla riva, in uno spiazzo di sabbia a dieci metri di profondità, ho visto la spalla, il braccio.
Erano scuri, quasi neri. Ho pensato a un morto, ho fatto una capriola in apnea e sono andato giù: il nero è diventato verde scuro. Non potevo sbagliare, era metallo: alla Selenia, sulla qualità dei metalli faccio i controlli. Ho cominciato a scavare per liberare la statua dalla sabbia, era difficile: uscivo e m’immergevo di nuovo, con apnee sempre più brevi.
Si, faticoso. E un poco di emozione, ma non troppa: sott’acqua, si deve stare calmi. Mentre pulivo la prima statua, ho visto a mezzo metro un ginocchio e le dita dei piedi dell’altra, coperta da dieci centimetri di sabbia. L’ho ripulita tutta, era più semplice. Alle due sono risalito definitivamente.”
Precedentemente Antonio Villoresi, corrispondente da Firenze per Il Tempo, aveva raccolto da Stefano Mariottini altra intervista, pubblicata martedì 10 marzo del 1981. Ne riportiamo un passo.
“...Da mezzogiorno sino alle due ho continuato a ritornare a galla e ributtarmi giù per diverse volte, quasi non credevo ai miei occhi. Alla fine ho ricoperto completamente le statue con un po’ di sabbia e ho lasciato il pallone subacqueo vicino allo scoglio. Sono tornato a casa, ho telefonato
al sovrintendente e mi ha risposto lui in persona.
Era molto incredulo sentendo il mio racconto.
Mi disse di andare intanto a fare la denuncia.”
Scrive Lucio Barbera sulla Gazzetta del Sud del 1° luglio 1981: “...A lui (prof. Giuseppe Foti, sovrintendente archeologico per la Calabria, ndr) deputato per competenza, pervenne, in quell’ormai lontano 16 agosto del 1972, la telefonata che annunciava il prezioso ritrovamento. A parlargli era Enrico Natoli, un suo parente reggino che ora vive a Modena: un amico di questi, il chimico romano Stefano Mariottini, inseguendo una cernia, aveva visto emergere il braccio di una delle statue, dal fondo del mare di Riace, a largo della località Agranci nella zona antistante la scogliera semicircolare chiamata Porto Forticchio.”


L'altra versione
DICIASSETTE agosto 1972, Riace Marina, località Agrangi: il maresciallo della GdF Luciano Bottalico, informato del rinvenimento dei Bronzi verso mezzogiorno (presso il Distaccamento di spiaggia di Monasterace, presente il capitano Enzo Rudatis, comandante del Nucleo di Locri) da Giuseppe Sgrò, Domenico Campagna, Cosimo ed Antonio Alì e dal padre di questi
ultimi, si recava nel tratto di spiaggia indicato dai denuncianti la scoperta per verificare la sincerità della notizia, stimolato dallo stesso Rudatis. Assieme a lui vi era l’appuntato Francesco Staglianò, il quale rimaneva a riva, mentre Bottalico, unitamente al gruppo dei notificanti si dirigeva, a bordo di una barchetta appartenente agli stessi ragazzi, verso lo specchio di mare segnato dai quattro amici con un’improvvisata boa. Giunti sul posto, il finanziere s’immergeva adoperando la maschera subacquea di Sgrò, non possedendone una propria. Risalito in superficie,
confermava in modo inequivocabile la scoperta, pronunciando queste testuali parole: “E’ vero.” Una volta a riva, il maresciallo ordinava allo Staglianò di presidiare il tratto interessato, mentre –da responsabile del Distaccamento- lo stesso rientrava in ufficio. Nel frattempo il capitano Rudatis era ritornato a Locri. Il Bottalico telefonava immediatamente al proprio comandante per canonizzare l’autenticità della scoperta. Dall’altro lato si sentiva rispondere: “Ho APPENA
ricevuto una telefonata dalla Sovrintendenza reggina che ha riferito denuncia di rinvenimento, nella tarda mattinata (!), da parte del signor Stefano Mariottini.”
Questa la cronologia dei fatti secondo la testimonianza resami in esclusiva dal maresciallo della Guardia di Finanza Luciano Bottalico, reggente il “Distaccamento di Spiaggia di Monasterace Marina” fino alla primavera del 1973. Appare superfluo far notare che, qualora il dr. Stefano Mariottini avesse per primo sporto denuncia presso la Sovrintendenza o in qualsiasi altro posto, necessariamente sia il maresciallo Bottalico sia -a ragion veduta, maggiormente- il capitano Enzo Rudatis sarebbero stati già consapevoli dell’accaduto.
La conclusione vada alla logica...


Parla Cosimo Alì, “uno dei quattro” che individuarono le statue "Non li ho visti, li ho solo scoperti"

Ha i tratti profondamente legati alla terra d’origine, Cosimo Alì. Non sarà mai scambiato per un friulano o un vallese.
Potreste incontrarlo, però, con una lunga tunica a righe, per le viuzze senza scampo della casbah, qualora vi recaste in quei luoghi. I suoi geni non tradiscono.
Lo incontro, per la prima volta, tramite Giuseppe Sgrò, anche questi “uno dei quattro”. Mi concede poco, pochissimo tempo. Impegni di lavoro (insieme alla moglie, ha un piccolo albergo) lo staccano dal convegno.
Oltre alla tipologia orientale noto in lui una certa forma di timidezza, che in seguito prenderà definita foggia d’atteggiamento schivo.
Secondo me, c’è diventato, così. Ha maturato, nel corso
della sua esistenza, un comportamento da solitario. Si
trova meglio a ragionare con se stesso, ho contezza di
ciò. E’ una forma di difesa, acquisita dopo un certo episodio
che gli è capitato. Lo rincontro, questa volta più
disponibile, in casa dell’ingegner Giuseppe Campagna,
a Marina di Riace. “Non li ho mai visti, i Bronzi,
e non ci andrò, a guardarli. Li ho solamente scoperti.
Mariottini li ha scorti dopo. C’era tutto il paese,
sulla spiaggia, quel giorno. Ho chiamato i miei compagni,
li ho invitati a seguirmi in acqua, anche loro
hanno osservato come stavano le cose. All’inizio li
avevo scambiati per un cavallo, o meglio per un cavaliere
romano. Ho pensato ciò perchè si sapeva che la
nostra, era zona archeologica. A scuola avevamo studiato
qualcosa, riguardo all’antichità. Non ero certo
un esperto, al contrario di quel signore che ha affermato
d’averle scoperte lui, le due statue. Si è trattato di
una storia semplice, semplicissima: stavo in acqua, ho
notato qualcosa di strano, ho chiamato gli amici e
poi...il resto lo conoscete già”.
Nel frattempo, l’ingegnere mi sommerge di ritagli di
stampa. “Guardi qua: Parla il sub che scoprì le due statue.
Solo che non li ha scoperti Mariottini. Giornalista
superficiale, questo. Hanno scritto da Roma, da
Milano, dall’estero. Qui, a seguire la cosa come fa lei
da mesi, non è venuto nessuno.
Tutti frettolosi e contenti della sentenza romana.
Sono passati tanti anni,
ma il ricordo è vivo. Quante lotte per riaverli!
Tutto inutile! La legge è quella che
è, sono d’accordo: però non abbiamo ancora un posto
che ricordi l’avvenimento.
Riace è conosciuta in tutto il mondo, questo è vero, ma
chi si è mai interessato seriamente alla faccenda?
Nessun politico o amministratore regionale del tempo
mi è stato vicino, mentre lottavo, nella doppia qualità
di sindaco e cittadino. Non essendoci volontà di fare,
tutto si perde, ogni cosa si scorda: però i Bronzi sono
stati trovati da Cosimo e dai suoi compagni. Su questo
non ci piove. So personalmente che si sono recati alla
Guardia di Finanza: e poi, l’orario di Alì è probatorio,
riguardo a quello del Mariottini.
I ragazzi hanno esposto prima delle dodici
ed il subacqueo romano in serata. L’ ho vista la denuncia.
Credo di ricordare anche il tipo di carta: vergatina
sottile, di quella che si usava una volta con la macchina
per scrivere. Dante “del Comune” con una delle
rare macchine disponibili all’epoca li accompagnò alla
Delegazione di Spiaggia, così si chiamava allora la
Caserma della Finanza di Monasterace. Mi permetta
una cosa, inoltre: conosco benissimo la famiglia, e le
posso assicurare che si tratta di gente seria, attaccata
al lavoro, senza manie di grandezza per la testa. Umili
e corretti.” Con la coda dell’occhio, ascoltando l’ex
sindaco, seguo il comportamento di Cosimo. Imperturbabile.
Non fa cenni, nessun assenso, alcuna disapprovazione.
Sembra lontano.
Tiene le mani incrociate, guarda le decine di pagine
di giornali che il simpatico ingegnere continua ad
estrarre da un cassetto, gravido di ricordi ingialliti.
Ogni tanto sembra sorridere, ma non è così: storce il
muso, in realtà, e gli angoli della bocca, serrati e rivolti
all’insù, trarrebbero più d’uno in inganno. Capisco,
inizio a comprendere il suo stato d’animo. Non riesce a
rimuovere l’accaduto: lo desidera, ma non ce la fa. Forse
da qui nasce la sua esigua socievolezza. Non che
sia scostante, no: solo che è poco portato alla narrazione.
Afferro, dati i fatti.


Chi è Stefano Marittoini
Stefano Mariottini, nato a Roma il sette dicembre
del 1941, chimico dipendente della
Selenia (industria elettronica sulla via Tiburtina)
come capo reparto materiale e tecnologia,
ora è in pensione ed è neo residente
nel comune di Monasterace Marina, dove da qualche anno ha
comperato casa.
Sposò in Calabria Maria Antonietta Pisani, nipote del professor
Alcherio Gazzera (personaggio trattato in altra parte dell’inchiesta), docente di Storia dell’Arte presso
il Liceo di Siderno. Il dr. Mariottini rimase
vedovo, quattro mesi dopo il rinvenimento delle statue, in seguito
ad un tragico incidente stradale in cui perse
la vita anche il figlioletto Andrea di appena
un anno.
Si è risposato a Roma.
Esperto ed appassionato subacqueo, “...alla narrativa preferisce
storia, politica e saggistica. A diciott’anni era già un
ottimo sub, dopo aver fatto nuoto e pallanuoto
ad alti livelli agonistici. All’università
studiava chimica e, intanto, faceva ricerche
a terra con un gruppo archeologico romano. Cerveteri, Tarquinia,
cominciò ad appasssionarsi... S’interessava soprattutto al porto
interrato di Caulonia. Nei due anni successivi al ’72, Mariottini
torna in Calabria, rivede le “sue” statue, fa
anche una ricerca subacquea nella zona con il Centro sperimentale
di archeologia di Albenga.”
Quanto riportato è raccontato dallo stesso dr. Stefano Mariottini
a Pietro Lanzara nel Corriere della Sera del 16 maggio 1981.
Su incarico della Sovrintendenza della Calabria
collabora nelle ricerche archeologiche subacquee fino al
ritiro della delega da parte della dottoressa
Anna Lisa Zarattini (subentrata alla dottoressa
Elena Lattanzi nel 2005) sovrintendente reggente a Reggio
Calabria fino al 2 agosto scorso.


Quando colpii il braccio con la fiocina

Giuseppe Sgrò possiede apparenza solida: viso abbrunito con
chioma folta, lievemente imbianchita dal guizzare di
cinquanta anni. Il volto di
bronzo delle due statue è, pur esso, contornato da fitta
capigliatura, riccia nei due casi. Non è tanto, che
associa i tre: mi ha raccontato una storia, Peppe
Sgrò. Succederà forse che, a fine inchiesta, si possa riscontrare
altro tipo d’attinenza.
Ne sarebbe contento.
Un antico proverbio orientale così recita: “La
gratificazione di un uomo si raggiunge mediante il
dolore di un altro”. Ve la riporto,
la “storia”. “...Cocimino (Alì), appena
messo piede a terra, comincia
a gridare, a saltare, non
prende fiato: -Un cavallo, un cavaliere romano! E’
grande, grande, grandissimo! Sbrigatevi, venite, iamu...
Io, Domenico (Campagna) ed Antonio (fratello
di Cosimo Alì) intendendo che qualcosa turbava il nostro
amico, senza porre domande ci tuffiamo, seguendolo.
Qualche minuto ed eravamo sul posto. -Dov’è,
dove? -Quà sotto, guarda, guardate! Il vetro della maschera
era appannato e non riuscivo a distinguere
nulla di definito: solo scogli.
Me la sfilai sciacquandola, bevvi anche un po’ per la
prescia e la rimisi a posto.
Questa volta notai qualcosa di strano, d’anormale in
mezzo a quei massi di granito che per noi non avevano
problemi, considerando che eravamo tutti i giorni
in mare a pescare. Una specie di gamba di cavallo, o
meglio ciò che sembrava esserne una porzione fuoriusciva
dalla sabbia, che in parte ricopriva anche le
pietre. Decisi di andare giù. Avevo il mio fucile a
molla, dal quale poche volte ce la facevo a starne separato:
sull’asta avevo montato una fiocina a cinque
punte, così che i pesci non avrebbero avuto proprio
scampo. Non si sa mai. In verità, nei pochi secondi
che impiegai per raggiungere il misterioso oggetto,
dentro di me pregavo che si potesse trattare di
un grosso esemplare di polpo, ed immaginavo già
il momento in cui l’avrei colpito, proprio in mezzo
agli occhi. Chissà cosa avrebbero detto, i grandi,
al mio rientro a riva... Mi vedevo già portato in
trionfo dalla compagnia... La mia testa si bloccò a pochi
centimetri da quella cosa: era incrostata, aveva un
colore scuro. Non poteva trattarsi di un polpo: stava
troppo ferma. Con la punta della fiocina assestai una
prima botta ma leggera, timoroso di contrattacchi.
Subito dopo tre, cinque, sette volte colpii con velocità
quell’oggetto fermissimo: era duro -di ferro sembrava!
Ricordava la parte anteriore di una zampa di
puledro. Sincerandomi dell’immobilità di ciò che poi
si sarebbe rivelato tutt’altro che parte di cavallo,
frettolosamente scansai - prima con una mano e poi,
lasciato il fucile, anche con l’altra- una buona percentuale
della sabbia che nascondeva “la cosa” ai miei
occhi. Capii all'istante che si trattava di un braccio.
Pochi secondi in tutto durò quest’operazione: ci vuole
più tempo a raccontare che a fare.
Compresi come ci fosse una statua,
in fondo al mare, ed ancora
sommersa.
Risalendo per prendere fiato, mi accorsi solo allora
che anche gli amici erano scesi sotto. Avevano visto tutto.
Il tempo di far riaffiorare la testa e si cominciò a gridare,
invece di riprender forza e riempire il petto d’aria.
Ribevvi nuovamente, parlando e ridendo: sembravamo
ubriachi. Cocimino, scomparendo ogni tanto sott’acqua diceva: -Vidisti o non vidisti? Non è cavallu, secundu tia? E mo’
chi facimu? Mo’ sì ca ‘nda scialamu! Iamu ‘a casa, ‘a
casa!- Io mi riposavo intanto, poiché parlava lui: per
la verità non avevo più fretta.
Volevo solo ritornare in fondo. Così feci. Ancora
una volta sette-otto metri d’immersione. Tra l’altro,
dovevo recuperare il fucile che avevo abbandonato. Arrivato
là sotto, presi a rimuovere più sabbia possibile:
volevo impadronirmi della situazione, anche perché
quei tanti frammenti che affioravano non mi facevano
stabilire con esattezza cosa avevamo trovato.
Levando e rilevando rena ebbi la sorpresa di capire
che le statue dovevano essere due, poiché a meno
di un paio di metri distante, scoprii un pezzo d’altro
reperto: non capivo bene, non avevo la competenza
adatta. Non ce la facevo più. I polmoni mi stavano
per scoppiare. Risalii in fretta, e questa volta aspettai
un po’ prima di rispondere ai miei amici che parlavano
tutti insieme: cicale, sembravano. Appena n’ebbi
la forza, dissi della seconda scoperta: Ddui, su’ ddui, “i
cavaleri”! Ci tiravamo per le braccia e
qualcuno di noi subì pure una
“ c a l a t a ” , per gioco, per contentezza!
Con le forze residue ci trasciniamo a riva,
dove intanto s’era creata una certa animazione, pur se non eccessiva: eravamo dei ragazzini in fondo, e si sa che i giovani,
a mare, a volte fanno chiasso per nulla. Bastava
un polpo di un chilo per scatenare il putiferio. Abbiamo
scherzato tra noi: eravamo eccitati, ci rotolavamo
per terra, ci tiravamo acqua e sabbia negli occhi,
un casino abbiamo fatto.
Mariottini era sulla spiaggia, assieme ad altre persone.
Veniva spesso, a Riace Marina. Lasciava la macchina
accanto casa mia, anche perché era l’unica strada
che portava in quella zona.
Il mare, intanto, cominciava ad alzarsi un poco.
Con gli amici accordammo d’incontrarci nel pomeriggio
e così ognuno fece ritorno in famiglia, pi’ cuntari...
I genitori, inizialmente, quasi ci sgridarono
nell’apprendere dell’avventura. Poi cominciarono a
darci ascolto. Frattanto venne pomeriggio e noi
quattro, sdraiati sulla sabbia con gli occhi al cielo, assaporavamo oltre al profumo della salsedine la gioia
di un qualcosa d’indefinito, d’indescrivibile. Creavamo
progetti pattuendo di far ritorno l’indomani a controllare
ancora, a levare più rena possibile, a verificare
meglio. “Speriamo che il mare non si guasti”, diceva
Campagna. “Speriamo, speriamo”, pronti rispondevamo
insieme. Prima dell’imbrunire, rientrammo tutti a casa mia, che si
trovava proprio sulla spiaggia di fronte al ritrovamento.
Continuammo a parlare, stando alla finestra rivolta verso il mare.
Ad un certo punto Domenico c’interrompe: -Zitti! -cos’è
‘sto casino? Guardava in lontananza, giusto nella direzione
del nostro “tesoro”. –Non sentite nulla? Là, là, guardate là: c’è un motoscafo –ma che sta facendo? Madonna come grida il motore!
Si fannu cusì ‘u vruscianu! Ma chisti su’ pacci!
Ma a mmia mi pari propriu ‘u subbacqueu, ‘u romanu -
comu si chiama? Mariottini, propriu Mariottini! Chi
stannu facendu, ‘o scuru? Pecchì stannu fermi e ‘u
motori grida? Stannu tirandu a bbasi di cordi!
Guardati, guardati comu tiranu! Ma chi hai ‘mu ti tiri?
Eh, figghji di bonamamma! Vonnu ‘u si futtunu
tutti cosi! No, no, aspettati figghjioli: a sentiti ‘sta
puzza? ‘Sta puzza d’arsu? Si futtiru ‘u motori! No’
ssentu cchiù rumuri...pi’ stasira, ‘a casa: domani si
‘ndi parra, sdissonesti! In effetti, ricordo bene di come
tutto ebbe a zittirsi, pian piano.
Il motore che prima distintamente s’udiva girare
al massimo, dopo qualche tempo, singhiozzando sempre
di più, tacque. Un odore acre d’olio bruciato
giungeva fino a noi, a zaffate, assieme al vento che
cresceva. Voci, parecchie esclamazioni s’udivano: dovevano
essere in tre o quattro, su quella barca. Questo
successe il sedici agosto del 1972.”


Domenico Campagna: Scendemmo a vidiri u' miraculu

LA CASA di Giuseppe
Sgrò poggia sull’arenile
di Riace. Nella stessa linea
d’aria, furono rinvenuti in
mare Tideo e Anfiarao, o
meglio, per non incorrere
in cantonate, i Bronzi. Tre
realtà oggettive mancano
perché il cerchio si possa
considerare chiuso. Chi
rappresentano? Chi li ha
fatti? Chi li ha trovati?
“Nui, i trovammu propriu
nui!” si scatena senza alcun’indecisione
Mico
Campagna, collocato in
circolo attorno al tavolo
assieme a Peppe Sgrò,
l’anziana madre di questi
ed il sottoscritto. In un angolo
della stanza, un po’
appartato, il professor Damiano
Musuraca assiste,
silenzioso ma interessato.
L’opinione pubblica, in
ogni angolo della terra
ravvisa in Stefano Mariottini
l’autore ufficiale della
scoperta. Un gruppo di
persone del posto, tuttavia,
contesta la cosa, al
punto tale da costituire
curiosità sufficiente, in
chi scrive, per promuovere
un’inchiesta considerevole
ed il più possibile non
di parte.
Ha una figura esile, la
mamma di Sgrò: il nero
dell’abito che indossa frastorna
il bianco dei capelli,
poggiati con ordine su di
un volto antico, nostrano,
dai lineamenti ben definiti.
Sorride sempre, non celando
la penuria di dentatura,
poiché, per questa
canuta signora la protesi,
secondo il mio intendere,
rappresenterebbe essenza
troppo moderna: inutile
in sostanza. E’ una di
quelle donne del sud che
appartengono alla memoria,
scorsa in assenza di
fretta, stilemi sociali o fardelli
rappresentativi. Puro
neorealismo. La mia telecamera,
inquadrandola,
quasi respinge la modalità
del colore suggerendomi,
essa medesima, il
contesto del bianco e nero.
Un mobile a vetri espone
un po’ di stoviglie buone,
una statuina sacra e, sostenuta
da un bicchiere
capovolto, la foto della figlia
morta in un incidente
stradale. Dai colori esasperati
dell’immagine intuisco
che la “disgrazzia”
dev’essere successa tanto
tempo fa. Esplode Domenico
Campagna: “Eravamo
io, Peppino qua presente,
Cocimino e suo fratello
Antonio. Tutto il
giorno in acqua, stavamo.
I pesci non avevano scampo.
Ogni scoglio aveva la
propria tana, però noi eravamo
furbi, e tornavamo a
casa pieni di saraghi, polpi,
cefali e triglie, perché il
fondale era del tipo misto,
perciò ogni ben di Dio era
presente, nell’acqua della
Marina. Ad un certo punto
Cocimino, dal mare, ci
chiama urlando, facendo
gesti d’ogni manera. In
quel momento noialtri tre
eravamo a giocare, all’ombra
della tenda. Alzammo
gli occhi verso di lui senza
troppa attenzione, dando
poca importanza, perché
pensavamo al solito pesce
grande, grandissimo! Allamadonna
quanto dev’essere,
si grida accussì! E
cos’ha preso, ’nu tunnu?
Continuando i nostri passatempi,
ci accorgiamo
che stava uscendo dall’acqua,
agitato, anzi: agitatissimo!
...”’Nu cavallu,
‘nu cavallu romanu! Prestu,
veniti!”...e si rituffa,
senza neanche riposarsi
un momento. Noi, che
non avevamo bisogno
d’insistenza, a razzo dietro
di lui, nuotando e chiedendo:
ma chi c... vidisti? Chi
jjesti ‘ssu cavallu? –E’
mmortu, no? “A mmìa mi
pari ‘nu cavallu, ‘nu cavaleri
romanu! Alla madonna
ch’è grandi!”... Insomma
non capivamo, però
andavamo a cento all’ora:
dassavamu a striscia, ‘nto
mari! Una volta arrivati
sul posto indicato da Cocimino,
cominciamo a guardare
in basso e Peppe, il
più grande, s’era portato
il fucile a molla, già carricato...:
fu il primo ad andare
giù, seguito da me.
Gli altri si gustavano la
scena dall’alto non sapendo
che fare. Io risalii subito:
non avevo compensato
adeguatamente perciò rimasi
a galla, guardando.
Lo covavamo con gli occhi,
Giuseppe, vedendolo
affibbiare colpi con la fiocina
armata, senza sparare.
Abbiamo pensato ad
un polpo, perché si possono
prendere anche così,
senza necessariamente
premere il grilletto. Ad un
certo punto Peppe lascia
cadere il fucile, armeggiando
con le mani: spostava
sabbia! Con Antonio,
senza pensarci ancora,
scendiamo a vvidiri ‘u
miraculu! Arrivati sotto,
troviamo Sgrò che si affannava
attorno ad una
cosa scura, che fuoriusciva
dalla sabbia, diventando
sempre più grande.
Sembrava la gamba di un
cavallo sembrava! Aveva
ragione Cocimo aveva! Pochi
secondi e, man mano
che Peppe riportava alla
vista quanto trovato dal
nostro compagno, l’oggetto
prendeva forma. Era
sporco di “cose di mare”,
d’incrostazioni: però adesso
si capiva! Era un braccio,
il braccio di una statua!
Andavamo su per prendere
aria e tornavamo sotto:
non ricordo quante volte
l’abbiamo fatto! Chi saliva
e chi scendeva: un casino,
insomma! Sgrò aveva
più resistenza di tutti, e
continuava a muovere
sabbia. Poco dopo riemerge,
e tutti noi a fargli diecimila
domande. Cocimino
gli diceva: u vidisti ‘u
cavallu, ‘u cavaleri, comu
c... si chiama! Ma è ‘nu cavallu
o no? Peppe era troppo
stanco per rispondergli
a parole: annacava ‘a testa
e sputava acqua, avìa
‘mbivutu, avìa!.. Dopo
qualche minuto di riposo,
Sgrò ci riferì che le statue
erano due:insomma per
farla breve torniamo a riva
ed appena giunti, finalmente,
restiamo stesi per
prendere fiato. Prima di
parlare ci guardavamo,
sorridendo, sollevando le
sopracciglia.
Quando arrivò la forza
ci alzammo, saltavamo come
dannati, gridando a
squarciagola: di tutto, dicevamo
di tutto, com’e
‘mbriachi! La gente ci
guardava, incuriosita: gesticolava,
chiamava per
sapere. Mariottini era là,
sulla spiaggia. Certo che
sentiva! Non facevamo
nulla per nascondere ciò
che avevamo visto! Esisteva
solo motivo di gioia, di
protagonismo sbandierato
ai quattro venti! Eravamo
poco più che ragazzini.
Peppe no, era il più
grande, il più uomo del
gruppo. Restammo a discutere
ancora qualche
decina di minuti e poi verso
casa, per raccontare...”


E ci sono i misteri dei ministeri

Novembre 2005, venerdì 11. Nessuna esitazione, nella voce
della Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria: “Le
va bene per martedì prossimo, alle sedici?”. Cominciamo bene, rifletto: ecco alla fine qualcuno che non se la
tira, imponendomi il girone italico delle anticamere! Un referente comune mi aveva fornito il numero
personale e, per la verità, malgrado ciò provavo disagio: abbattere la privacy di persone mai viste non è il
mio forte. A rimuovere lo scrupolo, ha ruolo primario il tono sicuro e cortese della dottoressa Annalisa Zarattini,
or è un anno nuova reggente del dipartimento che sta per importanza, nella storia del territorio calabrese,
come l’aureola ai santi. Nel corso della telefonata paleso, per
sommi capi, il tema dell’intervista che andrebbe realizzata: i Bronzi, e non solo. Pino Pontoriero, aviopittore
ed amico di vecchia data mi accompagna, giusto il quindici, nella
città che fu ai Calcidesi. L’alto funzionario si rivela immediatamente una sorpresa poiché, a causa dell’immaginario
collettivo di cui anch’io sono figlio, me l’aspetto anzianotta, con occhialetti in tartaruga a mezzo naso, vestito vittoriano, tacco nerastro medio basso e connaturato distacco:
affascinante, cordiale, colta e gran
fumatrice di “rosse”. Così è invece
Donna Annalisa. Una telecamera fissa ed altra, mobile, congiunte catturano ghiottamente immagini, parole
e... non poche spire di fumo, che per riguardo a persona simile rievocherò come “arabeschi”. Per quasi due ore dialoghiamo.
Di solito, le interviste hanno foggia tecnica, possiedono anima
di scale e scalette in sequenza programmata: con la Signora è andato tutto storto –come direbbe il
“bravo giornalista”. Il gelido “domanda- risposta” si trasforma, per sortilegio, in avvincente colloquio.
Vento nuovo alita su di noi, pensai.
Bene. Conversazione piacevole, non incontro da manuale. Esauriente. Le mie non sono state domande e le parole
della Signora non sono state risposte: uno degli abboccamenti più
belli che possa ricordare. Tra una rossa e l’altra, una telefonata “del mio Amore” (la figlia, dall’Accademia
Navale di Livorno) e quella di un affliggente, logorroico funzionario regionale, volano quasi due ore,
per la finestra aperta sullo splendido lungomare. “Questi quadri li ho recuperati giù, dal magazzino. Le piante? Un happening personale. I miei due jack russell abbaiano sempre,
appena entrano e la scorgono...(si riferisce ad una funerea, gessosa, mal resa riproduzione dell’Auriga
di Delfi, da sempre allocata nella stanza: non so quanto ancora ci
resterà...).
Le chiedo cosa provi, nel vivere in Calabria. “Appena arrivata,
a giugno scorso, ho capito, ho visto, ho sentito la Magna Grecia: nulla è cambiato. Mi riferisco alla percezione
della grecità, ancora viva, da toccare. Amo molto questa terra. Sono contentissima di lavorare nella vostra Regione, spesso conosciuta solo per gli aspetti negativi. I problemi sussistono, ed anche notevoli. Conosce lei un posto senza? Tenga conto
che sono Reggente, quindi questo status potrebbe cambiare da un momento all’altro, anche se Firenze, Milano perfino vive identica circostanza che Reggio Calabria”. Le mostro un ritaglio di giornale che riporta l’immagine dei Bronzi con vicino
il dottor Giuseppe Foti, Soprintendente all’epoca della scoperta.
Non faccio in tempo a parlare. “Per carità, basta con i feticci! Non amo gli idoli! Il mio concetto di Museo sta
in una formuletta semplice semplice: vitalità! No, guardi! Lo sa che penso di dare un altro adattamento alle Statue? La sistemazione che hanno ora è inesatta. Non c’entrano
con il percorso subacqueo: e poi anche la tinta ambientale non mi piace. Chissà! Il Museo deve essere, oltre
che contenitore di reperti, officina d’interventi, discussione, formazione: soprattutto formazione. Deve
mostrarsi cosa vitale ed efficace, non
cappella per simulacri! La gente arriva, si ferma un attimo, rapita di fronte ai due capolavori e via, neanche
da Cesare (noto locale posto sul lungomare reggino) per un caffè:
continua per la Sicilia. Bisogna coinvolgerli in maniera diversa. C’è da adottare altri sistemi qui come altrove, in Calabria. Figuriamoci a Riace! Chi vuole che ci vada, fin là! Fra autostrada, raccordi vari e poi, per fare
cosa? Non c’è niente, a Riace!”. La informo dei programmi che, anch’essi, “alitano” da quelle parti, vale a dire nuove strutture, centro polivalente culturale e via di seguito.
“Benissimo! Lei, dica da parte mia al Sindaco che ha il nostro supporto, ma che si aiutassero, muovendosi nelle giuste direzioni! Bisogna, che so, organizzare dei corsi di formazione
tecnica, per esempio atti alle immersioni specialistiche, pur se solo il Ministero può formare esperti.
Possono progettare seminari, magari “il” convegno, rivolto a professionisti del settore: arriverebbero da
ogni parte del mondo! Potrebbero pianificare, ogni triennio ad esempio, un congresso archeologico dedicato
all’esperienza subacquea, congiuntamente
magari ad un punto
dove si possono trovare le informazioni
sul restauro, la
subacquea...non un Museo, ma un
Centro culturale, polivalente, dove si
racconti la Storia, quello che è successo!
Si metta una telecamera in
mare, durante le campagne di scavo,
per far seguire la gente in diretta:
io l’ho fatto a Ventotene, a Terracina...
pensino ad un salto di qualità.
C’è molto da fare, nel settore: bisogna
però aver le idee chiare e buone!”
Assicuro Donna Annalisa sulla missione d’ambasciatore e passo all’argomento clou. Chiedo cosa ne
pensa del ritrovamento dei Bronzi, delle campagne di ricerche e scavi fatte finora: tutto è andato come doveva?
Non si scompone di un millimetro,
la Signora, ma, fissandomi con risolutezza dietro un arabesco,
prorompe: “...Ne hanno fatte quaranta,
di campagne! Io ho visto un report degli americani, dove loro
delle anomalie le hanno trovate, però la Soprintendenza non li fece scavare. Allora, io penso di acquisire
le loro carte, e di scavare. Gli a m e r i c a n i avevano fatto i rilievi, però non si erano trovati d’accordo
con la Soprintendenza: siccome sono i migliori del mondo -
in quanto a mezzi- mi hanno esibito queste prospezioni realizzate, facendomi notare le anomalie, che potrebbero esser
lavatrici, o di tutto, non è detto, ma sono tutte singolarità metalliche. Allora, il prossimo anno, lo facciamo.
Basta!” Di rimando, chiedo se Mariottini parteciperà, come di solito, alla campagna. “...Mariottini? Non so chi sia!”. Non perdo l’occasione di ricordarle che questi è universalmente
riconosciuto come l’autore della scoperta eccezionale. “...E’ una
risposta polemica, la mia! Allora: il signor, dottor –non so- Mariottini ha scoperto i Bronzi di Riace. So che è
diventato il subacqueo della Soprintendenza,
cosa che non è ammissibile perché ha un’impresa privata.
Sappia che il Ministero ha formato –spendendo un sacco di soldi- degli archeologi subacquei, tra cui una
sono io. La Calabria non ce n’aveva, ma chi non aveva l’archeologo subacqueo e, quindi, non poteva
costituire un nucleo, doveva fare riferimento al Ministero, ed il Ministero, Claudio Mocchegiani, mandava
le persone. Qui, tutta l’archeologia subacquea è stata fatta da Mariottini: benissimo. Ora sono arrivata io e la faccio io. Ho sempre lavorato, nel Lazio, con Carabinieri sommozzatori,
Guardia di Finanza e con la Capitaneria di Porto, la quale ci metteva a disposizione anche una nave, che
adesso si chiama CP 495, poi c’è l’Università,
un’imbarcazione da ricerca che si può affittare, perciò il Ministero è in grado di lavorare con le
proprie risorse. I Carabinieri del Nucleo
Sommozzatori sono a Messina: se faccio un fischio, arrivano. Tutti i lavori attuati nel Lazio, d’altissimo livello, sono stati tradotti in pratica con una piccola cifra, ma molto piccola,
che ci dava il Ministero, e tutta la manodopera è sempre stata ufficiale.
Non solo: avevamo fatto con il Nucleo Tutela dei Carabinieri e con
la Finanza una specie di messa a punto. Tutti questi corpi scelti devono operare delle immersioni giornaliere
per tenersi in esercizio, perciò, nel Lazio, loro vanno a compierle sui siti archeologici: sono cose che, anche
non avendo le forze, si possono realizzare con le Istituzioni preposte. Addirittura con i Vigili del fuoco!”
Aggiungo, anzi, chiedo se il Volontariato
possa collaborare, pur di supporto. “...No, quello non si può
perché il sommozzatore deve essere
professionale: la legislazione distingue
tra brevetto sportivo e professionale
e, nel momento in cui io sono
datore di lavoro, devo avere un professionista,
ed il competente è solo quello che ha frequentato
la Marco Polo o un corso di seicento ore, cosa
che io ho fatto. Le immersioni lavorative
sono diverse da quelle sportive per una questione di sicurezza, per questo, anche se in passato con i
volontari ci ho sempre lavorato, ora non succederà
più, poiché ci sono degli schemi fissi, da rispettare. E’
vero che per la Calabria sono stati trovati un sacco di soldi per il progetto Archeomar, ma –e qui sono polemica-
sono andata a Roma a controllare i risultati e ho detto: non sono
d’accordo. Il problema? Sempre quello!” La interrompo -offrendole
perciò pretesto per un’altra rossa chiedendo se è a conoscenza dei successivi studi che il team corporativo,
con capocordata l’onnipresente Nautilus
di Vibo, sta sviluppando. “...va
bene, lo stanno continuando, ma,
per quanto riguarda la Calabria li
controllo, perché il problema è: chi
verifica i lavori, se uno non va
sott’acqua?” Ancora un’altra quaestio,
da parte mia, sulla notizia –pubblicamente
data nel corso della presentazione
del progetto, a Vibo Valentia,
dove ero presente- che il dr.
Mariottini farà parte della squadra.
“...Fa parte del controllore, lo so. Ecco: non fa più parte, sono io il controllore. Partecipava, come
delegato della Soprintendenza,
ma io non ho più aderito a tale
condizione. Mi dispiace: io non delego
nessun esterno, perché, tra l’altro,
se succede qualcosa a Mariottini,
in galera ci vado io. Non ha un
brevetto da sommozzatore professionale,
ed è un esterno. Prima, nella
Soprintendenza non c’era nessuno,
e la dottoressa Iannelli ha delegato
lui. Siccome ora ci sono io -e non sono
l’unica Soprintendente che lo fa
perché la dottoressa Fugatola, subacquea
sommozzatrice del Ministero,
dirige i suoi scavi, nei laghi, personalmente:
agisce lei- non conferisco
deleghe esterne. Prima, se ne faceva uso. Ora no. Lo sa che per i Bronzi non sono stati presi i punti?
Sarà come andare a cercare un ago nel pagliaio. Non basta il GPS...” Viene il momento più imbarazzante ma azzardo. Chiedo se conosce la storia dei quattro ragazzi di Riace, che da ben trentaquattro anni insistono ad identificarsi come i veri scopritori delle Statue, in contraddizione con il dr. Mariottini, dagli stessi ritenuto anche responsabile di un maldestro tentativo atto a sottrarli. “Certo che ne ho sentito parlare: non è la prima volta che la gente denuncia ritrovamenti
solo dopo aver realizzato di non poterli
portare via. Si fosse trattato di
una testa, di un piccolo oggetto, forse
non sarebbero nel Museo. Con
questo non voglio alludere a nulla,
ma le racconto una storia che è capitata
a me personalmente. Ho trovato
due statue di marmo, nelle acque di
Anzio: una intera, a grandezza naturale
e l’altra, un busto, già assicurata
ad una corda, pronta ad essere
asportata. Siamo intervenuti con
tempestività e tutto è finito lì.” Porgo
l’ultimo argomento, a Donna Annalisa
Zarattini. Domando se è giusto
che i Bronzi di Riace stiano a
Reggio. “Come saprà, giuridicamente
il mare è considerato territoriale,
per la qual cosa ogni oggetto greco
trovato in acqua calabra deve giustamente
essere collocato nell’unico,
vero Museo della Grecità, in altre parole
qui, a Reggio. Qualora un domani
io, lei o altri riusciremo a dimostrare
un legame tra le due Statue ed il territorio circostante, se ne riparlerà: a settembre prossimo, spero, assieme al mio gruppo di Roma e con gli americani –che saranno in zona per fare un lavoro su Crotonedi realizzare una nuova campagna. Lo sa da dove comincerò? Dalle anomalie mai verificate. Mi saluti il Sindaco e dica ai quattro ragazzi che verrò personalmente, che c’è una subacquea in giro. Dica anche che a Riace, finora, non s’è trovato niente tuttavia, siccome il mare nasconde, ma non ruba –quella è la casa, veramente, ciò nondimeno si può applicare anche al marealla fine troveremo qualche altra cosa: potremmo ripescare un terzo Bronzo. Sa cosa mi piacerebbe rinvenire?
Una statua in bronzo di una donna!”
Arrivederci, Donna Annalisa. Vento nuovo alita su di noi.
http://www.ilquotidianocalabria.it/dossier.html

1 commento:

marco ha detto...

bell'articolo!