sabato 28 marzo 2009

scoperte dagli scavi nell´area archeologica di Marsala

scoperte dagli scavi nell´area archeologica di Marsala
CLAUDIO PATERNA
SABATO, 28 MARZO 2009 LA REPUBBLICA - Palermo

I misteri della sibilla nel pozzo di Capo Lilybeo

Riportate in luce le imponenti fortificazioni e una porta d´accesso alla città-porto

Le scoperte archeologiche si susseguono senza sosta al Capo Lilybeo di Marsala. Prima il ritrovamento della statua marmorea femminile di Venere e l´identificazione di una pseudo cupola sopra il famoso "antro della Sibilla", poi la rimessa in luce di imponenti fortificazioni conservate in altezza per più di due metri, una porta monumentale d´accesso alla città-porto, un eccezionale inedito santuario probabilmente dedicato alla dea Iside come risultati della più recente campagna di scavi condotta al capo Boeo nell´ambito del Por Sicilia-circuito aree archeologiche, risultati che saranno presentati al museo di Marsala.

Gli scavi condotti dalla Soprintendenza di Trapani, con il coordinamento del Servizio per i beni archeologici diretto da Rossella Giglio, hanno accertato che l´area del parco archeologico, estesa per 30 ettari, è stata riutilizzata in epoca tardo-romana e bizantina per prevalente uso cimiteriale, con numerose sepolture decorate con iscrizioni in lingua greca, dipinte in rosso e con simboli paleocristiani.

Studiosi di epigrafia come Attilio Mastino hanno decifrato quelle epigrafi deducendo che si tratta di formule rituali che accompagnavano un esorcismo per benedire le tombe. La scoperta di formule rituali, di stele dipinte, di scongiuri contro i demoni, non meraviglia più di tanto coloro che da anni si appassionano a quest´area antichissima: racconti di magia e leggende su immensi tesori hanno da sempre caratterizzato questo promontorio ancora prima degli scavi archeologici del 1939.

Un monumento, in particolare, ha reso più misteriosi ed emblematici quei luoghi: la grotta della Sibilla lilibetana, multiforme divinità pagana che aleggia in tanti racconti popolari raccolti da Giuseppe Pitrè. La grotta è stata descritta nei loro racconti da Virgilio, Diodoro Siculo, dal vescovo Pascasino in epoca bizantina; poi dal XVI sec. in poi il Fazello, il D´Orville, l´Houel che ne ha tratto un acquerello, Ottavio Gaetani, Rocco Pirri, il canonico Massa e il Mongitore «nelle cose più memorabili di Sicilia». L´autore degli "Opuscoli palermitani" in particolare, definisce famosa Marsala per l´abitazione d´una celebre maga-sibilla sotto il tempio di San Giovanni al Boeo: «al centro della grotta sta il tanto celebrato pozzo, delle cui acque, che tiene di salso, probabilmente bevea la Sibilla prima di proferire l´indovinamenti». Siamo in pieno illuminismo, s´avviano i primi scavi archeologici, eppure permane quel fascino per il mistero d´una maga che emette vaticini in un antro oscuro tra varie pitture di mostri marini.

Più recentemente Biagio Pace, Julius Schubring e Anna Maria Bisi hanno definito quel pozzo una traccia evidente di sincretismo religioso pagano-cristiano per il permanere da tempi antichissimi di un locale culto delle acque. E l´acqua era certamente un elemento magico per i marinai che riuscivano ad approdare sani e salvi al capo Boeo, tra gli alti scogli e il mare sempre agitato, e infine rinfrescarsi in quel luogo buio, misterioso e solenne. Ci vollero le cattolicissime armate spagnole di Carlo V per cancellarne temporaneamente la memoria; poi la grotta risorse dall´oblio, prima nei "cunti" e nelle superstizioni popolari, poi sotto forma di chiesa-santuario dedicata a San Giovanni Battista, il patrono dei marsalesi.
Una confraternita ha retto le sorti del santuario fino ad alcuni anni fa, quando ancora da mezza Sicilia e dal circondario di Marsala venivano i pellegrini per la fatidica vigilia del solstizio estivo: i devoti s´incamminavano in religioso silenzio, scendevano da una scaletta stretta verso l´ipogeo, bagnavano la mano destra con l´acqua del pozzo, toccavano con la mano bagnata le pareti umide, facevano il segno della croce, lanciavano una monetina nel pozzo dopo tre brevi giri attorno ad esso, infine risalivano dall´altra scaletta stretta che li portava nuovamente in chiesa per assistere alle funzioni. Questo il rito, che - secondo la credenza - arrecava fortuna, soprattutto nelle scelte affettive femminili.
Dal 1980 si sono succeduti vari cantieri di restauro, che hanno portato al ripristino del tetto crollato, al rifacimento dei pavimenti e della sagrestia, al consolidamento della volta della grotta e degli ambienti ipogeici.

lunedì 23 marzo 2009

L'altra verità sui bronzi di Riace

L'altra verità sui bronzi di Riace
Giuseppe Bragò
Il Quotidiano della Calabria 17-08-2006

Agosto 1972. Giorno sedici. Riace, spiaggia. Agosto 2006. Giorno diciassette. Vibo Valentia, casa mia. Oggi i Bronzi compiranno trentaquattro anni. Dal ritrovamento. Dalla creazione, oltre duemilacinquecento. Non se ne conosce il nome dell’Autore, o degli Autori. Dello scopritore, sì.
Mariottini dr. Stefano, laziale con residenza in Monasterace (l’antica Kaulon), deve la notorietà mondiale ai fatti di quel caldissimo giorno.
Molte le ipotesi su chi possano rappresentare, i due capolavori.
Una delle più accreditate, avanzata sul finire degli anni ’80 dallo storico d’arte Paolo Moreno, ci suggerisce di vedere raffigurata, rispettivamente per la Statua A, la mitica figura di Tideo, semidio e, per la statua B, Anfiarao, detto anche il profeta. Secondo l’autorevole professore dell’Università Tre di Roma, i Bronzi sono stati “fusi” col risoluto metodo della “cera persa” in Grecia, rispettivamente ad Argo e ad Atene. Lo provano le residue terre di fusione che i restauratori fiorentini hanno cavato dall’interno delle due opere d’arte. Queste farebbero parte, sempre su opinione del professor Moreno, di un gruppo di sculture raffiguranti, in copia, i “Sette di Tebe”, installato venticinque secoli fa ad Argo, e replicato in seguito a Delfi dove tuttora esiste il poggio su cui l’insieme fu collocato. Il ricercatore asserisce che sono ancora nettamente visibili le tracce della sistemazione dei Bronzi. Per quale motivo sono stati rinvenuti a Marina di Riace?
Anche in questo caso il noto studioso propone la sua teoria. Facevano parte, Tideo ed Anfiarao, di un indefinito numero di simulacri “espropriati” dai Romani in terra greca, cosa non impossibile considerando la sete di “confisca” tipica delle milizie civiche del tempo, in special modo nei confronti d’opere del talento greco. Si suppone siano stati imbarcati per raggiungere, dalla costa ellenica, il più consono (allo scopo finale) porto di Ostia, circumnavigando la punta dello stivale. Dalle parti di Riace qualcosa, però, non andò per il verso giusto e, presumibilmente per un affondamento della nave, il prezioso carico si riversò in mare, aspettando per venticinque secoli che il dr. Mariottini, o il signor Rossi, sarebbe passato di là: se di naufragio si è trattato, appare molto probabile che abbiano tentato di ripescare il prezioso carico, senza riuscirvi.
Questo, nella combinazione che ci siano stati dei superstiti al catastrofico evento. Iventicinque secoli d’attesa si spiegano solamente nel caso d’equipaggio annegato e alcun testimone a riva. Altra congettura: riposti al sicuro per poi essere ripescati. Al sicuro da cosa? Dai Romani, probabilmente. In effetti, una certa razionalità di posizione originaria è testimoniata dal racconto di chi ha sollevato, col sistema del pallone riempito d’aria, le due celebri figure. La costa in oggetto, oggi si chiama Riace Marina.
All’epoca, faceva parte del territorio di Kaulon, odierna Caulonia. Forse, sarebbe giusto chiamarli Bronzi di Caulonia. Non me ne vogliano i Riacesi ma, storicamente, questi è un popolo moderno. Si ha certezza della fondazione del primo borgo abitativo da parte aragonese. Nello stesso territorio, sono visibili più antiche tracce d’alcuni cenobi bizantini. La Riace moderna era, all’epoca, unicamente zona di frequentazione greca.
Al contrario della vicina Monasterace che vanta presenze testimon i a l i notevoli, dal tempio dorico all’abita t o, con attigue necropoli greche e brettie. In sostanza voglio affermare che la denominazione di “Bronzi di Riace” è ragionevole semplicemente perché di fronte questo piccolo centro furono essi rinvenuti, sì come sarebbero stati chiamati “Bronzi di Catanzaro” se, nelle acque che bagnano questa cittadina il dr. Mariottini, o qualsiasi altro, avesse ritrovato le statue. C’è anche da ricordare che, giuridicamente, il mare è considerato “territoriale” quindi, legittimo il trasferimento dei bronzi presso l’unico, vero Museo della grecità, in quel di Reggio Calabria. Non è stata solo questa la ragione per la quale li hanno trasbordati in quel luogo: vi era urgenza d’interventi di base, prima del trasferimento a Firenze per il succe s s i v o restauro.
Certo, a R i a c e q u e s t o non sarebbe potuto avvenire.
Alcun nesso pare ci sia, al momento, tra le mitiche figure e la zona c i r c o stante, per la qual cosa nessuna rivendicazione di proprietà Riace può avanzare nei riguardi delle medesime. Potrebbero i Riacesi inoltrare richiesta di restituzione? Solo provando attinenza di territorio tra le statue ed il paese in questione. Ancora: in tale sorte però, non lievi sarebbero tuttavia le difficoltà legate ad una credibile “operazione rientro”. Cederebbero i Reggini il vanto della Città, della Calabria, dell’Italia stessa? Non appena, e se sarà risolto l’enigma, proveremo a chiederlo.


La storia ufficiale
RIACE MARINA, sedici agosto 1972: è qui che, stando all’ufficialità dei fatti, il dr. Stefano Mariottini, chimico romano in vacanza e subacqueo provetto, durante una battuta di pesca scopre fortuitamente due superbi manufatti, riconducibili al periodo classico dell’arte greca, semisommersi dalla sabbia in un fondale di appena sette-otto metri.
Sarebbero in seguito diventati noti in ogni angolo del mondo come i Bronzi di Riace. Recuperati dal nucleo sommozzatori dei Carabinieri di Messina nei giorni 21 e 22 seguenti, furono trasferiti
al Museo di Reggio Calabria, dove restarono per alcuni anni, ricevendo le prime, sommarie cure.
Spostati nel gennaio del 1975 a Firenze, subirono un successivo trattamento conservativo più completo nel Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana, per mano di Renzo Giachetti e Edilberto Formigli, i due “maghi” che liberarono le statue dalle incrostazioni e dalle insidie degli anni.
I lavori richiesero cinque anni di tempo. Dal 15 dicembre 1980 al 30 giugno 1981 furono esposti al Museo Archeologico di Firenze in Piazza SS. Annunziata, per poi essere dislocati in mostra al Quirinale, nella “Sala della vetrata”, su decisa volontà del Presidente Sandro Pertini, che smorzò autorevolmente sul nascere la polemica di persone influenti le quali, rivolgendosi a Oddo Biasini, Ministro dei Beni Culturali, pretendevano di trattenere per sempre le due opere nella Capitale, piuttosto che “relegarle in fondo alla penisola”...
I Bronzi sostarono a Roma quasi quindici giorni prima di tornare al Museo di Reggio Calabria. Fecero storia le code interminabili di visitatori. L’immaginario collettivo bramò la conquista visiva di due tra le opere d’arte più belle e rappresentative del mondo.
Il rientro dei Bronzi a Reggio fece riscoprire, e non solo agli Italiani, questo lembo di Sud, notoriamente “trattato” per altre costumanze meno...talentuose.
A distanza di trentaquattro anni dal rinvenimento costituiscono di per sé Museo, e la città che li ospita ne gode i frutti.
Chiunque sa dove andarli ad incontrare. Molte le teorie avanzate dagli studiosi del ramo su chi essi abbiano voluto rappresentare.
Le più concordanti ce li propongono come opere quasi coeve,
di mano diversa, però. Potrebbero riprodurre Tideo ed
Anfiarao, f a c e n d o parte di un numeroso g r u p p o
scultoreo andato fuori memoria e, naturalmente, tratteggiando
perciò ancora oggi pretesto d’ipotesi interpretative d’ogni tipo. La terra di fusione cavata dall’interno delle due statue ha restituito non poche informazioni agli specialisti, identificandone costoro addirittura -con lieve margine d’errore- il luogo di provenienza. Secondo il professor Giuseppe Foti, direttore della Soprintendenza Archeologica per la Calabria all’epoca del ritrovamento “...una almeno, il guerriero senza elmo, potrebbe essere del periodo giovanile di Fidia. Bisogna certo ritrovare i puntuali riferimenti storici, oltre che stilistici, ma Fidia può proprio entrarci.”


La versione Mariottini
IL CORRIERE della Sera del 16 maggio 1981 riporta un’interessante intervista fatta a Stefano Mariottini da Pietro Lanzara.
La riportiamo integralmente. “...Era la mattina dopo Ferragosto, nove anni fa, l’ultimo giorno di vacanza. Avevo pescato fra gli scogli a riva: ombrine, saraghi, corvine. A mezzogiorno, ho deciso di andare più lontano, a cercare tane migliori. A trecento metri dalla riva, in uno spiazzo di sabbia a dieci metri di profondità, ho visto la spalla, il braccio.
Erano scuri, quasi neri. Ho pensato a un morto, ho fatto una capriola in apnea e sono andato giù: il nero è diventato verde scuro. Non potevo sbagliare, era metallo: alla Selenia, sulla qualità dei metalli faccio i controlli. Ho cominciato a scavare per liberare la statua dalla sabbia, era difficile: uscivo e m’immergevo di nuovo, con apnee sempre più brevi.
Si, faticoso. E un poco di emozione, ma non troppa: sott’acqua, si deve stare calmi. Mentre pulivo la prima statua, ho visto a mezzo metro un ginocchio e le dita dei piedi dell’altra, coperta da dieci centimetri di sabbia. L’ho ripulita tutta, era più semplice. Alle due sono risalito definitivamente.”
Precedentemente Antonio Villoresi, corrispondente da Firenze per Il Tempo, aveva raccolto da Stefano Mariottini altra intervista, pubblicata martedì 10 marzo del 1981. Ne riportiamo un passo.
“...Da mezzogiorno sino alle due ho continuato a ritornare a galla e ributtarmi giù per diverse volte, quasi non credevo ai miei occhi. Alla fine ho ricoperto completamente le statue con un po’ di sabbia e ho lasciato il pallone subacqueo vicino allo scoglio. Sono tornato a casa, ho telefonato
al sovrintendente e mi ha risposto lui in persona.
Era molto incredulo sentendo il mio racconto.
Mi disse di andare intanto a fare la denuncia.”
Scrive Lucio Barbera sulla Gazzetta del Sud del 1° luglio 1981: “...A lui (prof. Giuseppe Foti, sovrintendente archeologico per la Calabria, ndr) deputato per competenza, pervenne, in quell’ormai lontano 16 agosto del 1972, la telefonata che annunciava il prezioso ritrovamento. A parlargli era Enrico Natoli, un suo parente reggino che ora vive a Modena: un amico di questi, il chimico romano Stefano Mariottini, inseguendo una cernia, aveva visto emergere il braccio di una delle statue, dal fondo del mare di Riace, a largo della località Agranci nella zona antistante la scogliera semicircolare chiamata Porto Forticchio.”


L'altra versione
DICIASSETTE agosto 1972, Riace Marina, località Agrangi: il maresciallo della GdF Luciano Bottalico, informato del rinvenimento dei Bronzi verso mezzogiorno (presso il Distaccamento di spiaggia di Monasterace, presente il capitano Enzo Rudatis, comandante del Nucleo di Locri) da Giuseppe Sgrò, Domenico Campagna, Cosimo ed Antonio Alì e dal padre di questi
ultimi, si recava nel tratto di spiaggia indicato dai denuncianti la scoperta per verificare la sincerità della notizia, stimolato dallo stesso Rudatis. Assieme a lui vi era l’appuntato Francesco Staglianò, il quale rimaneva a riva, mentre Bottalico, unitamente al gruppo dei notificanti si dirigeva, a bordo di una barchetta appartenente agli stessi ragazzi, verso lo specchio di mare segnato dai quattro amici con un’improvvisata boa. Giunti sul posto, il finanziere s’immergeva adoperando la maschera subacquea di Sgrò, non possedendone una propria. Risalito in superficie,
confermava in modo inequivocabile la scoperta, pronunciando queste testuali parole: “E’ vero.” Una volta a riva, il maresciallo ordinava allo Staglianò di presidiare il tratto interessato, mentre –da responsabile del Distaccamento- lo stesso rientrava in ufficio. Nel frattempo il capitano Rudatis era ritornato a Locri. Il Bottalico telefonava immediatamente al proprio comandante per canonizzare l’autenticità della scoperta. Dall’altro lato si sentiva rispondere: “Ho APPENA
ricevuto una telefonata dalla Sovrintendenza reggina che ha riferito denuncia di rinvenimento, nella tarda mattinata (!), da parte del signor Stefano Mariottini.”
Questa la cronologia dei fatti secondo la testimonianza resami in esclusiva dal maresciallo della Guardia di Finanza Luciano Bottalico, reggente il “Distaccamento di Spiaggia di Monasterace Marina” fino alla primavera del 1973. Appare superfluo far notare che, qualora il dr. Stefano Mariottini avesse per primo sporto denuncia presso la Sovrintendenza o in qualsiasi altro posto, necessariamente sia il maresciallo Bottalico sia -a ragion veduta, maggiormente- il capitano Enzo Rudatis sarebbero stati già consapevoli dell’accaduto.
La conclusione vada alla logica...


Parla Cosimo Alì, “uno dei quattro” che individuarono le statue "Non li ho visti, li ho solo scoperti"

Ha i tratti profondamente legati alla terra d’origine, Cosimo Alì. Non sarà mai scambiato per un friulano o un vallese.
Potreste incontrarlo, però, con una lunga tunica a righe, per le viuzze senza scampo della casbah, qualora vi recaste in quei luoghi. I suoi geni non tradiscono.
Lo incontro, per la prima volta, tramite Giuseppe Sgrò, anche questi “uno dei quattro”. Mi concede poco, pochissimo tempo. Impegni di lavoro (insieme alla moglie, ha un piccolo albergo) lo staccano dal convegno.
Oltre alla tipologia orientale noto in lui una certa forma di timidezza, che in seguito prenderà definita foggia d’atteggiamento schivo.
Secondo me, c’è diventato, così. Ha maturato, nel corso
della sua esistenza, un comportamento da solitario. Si
trova meglio a ragionare con se stesso, ho contezza di
ciò. E’ una forma di difesa, acquisita dopo un certo episodio
che gli è capitato. Lo rincontro, questa volta più
disponibile, in casa dell’ingegner Giuseppe Campagna,
a Marina di Riace. “Non li ho mai visti, i Bronzi,
e non ci andrò, a guardarli. Li ho solamente scoperti.
Mariottini li ha scorti dopo. C’era tutto il paese,
sulla spiaggia, quel giorno. Ho chiamato i miei compagni,
li ho invitati a seguirmi in acqua, anche loro
hanno osservato come stavano le cose. All’inizio li
avevo scambiati per un cavallo, o meglio per un cavaliere
romano. Ho pensato ciò perchè si sapeva che la
nostra, era zona archeologica. A scuola avevamo studiato
qualcosa, riguardo all’antichità. Non ero certo
un esperto, al contrario di quel signore che ha affermato
d’averle scoperte lui, le due statue. Si è trattato di
una storia semplice, semplicissima: stavo in acqua, ho
notato qualcosa di strano, ho chiamato gli amici e
poi...il resto lo conoscete già”.
Nel frattempo, l’ingegnere mi sommerge di ritagli di
stampa. “Guardi qua: Parla il sub che scoprì le due statue.
Solo che non li ha scoperti Mariottini. Giornalista
superficiale, questo. Hanno scritto da Roma, da
Milano, dall’estero. Qui, a seguire la cosa come fa lei
da mesi, non è venuto nessuno.
Tutti frettolosi e contenti della sentenza romana.
Sono passati tanti anni,
ma il ricordo è vivo. Quante lotte per riaverli!
Tutto inutile! La legge è quella che
è, sono d’accordo: però non abbiamo ancora un posto
che ricordi l’avvenimento.
Riace è conosciuta in tutto il mondo, questo è vero, ma
chi si è mai interessato seriamente alla faccenda?
Nessun politico o amministratore regionale del tempo
mi è stato vicino, mentre lottavo, nella doppia qualità
di sindaco e cittadino. Non essendoci volontà di fare,
tutto si perde, ogni cosa si scorda: però i Bronzi sono
stati trovati da Cosimo e dai suoi compagni. Su questo
non ci piove. So personalmente che si sono recati alla
Guardia di Finanza: e poi, l’orario di Alì è probatorio,
riguardo a quello del Mariottini.
I ragazzi hanno esposto prima delle dodici
ed il subacqueo romano in serata. L’ ho vista la denuncia.
Credo di ricordare anche il tipo di carta: vergatina
sottile, di quella che si usava una volta con la macchina
per scrivere. Dante “del Comune” con una delle
rare macchine disponibili all’epoca li accompagnò alla
Delegazione di Spiaggia, così si chiamava allora la
Caserma della Finanza di Monasterace. Mi permetta
una cosa, inoltre: conosco benissimo la famiglia, e le
posso assicurare che si tratta di gente seria, attaccata
al lavoro, senza manie di grandezza per la testa. Umili
e corretti.” Con la coda dell’occhio, ascoltando l’ex
sindaco, seguo il comportamento di Cosimo. Imperturbabile.
Non fa cenni, nessun assenso, alcuna disapprovazione.
Sembra lontano.
Tiene le mani incrociate, guarda le decine di pagine
di giornali che il simpatico ingegnere continua ad
estrarre da un cassetto, gravido di ricordi ingialliti.
Ogni tanto sembra sorridere, ma non è così: storce il
muso, in realtà, e gli angoli della bocca, serrati e rivolti
all’insù, trarrebbero più d’uno in inganno. Capisco,
inizio a comprendere il suo stato d’animo. Non riesce a
rimuovere l’accaduto: lo desidera, ma non ce la fa. Forse
da qui nasce la sua esigua socievolezza. Non che
sia scostante, no: solo che è poco portato alla narrazione.
Afferro, dati i fatti.


Chi è Stefano Marittoini
Stefano Mariottini, nato a Roma il sette dicembre
del 1941, chimico dipendente della
Selenia (industria elettronica sulla via Tiburtina)
come capo reparto materiale e tecnologia,
ora è in pensione ed è neo residente
nel comune di Monasterace Marina, dove da qualche anno ha
comperato casa.
Sposò in Calabria Maria Antonietta Pisani, nipote del professor
Alcherio Gazzera (personaggio trattato in altra parte dell’inchiesta), docente di Storia dell’Arte presso
il Liceo di Siderno. Il dr. Mariottini rimase
vedovo, quattro mesi dopo il rinvenimento delle statue, in seguito
ad un tragico incidente stradale in cui perse
la vita anche il figlioletto Andrea di appena
un anno.
Si è risposato a Roma.
Esperto ed appassionato subacqueo, “...alla narrativa preferisce
storia, politica e saggistica. A diciott’anni era già un
ottimo sub, dopo aver fatto nuoto e pallanuoto
ad alti livelli agonistici. All’università
studiava chimica e, intanto, faceva ricerche
a terra con un gruppo archeologico romano. Cerveteri, Tarquinia,
cominciò ad appasssionarsi... S’interessava soprattutto al porto
interrato di Caulonia. Nei due anni successivi al ’72, Mariottini
torna in Calabria, rivede le “sue” statue, fa
anche una ricerca subacquea nella zona con il Centro sperimentale
di archeologia di Albenga.”
Quanto riportato è raccontato dallo stesso dr. Stefano Mariottini
a Pietro Lanzara nel Corriere della Sera del 16 maggio 1981.
Su incarico della Sovrintendenza della Calabria
collabora nelle ricerche archeologiche subacquee fino al
ritiro della delega da parte della dottoressa
Anna Lisa Zarattini (subentrata alla dottoressa
Elena Lattanzi nel 2005) sovrintendente reggente a Reggio
Calabria fino al 2 agosto scorso.


Quando colpii il braccio con la fiocina

Giuseppe Sgrò possiede apparenza solida: viso abbrunito con
chioma folta, lievemente imbianchita dal guizzare di
cinquanta anni. Il volto di
bronzo delle due statue è, pur esso, contornato da fitta
capigliatura, riccia nei due casi. Non è tanto, che
associa i tre: mi ha raccontato una storia, Peppe
Sgrò. Succederà forse che, a fine inchiesta, si possa riscontrare
altro tipo d’attinenza.
Ne sarebbe contento.
Un antico proverbio orientale così recita: “La
gratificazione di un uomo si raggiunge mediante il
dolore di un altro”. Ve la riporto,
la “storia”. “...Cocimino (Alì), appena
messo piede a terra, comincia
a gridare, a saltare, non
prende fiato: -Un cavallo, un cavaliere romano! E’
grande, grande, grandissimo! Sbrigatevi, venite, iamu...
Io, Domenico (Campagna) ed Antonio (fratello
di Cosimo Alì) intendendo che qualcosa turbava il nostro
amico, senza porre domande ci tuffiamo, seguendolo.
Qualche minuto ed eravamo sul posto. -Dov’è,
dove? -Quà sotto, guarda, guardate! Il vetro della maschera
era appannato e non riuscivo a distinguere
nulla di definito: solo scogli.
Me la sfilai sciacquandola, bevvi anche un po’ per la
prescia e la rimisi a posto.
Questa volta notai qualcosa di strano, d’anormale in
mezzo a quei massi di granito che per noi non avevano
problemi, considerando che eravamo tutti i giorni
in mare a pescare. Una specie di gamba di cavallo, o
meglio ciò che sembrava esserne una porzione fuoriusciva
dalla sabbia, che in parte ricopriva anche le
pietre. Decisi di andare giù. Avevo il mio fucile a
molla, dal quale poche volte ce la facevo a starne separato:
sull’asta avevo montato una fiocina a cinque
punte, così che i pesci non avrebbero avuto proprio
scampo. Non si sa mai. In verità, nei pochi secondi
che impiegai per raggiungere il misterioso oggetto,
dentro di me pregavo che si potesse trattare di
un grosso esemplare di polpo, ed immaginavo già
il momento in cui l’avrei colpito, proprio in mezzo
agli occhi. Chissà cosa avrebbero detto, i grandi,
al mio rientro a riva... Mi vedevo già portato in
trionfo dalla compagnia... La mia testa si bloccò a pochi
centimetri da quella cosa: era incrostata, aveva un
colore scuro. Non poteva trattarsi di un polpo: stava
troppo ferma. Con la punta della fiocina assestai una
prima botta ma leggera, timoroso di contrattacchi.
Subito dopo tre, cinque, sette volte colpii con velocità
quell’oggetto fermissimo: era duro -di ferro sembrava!
Ricordava la parte anteriore di una zampa di
puledro. Sincerandomi dell’immobilità di ciò che poi
si sarebbe rivelato tutt’altro che parte di cavallo,
frettolosamente scansai - prima con una mano e poi,
lasciato il fucile, anche con l’altra- una buona percentuale
della sabbia che nascondeva “la cosa” ai miei
occhi. Capii all'istante che si trattava di un braccio.
Pochi secondi in tutto durò quest’operazione: ci vuole
più tempo a raccontare che a fare.
Compresi come ci fosse una statua,
in fondo al mare, ed ancora
sommersa.
Risalendo per prendere fiato, mi accorsi solo allora
che anche gli amici erano scesi sotto. Avevano visto tutto.
Il tempo di far riaffiorare la testa e si cominciò a gridare,
invece di riprender forza e riempire il petto d’aria.
Ribevvi nuovamente, parlando e ridendo: sembravamo
ubriachi. Cocimino, scomparendo ogni tanto sott’acqua diceva: -Vidisti o non vidisti? Non è cavallu, secundu tia? E mo’
chi facimu? Mo’ sì ca ‘nda scialamu! Iamu ‘a casa, ‘a
casa!- Io mi riposavo intanto, poiché parlava lui: per
la verità non avevo più fretta.
Volevo solo ritornare in fondo. Così feci. Ancora
una volta sette-otto metri d’immersione. Tra l’altro,
dovevo recuperare il fucile che avevo abbandonato. Arrivato
là sotto, presi a rimuovere più sabbia possibile:
volevo impadronirmi della situazione, anche perché
quei tanti frammenti che affioravano non mi facevano
stabilire con esattezza cosa avevamo trovato.
Levando e rilevando rena ebbi la sorpresa di capire
che le statue dovevano essere due, poiché a meno
di un paio di metri distante, scoprii un pezzo d’altro
reperto: non capivo bene, non avevo la competenza
adatta. Non ce la facevo più. I polmoni mi stavano
per scoppiare. Risalii in fretta, e questa volta aspettai
un po’ prima di rispondere ai miei amici che parlavano
tutti insieme: cicale, sembravano. Appena n’ebbi
la forza, dissi della seconda scoperta: Ddui, su’ ddui, “i
cavaleri”! Ci tiravamo per le braccia e
qualcuno di noi subì pure una
“ c a l a t a ” , per gioco, per contentezza!
Con le forze residue ci trasciniamo a riva,
dove intanto s’era creata una certa animazione, pur se non eccessiva: eravamo dei ragazzini in fondo, e si sa che i giovani,
a mare, a volte fanno chiasso per nulla. Bastava
un polpo di un chilo per scatenare il putiferio. Abbiamo
scherzato tra noi: eravamo eccitati, ci rotolavamo
per terra, ci tiravamo acqua e sabbia negli occhi,
un casino abbiamo fatto.
Mariottini era sulla spiaggia, assieme ad altre persone.
Veniva spesso, a Riace Marina. Lasciava la macchina
accanto casa mia, anche perché era l’unica strada
che portava in quella zona.
Il mare, intanto, cominciava ad alzarsi un poco.
Con gli amici accordammo d’incontrarci nel pomeriggio
e così ognuno fece ritorno in famiglia, pi’ cuntari...
I genitori, inizialmente, quasi ci sgridarono
nell’apprendere dell’avventura. Poi cominciarono a
darci ascolto. Frattanto venne pomeriggio e noi
quattro, sdraiati sulla sabbia con gli occhi al cielo, assaporavamo oltre al profumo della salsedine la gioia
di un qualcosa d’indefinito, d’indescrivibile. Creavamo
progetti pattuendo di far ritorno l’indomani a controllare
ancora, a levare più rena possibile, a verificare
meglio. “Speriamo che il mare non si guasti”, diceva
Campagna. “Speriamo, speriamo”, pronti rispondevamo
insieme. Prima dell’imbrunire, rientrammo tutti a casa mia, che si
trovava proprio sulla spiaggia di fronte al ritrovamento.
Continuammo a parlare, stando alla finestra rivolta verso il mare.
Ad un certo punto Domenico c’interrompe: -Zitti! -cos’è
‘sto casino? Guardava in lontananza, giusto nella direzione
del nostro “tesoro”. –Non sentite nulla? Là, là, guardate là: c’è un motoscafo –ma che sta facendo? Madonna come grida il motore!
Si fannu cusì ‘u vruscianu! Ma chisti su’ pacci!
Ma a mmia mi pari propriu ‘u subbacqueu, ‘u romanu -
comu si chiama? Mariottini, propriu Mariottini! Chi
stannu facendu, ‘o scuru? Pecchì stannu fermi e ‘u
motori grida? Stannu tirandu a bbasi di cordi!
Guardati, guardati comu tiranu! Ma chi hai ‘mu ti tiri?
Eh, figghji di bonamamma! Vonnu ‘u si futtunu
tutti cosi! No, no, aspettati figghjioli: a sentiti ‘sta
puzza? ‘Sta puzza d’arsu? Si futtiru ‘u motori! No’
ssentu cchiù rumuri...pi’ stasira, ‘a casa: domani si
‘ndi parra, sdissonesti! In effetti, ricordo bene di come
tutto ebbe a zittirsi, pian piano.
Il motore che prima distintamente s’udiva girare
al massimo, dopo qualche tempo, singhiozzando sempre
di più, tacque. Un odore acre d’olio bruciato
giungeva fino a noi, a zaffate, assieme al vento che
cresceva. Voci, parecchie esclamazioni s’udivano: dovevano
essere in tre o quattro, su quella barca. Questo
successe il sedici agosto del 1972.”


Domenico Campagna: Scendemmo a vidiri u' miraculu

LA CASA di Giuseppe
Sgrò poggia sull’arenile
di Riace. Nella stessa linea
d’aria, furono rinvenuti in
mare Tideo e Anfiarao, o
meglio, per non incorrere
in cantonate, i Bronzi. Tre
realtà oggettive mancano
perché il cerchio si possa
considerare chiuso. Chi
rappresentano? Chi li ha
fatti? Chi li ha trovati?
“Nui, i trovammu propriu
nui!” si scatena senza alcun’indecisione
Mico
Campagna, collocato in
circolo attorno al tavolo
assieme a Peppe Sgrò,
l’anziana madre di questi
ed il sottoscritto. In un angolo
della stanza, un po’
appartato, il professor Damiano
Musuraca assiste,
silenzioso ma interessato.
L’opinione pubblica, in
ogni angolo della terra
ravvisa in Stefano Mariottini
l’autore ufficiale della
scoperta. Un gruppo di
persone del posto, tuttavia,
contesta la cosa, al
punto tale da costituire
curiosità sufficiente, in
chi scrive, per promuovere
un’inchiesta considerevole
ed il più possibile non
di parte.
Ha una figura esile, la
mamma di Sgrò: il nero
dell’abito che indossa frastorna
il bianco dei capelli,
poggiati con ordine su di
un volto antico, nostrano,
dai lineamenti ben definiti.
Sorride sempre, non celando
la penuria di dentatura,
poiché, per questa
canuta signora la protesi,
secondo il mio intendere,
rappresenterebbe essenza
troppo moderna: inutile
in sostanza. E’ una di
quelle donne del sud che
appartengono alla memoria,
scorsa in assenza di
fretta, stilemi sociali o fardelli
rappresentativi. Puro
neorealismo. La mia telecamera,
inquadrandola,
quasi respinge la modalità
del colore suggerendomi,
essa medesima, il
contesto del bianco e nero.
Un mobile a vetri espone
un po’ di stoviglie buone,
una statuina sacra e, sostenuta
da un bicchiere
capovolto, la foto della figlia
morta in un incidente
stradale. Dai colori esasperati
dell’immagine intuisco
che la “disgrazzia”
dev’essere successa tanto
tempo fa. Esplode Domenico
Campagna: “Eravamo
io, Peppino qua presente,
Cocimino e suo fratello
Antonio. Tutto il
giorno in acqua, stavamo.
I pesci non avevano scampo.
Ogni scoglio aveva la
propria tana, però noi eravamo
furbi, e tornavamo a
casa pieni di saraghi, polpi,
cefali e triglie, perché il
fondale era del tipo misto,
perciò ogni ben di Dio era
presente, nell’acqua della
Marina. Ad un certo punto
Cocimino, dal mare, ci
chiama urlando, facendo
gesti d’ogni manera. In
quel momento noialtri tre
eravamo a giocare, all’ombra
della tenda. Alzammo
gli occhi verso di lui senza
troppa attenzione, dando
poca importanza, perché
pensavamo al solito pesce
grande, grandissimo! Allamadonna
quanto dev’essere,
si grida accussì! E
cos’ha preso, ’nu tunnu?
Continuando i nostri passatempi,
ci accorgiamo
che stava uscendo dall’acqua,
agitato, anzi: agitatissimo!
...”’Nu cavallu,
‘nu cavallu romanu! Prestu,
veniti!”...e si rituffa,
senza neanche riposarsi
un momento. Noi, che
non avevamo bisogno
d’insistenza, a razzo dietro
di lui, nuotando e chiedendo:
ma chi c... vidisti? Chi
jjesti ‘ssu cavallu? –E’
mmortu, no? “A mmìa mi
pari ‘nu cavallu, ‘nu cavaleri
romanu! Alla madonna
ch’è grandi!”... Insomma
non capivamo, però
andavamo a cento all’ora:
dassavamu a striscia, ‘nto
mari! Una volta arrivati
sul posto indicato da Cocimino,
cominciamo a guardare
in basso e Peppe, il
più grande, s’era portato
il fucile a molla, già carricato...:
fu il primo ad andare
giù, seguito da me.
Gli altri si gustavano la
scena dall’alto non sapendo
che fare. Io risalii subito:
non avevo compensato
adeguatamente perciò rimasi
a galla, guardando.
Lo covavamo con gli occhi,
Giuseppe, vedendolo
affibbiare colpi con la fiocina
armata, senza sparare.
Abbiamo pensato ad
un polpo, perché si possono
prendere anche così,
senza necessariamente
premere il grilletto. Ad un
certo punto Peppe lascia
cadere il fucile, armeggiando
con le mani: spostava
sabbia! Con Antonio,
senza pensarci ancora,
scendiamo a vvidiri ‘u
miraculu! Arrivati sotto,
troviamo Sgrò che si affannava
attorno ad una
cosa scura, che fuoriusciva
dalla sabbia, diventando
sempre più grande.
Sembrava la gamba di un
cavallo sembrava! Aveva
ragione Cocimo aveva! Pochi
secondi e, man mano
che Peppe riportava alla
vista quanto trovato dal
nostro compagno, l’oggetto
prendeva forma. Era
sporco di “cose di mare”,
d’incrostazioni: però adesso
si capiva! Era un braccio,
il braccio di una statua!
Andavamo su per prendere
aria e tornavamo sotto:
non ricordo quante volte
l’abbiamo fatto! Chi saliva
e chi scendeva: un casino,
insomma! Sgrò aveva
più resistenza di tutti, e
continuava a muovere
sabbia. Poco dopo riemerge,
e tutti noi a fargli diecimila
domande. Cocimino
gli diceva: u vidisti ‘u
cavallu, ‘u cavaleri, comu
c... si chiama! Ma è ‘nu cavallu
o no? Peppe era troppo
stanco per rispondergli
a parole: annacava ‘a testa
e sputava acqua, avìa
‘mbivutu, avìa!.. Dopo
qualche minuto di riposo,
Sgrò ci riferì che le statue
erano due:insomma per
farla breve torniamo a riva
ed appena giunti, finalmente,
restiamo stesi per
prendere fiato. Prima di
parlare ci guardavamo,
sorridendo, sollevando le
sopracciglia.
Quando arrivò la forza
ci alzammo, saltavamo come
dannati, gridando a
squarciagola: di tutto, dicevamo
di tutto, com’e
‘mbriachi! La gente ci
guardava, incuriosita: gesticolava,
chiamava per
sapere. Mariottini era là,
sulla spiaggia. Certo che
sentiva! Non facevamo
nulla per nascondere ciò
che avevamo visto! Esisteva
solo motivo di gioia, di
protagonismo sbandierato
ai quattro venti! Eravamo
poco più che ragazzini.
Peppe no, era il più
grande, il più uomo del
gruppo. Restammo a discutere
ancora qualche
decina di minuti e poi verso
casa, per raccontare...”


E ci sono i misteri dei ministeri

Novembre 2005, venerdì 11. Nessuna esitazione, nella voce
della Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria: “Le
va bene per martedì prossimo, alle sedici?”. Cominciamo bene, rifletto: ecco alla fine qualcuno che non se la
tira, imponendomi il girone italico delle anticamere! Un referente comune mi aveva fornito il numero
personale e, per la verità, malgrado ciò provavo disagio: abbattere la privacy di persone mai viste non è il
mio forte. A rimuovere lo scrupolo, ha ruolo primario il tono sicuro e cortese della dottoressa Annalisa Zarattini,
or è un anno nuova reggente del dipartimento che sta per importanza, nella storia del territorio calabrese,
come l’aureola ai santi. Nel corso della telefonata paleso, per
sommi capi, il tema dell’intervista che andrebbe realizzata: i Bronzi, e non solo. Pino Pontoriero, aviopittore
ed amico di vecchia data mi accompagna, giusto il quindici, nella
città che fu ai Calcidesi. L’alto funzionario si rivela immediatamente una sorpresa poiché, a causa dell’immaginario
collettivo di cui anch’io sono figlio, me l’aspetto anzianotta, con occhialetti in tartaruga a mezzo naso, vestito vittoriano, tacco nerastro medio basso e connaturato distacco:
affascinante, cordiale, colta e gran
fumatrice di “rosse”. Così è invece
Donna Annalisa. Una telecamera fissa ed altra, mobile, congiunte catturano ghiottamente immagini, parole
e... non poche spire di fumo, che per riguardo a persona simile rievocherò come “arabeschi”. Per quasi due ore dialoghiamo.
Di solito, le interviste hanno foggia tecnica, possiedono anima
di scale e scalette in sequenza programmata: con la Signora è andato tutto storto –come direbbe il
“bravo giornalista”. Il gelido “domanda- risposta” si trasforma, per sortilegio, in avvincente colloquio.
Vento nuovo alita su di noi, pensai.
Bene. Conversazione piacevole, non incontro da manuale. Esauriente. Le mie non sono state domande e le parole
della Signora non sono state risposte: uno degli abboccamenti più
belli che possa ricordare. Tra una rossa e l’altra, una telefonata “del mio Amore” (la figlia, dall’Accademia
Navale di Livorno) e quella di un affliggente, logorroico funzionario regionale, volano quasi due ore,
per la finestra aperta sullo splendido lungomare. “Questi quadri li ho recuperati giù, dal magazzino. Le piante? Un happening personale. I miei due jack russell abbaiano sempre,
appena entrano e la scorgono...(si riferisce ad una funerea, gessosa, mal resa riproduzione dell’Auriga
di Delfi, da sempre allocata nella stanza: non so quanto ancora ci
resterà...).
Le chiedo cosa provi, nel vivere in Calabria. “Appena arrivata,
a giugno scorso, ho capito, ho visto, ho sentito la Magna Grecia: nulla è cambiato. Mi riferisco alla percezione
della grecità, ancora viva, da toccare. Amo molto questa terra. Sono contentissima di lavorare nella vostra Regione, spesso conosciuta solo per gli aspetti negativi. I problemi sussistono, ed anche notevoli. Conosce lei un posto senza? Tenga conto
che sono Reggente, quindi questo status potrebbe cambiare da un momento all’altro, anche se Firenze, Milano perfino vive identica circostanza che Reggio Calabria”. Le mostro un ritaglio di giornale che riporta l’immagine dei Bronzi con vicino
il dottor Giuseppe Foti, Soprintendente all’epoca della scoperta.
Non faccio in tempo a parlare. “Per carità, basta con i feticci! Non amo gli idoli! Il mio concetto di Museo sta
in una formuletta semplice semplice: vitalità! No, guardi! Lo sa che penso di dare un altro adattamento alle Statue? La sistemazione che hanno ora è inesatta. Non c’entrano
con il percorso subacqueo: e poi anche la tinta ambientale non mi piace. Chissà! Il Museo deve essere, oltre
che contenitore di reperti, officina d’interventi, discussione, formazione: soprattutto formazione. Deve
mostrarsi cosa vitale ed efficace, non
cappella per simulacri! La gente arriva, si ferma un attimo, rapita di fronte ai due capolavori e via, neanche
da Cesare (noto locale posto sul lungomare reggino) per un caffè:
continua per la Sicilia. Bisogna coinvolgerli in maniera diversa. C’è da adottare altri sistemi qui come altrove, in Calabria. Figuriamoci a Riace! Chi vuole che ci vada, fin là! Fra autostrada, raccordi vari e poi, per fare
cosa? Non c’è niente, a Riace!”. La informo dei programmi che, anch’essi, “alitano” da quelle parti, vale a dire nuove strutture, centro polivalente culturale e via di seguito.
“Benissimo! Lei, dica da parte mia al Sindaco che ha il nostro supporto, ma che si aiutassero, muovendosi nelle giuste direzioni! Bisogna, che so, organizzare dei corsi di formazione
tecnica, per esempio atti alle immersioni specialistiche, pur se solo il Ministero può formare esperti.
Possono progettare seminari, magari “il” convegno, rivolto a professionisti del settore: arriverebbero da
ogni parte del mondo! Potrebbero pianificare, ogni triennio ad esempio, un congresso archeologico dedicato
all’esperienza subacquea, congiuntamente
magari ad un punto
dove si possono trovare le informazioni
sul restauro, la
subacquea...non un Museo, ma un
Centro culturale, polivalente, dove si
racconti la Storia, quello che è successo!
Si metta una telecamera in
mare, durante le campagne di scavo,
per far seguire la gente in diretta:
io l’ho fatto a Ventotene, a Terracina...
pensino ad un salto di qualità.
C’è molto da fare, nel settore: bisogna
però aver le idee chiare e buone!”
Assicuro Donna Annalisa sulla missione d’ambasciatore e passo all’argomento clou. Chiedo cosa ne
pensa del ritrovamento dei Bronzi, delle campagne di ricerche e scavi fatte finora: tutto è andato come doveva?
Non si scompone di un millimetro,
la Signora, ma, fissandomi con risolutezza dietro un arabesco,
prorompe: “...Ne hanno fatte quaranta,
di campagne! Io ho visto un report degli americani, dove loro
delle anomalie le hanno trovate, però la Soprintendenza non li fece scavare. Allora, io penso di acquisire
le loro carte, e di scavare. Gli a m e r i c a n i avevano fatto i rilievi, però non si erano trovati d’accordo
con la Soprintendenza: siccome sono i migliori del mondo -
in quanto a mezzi- mi hanno esibito queste prospezioni realizzate, facendomi notare le anomalie, che potrebbero esser
lavatrici, o di tutto, non è detto, ma sono tutte singolarità metalliche. Allora, il prossimo anno, lo facciamo.
Basta!” Di rimando, chiedo se Mariottini parteciperà, come di solito, alla campagna. “...Mariottini? Non so chi sia!”. Non perdo l’occasione di ricordarle che questi è universalmente
riconosciuto come l’autore della scoperta eccezionale. “...E’ una
risposta polemica, la mia! Allora: il signor, dottor –non so- Mariottini ha scoperto i Bronzi di Riace. So che è
diventato il subacqueo della Soprintendenza,
cosa che non è ammissibile perché ha un’impresa privata.
Sappia che il Ministero ha formato –spendendo un sacco di soldi- degli archeologi subacquei, tra cui una
sono io. La Calabria non ce n’aveva, ma chi non aveva l’archeologo subacqueo e, quindi, non poteva
costituire un nucleo, doveva fare riferimento al Ministero, ed il Ministero, Claudio Mocchegiani, mandava
le persone. Qui, tutta l’archeologia subacquea è stata fatta da Mariottini: benissimo. Ora sono arrivata io e la faccio io. Ho sempre lavorato, nel Lazio, con Carabinieri sommozzatori,
Guardia di Finanza e con la Capitaneria di Porto, la quale ci metteva a disposizione anche una nave, che
adesso si chiama CP 495, poi c’è l’Università,
un’imbarcazione da ricerca che si può affittare, perciò il Ministero è in grado di lavorare con le
proprie risorse. I Carabinieri del Nucleo
Sommozzatori sono a Messina: se faccio un fischio, arrivano. Tutti i lavori attuati nel Lazio, d’altissimo livello, sono stati tradotti in pratica con una piccola cifra, ma molto piccola,
che ci dava il Ministero, e tutta la manodopera è sempre stata ufficiale.
Non solo: avevamo fatto con il Nucleo Tutela dei Carabinieri e con
la Finanza una specie di messa a punto. Tutti questi corpi scelti devono operare delle immersioni giornaliere
per tenersi in esercizio, perciò, nel Lazio, loro vanno a compierle sui siti archeologici: sono cose che, anche
non avendo le forze, si possono realizzare con le Istituzioni preposte. Addirittura con i Vigili del fuoco!”
Aggiungo, anzi, chiedo se il Volontariato
possa collaborare, pur di supporto. “...No, quello non si può
perché il sommozzatore deve essere
professionale: la legislazione distingue
tra brevetto sportivo e professionale
e, nel momento in cui io sono
datore di lavoro, devo avere un professionista,
ed il competente è solo quello che ha frequentato
la Marco Polo o un corso di seicento ore, cosa
che io ho fatto. Le immersioni lavorative
sono diverse da quelle sportive per una questione di sicurezza, per questo, anche se in passato con i
volontari ci ho sempre lavorato, ora non succederà
più, poiché ci sono degli schemi fissi, da rispettare. E’
vero che per la Calabria sono stati trovati un sacco di soldi per il progetto Archeomar, ma –e qui sono polemica-
sono andata a Roma a controllare i risultati e ho detto: non sono
d’accordo. Il problema? Sempre quello!” La interrompo -offrendole
perciò pretesto per un’altra rossa chiedendo se è a conoscenza dei successivi studi che il team corporativo,
con capocordata l’onnipresente Nautilus
di Vibo, sta sviluppando. “...va
bene, lo stanno continuando, ma,
per quanto riguarda la Calabria li
controllo, perché il problema è: chi
verifica i lavori, se uno non va
sott’acqua?” Ancora un’altra quaestio,
da parte mia, sulla notizia –pubblicamente
data nel corso della presentazione
del progetto, a Vibo Valentia,
dove ero presente- che il dr.
Mariottini farà parte della squadra.
“...Fa parte del controllore, lo so. Ecco: non fa più parte, sono io il controllore. Partecipava, come
delegato della Soprintendenza,
ma io non ho più aderito a tale
condizione. Mi dispiace: io non delego
nessun esterno, perché, tra l’altro,
se succede qualcosa a Mariottini,
in galera ci vado io. Non ha un
brevetto da sommozzatore professionale,
ed è un esterno. Prima, nella
Soprintendenza non c’era nessuno,
e la dottoressa Iannelli ha delegato
lui. Siccome ora ci sono io -e non sono
l’unica Soprintendente che lo fa
perché la dottoressa Fugatola, subacquea
sommozzatrice del Ministero,
dirige i suoi scavi, nei laghi, personalmente:
agisce lei- non conferisco
deleghe esterne. Prima, se ne faceva uso. Ora no. Lo sa che per i Bronzi non sono stati presi i punti?
Sarà come andare a cercare un ago nel pagliaio. Non basta il GPS...” Viene il momento più imbarazzante ma azzardo. Chiedo se conosce la storia dei quattro ragazzi di Riace, che da ben trentaquattro anni insistono ad identificarsi come i veri scopritori delle Statue, in contraddizione con il dr. Mariottini, dagli stessi ritenuto anche responsabile di un maldestro tentativo atto a sottrarli. “Certo che ne ho sentito parlare: non è la prima volta che la gente denuncia ritrovamenti
solo dopo aver realizzato di non poterli
portare via. Si fosse trattato di
una testa, di un piccolo oggetto, forse
non sarebbero nel Museo. Con
questo non voglio alludere a nulla,
ma le racconto una storia che è capitata
a me personalmente. Ho trovato
due statue di marmo, nelle acque di
Anzio: una intera, a grandezza naturale
e l’altra, un busto, già assicurata
ad una corda, pronta ad essere
asportata. Siamo intervenuti con
tempestività e tutto è finito lì.” Porgo
l’ultimo argomento, a Donna Annalisa
Zarattini. Domando se è giusto
che i Bronzi di Riace stiano a
Reggio. “Come saprà, giuridicamente
il mare è considerato territoriale,
per la qual cosa ogni oggetto greco
trovato in acqua calabra deve giustamente
essere collocato nell’unico,
vero Museo della Grecità, in altre parole
qui, a Reggio. Qualora un domani
io, lei o altri riusciremo a dimostrare
un legame tra le due Statue ed il territorio circostante, se ne riparlerà: a settembre prossimo, spero, assieme al mio gruppo di Roma e con gli americani –che saranno in zona per fare un lavoro su Crotonedi realizzare una nuova campagna. Lo sa da dove comincerò? Dalle anomalie mai verificate. Mi saluti il Sindaco e dica ai quattro ragazzi che verrò personalmente, che c’è una subacquea in giro. Dica anche che a Riace, finora, non s’è trovato niente tuttavia, siccome il mare nasconde, ma non ruba –quella è la casa, veramente, ciò nondimeno si può applicare anche al marealla fine troveremo qualche altra cosa: potremmo ripescare un terzo Bronzo. Sa cosa mi piacerebbe rinvenire?
Una statua in bronzo di una donna!”
Arrivederci, Donna Annalisa. Vento nuovo alita su di noi.
http://www.ilquotidianocalabria.it/dossier.html

Pantelleria, affiorano reperti di 3.500 anni fa

Pantelleria, affiorano reperti di 3.500 anni fa
SALVATORE GABRIELE
Giornale di Sicilia, 21 agosto 2006

PANTELLERIA. (saga) È una capanna di pescatori risalente al XV secolo avanti Cristo quella scoperta a Pantelleria in località Mursia. Non ha dubbi il professor Sebastiano Tusa, direttore della missione archeologica che continua a portare alla luce tesori nel villaggio dell'età del bronzo situato nella costa occidentale dell'isola. «Nella capanna di forma ovale di circa 30 metri quadrati -spiega Tusa - abbiamo trovato lische di pesci di tutte le dimensioni, arnesi da pesca, attrezzi in pietra che forse servivano per la lavorazione del pescato, pesi per calare in mare le reti». Forse la capanna potrebbe essere addirittura il magazzino dove veniva lavorato, per la conservazione, il pescato. Sono state rinvenute macine per cereali e un bacile con all'interno ancora l'orzo. Oltre al pane con l'orzo forse gli antichi ci facevano una bevanda simile alla birra. Ci sono poi numerosi token (pesi preistorici che servivano come unità di misura per gli scambi commerciali), frammenti di ceramica maltese che dimostrano i contatti tra le due isole, pietre con incavi che al momento sono un mistero.
Continuano, tra mille fatiche gli scavi nella città preistorica di Mursia. Autorizzati dal sovrintendente di Trapani Giuseppe Gini e dalla responsabile del servizio archeologico, Caterina Greco, gli scavi sono diretti sul posto dal professor Fabrizio Nicoletti ed effettuati con l'apporto degli studenti dell'Università Sant'OrsolaBe-nincasa di Napoli. All'interno
di quella che sembra una vera azienda è stato trovato un servizio di sei tazze di pregevole manifattura insieme con una tazzina piccola del diametro di poco più di un centimetro che sembrerebbe trattarsi, come la bambolina di due anni fa, di un altro giocattolo per bambini di 3500 anni fa. «La capanna scavata - spiega Tusa -era andata distrutta per un incendio che ha fatto crollare interamente il tetto, costituito da travi di legno unite con l'argilla».
Le sorprese non finiscono mai. Lo scorso anno era stata trovata una parure di fattura egiziana che aveva dimostrato come il popolo di Mursia aveva avuto contatti commerciali anche con l'Oriente. «La capanna che abbiamo riportato alla luce - dice il professor Fabrizio Nicoletti - è tipica della fase media, è una capanna ovale, con le absidi uguali, piuttosto tozza e abbastanza grande».

Pantelleria: nuove scoperte archeologiche.

Pantelleria: nuove scoperte archeologiche.
SEBASTIANO TUSA
24/08/2006, La Repubblica, Palermo

COSI MANGIAVANO I NOSTRI ANTENATI

Gli scavi archeologici dell'abitato dell'età del bronzo di Mursia, sulla costa occidentale di Pantelleria, sono ripresi quest'anno durante il mese di agosto ed hanno offerto ancora novità interessanti che contribuiscono a fare di quest'isola tra la Sicilia e l'Africa non soltanto una metà preferita dai Vip per il suo mare, i suoi dammusi e la sua gastronomia, ma anche dagli appassionati di storia e archeologia. Già negli anni scorsi Pantelleria era stata oggetto di attenzione mediatica, oltre che scientifica, per la scoperta degli ormai famosi tre ritratti in marmo romani raffiguranti Giulio Cesare, Antonia Minore e Tito (già esposti ripetutamente in Italia ed all'estero) rinvenuti nel sito dell'acropoli punico-romana presso la contrada San Marco. Ciò grazie ad uno sforzo istituzionale e finanziario dell'assessorato peri Beni culturali della Regione che aveva canalizzato sull'isola ingenti risorse europee per la ricerca e valorizzazione dei siti archeologici finalizzata alla creazione del Parco Archeologico di Pantelleria.
Ma anche gli scavi preistorici di Mursia, diretti dallo scrivente con la collaborazione di Fabrizio Nicoletti nell'ambito di una convenzione tra l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani guidata da Giuseppe Gini e dalla responsabile del servizio archeologico Caterina Greco, avevano avuto gli onori della cronaca per varie scoperte che contribuiscono a dare di questo abitato risalente a oltre 3.500 anni fa una connotazione particolare di vero e proprio emporio commerciale lungo la rotta che, proprio a partire da quel periodo, ha collegato il vicino Oriente (Siria e Palestina) con l'Egitto, la fascia nordafricana di Libia e Tunisia, la Sicilia; e, attraverso questa, la penisola italiana e l'Europa occidentale mediterranea (coste provenzali e della Spagna orientale). Si trattava della rotta che poco dopo (intorno al 1000 avanti Cristo) percorreranno i Fenici, partendo da Tiro, Sidone e le altre città della costa siro-palestinese, per andare a fondare Cartagine, Mozia e Cadice (nella Spagna meridionale). Si trattava di una rotta alternativa a quella che i Micenei prima ed i Greci dopo percorsero per raggiungere dalla Grecia e dall'Egeo le coste italiane, siciliane e sarde. Questa rotta meridionale che attraversava il Mediterraneo da est a ovest e che aveva in Mursia un suo caposaldo era poco nota agli studiosi e si conosceva soprattutto per i periodi successivi animati dalla marineria fenicia.
A Mursia gli indizi che ci consentono di provare che questa rotta passasse da Pantelleria sono ormai molteplici. Già nelle scorse campagne si era avuta la scoperta di un'interessante parure costituita da due orecchini in bronzo ad anello circolare e di una collana di grani in pasta vitrea globulari con al centro un pendente appuntito in bronzo quasi certamente di provenienza o egiziana o siro-palestinese. A questi si aggiungono decine di frammenti di ceramiche appartenenti a vasi di origine siro-palestinese come le anfore dette «cananee» che costituiscono il prototipo di quello che diventerà in epoca punìco-greco-romana il contenitore da trasporto prodotto in decine di migliaia di esemplari e diffuso in tutto il Mediterraneo. Ma anche frammenti di vasi di provenienza nord-africana (Libia), cretese, cipriota ed egea oltre ad un raro esemplare di grano di collana globulare in cobalto blu con una laminetta in oro all'interno di fattura egiziana.
Quest'anno a Mursia lo scavo si è concentrato su una delle tante capanne ovali già note, costituite da un basso muretto in pietra ed un alzato in legno e piccoli arbusti perduto nel tempo. Il villaggio, infatti, era costituito da numerose capanne simili o più tondeggianti, disposte talvolta con un ordine geometrico lineare prefissato, poste su alcune balze in prossimità del mare. La parte più alta del villaggio era difesa da un poderoso muro di cui sopravvive la parte più orientale che separa l'abitato dalla vasta necropoli costituita da tumuli in pietra a forma di torre detti «sesi». La parte più bassa del villaggio, più vicina al mare e dove si trova la capanna in corso di scavo pensavamo che potesse avere un maggiore legame funzionale al mare per la sua posizione a diretto contatto con esso.
Ed è qui, a proposito del rapporto tra questo abitato ed il mare, che è venuta la novità interessante dello scavo in corso. La capanna che stiamo scavando è come le altre per la sua forma architettonica ma non lo è per la sua destinazione e connotazione. Non vi è dubbio, infatti, che si tratta di una capanna di pescatori. Nello spazio interno di circa 30 metri quadri abbiamo trovato lische ed ossa di pesci di varia specie e dimensione, arnesi da pesca, attrezzi in pietra che servivano per la lavorazione del pescato, pesi in terracotta per le reti ed un'ancora in pietra costituita da una pietra informe con un foro per farvi passare la cima.
Lo scavo, condotto nell'ambito di una moderna prospettiva e metodologia bioarcheologica che non presta attenzione soltanto ai tra-dizionali reperti archeologici, ma anche a reperti faunistici, come ossa di animali, o paleoetnobotanici come semi e carboni, o archeometrici come sostanze ed elementi inorganici di varia natura e funzione, ci ha permesso di isolare gruppi di semi di orzo di cui alcuni ancora all'interno di un bacile in terracotta, nonché consistenti quantitativi di ossa di pesci ed animali di altra natura. Ci sono poi numerosi token in terracotta (pesi preistorici che servivano come unità di misura per gli scambi commerciali), frammenti di ceramica maltese che dimostra i contatti tra le due isole, pietre con incavi ed alcune decine di piccoli vasi.
La contestualizzazione di tutto ciò che viene rinvenuto all'interno della capanna, possibile anche grazie al metodo di registrazione e documentazione adottato
che prevede l'inserimento di tutti i reperti in un sistema informatizzato costantemente aggiornato, ha permesso di fare già alcune ipotesi interpretative che andranno corroborate nel prosieguo della ricerca. È evidente che la capanna fosse adibita allo stoccaggio di prodotti ittici e dei relativi attrezzi da pesca. Ma ciò che intriga è l'ipotesi che vi fosse un nesso tra la lavorazione del pescato, che doveva prevedere certamente la conservazione mediante essiccazione e salagione, e la presenza dell'orzo con le macine per la sua molitura. L'orzo era utilizzato sia per la preparazione di pani e focacce, ma anche per produrre birra, o comunque bevande alcoliche fermentate, fin dal IV millennio (i primi a farne quest'uso furono i Sumeri). La presenza dei piccoli vasetti e delle pietre con concavità intagliate farebbe pensare alla necessità di dosaggio e conservazione di piccoli quantitativi di sostanze coagulanti necessarie per la produzione di bevande alcoliche e per la conservazione del pesce.
Pesce e bevande alcoliche: un nesso che ci fa venire in mente quanto faranno i Romani più di mille anni dopo mescolando vino e salsa di pesce. Che questa capanna di Mursia sia il luogo di sperimentazione di un primordiale connubio tipico della gastronomia mediterranea tra pesce e bevande alcoliche (oggi vino, un tempo birra o affini? Ci piace pensarlo, ma presto l'approfondimento della ricerca ce lo potrà dire.

Murgia, distrutto villaggio megalitico. Operazioni di spietramento: sequestrata l'area

Murgia, distrutto villaggio megalitico. Operazioni di spietramento: sequestrata l'area
GIULIANO FOSCHINI
GIOVEDÌ 24 AGOSTO 2006 BARI, LA REPUBBLICA

L’INTERVENTO è quello classico dello spietramento: aperta campagna, massi stritolati, pietre asportate. «Il problema - ha spiegato Giuliano Palomba, capo della stazione del Corpo forestale dello Stato, al pm Luigi Scimè - è che quella è un'area di importantissimo valore archeologico». Il vincolo della Soprintendenza non c'è: «Dopo una segnalazione di ormai dieci anni fa, non è mai stato terminato l'iter burocratico» denuncia Pasquale Salvemini, il dirigente del Wwf che ha segnalato alla magistratura lo scempio. «Ieri - continua - gli archeologi hanno effettuato un primo sopralluogo: la lista dei danni però è chiara». Secondo la Forestale è stata gravemente danneggiata un'intera area megalitica. Sarebbe stata danneggiata anche una statua menhir antropomorfa e un monolite risalenti verosimilmente a quattromila anni fa.
Le motivazioni del decreto di sequestro-in attesa di convalida da parte
del gip - hanno anche motivazioni ambientali. L'area si trova all'interno di una zona destinata al ripopolamento faunistico e per questo sottoposta a vincoli ambientali. Nelle aree protette è vietato effettuare «interventi che comportano grave turbamento alla fauna selvatica e modificazioni significative dell'ambiente». Non è possibile nemmeno compiere «arature profonde e i movimenti di terra che alterino in modo sostanziale la morfologia del sito» come invece è successo a Bisceglie. Quello dello spietramento - nonostante l'offensiva mossa alcuni mesi fa dalla procura di Trani che sta indagando su mille persone circa - continua a essere un fenomeno molto diffuso in Puglia, e in particolare nella Murgia. A rischio, secondo gli esperti, sono gli assetti idrogeologici del territorio: come denunciato dal ministero dell'Ambiente, il pericolo è la desertificazione.

Ritrovato tempio etrusco di grande valore

Ritrovato tempio etrusco di grande valore
Domenica 27 Agosto 2006, Il Messaggero


Un piccolo tempio dedicato alla dea Demetra, risalente all'epoca etrusco-romana è stato scoperto in località Bosco delle Valli, nei pressi di Vetralla. Il ritrovamento è stato compiuto dalla Soprintendenza archeologica all'Etruria Meridionale, a seguito di una segnalazione, lo scorso mese di aprile, ma la notizia è stata diffusa solo ieri dall'assessore al patrimonio del comune di Vetralla, Maurizio Sensi, che ha chiesto alla Regione Lazio un finanziamento per riprendere gli scavi, sospesi per mancanza di fondi.
Il piccolo tempio è ritenuto di grande valore dalla Soprintendenza. All'interno dell'edificio, sono stati ritrovati preziosi reperti, tra i quali spiccano manufatti raffiguranti organi genitali maschili e femminili, che hanno permesso di collegare la struttura alla dea della fertilità, Demetra appunto. I reperti sono custoditi nel museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. «È nostra intenzione - ha detto l'assessore Sensi - promuovere una mostra itinerante per rendere visibili al pubblico i reperti. Per l'occasione la Sovrintendenza si è impegnata a realizzare una ricostruzione del tempio. Contestualmente - ha aggiunto - il Comune ha richiesto alla Regione Lazio un finanziamento di 250mila euro per continuare gli scavi». Secondo Sensi, il tempio è praticamente integro. La terra con la quale è stato ricoperto, con molta probabilità in epoca romana, lo ha praticamente sigillato e preservato per 20 secoli. «Ci impegneremo - ha concluso Sensi - per fare in modo che i reperti tornino a Vetralla».

Vetralla (VT): scoperto un piccolo tempio etrusco votato a Demetra, la dea della fertilità

Vetralla (VT): scoperto un piccolo tempio etrusco votato a Demetra, la dea della fertilità
27/08/2006, La Gazzetta del Mezzogiorno

Archeologia. Nei pressi di Vetralla (Viterbo)


Un piccolo tempio dedicato alla dea Demetra, risalente all'epoca etrusco-romana è stato scoperto in località Bosco delle Valli, nei pressi di Vetralla, in provincia di Viterbo. Il ritrovamento è stato compiuto dalla Soprintendenza archeologica all'Etruria Meridionale, a seguito di una segnalazione, lo scorso mese di aprile, ma la notizia è stata diffusa solo ieri. Il piccolo tempio è ritenuto di grande valore dalla Soprintendenza. All'interno dell'edificio, sono stati ritrovati preziosi reperti, tra i quali spiccano manufatti raffiguranti organi genitali maschili e femminili, che hanno permesso di collegare la struttura alla dea della fertilità, Demetra appunto. I reperti sono custoditi nel museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. «È nostra intenzione - ha detto l'assessore comunale al Patrimonio, Maurizio Sensi - promuovere una mostra itinerante per rendere visibili al pubblico i reperti. Per l'occasione la Sovrintendenza si è impegnata a realizzare una ricostruzione del tempio. Contestualmente - ha aggiunto - il Comune ha richiesto alla Regione Lazio un finanziamento di 250mila euro per continuare gli scavi, interrotti per la cronica mancanza di fondi». ansa

domenica 22 marzo 2009

Restaurata entro l´anno la tomba della Montagnola Intanto ne spunta un´altra

Restaurata entro l´anno la tomba della Montagnola Intanto ne spunta un´altra
m. a.
la Repubblica (Firenze) 20/03/2009

«Entro quest´anno la tomba etrusca della Montagnola a Quinto Basso sarà completamente restaurata». La conferma arriva dalla vicesoprintendente archeologica Carlotta Cianferoni e dal sindaco Gianni Gianassi di Sesto Fiorentino, dopo un sopralluogo al sito, dove recentemente è stata rinvenuta un´altra piccola tomba a camera, di poco successiva alla Montagnola che è del VII sec. a.C. Tanto che gli studiosi ipotizzano che intorno sia presente una piccola necropoli etrusca. Il ripristino e il progetto di salvaguardia, consolidamento e restauro della tomba della Montagnola, è costato complessivamente 7 milioni di euro, interamente finanziati da Tav, nell´ambito degli accordi per il tratto fiorentino dell´Alta velocità ferroviaria: gli interventi hanno riguardato le mura interne, la messa in opera di un manto drenante all´esterno del tumulo, una scalinata e nuovi percorsi, un nuovo manto erboso e altre opere.

mercoledì 18 marzo 2009

Da un incontro di civiltà nacque Milano

Da un incontro di civiltà nacque Milano
EVA CANTARELLA
Corriere della Sera - 2009-03-18

Anteprima Oggi la prima conferenza del ciclo sulla storia della metropoli lombarda organizzato dal Comune e dall'editore Laterza

Il mito di fondazione della città include gli stranieri. A differenza di quello ateniese

I miti aiutano a capire la storia? La domanda è antica. Nel Settecento, Voltaire scriveva che per capire il mondo pagano bisognava ignorare quelle «favole assurde». Per Vico, invece, il mito era «uno specchio della storia». Nell'Ottocento, Max Mueller considerava i racconti mitici una «malattia del linguaggio », frutto della incapacità degli antichi di rappresentarsi le astrazioni; per J.J. Bachofen, invece, il mito delle Amazzoni contribuiva a dimostrare che prima del patriarcato era esistito il matriarcato. Recentemente, in Italia, con riferimento alla storia di Roma, Andrea Carandini ha sostenuto che le nuove scoperte archeologiche consentono di identificare il nucleo di verità storica contenuto nei miti; Emilio Gabba lo ha escluso. Problema complesso, quello del mito: ma forse la diversità delle posizioni può dipendere, quantomeno in qualche misura, dalle domande che gli si pongono.
Se è infatti controvertibile che esso consenta di risalire a fatti, avvenimenti e personaggi, è assai meno difficile ammettere che aiuti a individuare le credenze, i riti, le istituzioni e le mentalità che, nel complesso, formano la cultura di un gruppo nel senso più ampio, antropologico di questo termine. Più in particolare, è difficile negare valore storico in questo senso ai miti di fondazione, attraverso i quali un gruppo si racconta ed esalta la sua identità, inevitabilmente definita nel suo rapporto con gli altri. Questo rapporto, infatti — a seconda che sia di esclusione o di inclusione — influisce non solo sulla consapevolezza di sé dei componenti del gruppo, ma anche sulle istituzioni sociali, politiche e la politica estera di questo. Come dimostra la lettura di due celebri miti (quello di Atene e quello di Roma) che per questa ragione leggeremo, a mo' di paradigma, prima di chiederci come intendere, in questa prospettiva, il mito di fondazione di Milano.
Un giorno, racconta il mito ateniese, Efesto, innamoratosi di Atena, tentò di possederla; ma non ci riuscì, e il suo seme cadde sulla gamba della dea, che si deterse inorridita con uno straccio, e quindi lo gettò a terra. Il seme divino, tuttavia, non andò sprecato: dalla terra fecondata nacque Erittonio, futuro re di Atene.
Più che chiari i caratteri della città che il mito tramanda: l'origine divina di questa e l'autoctonia dei suoi abitanti, dalla quale derivavano la loro diversità e la loro fortuna: gli ateniesi — leggiamo nella Medea di Euripide — sono felici perché «figli degli dèi beati, nati da una terra mai contaminata…». Nella specie, dunque, il mito definisce l'identità ateniese attraverso la totale esclusione dell'altro, segnalando la assoluta estraneità dello straniero e l'impossibilità di integrarlo: in perfetta sintonia — non a caso — con l'organizzazione civica e la storia di Atene. Basterà un esempio: Atene era una città commerciale, dove viveva stabilmente una categoria di persone fondamentale per la sua economia, gli stranieri chiamati meteci (da metoikein, vivere insieme). Eppure i meteci non solo erano privi dei diritti politici, ma non potevano possedere terre, sposare una donna ateniese, e potevano partecipare ai processi solo con l'assistenza di un cittadino che garantiva per loro. A questo aggiungasi che il mito dell'autoctonia da un canto descrive Atene come la città della democrazia (nati dalla terra, figli della stessa madre, tutti gli ateniesi sono uguali), dall'altro la oppone alle altre città, composte da un assemblaggio eterogeneo di persone provenienti da un suolo straniero.
Passiamo a Roma. Secondo la leggenda, il fondatore della città, Romolo, discendeva da Enea, l'eroe troiano sopravvissuto alla distruzione della sua città perché destinato a perpetuare la stirpe dei troiani. Impossibile, qui, raccontare dell'arrivo di Enea nel Lazio e del suo matrimonio con Lavinia, figlia del re Latino. Impossibile e superfluo seguire la storia dei loro discendenti fino a Romolo, il fondatore di Roma: la profonda differenza tra il mito di fondazione di Atene e quello di Roma è comunque evidente.
Roma cerca le sue origini in un'etnia diversa, che si fonde con la stirpe locale. In Romolo scorre sangue laziale e sangue troiano. Come se questo non bastasse, per popolare Roma egli apre un asilo, in cui offre rifugio a chiunque chiede ospitalità e protezione, e per ovviare alla mancanza di donne rapisce le Sabine. Per non parlare dell'apertura sociale e culturale che accompagna la commistione di stirpi. I romani, infatti, oltre alle altre genti, assimilavano anche gli schiavi liberati, che con la libertà acquistavano la cittadinanza romana. Il dato etnico, per loro, era meno importate di quello politico. Per i romani integrazione voleva dire capacità di innovazione. Questo è quel che ricorda il loro mito di fondazione. E tutto ciò premesso, veniamo finalmente a Milano. Racconta Tito Livio (V, 34) che quando a Roma regnava Tarquinio Prisco (siamo, dunque, all'inizio del VI secolo a.C.), la massima autorità tra i celti era Ambigato, re dei Biturigi. Preoccupato per l'eccesso di popolazione, questi mandò due suoi nipoti, di nome Segoveso e Belloveso, alla ricerca di nuove terre. Belloveso, seguendo l'indicazione degli dèi, si diresse verso l'Italia, valicò le Alpi, sconfisse gli Etruschi non lontano dal Ticino e fondò una città, che chiamò Mediolanum.
Quali sono i caratteri dell'identità milanese celebrati da questo racconto? Certamente, non l'autoctonia e la separatezza celebrate dal mito ateniese. Caratterizzando l'immigrazione celtica come un'impresa assolutamente pacifica, la saga di Belloveso suggerisce piuttosto un incontro e una commistione di culture: quella degli indigeni, quella dei celti venuti d'oltralpe, e nei secoli successivi quella romana. Per mettere in evidenza il carattere composito della città Livio ricorda, non a caso, che Belloveso fonda Milano in una zona che aveva lo stesso nome di una tribù celtica, e, celebrando le nobili e antiche origini dei Biturigi, tende a valorizzare, all'interno della cultura romana di cui si sentiva parte integrante, l'apporto di quella celtica, alla quale, essendo padovano, ugualmente sentiva di appartenere.
A distanza di due millenni dal momento in cui venne scritto, il mito trasmette l'immagine di una città etnicamente e culturalmente aperta ai contributi esterni, pronta a recepirli e a trasformarli in ricchezza. Caratteri che ha mantenuto nei secoli, oggi nuovamente alla prova dei grandi flussi migratori e degli antichi problemi dell'ospitalità e dell'integrazione.

martedì 17 marzo 2009

Ecco il santuario che accoglieva l’«Onu» degli etruschi

Ecco il santuario che accoglieva l’«Onu» degli etruschi
di Marco Innocente Furina
02/09/2006, L'Unità

Ricorda Tito Livio che analogamemte alla città greche della Ionia anche gli etruschi erano soliti riunirsi in una «dodecapoli»,una lega di dodici città (che comunemente si identificano in : Arretium, Caere, Clusium, Cortona, Faesulae, Perusia, Tarquinii, Veii, Vetulonia, Volaterrae, Volsinii eVulci). Annualmente i rappresentanti di queste città-stato - le più ricche e importanti dell’Etruria - si riunivano presso il Fanum Voltumnae. Qui, ogni primavera, gli esponenti politici e religiosi della nazione etrusca decidevano se fare la guerra o la pace, stringevano alleanze, stipulavano trattati. Una sorta di assemblea confederale in cui si rinsaldavano i vincoli di lingua, cultura e religione di un popolo altrimenti gelosissimo della proprie particolarità cittadine. Con la conquista romana del Fanum Voltumnae (che con la fine dell’indipendenza non aveva più alcuna funzione) si persero le tracce.Già per lo storico patavino-Livio scrive sotto il principato di Augusto - l’esatta ubicazione del santuario è un mistero. Un mistero che ha attraversato i secoli. Nel 1400, «il primo etruscologo» della storia, il domenicano Annio da Viterbo, identificò nella sua città la sede del Fanum. Più tardi, Gorge Dennis, l’autore di Cities and cemeteries of Etruria, credette di individuare la sede del santuario nel colle ove oggi sorge Montefiascone. Col passar del tempo il luogo più accreditato come sito del Fanum si rivelò Orvieto. Ed è proprio presso Orvieto, in località campo della fiera, che l’equipe della professoressa Simonetta Stopponi avrebbe ritrovato, dopo venti secoli di oblio, le vestigia dell’antico centro religioso. Una scoperta che ha attirato l’attenzione del ministro per beni culturali, Francesco Rutelli. Il vicepremier sarà infatti il prossimo 12 settembre a Orvieto per illustrare alla stampa lo straordinario rinvenimento. «Le strutture portate alla luce - dice la docente di etruscologia e archeologia italica all’Università di Macerata nonché direttrice dello scavo di Orvieto - e le caratteristiche dell’area sacra ci portano a dire che si tratta del santuario dedicato al dio Voltumna. Ma la conferma la attendiamo dagli scavi successivi la prossima estate». Per avere la certezza che si tratti veramente del luogo del concilio si dovrebbe trovare un’iscrizione a Voltumna. Una divinità importante nel panteon etrusco, paragonabile - spiega l’archeologa – al Giove dei romani. Il congresso che si teneva al Fanum era una assemblea sul tipo delle Nazioni unite. «Quando si riuniva la Lega etrusca al Fanum Voltumnae, a Roma, che era allora molto piccola, si tremava».

Torna alla luce il Fanum Voltumnae, il 'Vaticano' etrusco

Torna alla luce il Fanum Voltumnae, il 'Vaticano' etrusco
il Resto del Carlino (Emilia Romagna) 04/09/2006

MACERATA — E' targata Macerata quella che è considerata dagli esperti una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni. Ci sono voluti sei anni di scavi e ricerche per riportare alla luce Fanum Voltumnae, il santuario federale delle dodici città etrusche, una sorta di Vaticano di questa antica civiltà. Il Dipartimento di scienze archeoldgiche e storiche dell'antichità dell'Università di Macerata ha individuato l'insediamento ai piedi di Orvieto, nella spianata di Campo della Fiera, e secondo il direttore dello scavo, Simonetta Stopponi, docente ordinario di etruscologia e archeologia italica all'Ateneo maceratese, l'identità dello scavo potrà essere confermata solo con il ritrovamento di un'iscrizione dedicata al dio Voltumna, patrono del popolo etrusco. La vasta area pianeggiante ad ovest del pianoro tufaceo su cui sorge Orvieto deriva il proprio nome, Campo della Fiera, dal fatto di essere stata per secoli sede di fiere e mercati periodici. In questa zona, sul finire del XIX sec. vennero condotti scavi che rivelarono la presenza di un'area di culto etrusca. Nel corso di una ricerca di superficie effettuata nell'area di Campo della Fiera, sono stati raccolti diversi frammenti di terrecotte architettoniche, una delle quali affine a un esemplare recuperato nel corso degli scavi ottocenteschi. Partendo da queste evidenze, dal 2000 l'Università degli Studi di Macerata sta conducendo indagini archeologiche annuali nella zona «Podere Giardino», toponimo che, significativamente, richiama quello dell'area in cui si avviarono le prime ricerche, nel 1876. Alle indagini di scavo e al lavoro in laboratorio oltre agli studenti dell'Ateneo maceratese, prendono parte anche quelli delle Università di Viterbo, Siena, Firenze e Arizona.

Orvieto: sei anni di scavi ed emerge il Fanum, luogo sacro degli Etruschi

Orvieto: sei anni di scavi ed emerge il Fanum, luogo sacro degli Etruschi
Giulio Ladi
Il Messaggero 9/9/2006

ORVIETO - Si riunivano una volta all'anno, le Nazioni Unite degli Etruschi. All’ombra del tempio dedicato al Dio Voltumna si decidevano le guerre, i capi che le dovevano condurre, le sanzioni per le città ribelli. I resti di quello che fu il Fanum Voltumnae, il luogo sacro per eccellenza degli Etruschi, pare siano ormai da collocare nella pianura sulla quale sorge la Rupe di Orvieto. Cercato disperatamente da ogni etruscologo e da ogni archeologo, ormai da secoli, sembra sia stato svelato proprio agli albori del terzo millennio.
Così, almeno, sostiene l'archeologa che da sei anni "rincorre" il Fanum, con tanto di zappetto e spazzola. «I presupposti ci sono tutti - dice Simonetta Stopponi, docente all'università di Macerata - sia per quanto è stato trovato negli anni scorsi, con antefisse, strade, vasi, immagini votive, reperti di negozi e terme, sia per quanto trovato quest'anno, le mura imponenti di un edificio che non poteva non essere un tempio». La critica, come era logico prevedere, non ha tardato a esprimere tutti i suoi dubbi. Magari si sono fatti avanti anche ciarlatani ma le opinioni degli esperti del calibro di Giovanni Colonna e Mario Torelli non possono non essere prese in considerazione.
Nessuno dei due mette in dubbio la possibilità che il Fanum possa essere stato collocato nei pressi di Orvieto, ma per entrambi, «la certezza scientifica non si avrà finché non verrà trovata l'iscrizione e non si andrà ancora più avanti con lo scavo».
Se ne riparlerà il prossimo anno, quando Simonetta Stopponi, insieme all'archeologo Claudio Bizzarri, torneranno a Podere Giardino, luogo dello scavo, insieme agli studenti - operai dell'Università di Macerata. Ma intanto, il solco sembra tracciato, comunque, in quella spianata sotto la Rupe di Orvieto, doveva essere stato costruito un edificio di dimensioni enormi, sicuramente un tempio. Che fosse dedicato a Voltumna o a qualche altro dio Etrusco saranno gli scienziati, studiando i reperti, a stabilirlo.

Morgantina, un monumento particolare

Morgantina, un monumento particolare
Giovanna Cirino
Giornale di Sicilia, 19/9/2006

In principio non fu creato per gli spettacoli

Nel 1958 l'American Journal of Archaeology pubblica la notizia dell'identificazione della città greco-sicula di Morgantina, in provincia di Enna. La città era stata fondata dai Siculi (Morgeti) sui Monti Erei, nell'altura della Cittadella; la sua esistenza era certificata dai documenti storici, ma non era ancora stata localizzata. Secondo alcuni studiosi l'altopiano di Serra Orlando era l'ultimo posto dove cercare la città dei Morgeti, anche se Diodoro Siculo aveva situato l'antica Morgantina non lontano da Agira. Gli scavi di Serra Orlando, erano stati autorizzati nell'agosto del 1955, da Luigi Bernabò Brea, Sovrintendente alle Antichità di Siracusa.
Erik Sjoqvist e Richard Stillwell condussero gli scavi della missione archeologica americana della Princeton University. Armati di picconi e speranze, baciati dal sole e dalla fortuna, scoprirono alcune monete con la scritta hispanorum. Le monete erano state battute dalla zecca degli Ispani, i mercenari a cui Roma dopo la conquista della Sicilia, aveva ceduto Morgantina e il suo territorio. «Wonderful, Eureka, Bingo», quale fu l'esclamazione non è dato saperlo, ma di sicuro i due esperti compresero di aver fatto centro: Morgantina era stata ritrovata!
La scoperta nel 1962 di un'epigrafe nel proscenio del teatro, in cui era scritto il nome Morgantina, ne confermerà l'identificazione. 1 resti monumentali del sito raccontano più di mille anni di storia, dalla fondazione della città in età preistorica, fino al suo abbandono in età imperiale: l'agorà, le lussuose dimore e soprattutto il suo particolare teatro. L'edificio teatrale di Morgantina, infatti, non era stato concepito come spazio per le rappresentazioni. Non sorgeva, a differenza di altri teatri classici, in un luogo periferico alla pòlis, ma nel centro monumentale, vicino all'agorà, con vista sulla scena urbana. La sua ubicazione indica l'importanza politica di luogo per le assemblee popolari, di ekklesiastéiron, la grande gradinata, con 16 file di alti gradini per sedersi durante le riunioni politiche che potevano prolungarsi anche per un'intera giornata.
Nella sua struttura iniziale (dal 350 al 325 a.C.), il teatro era costituito solo dall'orchestra e dalla cavea che, secondo alcuni studiosi, era di forma trapezoidale. Simile quindi ai teatri arcaici di derivazione micenea e alla struttura adiacente che delimita l'agorà e che costituiva un punto di osservazione collettivo, da cui seguire le celebrazioni religiose delle divinità. Cerimonie che si svolgevano nel vicino santuario consacrato agli dei Ghé, Hermes, Plutone, Demetra e Kore. Un théatron, dunque, dalla duplice funzione politica e religiosa.
Un «teatro quadrato» nella vallata dell'agorà, così come lo descrive Tommaso Fazello, nella sua Storia della Sicilia del 1558. L'assenza di strutture sceniche esclude in quella prima fase la destinazione a uso teatrale nel senso classico della parola.
Nelle successive sistemazioni (dal 317 al 275 a.C), viene edificata invece una struttura scenica, e il primitivo impianto perde la sua funzione di théatron per assumere quella di teatro vero e proprio in grado di contenere fino a 5.000 spettatori, di cui circa 2.000 trovavano posto nei sedili di pietra e il resto sulla terra battuta a monte della gradinata. L'edificio è da quel momento in grado di soddisfare entrambe le funzioni di «teatro» e di ekklesiastéiron.
Con l'intervento di restauro, eseguito di recente dalla Provincia regionale di Enna con fondi comunitari, all'importanza storico-artistica del monumento-teatro, si aggiunge quella del «valore» che viene dalla fruizione dell' edificio teatrale, e che può ospitare rappresentazioni classiche e contemporanee. Già da due anni l'associazione «Capua Antica Festival», organizza un'interessante rassegna, «Teatri di Pietra Sicilia», legata alla valorizzazione del territorio e delle aree archeologiche-monumentali di gran parte dell' Isola. Grazie al progetto Theatrum Théatron, promosso con il sostegno e patrocinio del ministero ai Beni e le Attività Culturali, la kermesse é arrivata lo scorso anno anche in Sicilia e tra le novità di quest'estate, vi é stato l'ampliamento della rete. Quest'anno oltre al Teatro Antico di Morgantina, al Parco Archeologico di Palmintelli e al Tempio di Héra a Selinunte, sono state coinvolte nel progetto la chiesa di San Giovannello alla Giudecca a Orti-gia, il teatro Pietrarosa di Pollina e l'area del teatro di Eraclea Minoa.
La storia del patrimonio archeologico siciliano è fatta di personaggi illustri, analisi autorevoli, scoperte importanti, dovute alla passione infinita di chi lo ha amato e rispettato. Al tempo stesso è una storia costellata da vicende rocambolesche, furti di dipinti su commissione, sistematiche spoliazioni di mosaici e statue.
Le monete, i tesori d'argento e i gioielli rinvenuti negli scavi clandestini, hanno alimentato quel traffico illegale, culminato nello scandalo del 1988, quando si venne a conoscenza di eccezionali reperti di Morgantina finiti in musei all'estero. L'Italia continua a chiedere la restituzione dei «tesori rubati», 42 opere d'arte trafugate, tra cui un Apollo in marmo e la Venere di Morgantina esposti al Paul Getty Museum in California, e i 14 pezzi degli argenti di Morgantina custoditi al Metropolitan Museum di New York. Le nuove strategie di contrasto contro i sistemi ermergenti del riciclaggio, attuate dai Carabinieri del Nucleo regionale tutela patrimonio culturale, hanno portato a una significativa riduzione dei furti d'arte nell'ultimo semestre. Gli investigatori del reparto speciale dell'Arma, hanno sottolineato che l'alto numero di reperti recuperati «è sintomatico di una situazione endemica di saccheggio dei siti archeologici siciliani da parte di tombaroli».

Lago degli Idoli, uno scrigno inesauribile di reperti.

Lago degli Idoli, uno scrigno inesauribile di reperti. I risultati degli ultimi scavi
Giuseppe Valeri
La Nazione - Arezzo 29/9/2006

POPPI — Il sito archeologico del Lago degli Idoli continua a stupire e far parlare studiosi ed esperti. Questo angolo sperduto a 1380 metri di quota sul versante meridionale del Falterona, a due passi dalla sorgente del grande fiume toscano, l'Arno e una volta caratterizzato da un piccolo lago, sembra essere sempre di più un grande contenitore di reperti etruschi e a distanza di 170 anni dai primi ritrovamenti (ex voto, statuette, monete e frammenti di armi sparsi oggi in vari musei d'Europa, tra i quali il Louvre, il British Museum, l'Ermitage) regala ancora testimonianze di estremo valore artistico e storico. E così i risultati dell'ultima campagna di scavi del 2003: sono stati scavati 176 metri quadri, con il ritrovamento di 136 oggetti; nel 2004 1800 metri, con il ritrovamento di 180 oggetti; nel 2005 864 metri, con il ritrovamento di 92 oggetti. I risultati di queste ricerche, volute dalla Comunità montana del Casentino, in collaborazione con il comune di Stia, la Sovrintendenza per i beni archeologici, ente Parco e Regione, Provincia, Gruppo archeologico del Casentino, sono stati presentati ieri nel corso di una intensa e partecipata giornata di studio organizzata al castello dei Conti Guidi proprio dalla Comunità Montana del Casentino, che ha permesso non solo di parlare degli ultimi ritrovamenti ma anche delle importanti indagini ambientali effettuate negli ultimi mesi sul sito archeologico. Importanti relazioni, testimonianze sul campo, tecniche di scavo e di conservazione dei reperti, progetti eseguiti e quelli futuri hanno dato vita ad un ampio dibattito con gli occhi puntati naturalmente sulla teca allestita nel grande salone delle feste dove è stata esposta per la prima volta al pubblico l'ultimo «gioiello» frutto degli scavi di un mese fa, una statuetta bellissima che risale al IV secolo a.c. e molto simile agli esemplari esposti al Louvre. E poi le relazioni sulle indagini ambientali che sono state portate avanti contestualmente agli scavi con lo studio a carattere paleoambientale per l'identificazione delle specie legnose e la ricostruzione dell'ambiente originario come si presentava circa 6.000 anni fa ( secondo la datazione con il carbonio 14 effettuata sui residui legnosi). «Accanto allo studio archeologico della stipe votiva — ci ha detto il dottor Simone Borchi, dirigente della Comunità montana e responsabile del progetto — si è aperto un fronte non meno importante a livello paleoambientale che darà informazioni sul clima del tempo e, insieme alle indagini sui pollini fossili, uno spaccato dell' ambiente naturale. Tutto questo ci consentirà — ha aggiunto — non solo di ricreare entro il prossimo anno il laghetto, ma anche di ricreare nel suo perimetro una fascia di vegetazione non alterata dall'intervento umano nel corso dei secoli». Entro il 2009 sarà realizzata una grande mostra che riunirà per la prima volta i reperti custoditi nei vari musei del mondo e quelli dei recenti scavi, mentre si parla insistentemente di un museo del territorio all'interno del quale trovi spazio una grande sezione archeologica.

Il padre di tutti gli dei: ultimo mistero risolto tra le rovine di Ebla

Il padre di tutti gli dei: ultimo mistero risolto tra le rovine di Ebla
LORENZO CREMONESI
Corriere della Sera, 9 ottobre 2006

Dagli scavi dell'archeologo Paolo Matthiae un'interpretazione rivoluzionaria.

EBLA — Dal testo scritto allo scavo tra terra e pietre. Leggere le tavolette cuneiformi come fossero mappe in codice per individuare i templi religiosi di 4400 anni fa. E il fatto clamoroso è che la cosa funziona. Paolo Matthiae. ha elaborato un nuovo modo per esplorare le rovine di Ebla: il grande amore che da 43 anni segna la sua esistenza di archeologo appassionato. Adesso dedica una gran parte del suo tempo alla rilettura delle famose tavolette con la scrittura cuneiforme da lui scoperte nel 1975. Quindi, sulla base delle rivelazioni in esse contenute, si concentra a scavare in alcune zone specifiche dei quasi 60 ettari sulla collinetta di terra rossastra che emerge per un paio di decine di metri dalla piana presso l'autostrada tra Hama e Aleppo.
«Mi sono convinto che in una elaborata società della parola scritta; quali erano i circa 20 mila abitanti di Ebla al tempo delle prime tavolette nel 2400 avanti Cristo, non potevano mancare anche gli archivi religiosi. Noi nel palazzo reale abbiamo individuato, raccolto e decifrato quelli civili, oltre 17 mila testimonianze uniche nella storia dell'umanità. Adesso si tratta di completare l'opera e trovare l'archivio del tempio centrale, anche perché centinaia di tavolette già in nostro possesso si riferiscono senza ombra di dubbio ai templi della città e alla sua religione», sostiene seduto nel piccolo studio-laboratorio ricavato in una fattoria con i muri di fango dove regolarmente trascorre tra i 3 e 4 mesi estivi all'anno per le campagne di scavo.
Matthiae cerca con attenzione tra gli indici dei volumi da lui curati con la traduzione delle tavolette. Vi ritrova il lungo filo rosso che lo guida dal 1964, quando iniziò a dedicarsi a Ebla per la Missione Archeologica Italiana organizzata dall'Università La Sapienza di Roma. «Ecco. Prendiamo per esempio il cosiddetto Testo del Rituale della Sacralità, che nei nostri codici è stato catalogato con il numero 1823. Vi si spiegano tutti i passaggi molto elaborati che oltre quattro millenni fa legittimavano il re e la regina a governare su Ebla», racconta con un entusiasmo che per nulla tradisce i suoi 66 anni d'età. Quindi lègge il testo a suo parere «rivelatore»: «Finché la regina non entra nel tempio di Kura, non entra nelle mura». Da un'altra tavoletta si deduce che c'erano allora due templi maggiori. Il minore, vicino a una delle porte di accesso alla città, non lontano dalle mura perimetrali di difesa. E il principale, forse contiguo al palazzo reale. Aggiunge l'archeologo: «II primo lo abbiamo già trovato. È la scoperta dell'ultimo anno. Ma la novità di questa estate è stata scoprire che su questo primo tempio principale ne erano stati costruiti in successione altri quattro sino al 1600 avanti Cristo, quando Ebla fu definitivamente rasa al suolo dagli Hittiti». Arrivati con lui in gippone nel cuore dell'anfiteatro di Ebla stupisce osservare quanto poco sia stato esplorato. Il perimetro delle mura è ancora quasi tutto coperto dalla sabbia, cocci di argilla sono sparsi ovun-que. Gli strati di quattro e forse cinque templi sovrapposti sono stati portati alla luce da giugno ad oggi. Quello più antico è anche il più imponente: largo 22 metri e lungo 30, aveva muri portanti spessi 6 metri e poteva essere alto sino a una ventina. «Abbiamo scavato solo il 10 per cento dell'intero sito. E il grosso del lavoro resta ancora da fare. L'archeologia procede sempre molto lentamente. Ma sono stato fortunato. A 35 anni quasi casualmente mi imbattei nella sala degli archivi. E da allora la mia vita è cambiata totalmente. Come affermò nello stesso 1975 un celebre archeologo americano, Ignace Gelb, dell'Oriental Institute di Chicago: gli italiani a Èbla hanno scoperto una nuova lingua, una nuova storia, una nuova cultura. I riconoscimenti dall'estero arrivarono immediatamente. In Italia ci volle più tempo», dice senza nascondere un'ombra di risentimento verso i media e gli ambienti accademici italiani. . Sempre basandosi sulle tavolette in suo possesso, la missione sta per avviare nuovi scavi sulla parte alta della collina, poco lontano dalle zone esplorate nel 1975. Qui Matthiae cerca la conferma di un'altra sua ipotesi: «Sino ad ora si era pensato che la divinità principale di Ebla fosse Hadad, noto come il Dio della pioggia o della tempesta. Ma le tavolette più antiche si riferiscono continuamente ad un'altra figura, citata come Kura. Una sorta di Zeus primordiale, che come il Dio Baal dei famosi miti ugaritici è il padre ordinatore di tutte le cose in costante lotta con il serpente, l'entità della siccità e del caos. Se così fosse, potremmo dimostrare che la cultura sorta nel terzo e secondo millennio avanti Cristo nelle zone che corrispondono alla Siria attuale, specie nella regione di Aleppo, era molto più autoctona, originale e indipendente dalle contemporanee civiltà egiziana e assiro-babilonese di quanto non si fosse pensato sino ad oggi».

Il faraone delle oasi. Dal deserto libico spunta un rivale dei re egizi

Il faraone delle oasi. Dal deserto libico spunta un rivale dei re egizi
Maurizio Assalto
La Stampa, 9 ottobre 2006

SCOPERTA DI UN EGITTOLOGO ITALIANO NELLE SABBIE DI EL-BAHREIN: A OVEST DEL NILO ESISTEVA UN REGNO POTENTE CHE CONTROLLAVA LE ACQUE E LE VIE CAROVANIERE

SI faceva chiamare «re dell’alto e del basso Egitto», proprio come i faraoni, e come quelli «figlio di Ra», il grande dio del sole, e in aggiunta «figlio di Shu», il die dell'aria luminosa che si stende fra terra e cielo. Ma non amministrava il suo regno da Tebe, né da Menfi, né da alcuno dei centri politico-cerimoniali lungo il Nilo. E però non era un millantatore: era un autentico (forse un pò vanesio) faraone che regnava sulle oasi e sulla sabbia senza fine del deserto libico, a venti giorni di marcia dalla fertile valle dei suoi omologhi egiziani. Un faraone-bis, uno stravagante clone occidentale. Di questo personaggio inimmaginato, e del suo ipotizzabile reame, sono emerse le tracce, ora, per la prima volta. Ed è una novità che, senza abusare di un vieto luogo comune («i libri di storia da riscrivere»...), certo mette a fuoco un quadro geopolitico molto più complesso di quanto non si credesse, oltre a rendere un'immagine meno solenne dei sovrani egiziani e della loro reale egemonia. I faraoni erano tradizionalmente raffigurati nell'atto di schiacciare i loro nemici-confinanti: schiacciavano a Est (i beduini asiatici), a Sud (i neri nubiani), a Ovest (i libici). Ebbene, tutto, o quasi, da dimenticare, Almeno a Occidente, sappiamo adesso che dovevano venire a patti con un potente vicino.

Il cartiglio reale. La scoperta si deve a un archeologo italiano, Paolo Gallo dell'Università di Torino, che ha presentato un primo rapporto lo scorso giugno a Parigi, davanti ai suoi antichi maestri della Sorbona, e ai primi di settembre a un summit egittologico mondiale che si è tenuto a Montepulciano. Quarantacinque anni, allievo di Jean Leclant, Gallo ha in corso due scavi, nell'isola di Nelson davanti a Alessandria e nell'oasi di el-Bahrein, 140 km a Sud-Est della più celebre oasi di Siwa, dove sorgeva il santuario dell'oracolo di Amon visitato da Alessandro il Grande. Ed è qui che comincia la storia, tre anni fa.
El-Bahrein è un toponimo arabo che significa «due laghi». Oggi è una zona disabitata, ma nell'antichità ospitava un villaggio di cui si vedono ancora chiare le tracce, abbandonato in epoca bizantina quando le rotte commerciali presero altre direzioni. Gallo, specializzato in scavi d'urgenza, era stato richiamato da un cartiglio reale che affiorava dalla sabbia, indicando che là sotto doveva esserci dell'altro. Bisognava intervenire in fretta perché c'erano stati attacchi di tombaroli. «Sapevamo di lavorare su un edificio monumentale importante», ricorda l'archeologo. «Quel che non ci aspettavamo, in un luogo così sperduto, era di trovare un tempio faraonico ricoperto di geroglifici e rilievi policromi. L'unico altro esempio era quello di Siwa».

Dieci tonnellate di calcare. La prima campagna di scavi impegnò una quarantina di persone: quattro-cinque italiani, più gli operai e la scorta armata, perché in questo lembo d'Egitto vicino ai (teorici) confini con la Libia imperversano i contrabbandieri. Due mesi di lavoro, 6 mila litri di benzina consumati, 18 mila litri d'acqua. La missione (finanziata dal Ministero degli Esteri e da sponsor privati, tra cui la Fondazione Crt e quella del San Paolo, oltre che dal mecenatismo di un industriale torinese appassionato di deserti, Massimo Foggiai) aveva piantato le tende intorno a una collina che ospitava la necropoli di età tardo-faraonica, già saccheggiata. In una camera sepolcrale, svuotata dalle ossa, era stata sistemata la cucina, in un'altra il generatore.
Man mano che erano recuperati dalla sabbia, i grandi blocchi calcarei del tempio venivano trasportati a Marsa Matruh, un piccolo centro sulla costa mediterranea. Alla fine, dopo il terzo anno di scavi, erano dieci tonnellate di materiale da ripulire e restaurare. Si accertò che anche a el-Bahrein la divinità principale era Amon, il dio tebano diventato popolarissimo nel Nuovo Regno, e da un'iscrizione si scoprì il nome antico del villaggio, Ighespep (un oscuro toponimo Ubico che glì egiziani si erano limitati a trasporre nella loro scrittura). L'edificio era in rovina già in epoca romana, ma gli archeologi hanno potuto ricostruirne la pianta. «Un tempietto, per la verità», riconosce Gallo. «Venti metri per dieci: siamo in periferia, non dimentichiamolo. .. Ma a Siwa il tempio dell'oracolo ha le stesse dimensioni, con la differenza che quello di el-Bahrein è epigraficamente superiore, senza gli errori che nell’altro infarciscono il testo geroglifico: le risorse umane e finanziarie che in questo luogo devono essere state mobilitate rivelano un interesse particolare». Come se si trattasse di una capitale.

Unamon figlio di Nachtit. In particolare, quel che colpiva era il programma decorativo: «Qualche cosa di molto strano. Tutta l'ala Est, rivolta verso l'Egitto, era ornata con un rilievo incentrato su Nectanebo I - il capostipite della XXX e ultima dinastia faraonica indipendente, re dal 378 al 360 a.C. - rappresentato con le consuete corone. Nell'ala Ovest, invece, rivolta verso la Libia, il protagonista cambia: è un sovrano non più egiziano, anche se veste e si atteggia all'egiziana». Sul capo, montata su un diadema, porta una piuma di struzzo: un attributo etnico delle tribù libiche, come pure libici sono i quattro riccioletti che fuoriescono dal fondo della parrucca. Il fatto stesso che sia raffigurato sulla parete di un tempio lo qualifica come un personaggio molto importante, e l'atto di offrire l'oasi a Amon è di quelli che si addicono a un faraone. Ma per arrivare a identificarlo ci sono voluti tre anni. Bisognava, prima, che le iscrizioni tornassero leggibili.
Soltanto negli ultimi mesi, da un blocco di calcare con tre cartigli, è emerso il nome del misterioso personaggio: Unamon, figlio di Nachtit. Era già noto da un'iscrizione di Siwa, dove però si presentava in maniera più dimessa. I titoli che si attribuiva a el-Bahrein, appropriandosi la tradizione millenaria dei faraoni e fantasiosamente elaborandola, rivelano la grana grossa del provinciale sedotto dagli splendori reali nilotici: «Horo forte di braccio», «lo sbaragliatore», «il potente del deserto di Shu», «il grande capo dei deserti». E appunto (più chiaro di così...) «re dell'alto e del basso Egitto». A questo punto si è aperto uno scenario tutto nuovo.
Per la prima volta, dai dati materiali è uscita una conferma del racconto di Erodoto, che a più riprese parla degli Ammoni (il popolo degli adoratori di Amon) stanziati intorno a Siwa, organizzati in un remo indipendente e governati da un proprio re: 70-80 anni dopo lo storico greco, e oltre un secolo e mezzo dopo i fatti narrati, in quella zona esisteva ancora un sovrano - non soltanto alcuni sparsi capitri-bù, come avevamo finora creduto -con un dominio molto più esteso di quanto si potesse pensare.

La valle dell'ombra Questo faraone, sostiene Gallo, controllava tutto il sistema di oasi e oasine che punteggiano la sterminata distesa di sabbia a Est e a Ovest di el-Bahrein, curava che fossero mantenute efficienti e in ordine, e le piste tra l'una e l'altra si conservassero in buono stato. Ancora oggi i berberi che si spostano attraverso il deserto dal lembo occidentale dell'Egitto al Sud-Est dell'Algeria, parlando una lingua propria che è il siwi, considerano le oasi un insieme e lo chiamano uadi drah, valle dell'ombra: un fossile di identità culturale che affonda le radici nell'antichità.
Unamon e i suoi predecessori e successori avevano in pugno l'acqua e le rotte carovaniere, ossia le risorse logistiche basilari per chi affrontava il deserto. Con lui, con loro, i faraoni del Nilo dovevano trovare un modus rivendi, scendere a compromessi: foss'anche quello inaudito di condividere le pareti di uno stesso tempio. Restano da determinare i confini del loro regno, e per questo bisognerà spostarsi a scavare in Libia. Gli archeologi si stanno già attrezzando.