lunedì 31 agosto 2009

Albinia produce vino da più di 2000 anni

Albinia produce vino da più di 2000 anni
Paola Tana
29-08-09, IL TIRRENO Grosseto

Quando si parla di industrie ad Albinia vengono in mente il settore agroalimentare che esporta in tutta Italia, i vivai di piante e fiori, e aziende vitivinicole. Ma fino a pochi anni fa pochi sapevano che avevano una tradizione ultrasecolare. Uno degli artefici di queste importantissime scoperte che hanno dato nuova visibilità alla frazione, in bilico tra economia e storia, è stato il professor Daniele Vitali, docente di archeologia celtica all’Università di Bologna che oggi sarà a parlare dei suoi ritrovamenti nella sala del museo della Cultura Contadina a partire dalle ore 18,30. “Albinia: terra di vini dall’antichità ad oggi” è il tema della conferenza promossa dagli assessori alla cultura e turismo del Comune di Orbetello, con il sostegno di numerosi sponsor tra i quali il consorzio Welcome Maremma che al termine dell’illustrazione teorica passerà alla stuzzicante pratica offrendo una degustazione di prodotti tipici locali. Un modo, dunque, per parlare del vino nostrano di ieri e di oggi a cominciare da quello che si produceva e si esportava, soprattutto in Francia un secolo prima di Cristo. Ad evidenziare questa attività che rese la valle dell’Albegna famosa in mezza Europa è stato proprio il professor Vitali nelle sue campagne di scavi condotte a più riprese mediante un progetto frutto della collaborazione fra Cnsr (Consulta Nazionale Scientifica), College de France, Centre Archeologique du Munt Beuvrey di Bibracte, Comune Di Orbetello, Università di Bologna e Siena e Soprintendenza Archeologica della Toscana. Campagne di scavi lunghe e complesse che hanno portato alla luce centinaia di anfore vinarie e fornaci altissime che andavano a formare quasi una cittadina. Una grande area industriale, insomma, attiva fin dal 120 a. C. di cui si venne a sapere in Borgogna, quando, durante alcuni scavi a Bibract vennero alla luce anfore vinarie i cui timbri alfabetici hanno ricondotto proprio ad Albinia. Naturalmente un progetto del genere, a cui hanno partecipato anche molti studenti delle scuole del comprensorio, non è di facile attuazione e spesso si scontra con la mancanza di fondi, lamentata in special modo dal Comune lagunare. Ma, se negli anni sta proseguendo, questo dimostra che ancora altissimo è l’interesse per il sottosuolo nei pressi di Albinia che, se tanto ha già mostrato, altrettanto ha ancora da far vedere ad appassionati di archeologia ed enologia, due materie che appaiono destinate a correre su strade parallele e che qui, invece, si intrecciano in modo mirabile e stimolante anche per chi non ha mai visto un reperto archeologico. E oggi avremo la conferma con questo convegno che l’amministratore ha voluto proporre al termine di una stagione povera di eventi di richiamo.
Paola Tana

Il mare restituisce un'ancora nuragica

Il mare restituisce un'ancora nuragica
Andrea Piras
L'Unione Sarda 30/08/2009

Era poggiata su una pianoro di roccia a quindici metri di profondità. A individuarla, confusa tra gli altri grossi massi del fondale, l'occhio allenato di Davide Morelli, istruttore subacqueo e titolare del diving center del Chia laguna resort, impegnato l'altra mattina, nelle acque di Capo Teulada, in un'escursione con allievi e turisti appassionati d'immersione. Non era un semplice masso, era ben altro. Un manufatto antico che gli archeologi della Soprintendenza di Cagliari, lunedì mattina, hanno riportato in superficie dopo aver esaminato a fondo l'area della scoperta. LA CERTEZZA. Nessun dubbio. Quel sasso di forma triangolare con gli angoli smussati e arrotondati, e con un foro di una ventina di centimetri di diametro ricavato nella parte superiore, altro non era che un'ancora litica dell'eta del Bronzo, simile ad altre rinvenute all'Isola Rossa, alla fine degli anni ottanta dal Centro subacqueo cagliaritano. Ma anche anni addietro nella baia di Sant'Efisio a Nora. IL RACCONTO. «Era alquanto nascosta nella piana rocciosa e le concrezioni la rendevano ancora di più confusa tra gli altri sassi. L'ho osservata con maggiore attenzione e non ho avuto più dubbi», racconta Morelli, 39 anni, istruttore Cmas, dal 2006 a Chia ma per tredici anni impegnato in un diving di Portu Maga. Una lunga esperienza di mare e immersioni che l'ha portato a instaurare rapporti sempre più stretti con la Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano. Così l'altra mattina, una volta rientrato a terra, la telefonata per denunciare il rinvenimento. A Teulada sono arrivati gli archeologi Ignazio Sanna, Silvia Panni e Eugenio Masala. La zona è stata prima sottoposta a indagine per verificare che non esistessero altre emergenze archeologiche, poi si è deciso per il recupero. Imbragata con una rete e legata a un pallone di sollevamento, è stata issata in superficie e caricata a bordo di un'imbarcazione per essere trasferita a terra. Peso approssimativo, settanta-ottanta chili. Anche se saranno adesso i tecnici ad esaminarla a fondo. «Quello in cui è stata ritrovata l'ancora è un mare importante dal punto di vista archeologico, un tratto di costa che concede ripari provvisori per le imbarcazioni di diverse dimensioni e di ogni epoca. Si tratta di un'ancora con un solo foro di epoca preistorica, pietra d'ormeggio simile a quelle rinvenute sul famoso relitto Uluburun del XIV secolo avanti Cristo e naufragato sulle coste della Turchia meridionale», spiega l'archeologo Ignazio Sanna. Simile anche all'ancora recuperata recentemente dallo stosso Sanna o dal sommozzatoro professionista Michele Putzu nel porto di Cagliari. «A Su Siccu, in quella zona dove, prima della costruzione del porto, la linea di costa formava una calotta», spiega l'archeologo subacqueo della Soprintendenza. LO STUDIOSO. «Questi manufatti in pietra per lungo tempo sono stati in qualche modo considerati come oggetti di second'ordino, anche per la difficoltà a datarli con certezza. Adesso si sta rivalutando la loro importanza. La ricerca consente di abbinarle a periodi precisi, di sicuro venivano utilizzate prima del sesto secolo, periodo in cui si fa risalire l'invenzione dell'ancora vera e propria che naturalmente dava una maggiore sicureza durante l'ormeggio. E comunque fondamentale in caso di avvistamento, che non vengano spostate. Perché la loro posizione, lo stesso orientamento con cui sono poggiate sul fondale, danno agli archeologi elementi importanti. Per esempio ci dice come erano sistemate le cime».

mercoledì 26 agosto 2009

Necropoli ellenistica riportata alla luce durante lavori idrici

Necropoli ellenistica riportata alla luce durante lavori idrici
26.08.2009, LA SICILIA

Gela.Dal sottosuolo gelese continuano ad affiorare i "tesori" dell'antica città greca. L'ultima scoperta, in ordine di tempo, risale a ieri ed è avvenuta, casualmente, durante i lavori di scavo per il rifacimento della condotta idrica di fronte la chiesa dei Cappuccini. E' emerso così un lembo di necropoli sulla cui presenza - già nei primi anni del secolo scorso - erano state avanzate ipotesi da parte di archeologi del calibro di Paolo Orsi che già in quegli anni aveva indicato il quartiere Borgo, la zona, cioè, dove è affiorata la necropoli, di interesse archeologico alla stessa stregua di Caposoprano.
L'ipotesi ha trovato conferma ieri con la scoperta della necropoli di età greca, utilizzata tra il VII e V secolo a.C. Alcune sepolture di tipo "enchytrismos" alla cappuccina e un piccolo sarcofago litico in parte violato sono emersi durante gli scavi, al di sotto del basolato. I lavori di scavo sono coordinati dalla Soprintendenza di Caltanissetta, diretta dalla dott. Rosalba Panvini, eseguiti sotto la direzione scientifica della dott. Carla Guzzone ed effettuati dall'archeologo Gianluca Calà, coadiuvato da Antonio Catalano. «Abbiamo avviato un'indagine scientifica - ha detto il Soprintendente Panvini - attendiamo ora il finanziamento regionale per la prosecuzione degli scavi». Negli ultimi mesi diversi sono stati i ritrovamenti ellenistici a Gela. Dal recupero del relitto greco avvenuto lo scorso anno, al ritrovamento di vasellame a mare e di una patena bizantina, fino alla scoperta di una lussuosa villa di età ellenistica a Caposoprano.
Laura Mendola

Affiora una necropoli greca nel centro di Gela

Affiora una necropoli greca nel centro di Gela
Stefano Zurlo
26 agosto 2009, IL GIORNALE

Alcuni operai che stavano posano i tubi dell'acqua hanno trovato quattro tombe ed un piccolo sarcofago
Una necropoli arcaica è stata scoperta a Gela. Sono stati alcuni operai, al lavoro per posare i tubi dell'acquedotto in una zona centrale della città, ad aver trovato i resti. Si tratta di quattro tombe e di un piccolo sarcofago litico. Sono stati inoltre rinvenuti corredi ceramici di tipo corinzio, attico e ionico. Le tombe sarebbero state realizzate fra il quinto e il settimo secolo avanti Cristo, in età greca: il ritrovamento è davvero molto importante. Per questo i lavori di scavo per la condotta idrica sono stati immediatamente interrotti e la zona è ora presidiata 24 ore su 24 ore per impedire ai tombaroli di profanare quel che è affiorato. L'area potrebbe far parte di una più ampia necropoli già individuata ai primi del Novecento dall'archeologo Paolo Orsi durante una campagna di scavi nel vicino quartiere Borgo. Ora si andrà avanti ad esplorare il sottosuolo, con la regia della Sovrintendenza ai Beni culturali di Caltanissetta. E si spera, naturalmente, di trovare, con un briciolo di fortuna, altre testimonianze del passato glorioso di Gela. Le tombe venute alla luce sono del tipo enchytrismos alla cappuccina. E' un momento davvero buono per l'archeologia italiana: una squadra del Cnr e dell'Università del Salento ha trovato a Hierapolis in Turchia una colossale e rarissima statua di Apollo del primo secolo dopo Cristo.

giovedì 20 agosto 2009

Le anfore di Panarea, tesoro sconosciuto

Le anfore di Panarea, tesoro sconosciuto
LUIGI BARRICA
GIOVEDÌ, 20 AGOSTO 2009 LA REPUBBLICA - Palermo

Ritrovate da una nave oceanografica a duecento metri di profondità

Ora, tangibile, c´è la prova: altri due relitti carichi di anfore sono stati individuati a poco meno di duecento metri di profondità, nelle acque antistanti Panarea. Relitti praticamente intatti, vista l´ubicazione degli stessi e quindi difficilmente raggiungibili. Una scoperta possibile tramite l´utilizzo dell´ecoscandaglio, posizionato a bordo d´una nave oceanografica, impiegata proprio per quelle ricerche. E a comprovare la presenza di quelle navi, risalenti forse al III e II secolo a. C., esistono delle foto nelle quali sono evidenti i contorni dei natanti e i loro carichi quasi completamente sommersi dalla sabbia.
I responsabili della ricerca non hanno specificato la latitudine e longitudine delle navi, proprio per evitare che tombaroli marini, anche muniti di batiscafo, facciano scempio di quelle anfore, così come, tristemente, le cronache hanno raccontato dalle Eolie. Tra qualche mese, comunque, sarà avviato un progetto di recupero coordinato dalla Soprintendenza del mare di Palermo, diretta dall´archeologo Sebastiano Tusa.
Operazione complessa e delicata alla quale l´assessore regionale ai Beni culturali, onorevole Lino Leanza, «offre piena disponibilità, consapevole che quei tesori - sostiene l´assessore - debbono essere restituiti al loro splendore e ammirati da tutti nel museo di Lipari».
E in effetti nei fondali di Panarea è stata scoperto un vero tesoro, composto, con gli altri relitti simili individuati negli anni scorsi nei mari eoliani, da almeno 4-5 mila anfore. Insomma, ancora una volta attorno a queste isole è evidente un cimitero di navi, naufragate con i loro carichi, quasi sempre per collisione con scogli o spezzati da possenti onde. Basti pensare che, certificati e fotografati, nei fondali dell´arcipelago tra i 25 e i 70 metri, dormono undici relitti, romani o greci, alcuni dei quali assolutamente intatti. Non solo: tracce evidenti di un glorioso passato legato alla marineria eoliana sono state scoperte anche ad appena sette metri di profondità e ad un solo metro dalla battigia. È il caso del porto, risalente all´età romano-imperiale, trovato a Lipari l´anno scorso in località Sottomonastero, composto da mura di cinta, templi, e pavimentazione, sopra il quale una società privata vorrebbe realizzare un megaporto turistico privato, per la spesa di oltre 100 milioni di euro.

Misteri etruschi senza fine, nuovi scavi a Tarquinia

Misteri etruschi senza fine, nuovi scavi a Tarquinia
LAURA MARI
MERCOLEDÌ, 19 AGOSTO 2009 LA REPUBBLICA - Roma

A fine mese nella località Doganaccia parte l´ultima campagna per riportare alla luce due importanti tumuli del VII secolo avanti Cristo

Dipingere la vita nel passaggio verso l´aldilà. Una religiosità figurativa che si declina in scene quotidiane, motivi artistici di una civiltà che con la sua pittura funeraria pare abbia ispirato persino il genio rinascimentale di Michelangelo che, si racconta, per un disegno di Aita, dio dell´Averno, avrebbe più volte studiato e osservato un dipinto di un sepolcro tarquinese.
E oggi sulla necropoli etrusca di Tarquinia, che si estende per circa cinque chilometri di lunghezza sulla collina dei Monterozzi (così chiamata per gli imponenti tumuli di terra che un tempo coprivano gli ipogei), continua ad aleggiare un velo di fascinoso mistero, un crogiolo di storie e leggende che si fondono con quei sepolcri e quelle aree ancora da scoprire. Se infatti le prime tombe furono rinvenute nella metà dell´800, nel 1958 ebbe inizio la prima grande campagna di scavi che, grazie all´impegno della Fondazione Lerici del Politecnico di Milano, permise di individuare decine di sepolcri dipinti. Ma ancora oggi, con i pochi fondi a disposizione della Soprintendenza e con la collaborazione degli atenei italiani, si continua a scavare, cercando resti e reperti dell´antica civiltà etrusca.

Entro fine mese, in località Doganaccia, partirà la nuova campagna di scavi coordinata dalla Soprintendente ai Beni Archeologici dell´Etruria Meridionale Anna Maria Moretti, dalla direttrice della necropoli Maria Cataldi e realizzata dalla cattedra di Archeologia dell´università di Torino. Gli scavi, diretti da Alessandro Mandolesi, dureranno circa un mese (per poi riprendere l´anno prossimo a scopo scientifico e didattico) e si concentreranno nell´area in cui negli anni ‘30 sono stati scoperti dalla Soprintendenza due tumuli che, per la loro imponenza, sono stati chiamati il tumulo del Re e della Regina. Le tombe, risalenti al VII secolo a. C. e prive di dipinti in quanto costruite in un periodo antecedente all´uso della pittura, sono in parte scavate nella roccia e originariamente erano rivestite da blocchi di calcare. Gli scavi intendono portare alla luce i due tumuli, ma anche il piccolo piazzale sacro rinvenuto davanti alla tomba della Regina, un´area utilizzata per le celebrazioni funerarie in memoria del defunto, riti con cui accompagnarlo lungo la discesa verso l´aldilà. I due tumuli, una volta recuperati, potranno essere ammirati dagli oltre 100mila visitatori che ogni anno frequentano la necropoli di Tarquinia.
Le tombe attualmente visitabili sono per la maggior parte del IV secolo a. C e appartenevano all´aristocrazia etrusca. Si tratta di sepolcri che sulle pareti conservano dipinti che raffigurano banchetti funebri, scene di caccia, di pesca, di danze e di vita quotidiana. Unici esempi di pittura pre-romana dell´area mediterranea di inestimabile valore storico e archeologico, al punto che dal 2002 l´Unesco ha menzionato la necropoli di Tarquinia (assieme a quella di Cerveteri) tra i siti patrimonio dell´umanità.

mercoledì 19 agosto 2009

Monte Sannace svela i tesori dei Peuceti

Monte Sannace svela i tesori dei Peuceti
18/08/09, CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

Fino al 14 ottobre una mostra dedicata ai reperti rinvenuti a Gioia del Colle: elementi decorativi in avorio, armi in ferro e l’elmo di un guerriero

Vasi della storia Un reperto al centro della mostra

Che volto aveva la Puglia del più lontano passato, e come viveva chi la popolava? Lo ricostruisce la mostra archeologica «Scene del mito in Peucezia», aperta al pubblico a Bari, presso Palazzo Simi, nel cuore della città vecchia, fino al prossimo 14 ottobre. L’esposizione che è stata promossa dalla Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia, dalla Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia, e dall’Assessorato al Mediterraneo - si avvale del lavoro di un gruppo di esperti: Angela Ciancio, per il progetto scientifico e la coordinazione generale; Teresa Follino, per la collaborazione scientifica; Antonia Petrafesa, per il restauro dei reperti.

L’obiettivo della mostra è quello di far conoscere e valorizzare le ricchezze di Monte Sannace, primaria zona archeologica al centro delle Murge, nell’agro di Gioia del Colle, a metà strada fra Bari e Taranto. Il tesoro custodito in questo territorio si chiama «Thuriae» ed è una delle città maggiori dell’antica Peucezia, che, come spiega Angela Ciancio nelle sue accurate didascalie, è stata citata dagli storici in occasione degli episodi bellici del IV sec a.C.

Gli scavi, iniziati ufficialmente nel 1929, hanno riportato alla luce abitazioni private così come tombe monumentali, e hanno costruito una testimonianza

Palazzo Simi a Bari

L’esposizione si avvale di un gruppo di esperti: Angela Ciancio, Teresa Follino e Antonia Petrafesa

della presenza stabile dell’uomo, nella nostra regione, sin dal periodo che va dall’Età del Bronzo finale, agli inizi dell’Età del Ferro (X-VIII sec. a.C.).

Tra i reperti in esposizione, è possibile osservare elementi decorativi in avorio, svariate armi di ferro, nonché un elmo in bronzo del IV sec a.C., ritrovato nel 1953 a Conversano, che fa parte del corredo funerario di un capo guerriero. Gli oggetti più numerosi sono senz’altro i vasi, le brocche, pregiate ceramiche, o anche loro semplici frammenti, risalenti ad un periodo compreso fra il VI e il IV sec a.C. Si tratta, quasi sempre, di ritrovamenti che attestano il prestigio sociale dei defunti, personaggi eminenti, e anche bambini, come nel caso di una grande olla a motivi geometrici del VII sec. a.C.

Oltre alle ceramiche dipinte con i tradizionali motivi geometrici, di particolare rilievo è un prezioso vaso di produzione corinzia, ritrovato durante uno scavo del 2002 sull’acropoli dell’antica città. In questo caso, ci troviamo di fronte ad un’opera figurata, in passato segnacolo all’angolo esterno della tomba di un notabile. La scena rappresentata racconta, con tratti decisi, un episodio della guerra di Troia, lo scontro fra Achille e il guerriero etiope Memnon, che giace riverso, trafitto, in presenza di sua madre, Eos/Aurora, e di quella del vincitore, Teti. Al valore storico del vaso, si aggiunge, dunque, quello di una vigorosa capacità espressiva, ancora oggi di grande efficacia comunicativa, per un’arte che utilizza con maestria due soli colori, il rosso e il nero, come fossero un’intera tavolozza.

Giusi Alessandra Falco

lunedì 17 agosto 2009

Spunta una necropoli.Scoperta di valore storico alla periferia cittadina

Spunta una necropoli. Scoperta di valore storico alla periferia cittadina
Paolo Lerario
04/04/2006, La Gazzetta del Mezzogiorno

Risale al IV secolo avanti Cristo circa. Otto le tombe ritrovate

MONTEIASI.
Una necropoli, risalente al IV - III secolo a. C., sta venendo alla luce in questi giorni nella periferia della cittadina. La scoperta, ritenuta di importante valore storico, è avvenuta in seguito allo spostamento di una condotta idrica nell'ambito dei lavori dell'ampliamento del Cimitero, appaltati dall'Amministrazione comunale. Il ritrovamento, inizialmente costituito da qualche manufatto in terracotta, è stato segnalato alla Soprintendeza del ministero per i Beni ed Attività culturali, che ha fatto intervenire la dottoressa Assunta Cocchiaro. L'esperta archeologa ha immediatamente avviato gli scavi d'indagine, ben prevedendo che in quella zona di Monteiasi vi potessero ancora essere sepolte testimonianze di valore. Gli esigui fondi assegnati alla Soprintendenza, gli scavi sinora hanno sinora consentito di portare alla luce del terzo millennio otto tombe per adulti e due per feti, scavate nella roccia e ricoperte da lastroni di carparo. «Accanto ad alcuni resti - ha verificato la dottoressa Cocchiaro - sono stati rinvenuti i corredi funerari costituiti da vasi a vernice nera ed ornamento personale». La notizia della scoperta delle tombe si è diffusa immediatamente nel paese e molti curiosi si sono recati sul posto per osservarle da vicino. Tutti, però, tenuti a debita distanza dal cordone protettivo che il sindaco, Benemerito Baldari, ha fatto sollecitamente predisporre con il coordinamento del corpo comunale dei Vigili Urbani. Dell'interessante ritrovamento sono stati informati anche i Carabinieri del Nucleo Tutela del patrimonio culturale ed artistico di Bari, guidato dal maresciallo Adornato, e la stazione dell'Arma di Grottaglie, comandata dal luogotenente Martella. Il prosieguo dei lavori, però, potrà durare soltanto per qualche giorno ancora. «Sino a quando - ha sostenuto la Cocchiaro - saranno disponibili i fondi per pagare l'impresa». «C'è consapevolezza dell'importanza per la comunità - ha sostenuto, al proposito, Baldari -dell'inatteso ritrovamento.

C'impegneremo immediatamente, perciò, per far fronte alle più immediate necessità economiche per far proseguire gli scavi. Con l'approvazione del prossimo Bilancio di previsione si cercherà di istituire un apposito capitolo da destinare alla valorizzazione della necropoli». avviate le prime misure di prevenzione per evitare indesiderate «visite» notturne. Un Istituto di Vigilanza privato, perciò, ha già iniziato la volontaria vigilanza notturna nell'intera zona per evitare intrusioni e razzie dei reperti. Oltre i Carabinieri, la Guardia di Finanza ha predisposto servizi di controllo.

La Pompei pisana mette in vetrina gli antichi tesori

La Pompei pisana mette in vetrina gli antichi tesori
Il Tirreno, 4/4/2006

Imbarcazioni, anfore e gioielli venuti alla luce nel 1998 durante i lavori in Piazza dei Miracoli si potranno ammirare a Roma da oggi al 31 maggio

ROMA. Un'esposizione itinerante per presentare le eccezionali scoperte effettuate negli scavi del Cantiere delle Navi Antiche di Pisa che hanno portato alla luce una vera e propria Pompei dell'acqua. È la mostra "Pisa. Un viaggio nel mare dell'antichità" allestita, in occasione della sua prima tappa, nel Cortile delle Carrette e Cripta del Complesso Monumentale di San Michele a Ripa Grande di Roma.
Il ritrovamento di una innumerevole quantità di reperti, solo in parte in rassegna, risale al 1998, ossia a quando gli operai impegnati nei lavori per la costruzione del centro direzionale delle Ferrovie dello Stato, dietro piazza dei Miracoli a Pisa, si imbatterono nei resti di tre navi. Da quel giorno, sono tornati alla luce trenta, tra imbarcazioni e "barchini" fluviali, e reperti di ogni sorta: anfore, vasi di vetro, monete, gioielli, pettini, calzature. Il percorso espositivo della mostra è strutturato in discesa come a voler simulare l'immersione nell'alveo fluviale dell'Arno, le cui devastanti alluvioni, succedutesi nell'arco di nove secoli, sono state causa diretta del contesto archeologico rinvenuto. In apertura, la ricostruzione in scala reale di un approdo fluviale di età augustea, epoca alla quale risale l'elemento rappresentativo della rassegna: la nave "Alkedo" (il Gabbiano), altrimenti detta dagli archeologi, nave "C", «restituita» da quella che gli storici definiscono «alluvione augustea", disastrosa piena dell'Arno verificatasi intorno al 10 d.C. L'imbarcazione, la cui ricostruzione, ha detto il docente di Architettura Navale dell'Università degli Studi di Bologna, Marco Bonino «ha un'attendibilità con l'originale, attualmente conservato al Centro di Conservazione dei legni bagnati di Pisa, al 90%» è una sei remi, completata nelle parti mancanti, ormeggiata al pontile. All'Alkedo segue la barca "F"': una piroga fluviale la cui ricostruzione, ha spiegato Andrea Camilli, direttore archeologo della Soprintendenza per i beni archeologici della Toscana che ha curato il restauro degli oggetti in mostra «è stata eseguita attraverso un calco, senza toccare l'oggetto» poiché nonostante la particolare composizione del terreno abbia permesso la perfetta conservazione dei reperti «al suo rinvenimento l'imbarcazione presentava - ha aggiunto Camilli - solo 40% di struttura lignea, il resto era tutta acqua, quindi particolarmente fragile». Al pontile si ha accesso dopo aver superato la ricostruzione di un capanno da pesca del I secolo d.C allestito con alcuni tra gli oggetti rinvenuti nel corso degli scavi: piatti, tegami, lucerne, anforette ed olle in terracotta. La rassegna prosegue poi con la ricostruzione dell'ambiente faunistico e floreale dell'habitat fluviale e successivamente nei locali della Cripta, dove ha inizio l'esposizione del materiale archeologico.
Questa parte della mostra si articola in diverse sezioni: la prima, "vita a bordo", espone attrezzi da cucina e bagagli dei passeggeri; la seconda, "vita di fiume e di palude", rende visibili cesti, intrecci e attrezzature da pesca; la terza, intitolata "dal mondo a Pisa", espone il campionario completo delle anfore da trasporto rinvenute compresa una destinata forse a contenere del vino frizzante; la quarta, "da Pisa al mondo", illustra una serie di ceramiche di produzione pisana e la loro diffusione. La mostra è integrata da una sezione documentaria curata dalla scuola Normale Superiore di Pisa riguardante i lavori per il progetto di realizzazione del futuro Museo delle Navi che sorgerà a Pisa negli antichi spazi degli Arsenali medicei sull'Arno, a poca distanza dal ritrovamento. La mostra, «la cui prossima tappa - ha annunciato Camilli - sarà San Sebastian, nei Paesi Baschi» è aperta al pubblico da oggi al 31 maggio.

Una Pompei lombarda nel sottosuolo di Cremona

Una Pompei lombarda nel sottosuolo di Cremona
Andrea Silla
Corriere della Sera, 4/4/2006

Dagli scavi in piazza Marconi affiora l'urbs imperiale distrutta da Vespasiano nel 69 dopo Cristo. Ma i reperti non fermano il maxi parcheggio

CREMONA — A due passi da piazza Duomo c'è un'enorme voragine. Sette, forse otto metri di profondità, per una buca di cinquanta metri per trenta. Di passaggio decine di curiosi si affacciano alle transenne di piazza Marconi. E tra terra, teli e ruspe al lavoro vedono spuntare la Cremona romana. Un intero quartiere di epoca augustea emergente dagli scavi.
Prima uno strato medievale, poi la città romana in pietra. «Adesso ci aspettiamo edifici pubblici e laboratori in legno», spiega Lynn Passi Pitcher, ispettore ai Beni archeologici della Lombardia. Il guaio è che la «Pompei lombarda», come l'ha battezzata qualcuno, sarà visibile solo per pochi mesi. A settembre inizieranno i lavori per un maxiparcheggio sotterraneo da cinquecento posti.
Gli scavi sono cominciati due anni fa. E dopo poche settimane sono affiorati gli straordinari ritrovamenti. Più di cinquantamila pezzi, tutti databili al I secolo dopo Cristo, sono catalogati in un magazzino vicino allo scavo. Si va da anfore e mattoni a mosaici straordinari, per arrivare a oggetti d'uso quotidiano. Frammenti di coppe in vetro, statuette, la gamba di un tavolo. Sono stati trovati persino oggetti di divertimento: un piccolo dado da gioco simile alla nostra «dama».
Come è stato possibile rinvenire tutto questo materiale? «La nostra fortuna sono state le buche rosse — spiega la Pitcher — nel 69 dopo Cristo Cremona venne bruciata e distrutta dalle truppe di Vespasiano, durante la guerra civile con Vitellio. I resti della città, parti di domus, pezzi di muri e fontane, vennero buttati in questi contenitori della distruzione». Una volta scoperte, le buche rosse sono state preziose testimonianze della vita quotidiana di Roma.
Il rosso è il colore dell'argilla cotta. Cotta solo dal devastante incendio di quel 69 dopo Cristo. La giunta comunale, però, sulla destinazione del sito non intende fare marcia indietro. «Il parcheggio si farà lo stesso», fanno sapere. Gli edifici romani più interessanti saranno preservati dietro lastre di plexiglas. Il resto, ricoperto da colate di cemento. Per sfruttare al massimo i tre piani sotterra nei del parking, come in altre città lombarde, nessuna però con un patrimonio archeologico di questo calibro. «È il più importante ritrovamento romano di tutto il nord Italia», afferma Pitcher. Niente di paragonabile a Pompei ed Ercolano, ma oggetto di interesse per architetti e storici di tutto il mondo. Nei depositi al fianco dello scavo, una trentina di ragazzi lavora alla pulizia e alla catalogazione dei reperti mentre cinque grafici ricostruiscono al computer la Cremona imperiale.
L'altro paradosso, oltre all'urbs-parcheggio, è che in città manca un museo archeologico romano. A cinque metri dalla voragine c'è il Palazzo dell'Arte, imponente costruzione d'epoca fascista. Oggi è vuoto, ma sarebbe perfetto per il museo C'è spazio per i mosaici e per esporre anfore e quant'altro. Ma nell'edificio però, con tutta probabilità, verrà realizzato un museo del calcio promosso da Gianluca Vialli, con magliette e palloni dall'Italia e dal mondo. L'archeologia può attendere.

Un anfiteatro e un tempio fra i tesori dell'antica Cuma

Un anfiteatro e un tempio fra i tesori dell'antica Cuma
PASQUALE DE VITA e LUCA ROMANO
La Repubblica (Napoli) 06/04/2006

UN ANFITEATRO fra i più antichi d'Italia finalmente riportato alla luce. La scoperta di mura fortificate del VI secolo a.C, un tempio di età ellenistica e una necropoli. Sono alcune delle novità emerse dagli scavi di Cuma, che in parte ridisegnano la geografia dell'antica città.
Gli appassionati dovranno tuttavia aspettare almeno un paio d'anni, fino al 2008, per l'apertura al pubblico dei nuovi siti. La fruizione di queste meraviglie è, infatti, l'obiettivo del "Progetto Kyme", un programma di scavi iniziato nel 1994 e giunto alla sua fase conclusiva. Quattro i gruppi di ricerca coinvolti: insieme alla Soprintendenza per i Beni archeologici, il Centre Jean Bérard di Napoli, l'Università Federico II e L'Orientale. Il percorso del futuro Parco Museale si svilupperà lungo un itinerario che va oltre l'acropoli e il mito della Sibilla.
Appena fuori dal perimetro della città antica, a lato della strada che congiunge Cuma a Licola, sono ormai chiaramente visibilili arcate superiori dell'anfiteatro di epoca romana. Anche se già localizzato e riconoscibile, fino a pochi mesi fa era completamente ricoperto da un frutteto. Gli scavi ne hanno riportato alla luce la cavea e metà degli spalti con uno degli ingressi. Scenario di lotte fra gladiatori e giochi di caccia, a volte ospitava il supplizio dei condannati a morte.
«Un'epigrafe ritrovata in un'antica taberna di Puteoli - spiega il direttore dell'Ufficio scavi Paolo Caputo - racconta la crocifissione di una donna avvenuta nell'arena». Costruito alla fine del II secolo a.C, è simile a quello di Pompei: non ha sotterranei e gli spalti sono adagiati sulle pendenze naturali del terreno.
Nella parte settentrionale della città, l'equipe di ricercatori dell'Università "L'Orientale", diretta dal professore Bruno D'Agostino, sta facendo riaffiorare le diverse stratificazioni della cinta muraria. «Si tratta - dice D'Agostino - di una archeologia della paura. È impressionante osservare come i Cumani, sentendosi vulnerabili, abbiano rafforzato ed esteso continuamente le fortificazioni per fronteggiare sempre nuovi nemici».
Addossate al più antico anello difensivo, sono state scoperte le mura fatte costruire alla fine del VI secolo a.C. dal tiranno Aristodemo. Un eroe della Magna Grecia, molto popolare nelle fonti antiche per le sue riforme e per aver respinto l'avanzata degli etruschi. Poi altri ampliamenti, per difendersi da Annibale durante le guerre puniche, e la definitiva sistemazione monumentale con Augusto. «Questa antica barriera - auspica D'Agostino - può svolgere ancora oggi una funzione difensiva, come scudo contro la speculazione edilizia in una zona che ne è profondamente segnata ed è poco tutelata dalle amministrazionilocali».
Subito di fronte alle mura, gli archeologi del Centre Jean Berard cercano il porto della città, sede della flotta di Ottaviano, lontano da dove lo collocano le ipotesi tradizionali. «Crediamo - spiega Priscilla Munzi, dell'equipe dell'istituto francese - che sia qui vicino, in quello che era il Lago di Licola, bonificato agli inizi del '900. Molti sono gli indizi, non abbiamo però ancora la prova definitiva». Per ora sono emerse una piazza basolata e tre strade, tra cui un ampio tratto della via Domiziana. A lato una necropoli con mausolei, recinti funerari e un santuario di età ellenistica. L'ingresso del futuro parco sarà nella città bassa, all'interno della masseria del Gigante, un edificio del 1600, costruito su un tempio di età flavia, che ospiterà un antiquarium. In questa zona il gruppo della Federico II è impegnato negli scavi del foro e del Capitolium. «Stanno venendo alla luce - dice la professoressa Giovanna Greco - i diversi livelli della storia di Cuma: la fase bizantina, quella romana, tracce dell'insediamento sannitico, e finalmente anche testimonianze di età greca».
Curioso il ritrovamento di alcune calcare, forni usati nel medioevo per riciclare gli antichi materiali edili, trasformandoli in calce. Alcuni reperti sono già in mostra nella sezione "NovaAntiquaPhlegraea" del Museo archeologico di Baia: parti del fregio dorico del Capitolium, terracotte e ceramiche del primo periodo della colonizzazione greca e le statue ritrovate in un santuario di Iside lungo il litorale, tra cui una sfinge in granito.

Sorpresa! Sotto Cremona ho scoperto un'altra Pompei

Sorpresa! Sotto Cremona ho scoperto un'altra Pompei
Chiara Moniaci
Oggi 26-APR-2006

Affreschi meravigliosi, ricchi mosaici, fontane decorate: «Qui ci fu un insediamento paragonabile alla città sepolta dal Vesuvio», dice Lynn Passi Pitcher. «Ed è la conferma che Vespasiano, nel 69 d.C., mise a ferro e fuoco la città latina». I segreti degli scavi che stanno facendo la storia

E' Cremona, aprile nata negli Stati Uniti, ha fatto l'asilo in Alaska, le elementari in Virginia, medie e liceo in Germania, due anni di università in America e si è laureata alla Statale di Milano. Ma passerà alla storia per avere scoperto la «Pompei lombarda»: nell'urbe dove studiò Virgilio c'era un insediamento paragonabile per ricchezza a Pompei, la città sepolta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo. Esattamente dieci anni prima, nel 69 d.C, 40 mila soldati misero a ferro e fuoco Cremona, l'antica colonia latina fondata nel 218 a.C: lo narra Tacito nel capitolo 33 del terzo libro delle Storie. Ma prima di questi scavi non c'erano conferme precise.
«È effettivamente uno dei più importanti ritrovamenti romani di tutto il Nord Italia», dice Lynn Passi Pitcher, con un simpatico accento anglosassone e due profondi occhi azzurri. L'«Indiana Jones in gonnella», che ha tre figli e una passione infinita per il suo lavoro, è arrivata in Italia nel 1970 per motivi di studio e ci è rimasta per motivi di cuore. Dal 1978 è ispettore ai Beni archeologici della Lombardia e nel 1983, a Cremona, ha fatto questa eccezionale scoperta, di cui solo recentemente si è scoperta l'enorme portata.
«Si salvarono solo le tracce dei muri degli edifici», racconta la dottoressa Pitcher passeggiando tra anfore, pozzi e resti di mosaici nell'immensa area (2.000 metri quadrati) degli scavi, nella centralissima piazza Marconi, a due passi dallo splendido Duomo romanico.
«Durante la guerra civile, le truppe di Vespasiano scavarono delle buche poi riempite con le macerie delle distruzioni: la nostra fortuna! Perché tutto quello che sta sopra queste "buche rosse" è databile dopo il 69, tutto quello che c'è sotto, prima. Questo è un fatto eccezionale perché il problema di chi fa questo lavoro è la datazione, spesso incerta. Se in un bar di oggi c'è appeso un telefono dei primi del Novecento, un archeologo del Tremila, trovandolo durante uno scavo non sarebbe portato a pensare che ai nostri tempi si usava così?».
Il primo «saggio», o scavo esplorativo, del 1983 ha fatto scoprire l'edificio più grande. Nel 2002, con gli altri due saggi, è stata ritrovata una domus, cioè un'abitazione di città, e un'enorme cisterna: «Questo ci dice che avevano bisogno di molta acqua, non solo per usi domestici, ma anche per i giochi d'acqua delle fontane, e ci fa capire che siamo in presenza di un grande sviluppo urbanistico. Non solo: i reperti denotano una ricchezza straordinaria. Ci sono elementi di una fontana, per esempio, di un genere che finora è stato trovato solo nel Lazio e in Campania, con conchiglie di mare, frammenti di vetro, parti colorate in blu egizio. Il padrone doveva essere ricchissimo: li deve aver visti durante un viaggio in Centro Italia, gli sono piaciuti e ha chiamato gli artigiani per farseli fare. Questi capitelli di un edificio privato fanno parte di un colonnato realizzato in pietra di Vicenza. C'è una gamba di tavolo in rosso antico, raffi-natissimo, fatto con pietra della Tunisia e costruito a Roma, con decori: fiori a calice, un uccellino; è dello stesso tipo di quelli trovati a Pompei, ma ancora più bello. Nella cisterna ci sono affreschi di cui, secondo gli esperti, sono autori maestranze dall'Italia centrale; sono simili a quelli trovati nella casa di Augusto o di Livia, con decorazioni a finto marmo, foglie di alloro con bacche, ghirlande a motivi floreali, delfini...».
Nell'area transennata, mentre tutt'intorno i cremonesi fanno acquisti alle bancarelle del mercato, tre ragazzi armati di elmetti, pale, carriole e secchi lavorano vicino a grossi
Sull'area archeologica sorgerà un maxi-pareheggio
mucchi di terra: fanno parte dell'equipe di una trentina di laureati e laureandi in Scienze dei Beni culturali (un tempo Archeologia) che lavora al progetto. La ruspa sposta blocchi di terra, pronta per essere setacciata minuziosamente; i secchi accolgono una prima grossolana suddivisione dei reperti - una bocca di brocca, un pezzo di ceramica di vernice nera, un pezzo di anfora -che verranno poi catalogati minuziosamente e riposti in un magazzino di fianco agli scavi (nelle cassette gentilmente cedute dagli ambulanti a fine giornata, che prima contenevano frutta, ora «ossa lavorate», «vetri», «metalli»...). «Il Palazzo dell'Arte che si affaccia proprio su -piazza Marconi potrebbe essere una buona soluzione per un museo archeologico, una volta che qui ci sarà il parcheggio», prosegue Pitcher. Già, dal prossimo settembre cominceranno i lavori e nel 2008 là dove c'era la «Pompei lombarda» ci saranno pneumatici e tubi di scappamento. Uno scandalo? Uno schiaffo alla cultura? «Neanche per sogno», dice l'ispettore, che non ha mai voluto fare i concorsi per diventare sovrintendente perché ama troppo il lavoro sul campo.
«Tra noi e l'amministrazione comunale c'è stata fin dall'inizio un'intesa totale. Abbiamo concordato i lavori e per quel tempo avremo concluso la ricerca: potremo ricostruire la planimetria degli edifici e capire più a fondo la vita delle città in età romana. È da scavi come questo che si recuperano i dati che fanno la Storia. In più le tre zone archeologicamente importanti saranno musealizzate e visitabili: ora tocca agli architetti presentarci dei buoni progetti, noi siamo aperti alle proposte: bisogna essere moderni». E detto da una grande archeologa fa proprio effetto!

Piramidi in Europa? In Bosnia ci credono

Piramidi in Europa? In Bosnia ci credono
Vittorio Sabadin
La Stampa 22/4/2006

Gli abitanti di Visoko, una cittadina di 50.000 persone a poche decine di chilometri da Sarajevo, lo sapevano da sempre. Fin dal 1300 i loro antenati avevano chiamato la grande collina di 650 metri che sovrasta la città «La piramide», perché di una piramide ha l'evidente forma. La vegetazione che la ricopre da millenni non è infatti sufficiente a nascondere le sue anomalie: quattro lati squadrati, con una inclinazione di circa 45 gradi e un quasi perfetto orientamento con i punti cardinali.
Da qualche giorno, l'archeologo bosmaco Semir Osmanagic ha avviato una campagna di scavi sul sito, scoprendo pochi metri sottoterra una pavimentazione fatta di enormi blocchi di pietra e l'ingresso di un impressionante tunnel lungo un paio di chilometri. Osmanagic vive negli Stati Uniti, ha una certa esperienza di piramidi Maya e il suo cappello alla Indiana Jones suscita una certa diffidenza nella comunità scientifica. Ma se avesse ragione, la sua scoperta sarebbe una delle più importanti nella storia dell'archeologia. Se la collina di Visocica è stata, come sostiene, costruita dall'uomo, sarebbe non solo la prima piramide ritrovata in Europa, ma anche una delle più misteriose della Terra: chi l'ha realizzata, quando, come, perché?
I ritrovamenti finora effettuati non giustificano molti voli della fantasia: Visoko era nell'antichità la capitale della Bosnia e la sua collina ha ospitato palazzi, castelli e fortezze romane. Basta scavare pochi metri di terra per ritrovare di tutto, da spade arrugginite a reperti del Neolitico. E' dunque possibile che pavimentazioni e tunnel siano di epoca relativamente recente e che quel monte a forma di piramide sia solo uno scherzo della natura. Lo stesso Osmanagic invita alla prudenza: «Sono sicuro - ha detto all'Associated Press - che la parte terminale del monte sia una piramide costruita dall'uomo di circa 100 metri di altezza. Ma può darsi che non sia interamente di pietra: le pareti della collina potrebbero essere state adattate e ricoperte di blocchi allineati».
Gli scavi continueranno fino ad ottobre, con l'aiuto di esperti egiziani e australiani. Mesi d'oro per gli abitanti di Visoko, che si apprestano ad ospitare troupe televisive e turisti e stanno già preparando i primi gadget da mettere in vendita, come avviene al Cairo.
L'annuncio del presunto ritrovamento di una piramide in Europa, rilanciato sui siti web della BBC e della MSNBC, ha ovviamente scatenato su Internet le reazioni di quella vasta comunità mondiale che il direttore della piana di Giza, Zahi Hawass, definisce «piramidioti». E' una comunità un po' bislacca e irriverente che si è nutrita nell'adolescenza dei libri di Charles Berlitz e non ha perso in anni più recenti nessuno dei successi editoriali di Graham Hancock e Robert Bouval. Sono convinti che l'archeologia e la scienza non abbiano spiegato tutto e cercano di riempire le lacune restanti con ipotesi per nulla accademiche, ma di sicuro fascino.
La loro tesi di fondo è che lo sviluppo dell'umanità non ha seguito un percorso lineare dall'homo sapiens fino alla tecnologia dei giorni nostri. Altre civiltà ci hanno preceduto e sono state annientate da eventi catastrofici: impatto di meteoriti e comete, o slittamenti dei poli con conseguenti diluvi universali, puntualmente raccontati nella Bibbia e nell'epopea di Gilgamesh.
Il fatto che il mondo sia pieno di piramidi sicuramente un po' rafforza la tesi dei piramidioti. Gli scienziati e i ricercatori non sono ancora riusciti a trovare una spiegazione convincente alla ragione per la quale civiltà che non sono entrate in contatto tra loro (come i Maya e gli antichi egizi) abbiano entrambe sentito la necessità di costruire piramidi con finalità diverse: tombe lungo il Nilo, templi in Centro America. Non solo: da quando gli archeologi possono sfruttare per le ricerche strumenti più sofisticati del piccone e della pala, e avvalersi di immagini aeree e satellitari, foto agli infrarossi e computer, il numero delle scoperte «inspiegabili» è notevolmente aumentato.
Chi ha costruito, ad esempio, i monumentali edifici a gradoni che si trovano trenta metri sott'acqua al largo dell'isola di Okinawa in Giappone? E quelle foto scattate da un aereo che mostrano strutture a forma di piramide, alte due-trecento metri nella zona di Xi'an in Cina? E' vero che secondo le tradizioni degli aborigeni esistevano piramidi persino in Australia?
Dalla Mesopotamia all'America, dal Pacifico e (forse) all'Europa popolazioni diverse con culture diverse hanno sentito il bisogno di rappresentare esigenze cerimoniali e religiose nello stesso modo: costruendo piramidi complesse e dispendiose - in termini di costo e di energie necessarie - con strumenti di lavoro primitivi e inadeguati. Possiamo spiegarlo con una inconscia predisposizione collettiva di quelle civiltà a costruire edifici monumentali nella loro forma più semplice, o affidarci alle teorie dei continenti perduti: nell'Atlantico l'Atlantide di Piatone, nel Pacifico Lemuria, ipotizzata alla fine dell'800 dall'antiquario Augustus Le Plongeon, il quale sosteneva che la civiltà Maya dello Yucatàn era molto più antica di quella egizia ed era composta dai sopravvissuti di un mondo scomparso, inghiottito dall'oceano a causa di un improvviso evento catastrofico.
Le Plongelon fu più tardi ridicolizzato per la sua strampalata traduzione dei testi Maya, ma la sua tesi trova ancora moltissimi sostenitori.
Se queste teorie fossero provate, dovremmo riscrivere tutti i libri di storia e ammettere che la nostra attuale civiltà non è l'unica ad essersi sviluppata sulla Terra, ma è stata preceduta da altre culture avanzate che ci hanno lasciato, oltre ai resti dei loro monumenti, racconti e tradizioni che abbiamo quasi sempre interpretato come mitologia e quasi mai come la testimonianza di eventi realmente accaduti. Ma senza prove evidenti, è sempre difficile rinunciare alle proprie certezze.

sabato 15 agosto 2009

Gli antichi scacchi sulla via di Venafro

Gli antichi scacchi sulla via di Venafro
IL TEMPO 15/08/2009

L'amministrazione comunale ha inoltrato una richiesta ufficiale per riavere i celebri oggetti

Dopo il ritrovamento giacciono in un magazzino del museo di Napoli

Potrebbero far presto ritorno a Venafro. Parliamo degli scacchi di Venafro, pezzi risalenti al x secolo rinvenuti nel 1935, in maniera del tutto casuale e considerati i pezzi più antichi d'Italia e tra i più vetusti del mondo occidentale. Questi scacchi furono ritrovati durante uno scavo archeologico nei pressi del teatro romano ma, negli ultimi anni nessuno ha potuto anche solo vederli, in quanto conservati in un magazzino del Museo archeologico nazionale di Napoli. L'Amministrazione comunale di piazza Cimorelli, su sollecitazione di alcune associazioni culturali come "Venafro Antica" e "Musa" ha inoltrato una richiesta ufficiale per poter riavere i celebri scacchi di Venafro nel Museo Archeologico di Santa Chiara. Determinante in tal senso sarà l'operato di "mediazione" della Dott.ssa Stefania Capini, referente della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Molise, grazie alla quale si è aperto un canale di dialogo con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove attualmente è conservato questo pregevole patrimonio storico-artistico di Venafro. Nei giorni scorsi l'amministrazione ha inviato una richiesta formale alla Soprintendenza ai Beni Archeologici del Molise e per conoscenza al Museo Nazionale di Napoli. "Grazie all'impegno congiunto di associazioni ed istituzioni e, alla disponibilità manifestata dalla Dott.ssa Capini, - ha dichiarato il sindaco Cotugno - che farà da tramite con le istituzioni campane, ci sono finalmente possibilità concrete che Venafro possa nuovamente offrire alla sua popolazione la possibilità di fruire di questo straordinario patrimonio, testimonianza della nostra storia".

venerdì 14 agosto 2009

Cori mura ciclopiche

Cori mura ciclopiche

Scoperte a Tharros due tombe fenice

Scoperte a Tharros due tombe fenice
La Nuova Sardegna 12/08/2009

CABRAS. Non accadeva da almeno 100 anni: la necropoli di Tharros da circa un secolo non rivelava segreti come quelli portati alla luce ieri dall’equipe di archeologi e studenti guidati dalla professoressa Carla Del Vais. Nell’area settentrionale della necropoli, su un costone che si affaccia sulla spiaggia di San Giovanni, sono state scoperte due rarissime tombe a incinerazione di epoca fenicia, datate al settimo secolo a.c. L’eccezionalità del ritrovamento sta nel fatto che si tratta di tombe perfettamente integre. Entrambe erano coperte da lastre di arenaria. Una era scavata nella sabbia, l’altra nella roccia. Sotto la lastra di pietra i ricercatori hanno trovato le ceneri dei defunti e i corredi funerari in ceramica. «Da quasi cento anni non veniva alla luce una tomba fenicia integra a Tharros - dice Carla Del Vais -. La ricerca ci ha portato anche a trovare alcuni lembi intatti di tombe puniche scavate nella roccia». Il lavoro fa parte di un progetto della Università di Cagliari e della scuola di specializzazione Beni archeologici dell’Università di Bologna, guidata da Annachiara Fariselli. Una campagna che gode della collaborazione dell’assessorato alla Cultura del Comune di Cabras, dell’Area marina protetta e della coop Penisola del Sinis.

Portus Pisanus: scoperto e presto di nuovo interrato

Portus Pisanus: scoperto e presto di nuovo interrato
Roberto Riu
GIOVEDÌ, 13 AGOSTO 2009 IL TIRRENO - Livorno

Via Firenze. Il ritrovamento dell’antico sito a rischio perché la Sovraintendenza non ha soldi

Un tratto di molo a forma di L che appartiene quasi certamente al Portus Pisanus, l’antico insediamento costiero che precedette la nascita di Livorno.
E’ questo il risultato delle ricerche iniziate nel 2003 dal team di Silvia Ducci e Marinella Pasquinucci. Il ritrovamento è avvenuto nei giorni scorsi in via Firenze ma rischia di finire presto di nuovo interrato a causa della scarsità di finanziamenti a disposizione della Sovraintendenza. Ma torniamo alla scoperta: si tratterebbe dell’avamposto sud del porto che fu utilizzato anche dalla Repubblica Marinara di Pisa, in epoca medioevale.
Conosciuto dagli studiosi sin dal ’700 il sito di Portus Pisanus è stato oggetto di recenti campagne di scavo che hanno appunto riportato alla luce uno scorcio del antico fondale portuale databile al IV-II secolo a.C., mentre nel febbraio 2004 erano già state ricuperate delle anfore. Nel 2006 il rinvenimento dei resti di un edificio commerciale, si pensa ad un “macellum”, la cui area è stata indagata nel 2008 mediante il georadar riuscendo a rivelarne gran parte della sua configurazione originale.
Al Portus Pisanus fa riferimento Cicerone che già nel 59 a.C. scriveva al fratello Quinto: «Caro fratello mi imbarcherò per l’Hiberia dal porto di Labro». Il porto di Labro, in epoca Augustea, si trasformò in Portus Pisanus. E poi, nel 501 d.C. si parla di questo scalo posizionandolo a 9 miglia dalla foce e a 21 dal porto di Vada: posizione compatibile, nel tempo, con il ritrovamento attuale.
Inoltre la descrizione della zona è riportata da Rutilio Namaziano nel «De Reditu suo» scritto attorno al 415 d.C. Quell’area portuale nel Medio Evo seguì poi le vicende della Repubblica di Pisa attraversando anche la pesante sconfitta nella battaglia navale della Meloria inflitta dai Genovesi che si impadronirono pure della grande catena destinata a chiudere il porto (la catena, restituita dopo l’Unità d’Italia, si trova ora nel Camposanto Monumentale di Pisa).
Progressivamente interratosi il Portus Pisanus venne definitivamente abbandonato nel 1509 creando così il presupposto per la costruzione del porto di Livorno da parte della dinastia medicea. Nei secoli successivi la zona ha restituito numerosi reperti antichi, diversi dei quali sono andati ad arricchire la famosa “Collezione Chiellini”, donata al Comune di Livorno.
Di queste raccolte si è ultimamente parlato durante l’inaugurazione della mostra archeologia ai Granai di Villa Mimbelli nel febbraio scorso ed in seguito nel Programma Piuss (Piani Integrati di Sviluppo Urbano Sostenibile). Intanto al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo dal marzo scorso si è aperta una mostra che sarà visitabile sino alla fine di dicembre dedicata proprio al Portus Pisanus ed al suo retroterra produttivo dove spicca, fra l’altro, uno dei pilastri marmorei di foggia leonina appartenente ad un grande tavolo, un pregevole elemento rinvenuto proprio un paio d’anni fa durante le ricerche condotte dalla Soprintendenza su quell’antica area portuale.
All’interno del sito sono stati rinvenuti alcuni reperti che contestualizzano l’età archeologica supposta. Si tratta di anfore italiche, piatti in ceramica di età augustea e altri frammenti risalenti al V secolo d.C.. Entro fine estate, al termine delle ricerche archeologiche, il sito verrà presentato alla città e poi con tutta probabilità interrato nuovamente per mancanza di fondi per l’esproprio delle aree da parte dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali.

martedì 11 agosto 2009

La principessa dall'ascia di piombo. Nell'agro sarnese scoperte quasi 50 tombe risalenti a circa tremila anni fa

La principessa dall'ascia di piombo. Nell'agro sarnese scoperte quasi 50 tombe risalenti a circa tremila anni fa
Carlo Avvisati
Il Mattino, 24 aprile 2006

Trovati i resti e il corredo di una donna altolocata

LA SEPPELLIRONO con quanto di più prezioso aveva avuto in vita: un cinturone di bronzo, bracciali dello stesso materiale, collane, anelli e vasi in ceramica. E perché fosse ben chiaro che si trattava di una donna, le misero accanto anche pesi da telaio e un'ascia di piombo. Li hanno rinvenuti così, tremila anni dopo, alla periferia di San Valentino Torio, i resti di quella che in vita dovette essere una principessa - o, quanto meno, una persona di rango elevato, considerato il corredo tombale - gli archeologi della Soprintendenza Archeologica di Salerno. Lo scheletro era tumulato in una sepoltura a fossa ed è stato intercettato durante i lavori di scavo fatti per riportare alla luce quanto rimaneva di due necropoli, antiche di 30 secoli. I cimiteri individuati? Ricchi di quasi cinquanta tombe. Sono distanti tra loro duecento metri e sì trovano in corrispondenza del terrapieno della superstrada che collega le cittadine di San Marza-no e Sarno, proprio di fronte al moderno camposanto di San Valentino.
Nella prima area sono diciassette le sepolture ritrovate. Le tombe - nelle quali il corpo del defunto veniva seppellito nella nuda terra - dette «a fossa», sono databili tra la seconda metà del nono e la prima metà del sesto secolo avanti Cristo, ovvero tra le Età del Ferro e la sottofase conosciuta come «Orientalizzante».
Le sepolture si trovano a circa mezzo metro dal piano di campagna, risultano scavate a una profondità di quasi settanta centime-tri e sono orientate secondo un asse Nord Ovest-Sud Est, così come tutte le altre tumulazioni risalenti a quell'epoca ritrovate nell'area. In genere si tratta sepolture semplici e senza circolo funerario attorno, anche se in alcuni casi non mancano segnali di cerchi fatti con pietre di calcare del Sarno.
Al loro interno gli archeologi, coordinati da Laura Rota, responsabile, dell'area nocerino-sarnese, oltre ai materiali rinvenuti nella tomba della «principessa» hanno trovato corredi funerari ricchi di armille; tazze e vasi d'impasto, levigati o con incisioni; bracciali; anelli; collarine impreziosite con elementi in pasta vitrea colorata; coltelli e utensili, per centinaia di reperti. Per comprendere quanto elevato possa essere il numero di pezzi rinvenuti in una necropoli di tale genere basti pensare che in una unica sepoltura di questo periodo si possono rinvenire dai dieci a oltre cento reperti, più o meno preziosi, se s'intende il termine «prezioso» come indicativo di metalli usati quale ornamento per la persona o destinati a far identificare nel proprietario un elemento di spicco della famiglia o dell'insediamento abitativo. Identici i ritrovamenti effettuati nell'altra necropoli, ricca di trenta tombe, e risalente secondo le stime allo stesso periodo storico.
Nel complesso, le ceramiche poste a corredo delle tombe sono di produzione locale e senza
alcuna decorazione. Altre, quelle che erano fratto degli scambi commerciali con le colonie greche (Pithecusa-Ischia e Cuma) della Campania, sono decorate invece con segni geometrici ca-ratteristìci di quelle manifatture. Ancora una volta, quindi, si confermano contatti, frequentazioni e commerci tra gli abitanti dell'entroterra dell'area sarnese con i coloni greci del golfo. Le due necropoli, che portano a circa duemila i rinvenimenti di tombe - escludendo i ritrovamenti ottocenteschi, le prime furono scavate alla fine degli anni Sessanta da Bruno D'Agostino, archeologo e direttore del dipartimento del mondo classico e del Mediterranee antico all'Università «L'Orientale» di Napoli - e permettono di aggiungere altre tessere al mosaico, piuttosto complesso, dì quello che in antico dovette essere l'aspetto del bacino d'utenza di una comunità certamente numerosa e che trenta secoli fa punteggiava il territorio del Samo con ben quattordici villaggi, disposti di qua e di là dal fiume.
Tra le altre, le aree d'interro, leggermente sopraelevate, potrebbero essere i cimiteri delle popolazioni che abitarono sia l'insediamento fluviale di Longola a Poggiomarino che il territorio limitrofo. «Una ipotesi di ricerca quest'ultima - spiega Rota - abbastanza attendibile ma che ha bisogno ancora di riscontri e conferme scientifiche».

Sila, i misteri della necropoli

Sila, i misteri della necropoli
Gazzetta del Sud Cosenza 06/maggio/2006

SPEZZANO SILA - In arrivo le prime risposte ai misteri nell'insediamento preistorico del Cupone sulle sponde del lago Cecità. Oggi alle 18 presso la sala convegni di via Roma il direttore del Servizio di Preistoria e Protostoria della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria Domenico Marino illustrerà i risultati di laboratorio relativi al sito archeologico scoperto nel 2005. Marino, direttore della campagna di scavo ancora in corso, annuncia novità. Pare che le tracce di sepoltura abbiano rivelato la presenza di una necropoli. L'archeologo ha riportato alla luce uno dei più grandi .stanziamenti preistorici d'Italia a quota 1130-1140 metri. «Lo scavo è partito da 4 ettari di area archeologica», spiega, «e si è esteso in orizzontale fino a 10 ettari circa. n materiale rinvenuto dimostra che i preistorici silani erano specialisti nella produzione, in loco, di lame». La campagna di scavi è stata promossa dalla Soprintendente Reggente per i Beni archeologici della Calabria, Annalisa Zarattini, e finanziata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. L'assessore alle Attività Culturali Giovanna Marsico esporrà le linee guida di un «progetto archeologico che coinvolgerà Camigliatello. Potrebbe sorgere un museo, un centro di raccolta di materiale preistorico di grande importanza scientifica. Una calamità per il turismo culturale e naturalistico». Ad agosto Marino terrà un'altra conferenza a Torre di Camigliati per la programmazione del Parco "Old Calabria". (ale.cola)

Dagli scavi spunta la tomba del Re

Dagli scavi spunta la tomba del Re
FARA SABINA
Il Messaggero (Rieti) 09/05/2006

Prima apparizione, anzi, riapparizione della straordinaria tomba di dimensioni monumentali e dotata di ricco corredo appartenente ad un re sabino della seconda metà del VI secolo a.C.. Ecco il tema della conferenza stampa della campagna di scavi 2005 nella necropoli di Colle del Forno, al confine tra Fara e Montelibretti. L’appuntamento è per giovedì 11 maggio alle 12 nella sala conferenze dell’Apt di Rieti.
La presenza della sepoltura di un personaggio così eminente evidenzia la vitalità e l’importanza politica e sociale della città di Eretum, la cui necropoli già negli anni passati aveva restituito strutture funerarie pertinenti ad esponenti della classe aristocratica e sacerdotale, oggi esposti nel museo archeologico di Fara in Sabina.
Gli scavi e gli studi sono il frutto della collaborazione avviata tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, gli Istituti di ricerca Iscima (Istituto per gli Studi delle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico) e Itabc (Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali) del Cnr, l’Area della Ricerca Roma 1- Cnr situata nel comune di Montelibretti, dove sorge la necropoli ed il Comune di Fara in Sabina, il cui Museo archeologico cura la logistica degli scavi, il restauro e la valorizzazione dei reperti.
Alla conferenza stampa parteciperanno la dottressa Anna Maria Moretti, Soprintendente per i Beni archeologici del Lazio, il professor Francesco Roncalli, direttore dell’Istituto Iscima-Cnr, il professor Salvatore Garraffo, direttore dell’Istituto Itabc-Cnr, Renzo Simonetti, responsabile dell’area di ricerca Roma 1 – Montelibretti. Presiederà la manifestazione Tersilio Leggio, sindaco della città di Fara in Sabina.
Nel corso dell’incontro la dottoressa Paola Santoro, direttore dello scavo della necropoli, presenterà i risultati degli scavi, coadiuvata dal dottor Enrico Benelli e dalla dottoressa Adriana Emiliozzi, ricercatori dell’Iscima-Cnr. Il dottor Salvatore Piro illustrerà i risultati delle indagini geofisiche che hanno preceduto lo scavo, con la collaborazione della dott.ssa Daniela Peloso e del dottor Roberto Gabrielli (ricercatori dell’istituto Itabc-Cnr) che hanno effettuato la ricostruzione tridimensionale del monumento.

lunedì 10 agosto 2009

Il giallo di Nello morto 4.500 anni fa

Il giallo di Nello morto 4.500 anni fa
Francesco Gironi
Gente 16/8/2009

Nettuno (Roma). La scena del crimine, come direbbero gli investigatori di Csi, è a pochi passi dal mare. seminascosta da un cespuglio di macchia mediterranea, nei pressi di Nettuno, sul litorale laziale.
L’assassino, o gli assassini, sono stati sfortunati: per 4.500 anni erano infatti riusciti a farla franca. Il caso, invece, ha voluto che lo scorso maggio (ma la notizia è stata resa nota in questi giorni) una pattuglia dei carabinieri passasse proprio di lì e che l'occhio allenato di uno dei militari notasse una fenditura del terreno. Per uno di quei casi di cui la letteratura poliziesca è piena, decide di avvicinarsi. Tra la sabbia e i cespugli si intravvede un piccolo vaso. L’uomo scava intorno con le mani: chissà, forse solo per recuperarlo e magari buttarlo a mare evitando così che qualche turista possa finire con il calpestarlo e tagliarsi. Ma tra la sabbia affiorano anche delle ossa. Umane. E tutto cambia. Coperta da un cespuglio, sotto pochi centimetri di sabbia c'era una tomba: forma ovaloide, lunga poco meno di due metri e larga uno. All'interno, uno scheletro quasi intatto, sei vasi, due punte di freccia o di lancia in selce ma. soprattutto. un'altra punta trovata all'altezza del costato. L'arma del delitto? È ancora presto per avanzare ipotesi». precisa a Gente Marina Sapelli Ragni, sovrintendente archeologico del Lazio. Nelle prossime settimane inizieremo a studiare i resti nei laboratori del Santuario di Ercole vincitore a Tivoli e potremmo avere le prime risposte. Per il momento quello scheletro è stato ribattezzato Nello. «Da Aniello, il nome del carabiniere che l'ha scoperto - spiega a Gente il colonnello Raffaele Mancino, comandante del reparto operativo del nucleo Tutela patrimonio culturale dei carabinieri. Siamo stati fortunati, la forza del mare aveva già portato via i piedi dello scheletro; ancora qualche mareggiata e l'acqua avrebbe inghiottito tutto”, aggiunge. Lo scheletro, infatti, era stato spostato forse proprio dal mare, e il bacino appariva in una posizione innaturale. Il lavoro degli archeologi è stato una vera corsa contro il tempo per strappare dal mare i resti di Nello. Che non ha resistito solo alla forza della natura, ma anche a quella dell'uomo. Già, perché quell'area. sin dal 1800, fa parte di un poligono militare dove sono testate artiglierie antiaeree, costiere e navali. Forse anche Nello alla fine degli esami racconterà una storia di violenza, come per il suo coetaneo Òtzi, la mummia del Similaun, scoperta nel 1991 al confine tra Italia e Austria che, secondo gli ultimi studi fu ucciso in un agguato (è stato trovata una punta di freccia in selce nella spalla sinistra, oltre ad alcune ferite e abrasioni). Ma perché Nello è così importante? La scoperta rappresenta l'anello di congiunzione tra il periodo Paleolitico e l'Età del Bronzo - spiega ancora la sovrintendente. Sapevamo che questa era una zona ricchissima, ma nel periodo eneolitico, la cosiddetta Età del Rame, intorno al III millennio a.C. l'area sembrava essersi come svuotata. L'indagine, come si dice in questi casi, sta muovendo i primi passi e gli interrogativi sono ancora molti. Per cominciare, cosa hanno scoperto esattamente i carabinieri? Siamo di fronte a una sepoltura isolata o la tomba faceva parte di una necropoli? L'uomo, secondo Sapelli Ragni, era una persona di un certo rango. E’ un capo guerriero sepolto sul campo di battaglia? Magari proprio intorno a quel piccolo promontorio sbarcarono popolazioni provenienti dall’Anatolia o dall'Egeo e fu battaglia. Che intorno a Nettuno sia cresciuto un fiorente villaggio o si sia consumato un efferato delitto, un'altra battaglia si profila all'orizzonte: dove riposeranno, si spera in pace, i resti di Nello? L'assessore alla Cultura di Nettuno Giampiero Pedace non ha dubbi: Il nostro museo sarebbe la cornice più idonea- ha già fatto sapere a scanso di equivoci.

Trovato un relitto dei IV secolo sui fondali al largo dell'antica Eloro

Trovato un relitto dei IV secolo sui fondali al largo dell'antica Eloro
Simonetta Trovato
Giornale di Sicilia 10/8/2009

Durante una campagna di rilievi nell'intera area del Plemmirio per l'ampliamento del porto di Siracusa

Almeno otto le anfore custodite nella nave. La speranza di trovare la «triremi» di Atene

Fondamentali i rilevamenti col sonar che a volte, però, s'imbatte in qualcosa di pi recente (ad esempio, le reti in ferro antisommergibili della seconda guerra mondiale).

SIRACUSA. Il sommozzatore sbuca dall'acqua, alza la mano, indice e pollice chiusi a cerchio: okay, il relitto è sotto, possono immergersi fotografi subacquei e cineoperatori, pronti a documentare anfore, legni, scafi sommersi. Questa volta si tratta di un bel reperto, scoperto da Ninni Di Grazia, della Polizia di Stato che collabora con la Soprintendenza del Mare: al largo dell'antica Eloro, nella zona di Avola, è stato individuato un relitto del IV secolo, sommerso dalla sabbia del fondale, a poco pi di una quarantina di metri sotto il livello del mare. E già si notano almeno otto anfore greco-italiche, e nei prossimi giorni si procederà a rilevamenti pi mirati. Comunque questa è soltanto l'ultima di una serie di scoperte lungo il perimetro siciliano: dalla collaborazione della Soprintendenza del Mare con la siracusana associazione Trireme, con la Metal sub, l'Istituto Nautico, la Lega Navale e la Guardia Costiera, sono nati diversi rilevamenti sottacqua, parte di un più ampio progetto di rilievi sull'intera area del Plemmirio, in vista dell'ampliamento del porto di Siracusa, candidato per accogliere i «giganti del mare», ovvero le navi da crociera. In questo caso, come spiegano il soprintendente del mare, Sebastiano Tusa e l’archeologo Nicolà Bruno, a capo del progetto, la Regione ha un compito di controllo e tutela. «Non dobbiamo necessariamente rispondere no ad ogni richiesta dei privati - dicono i due esperti - piuttosto collaborare per evitare di toccare reperti importanti». Finora i rilevamenti hanno passato a setaccio la zona del porto, per verificare se il sonar segnali testimonianze archeologiche oppure s'imbatta in qualcosa di più recente e di meno prezioso (non sono rare, ad esempio, le reti in ferro antisommergibili della seconda guerra mondiale). La speranza (degli studiosi ma anche dei tecnici) è di individuare la famosa e velocissima triremi greca di cui racconta Tucidide, colata a picco durante la spedizione ateniese contro Siracusa. «Investiremo nelle ricerche archeologiche subacquee per scoprire e valorizzare i tesori che ancora si trovano nei fondali marini - promette l'assessore ai Beni Culturali Nicola Leanza -. Il valore dei beni ritrovati arricchisce il nostro già vasto patrimonio culturale e testimonia che la Sicilia è un immenso giacimento di reperti che attendono di essere riportati alla luce. Ancora una volta il lavoro di Sebastiano Tusa è riconosciuto a livello internazionale e lo provano le collaborazioni sul campo». Leanza si riferisce di certo all'Aurora Trust foundation, organismo della Florida che in questi giorni, da uno yacht immenso (sotto la guida dei direttori Tan Koblick e Craig Mullen), sta scandagliando i fondali con un sonar Rou e una telecamera teleguidata ad altissima definizione, in maniera tale da «mappare» la zona. Lo stesso strumento viene utilizzato per studiare tutta la zona intorno alle isole Eolie, soprattutto Panarea. «Si tratta di una scansione a 250 metri di profondità che passa a tappeto tutto il fondale, dividendolo in sezioni - spiega l'archeologo Timmy Gambin -. Se individuiamo qualcosa, controlliamo in maniera più approfondita». Finora sono stati individuati, a sud di Panarea, due relitti intatti e ben preservati, uno dei quali con diverse anfore.

domenica 9 agosto 2009

Metrò, riaffiora l'antica strada di Chiaia

Metrò, riaffiora l'antica strada di Chiaia
Marisa La Penna
Il Mattino – Napoli 8/8/2009

Nel cantiere di Monte di Dio la parte terminale della rampa del 500 inglobata nel Ponte. Sospesi i lavori
Il sovrintendente Gizzi «Cercheremo di esporla ma senza compromettere tempi e costi della stazione»

Intorno al 1500 c'era una strada che collegava Monte di Dio a Chiaia. Era lastricata di ciottoli di pietra lavica e ne racconta la testimonianza la cinquecentesca «Tavola storica» di Antony Lafrery. Da secoli quella strada era scomparsa, seppellita dalle stratificazioni della città nuova. Qualche giorno fa una rampa dell'antica via, lunga una mezza dozzina di metri, è emersa dagli scavi che la società Ansaldo sta effettuando in piazza Santa Maria degliAngeli per la realizzazione della fermata di Chiaia del metrò della linea 6. Un rinvenimento importante. Ne parla il sovrintendente ai Beni architettonici e paesaggistici, Stefano Gizzi. «Non appena abbiamo saputo della scoperta abbiamo allertato il professore Umberto Siola, progettista dei lavori, perché seguisse da vicino lo scavo» spiega Gizzi. L'ipotesi più attendibile - e auspicabile - è che i napoletani possano vedere il pezzo dell'antica strada, lo scavo potrebbe essere esposto nell'ambito del restauro della piazza e della fermata della nuova metropolitana. Ma questa è una decisione che dovranno prendere in accordo la soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici, la Soprintendenza archeologica, l'amministrazione comunale e la società che gestisce il nuovo tratto di metropolitana. Per il momento i lavori si sono fermati e si attende il responso degli esperti. «Il Professore Siola - spiega il sovrintendente - si è comunque dimostrato interessato e favorevole ad inglobare questa antica testimonianza nel progetto della nuova stazione. Ovviamente il tutto deve raccordarsi con la sistemazione generale del resto della piazza». A Santa Maria degli Angeli, per esempio, sorge una scuola che rappresenta un interessante esempio di architettura fascista. «La soluzione di inglobare il tratto dell'antica strada nella nuova stazione ovviamente deve essere condivisa da tutti e non deve assolutamente inficiare i tempi e i costi della nuova stazione», conclude il sovrintendente Gizzi. Maurizio Tesorone, vicepresidente della I Municipalità, si dice invece preoccupato per il ritardo che potrebbero avere i lavori nel cantiere. Spiega: «Temo che il protrarsi del cantiere possa mettere ulteriormente in ginocchio l'economia del territorio. Mi auspico che questo rinvenimento non ritardi ancora la consegna dei lavori ». Da qualche giorno, dunque, sullo scavo sono presenti funzionari delle due sovrintendenze, architetti, esperti . C'è anche l'archeologa Daniela Gianpaola, funzionaria della sovrintendenza, responsabile del centro storico, che conferma l'importanza dell'evento: «E’ emersa una rampa della strada che dalla collina di Monte di Dio si dirigeva verso via Chiaia. La strada, realizzata presumibilmente tra il 1500 e il 1600 in ciottoli di pietra lavica è ben conservata. Al momento se ne vede soltanto una parte per complessivi, cinque, sei metri». La strada è una importante testimonianza storica che documenta l'assetto topografico della zona. Qualche mese fa, lo ricordiamo, nel corso degli stessi scavi emerse una antica cisterna. Anche quel ritrovamento fece slittare di molte settimane la ripresa dei lavori.

lunedì 3 agosto 2009

Nell’antica Nersae il santuario della fertilità

Nell’antica Nersae il santuario della fertilità
di ANDREA LIPAROTO
Giovedì 1 Giugno 2006 Il Messaggero

Misteri sabini. Agli inizi degli anni '90, in località Civitella (Pescorocchiano), nei sotterranei della chiesa cimiteriale di S. Angelo, fu scoperto dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio un santuario italico contenente depositi votivi risalenti al periodo medio-repubblicano (fine IV-metà II sec. a.C.). Si tratta probabilmente di resti appartenenti all'antica cittadina di Nersae. L'edificio in questione è formato da una grande terrazza recintata. Su di un muro, sono scolpiti due falli. Arriviamo ai depositi. Gli oggetti votivi offerti alle divinità, non potendo essere spostati dal santuario quando aumentavano di numero, venivano collocati all'interno di grandi fosse ricavate nel terra. Alcuni di quelli in questo modo rinvenuti nel nostro santuario, ricordano quelli etrusco-laziali, centro-italici e campani, destinati alle guarigioni: questo rito era legato ad un culto delle acque. Ma c'è altro. Nel santuario sono presenti statue di terracotta a grandezza naturale (teste, organi genitali maschili e femminili, mani, piedi, occhi, statuette femminili). Ma non solo, anche ceramiche a vernice nera, bronzi degli dei Marte ed Ercole e anelli, fibulae (spille), monete. Non mancano ossa appartenenti a caprini ed ovini che venivano sicuramente sacrificati agli dei. Insomma un grande e "movimentato" laboratorio di culti pagani, questo santuario italico, tra cui spiccava - visti falli, organi genitali femminili e quant'altro sparsi qua e là - quello per propiziare probabilmente la fertilità.

domenica 2 agosto 2009

guerriero dell'eneolitico Trovato dopo cinquemila anni

guerriero dell'eneolitico Trovato dopo cinquemila anni
Gabriele Simongini
Il Tempo – Roma 1/8/2009

Torre Astura. Lo scheletro affiorato dopo la mareggiata nel maggio scorso. La tomba era invasa dall'acqua. La scoperta resa nota solo ora

Amichevolmente viene già chiamato Nello ed ha circa cinquemila anni. Forse era un guerriero, probabilmente è stato ucciso e l'ennesima mareggiata se lo sarebbe portato via per sempre. E’ lui il protagonista di una scoperta archeologica eccezionale, avvenuta a maggio sul litorale di Torre Astura, nei pressi di Nettuno e resa nota ora. Come hanno raccontato ieri Marina Sapelli Ragni, Soprintendente per i Beni Archeologici del Lazio e il Ten.Col. Raffaele Mancino, del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, lo scheletro del presunto guerriero è stato trovato a dieci metri dalla riva, sulla spiaggia della località denominata «Osservatorio Cortese», dai Carabinieri della Sezione Archeologia e dai funzionari della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. Si è trattato di un intervento d'urgenza, effettuato in una sola giornata, perché la sepoltura era ormai assediata dal mare che aveva già causato molti danni. Grazie alla rapidità dei tecnici è stata quindi portata alla luce una tomba a fossa di forma ovale, lunga m. 1,70 e larga m. 0,85, con lo scheletro di un uomo adulto, deposto supino e ormai totalmente immerso nell'acqua marina. Le ossa erano state scompaginate dalle onde e mancavano i piedi. All'altezza del costato è stata rinvenuta una punta di freccia che forse ha ucciso il guerriero. Lo scheletro era circondato da vasi, tazze e da due lame di pugnale in selce. E questo corredo funerario è un vero e proprio unicum, perché finora non erano mai state ritrovate sepolture a ridosso della zona litoranea di Torre Astura appartenenti al periodo preistorico dell'eneolitico (età del rame). Si tratterebbe quindi della prima necropoli eneolitica rinvenuta lungo la costa di Nettuno, visto che la sepoltura non sembra essere isolata. Appena ritrovato, lo scheletro è stato scherzosamente ribattezzato Nello, dal nome dell'ufficiale che ha guidato il team di tecnici e funzionari autori della scoperta. Sempre col sorriso sulle labbra, felici dell'eccezionale ritrovamento, i carabinieri hanno provato perfino a risolvere un piccolo giallo: il guerriero di Torre Astura era stato ucciso, come dimostrerebbe la punta di freccia? E chi era stato? Si trattava di un agguato o di uno scontro in battaglia? Tante domande, forse impossibili da risolvere, anche se molte novità potranno ancora venire dalla prosecuzione degli scavi e delle ricerche. Nel frattempo, in attesa che venga individuato il museo che lo ospiterà, Nello è stato portato nella Caserma La Marmora, in via Anicia, sede del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Il «giallo» dell’uomo con la freccia in petto sepolto 4.500 anni fa

Il «giallo» dell’uomo con la freccia in petto sepolto 4.500 anni fa
Edoardo Sassi
01/08/2009 CORRIERE DELLA SERA

La scoperta Rinvenuta tomba dell’Eneolitico: forse era un guerriero

Una corsa contro il tempo e contro l’alta marea. Poche ore di scavo stratigrafico condotto con urgenza immediatamente dopo la scoperta, per salvare in extremis quel ritrovamento sulla spiaggia di Nettuno — una sessantina di chilometri a sud di Roma — che gli archeologi preistorici definiscono «eccezionale »: lo scheletro, praticamente integro e con relativo corredo funerario intatto, di un uomo vissuto circa 4.500 anni fa, Età del Rame o Eneolitico, e dunque coevo di Oetzi, celebre mummia rinvenuta al di sotto del ghiacciaio di Similaun nel 1991.

Alto «meno di un metro e 70», ha già un nome anche lui, forse meno suggestivo e poetico del suo «cugino» delle nevi. Ma si è deciso di ribattezzarlo così, Nello , dal nome del carabiniere a capo dell’indagine che ha portato alla sua scoperta a pochi metri dalla battigia in località Torre Astura, zona salvata dalla cementificazione negli anni Sessanta in un territorio sede di un Poligono militare ma aperto ai bagnanti in estate.

A ritrovare Nello (nel maggio scorso, ma la notizia è stata data ieri), dopo una sepoltura di molti secoli e al di sotto di uno strato d’argilla, sono stati infatti i militari del Comando carabinieri Tutela patrimonio culturale (Tpc), durante uno dei voli che l’Arma effettua su zone di interesse archeologico per prevenire abusi e scavi clandestini. «Abbiamo l’occhio allenato — ha spiegato ieri il colonnello Raffaele Mancino, comandante del Reparto operativo Tpc — l’equipaggio in elicottero ha individuato una fenditura nel terreno argilloso e abbiamo subito allertato gli esperti della Soprintendenza. Poteva essere uno scavo clandestino, ma era l’erosione dell’alta marea che aveva scoperto la fossa della tomba. Siamo stati tempestivi, un ritardo e il mare avrebbe distrutto tutto » .

Nello (esposto ieri nella sede del Comando nel rione Trastevere), molto probabilmente fu un antico guerriero: del suo corredo funerario accanto al feretro, oltre a sei vasi, fanno parte infatti anche due lame di pugnale in selce e una punta di freccia ritrovata sopra alle ossa del costato. Non ha più i piedi, portati via probabilmente dall’azione delle maree (stesso destino per la copertura della tomba, di forma ovoidale, larga circa 85 centimetri e lunga 170). Ma benché integre o quasi, le porzioni del suo scheletro sono state spostate quasi certamente dallo sciabordio delle onde (il bacino, ad esempio, appare in posizione innaturale).

Fu quella freccia nella zona del costato a uccidere il guerriero preistorico di Nettuno? «Probabile », la risposta di Marina Sapelli Ragni, soprintendente archeologico del Lazio, e Francesco Di Mario, responsabile dell’area: «Ma saranno le analisi antropologiche — hanno detto i due esperti del ministero dei Beni culturali — a chiarire i dettagli, dalle cause della morte alla datazione certa».

Ora le indagini proseguono, e non è detto che quella di Nello sia una sepoltura isolata. «La presenza di una necropoli eneolitica non è da escludersi e saremmo di fronte a una scoperta straordinaria». Altra «anomalia » solo apparente, la sepoltura in riva al mare. Dai geologi sono infatti arrivate le prime conferme sulla linea di costa, che migliaia di anni fa poteva trovarsi arretrata rispetto a oggi.

Età del rame, la tomba del guerriero ucciso da una freccia al cuore

Età del rame, la tomba del guerriero ucciso da una freccia al cuore
CARLO ALBERTO BUCCI
SABATO, 01 AGOSTO 2009 LA REPUBBLICA - Roma

L´hanno ritrovato con una punta di freccia all´altezza del petto e disteso sulla spiaggia di Torre Astura dove si addormentò 5000 anni fa. Ma ora gli archeologi aspettano di sapere dagli antropologi se quella punta di selce era sopra o nella carne del guerriero sepolto. «Sì, potrebbe essere stato seppellito con in corpo l´arma che lo uccise».
La suggestione dell´arma del delitto è forte. Come l´emozione per lo scavo eseguito a maggio in un solo giorno con l´acqua del mare che, lì a pochi metri, rischiava di portarsi via il corredo funerario: sei vasi e due pugnali in selce. «Non avevamo nessuna notizia sulla presenza di uomini dell´età del rame, ossia dell´eneolitico, in questa zona» dice l´archeologo della Soprintendenza del Lazio Francesco Di Mario.

«Lo scheletro è quasi integro ma le ossa sono state leggermente spostate dal mare. Ora il vasellame verrà pulito e restaurato. Mentre l´eventuale scheggiatura su una costola potrà confermarci l´idea che la punta della freccia era conficcata nel costato».
Il ritrovamento, avvenuto nel poligono di tiro alle porte di Nettuno, si deve al pattugliamento che i carabinieri del Nucleo tutela eseguono - quando non sono alle prese con furti e falsari d´arte - «come azione di prevenzione nelle zone archeologiche, ma anche di pregio paesaggistico», spiega il colonnello Raffaele Mancino.
«Il guerriero l´abbiamo chiamato "Nello" e così vogliamo ricordarlo» ha aggiunto facendo capire che quello è il nome del militare che ha fatto la scoperta e condotto l´indagine.
Tutto si deve a due forti mareggiate (del 2008 e di quest´anno) che hanno mangiato ulteriormente la spiaggia di Torre Astura (approdo ricordato da Strabone). E scoperchiato, quindi invaso d´acqua salata, la tomba dell´uomo sepolto in una fossa scavata nell´argilla (cm 170 di lunghezza e larga 85). «È una scoperta importante per questa zona: avevamo testimonianze preistoriche del paleolitico e del bronzo, non dell´età del rame - spiega la soprintendente Marina Sapelli Ragni -. La nostra ipotesi, anzi, la nostra speranza, è che facesse parte di una necropoli. Inizieremo subito i sondaggi per individuare eventuali, altre sepolture. E vedremo dove ricoverare il guerriero di Torre Astura». L´assessore alla Cultura di Nettuno, Giampiero Pedace, si è fatto subito sotto: «Siamo pronti ad esporre l´intera tomba nel Forte Sangallo».