lunedì 17 agosto 2009

Piramidi in Europa? In Bosnia ci credono

Piramidi in Europa? In Bosnia ci credono
Vittorio Sabadin
La Stampa 22/4/2006

Gli abitanti di Visoko, una cittadina di 50.000 persone a poche decine di chilometri da Sarajevo, lo sapevano da sempre. Fin dal 1300 i loro antenati avevano chiamato la grande collina di 650 metri che sovrasta la città «La piramide», perché di una piramide ha l'evidente forma. La vegetazione che la ricopre da millenni non è infatti sufficiente a nascondere le sue anomalie: quattro lati squadrati, con una inclinazione di circa 45 gradi e un quasi perfetto orientamento con i punti cardinali.
Da qualche giorno, l'archeologo bosmaco Semir Osmanagic ha avviato una campagna di scavi sul sito, scoprendo pochi metri sottoterra una pavimentazione fatta di enormi blocchi di pietra e l'ingresso di un impressionante tunnel lungo un paio di chilometri. Osmanagic vive negli Stati Uniti, ha una certa esperienza di piramidi Maya e il suo cappello alla Indiana Jones suscita una certa diffidenza nella comunità scientifica. Ma se avesse ragione, la sua scoperta sarebbe una delle più importanti nella storia dell'archeologia. Se la collina di Visocica è stata, come sostiene, costruita dall'uomo, sarebbe non solo la prima piramide ritrovata in Europa, ma anche una delle più misteriose della Terra: chi l'ha realizzata, quando, come, perché?
I ritrovamenti finora effettuati non giustificano molti voli della fantasia: Visoko era nell'antichità la capitale della Bosnia e la sua collina ha ospitato palazzi, castelli e fortezze romane. Basta scavare pochi metri di terra per ritrovare di tutto, da spade arrugginite a reperti del Neolitico. E' dunque possibile che pavimentazioni e tunnel siano di epoca relativamente recente e che quel monte a forma di piramide sia solo uno scherzo della natura. Lo stesso Osmanagic invita alla prudenza: «Sono sicuro - ha detto all'Associated Press - che la parte terminale del monte sia una piramide costruita dall'uomo di circa 100 metri di altezza. Ma può darsi che non sia interamente di pietra: le pareti della collina potrebbero essere state adattate e ricoperte di blocchi allineati».
Gli scavi continueranno fino ad ottobre, con l'aiuto di esperti egiziani e australiani. Mesi d'oro per gli abitanti di Visoko, che si apprestano ad ospitare troupe televisive e turisti e stanno già preparando i primi gadget da mettere in vendita, come avviene al Cairo.
L'annuncio del presunto ritrovamento di una piramide in Europa, rilanciato sui siti web della BBC e della MSNBC, ha ovviamente scatenato su Internet le reazioni di quella vasta comunità mondiale che il direttore della piana di Giza, Zahi Hawass, definisce «piramidioti». E' una comunità un po' bislacca e irriverente che si è nutrita nell'adolescenza dei libri di Charles Berlitz e non ha perso in anni più recenti nessuno dei successi editoriali di Graham Hancock e Robert Bouval. Sono convinti che l'archeologia e la scienza non abbiano spiegato tutto e cercano di riempire le lacune restanti con ipotesi per nulla accademiche, ma di sicuro fascino.
La loro tesi di fondo è che lo sviluppo dell'umanità non ha seguito un percorso lineare dall'homo sapiens fino alla tecnologia dei giorni nostri. Altre civiltà ci hanno preceduto e sono state annientate da eventi catastrofici: impatto di meteoriti e comete, o slittamenti dei poli con conseguenti diluvi universali, puntualmente raccontati nella Bibbia e nell'epopea di Gilgamesh.
Il fatto che il mondo sia pieno di piramidi sicuramente un po' rafforza la tesi dei piramidioti. Gli scienziati e i ricercatori non sono ancora riusciti a trovare una spiegazione convincente alla ragione per la quale civiltà che non sono entrate in contatto tra loro (come i Maya e gli antichi egizi) abbiano entrambe sentito la necessità di costruire piramidi con finalità diverse: tombe lungo il Nilo, templi in Centro America. Non solo: da quando gli archeologi possono sfruttare per le ricerche strumenti più sofisticati del piccone e della pala, e avvalersi di immagini aeree e satellitari, foto agli infrarossi e computer, il numero delle scoperte «inspiegabili» è notevolmente aumentato.
Chi ha costruito, ad esempio, i monumentali edifici a gradoni che si trovano trenta metri sott'acqua al largo dell'isola di Okinawa in Giappone? E quelle foto scattate da un aereo che mostrano strutture a forma di piramide, alte due-trecento metri nella zona di Xi'an in Cina? E' vero che secondo le tradizioni degli aborigeni esistevano piramidi persino in Australia?
Dalla Mesopotamia all'America, dal Pacifico e (forse) all'Europa popolazioni diverse con culture diverse hanno sentito il bisogno di rappresentare esigenze cerimoniali e religiose nello stesso modo: costruendo piramidi complesse e dispendiose - in termini di costo e di energie necessarie - con strumenti di lavoro primitivi e inadeguati. Possiamo spiegarlo con una inconscia predisposizione collettiva di quelle civiltà a costruire edifici monumentali nella loro forma più semplice, o affidarci alle teorie dei continenti perduti: nell'Atlantico l'Atlantide di Piatone, nel Pacifico Lemuria, ipotizzata alla fine dell'800 dall'antiquario Augustus Le Plongeon, il quale sosteneva che la civiltà Maya dello Yucatàn era molto più antica di quella egizia ed era composta dai sopravvissuti di un mondo scomparso, inghiottito dall'oceano a causa di un improvviso evento catastrofico.
Le Plongelon fu più tardi ridicolizzato per la sua strampalata traduzione dei testi Maya, ma la sua tesi trova ancora moltissimi sostenitori.
Se queste teorie fossero provate, dovremmo riscrivere tutti i libri di storia e ammettere che la nostra attuale civiltà non è l'unica ad essersi sviluppata sulla Terra, ma è stata preceduta da altre culture avanzate che ci hanno lasciato, oltre ai resti dei loro monumenti, racconti e tradizioni che abbiamo quasi sempre interpretato come mitologia e quasi mai come la testimonianza di eventi realmente accaduti. Ma senza prove evidenti, è sempre difficile rinunciare alle proprie certezze.

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